A quando a quando s'incontrano gruppi festosi di giovanetti che vi
salutano strillando e gesticolando, invitandovi quasi istintivamente coi
loro _u bì! u bì!_ (guardate! guardate!) a contemplare la scena
incantevole che vi sta davanti. Pare che tutto brilli, che tutto si
muova, che tutto intuoni una dolcissima armonia intorno a noi; pare che
il cielo e la terra siano impazzati e che sorridano delle nostre faccie
melense perdute in un oceano di estasi contemplativa.
A brevi intervalli, una borgata piena di bighelloni inconsci del
privilegio loro dato dalla natura, d'averli fatti nascere sotto questo
cielo meraviglioso, anima il paese tranquillo che si percorre.
Tutto è intonato in questa beata regione: il cielo, il mare e la terra
rivaleggiano di splendore, di luce e di vita; l'uomo solo rimane
inferiore in questa artistica gara e quanto al di sotto! Sarò stato
sfortunato ne' miei incontri, ma quello che dico è precisamente quello
che ho visto, senza coda nè amputazioni. Le donne della campagna,
specialmente, sono addirittura brutte, e Dio sa se questa delusione è
dolorosa, quando non si dubita neanche per ombra che la Natura non abbia
voluto fare compiuta quaggiù la sua opera, popolando di angeli questa
regione divina. Dio che angioli decaduti! Sono brutti i loro visi, ma
più brutti poi se li riducono, perchè avendo il costume di tenere in
testa una pezzola che contorna loro la fronte fermandola con un nodo
alla nuca, sono costrette dai raggi cocenti di un sole mezzo africano a
tener gli occhi bassi ed accigliati, ed a guardare di sotto in su in un
modo che dà alla loro espressione qualche cosa di bestiale e di feroce.
Ah! una bella figlia degli uomini l'avrei incontrata con tanto
entusiasmo in mezzo ad una selva d'aranci! ma non ebbi l'onesta
soddisfazione. Gli uomini sono emaciati (quelli che ho visto io, veh!
perchè il caso potrebbe avermi fatto veder lucciole per lanterne),
pallidi e di forme così grossolane, che tuttora mi rimane il dubbio
d'essermi ingannato, perchè mi pare impossibile tale anomalia in mezzo
alla vita sana e gentile che spira da ogni foglia, da ogni sasso di
questo paese benedetto. Oh! Amalfi, Amalfi! In mezzo allo splendore dei
colli di Sorrento, rammentai Amalfi ai miei amici con questa
esclamazione: Oh! Amalfi, Amalfi! — Sei già stato ad Amalfi? — mi
domandarono subito. — Sì. — Diccene, diccene qualche cosa, perchè prima
di tornare alle nostre case, vogliamo andarvi anche noi. — Andatevi e
farete bene, ma andatevi dopo d'aver visto tutte le bellezze dei
prossimi dintorni di Napoli, perchè la costiera d'Amalfi vi farà lo
stesso effetto che a guardar fissi nel disco del Sole; vi troverete
abbagliati e per qualche tempo non sarete capaci di veder altro.
Se poi mi domandate in che consiste tanta bellezza, io vi risponderò
come se mi aveste domandato: perchè i poemi d'Omero sono belli? I poemi
d'Omero son belli, perchè sono belli, e se qualcuno volesse provarvelo
con altri argomenti, ditegli che non capisce nulla e non avrete
sbagliato.
Nel tragitto da Vietri ad Amalfi, uno che sia un po' facile
all'entusiasmo, corre rischio d'impazzare. E io ebbi dei momenti, nei
quali credetti di perdere il cervello da vero. La strada che corre lungo
la riviera alla metà dei fianchi di montagne scoscese, o meglio, di
enormi scogliere, in qualche tratto è sospesa addirittura sul mare
profondo, e su la superficie di questo mare, che sembra un tappeto di
cobalto, vedevo sotto di me grosse navi mercantili filare con l'intera
velatura spiegata e formicolare la ciurma sul ponte di piroscafi che la
distanza faceva sembrare immobili e piccoli come balocchi da fanciulli.
Provai la voluttà di una navigazione aerea senza l'orrore del pericolo.
Di tratto in tratto s'incontrano deserte rovine di castelli Normanni che
abbandonati all'opera del tempo cadono a pezzi, e qua e là, accucciate
fra gli scogli in mezzo a piccole oasi di verdura, solitarie casette
bianche bianche, pulite pulite, i felici abitatori delle quali salendo
alla cima del monte colgono i frutti del castagno, la pianta che segna
il principio delle zone frigide, e scendendo verso la marina, il dolce
fico d'india, il fiore d'arancio per profumare le loro stanzuccie ed i
rami della palma che incrociati su la porta di casa, allontanano i
fulmini e le streghe.
Le marine di Majori, Minori e Atrani, la patria di Masaniello, che
s'incontrano per via, sono quel che può esservi di più ameno e di più
pittoresco su la terra. Nel contemplare quei tranquilli e ridenti gruppi
di case che partendo dal mare s'inerpicano come caprette su per i dirupi
della montagna; le cupole delle loro chiese che coperte di maioliche
colorate luccicano alla luce del sole; i boschetti di agrumi che le
contornano; i viottolucci scoscesi che scendono serpeggiando fino alla
spiaggia, dove una popolazione tranquilla di pescatori lavora e canta
fra lunghe file di reti che brillano al sole, si prova una gioja
ineffabile, una pace serena, un tal senso di beatitudine che posandosi
sul core lo stringe, e lo stringe con tanta dolcezza che a poco a poco
ci sentiamo nascere il desiderio doloroso di passare su quelle spiagge
serene la nostra vita, magari anche di morirvi, quantunque l'idea della
morte sembri tanto strana su quelle magiche rive che, incontrando un
trasporto funebre, c'è da maravigliarsene credendolo una finzione. Il
giorno del giudizio, per gli Amalfitani che andranno in Paradiso, sarà
un giorno come tutti gli altri.
Come deve esser dolce l'ozio all'ombra d'un olivo d'Amalfi! In verità,
se quegli abitanti sono capaci di guadagnarsi il pane col sudore che
tutti chiamano soltanto della fronte, bisogna riconoscere in loro una
grande virtù, poichè l'unico bisogno potente che si fa sentire in quel
clima è il bisogno di non far nulla; la vita d'Adamo prima dello sbaglio
e niente più. Povero Adamo!
All'accesso di estasi contemplativa davanti a tanto lusso di quella
splendida natura, tenne dietro un altro accesso d'entusiasmo rumoroso. E
non so quello che avrei detto e che avrei fatto, se non mi avesse tenuto
in freno l'aspetto taciturno dell'unico mio compagno di viaggio che non
aprì bocca, altro che sul principio della nostra gita, per chiedermi se
gli permettevo di fare abbassare il mantice della carrozza. — Mio
padrone, gli risposi, purchè non si tenga offeso se per godermi questo
sole, scendo subito e vado a cassetta. Non me lo permise. Era un
Francese e tanto basta, per capire che doveva essere una persona
gentile; ma, del resto, non capiva nulla. Era biondo, era grasso ed era
pallido! che potevo io pretender da lui? — Ma non pare anche a lei
impossibile che questo sole abbia il coraggio di tramontare dopo essersi
veduto tanto bello nello specchio di questo mare? — mi guardava e
sorrideva. — Ma guardi Salerno, le prime catene della Calabria col suo
Cilento nevoso! ma contempli quelle isolette che si perdono quasi in un
velo di nebbia infuocata; quella casetta lassù in cima, dove pare che
non si possa andare altro che con l'ali; ma si serva degli occhi, Dio lo
benedica, davanti a quel gruppo di giovinette che ci vengono incontro
coi busti dai colori orientali e coi capelli nerissimi arricchiti di
fiori di ginestra; quei pescatori, guardi quei pescatori laggiù in fondo
in fondo che fanno matanza nella tonnara; se non vuole urlare com'ho
urlato io poco fa «fuori l'autore!» mi dica almeno che qualche cosa è
bello, che qualche cosa le piace, mi dia un segno, un segno solo
d'ammirazione, ed alla prima occasione non mancherò di raccomandarlo
alla misericordia del Signore, ma mi dica qualche cosa se no scoppio. —
Mi guardò di nuovo sorridendo, e per mostrarmi quanta parte prendeva al
mio entusiasmo mi disse che quel sole era intollerabile, e dètte
un'occhiata tenera al mantice calato. — Ebbi pietà del suo cervello; il
mantice fu tirato su ed io me n'andai a cassetta. Non ne ho l'ombra del
dubbio, io devo esser sembrato a lui un grande imbecille, ma non mai
quanto egli sembrò felice a me. Ma dove avrà rimpiattato colui i suoi
_charmant_, i suoi _éclatant_, e tutti i rimbombanti _étonnant_, coi
quali i febbricitanti figli della Gallia _étonnano_ le strade di questa
piccola Italia ammirandone le infinite maraviglie? Chi sa! Lo scusai in
parte, perchè seppi poi che andava ad annunziare ad un nipote d'Amalfi
la morte d'uno zio di Napoli. Ed infatti conobbi al ritorno anche il
nipote, il quale, viaggiando in nostra compagnia, ostentò con molta
disinvoltura un profondo dolore e si mostrò abbastanza soddisfatto della
irreparabile perdita sofferta.
Arrivammo ad Amalfi. L'arrivo d'una carrozza in quel remoto cantuccio
della terra è un mezzo avvenimento. Tutti si affollano intorno ai nuovi
arrivati; li guardano, li osservano, ma stando però a distanza e
mantenendo un contegno semplice e rispettoso; vi si offrono per servigi,
vi esibiscono indirizzi di locande, vi domandano notizie dei paese, dal
quale venite e se volete cavalcature per visitare i dintorni, ma tutto
con garbatezza di modi, con un sorriso onesto su la faccia, e....
inarcate le ciglia, amici miei, non vi domandano l'elemosina! Crediate
pure che nel trovare, uscendo di Napoli, un paese dove non ci chiedano
l'elemosina, c'è da sentirsi venire un accidente dalla consolazione.
«Signurì, u soldo» Dio eternamente misericordioso!
Amalfi, nella sua solitudine, è gaia. In mezzo a tanta profusione di
caldo, di luce e di colori, non è possibile concepire l'idea di
mestizia. Le sue case sono bianche e pulite, il mare che strepita fra le
ghiaie della sua spiaggia è limpido e azzurro come il suo cielo;
soltanto le rupi che protendono su la piccola città le loro masse brune
e minacciose, si proverebbero ad essere orride pei loro profili scabrosi
e taglienti, ma i bracci montuosi dei caseggiati che s'inerpicano su
quelle come tralci di edera bianca, e i ciuffi di verdura che ne
smussano le aspre sinuosità, le contornano, le avviluppano e se le
stringono con tanto affetto fra loro che, quasi soffocate, anche esse
son costrette a sorridere sotto un profluvio di carezze, di baci e
d'allegria.
L'unica strada di Amalfi che possa veramente chiamarsi una strada, ha
usurpato il corso del torrente che dovrebbe scaricarsi giù per la
stretta forra, dentro la quale è incastrata la capricciosa città; le
altre arterie di comunicazione non sono che lunghi e stretti antri
percorsi da scalinate, i quali s'internano bui e profondi nel corpo dei
fabbricati, dando origine ad altre scalinate secondarie, finchè non
fanno capo a qualche scosceso viottolo che serpeggiando si perde su per
i dirupi della montagna.
Non credo che fantasia di scenografo possa immaginare nulla di più
pittoresco. Nessuno dei rumorosi prodotti dell'incivilimento: carrozze,
omnibus, _tramway_, corni, trombe, e il Diavolo che se li porti, turba
la quiete serena di quelle spiagge; ed anche il vizio non deve esser
giunto laggiù alla sua ultima espressione, poichè il sangue di quei
pacifici marini è fresco e colorito. L'antica razza dei robusti e feroci
pirati non ha perduto nella discendenza altro che la ferocia; la
robustezza v'è rimasta intatta. Belle carni, bei capelli, belli occhi e
bellissimi denti, sono i connotati distintivi dei fortunati abitatori di
quella fantastica regione, uomini e donne. L'aureola di gloria che
contorna i ricordi di Amalfi, ispira anche un senso di ammirazione per
quegli umili pescatori, quando si misura con l'occhio la piccolezza di
quel nido che sembra ora di falchi, ma che è stato di aquile, di poche
aquile e dalla vita breve, ma aquile ardite che in piccolo stuolo, o
correndo sui mari o meditando sul loro inaccessibile scoglio, hanno
arricchito con le armi di fatti gloriosi le vergogne del Medio Evo, dato
alla scienza una delle più grandi invenzioni umane, la bussola, e
serbato attraverso al bujo di secolare ignoranza i codici di
Giustiniano, la più ricca eredità che sia giunta a noi dell'antico
incivilimento, e davanti alla quale ognuno dovrebbe inchinarsi
reverente, se, contrariamente al suo scopo, non servisse tuttora da
inesausta miniera di laidi cavilli alle coscienze più agguerrite che
vestan carne sotto la cappa del sole.
Chiusi con questa eresia il racconto delle mie impressioni d'Amalfi,
perchè eravamo già arrivati a Sorrento. Ti saluto, bellissima Sorrento;
ti saluto, o patria, per caso, del sublime e languido cantore degli
amori di Olindo e Sofronia; e ti saluto, o patria degli accattoni più
petulanti che si battezzino fra i quattordici milioni d'analfabeti del
regno beato! e scendendo dalla carrozza segnai sul mio taccuino:
arrivato a Sorrento il dì 10 maggio 1877 a ore 11 antimeridiane precise.
Mentre scrivevo, mi si accostò una faccia torva domandandomi: —
Eccellenza, state scrivendo le vostre memorie? — (cominciò di lì per
chiedermi _u soldo_.) — Sì, — gli risposi — e tu le tue prigioni quando
le scriverai? — «Ah! eccellenza, nun saccio a scrittura.» — E questa
risposta me la fece con tanto abbandono, con tale intrigliatura delle
pupille che mi avrebbe fatto tenerezza, se accompagnato da un suono
speciale del suo rimpianto non avessi visto un lampo della sua anima
falsaria schizzargli un palmo fuori degli occhi. Scendemmo alla marina,
visitammo i giardini e i più prossimi dintorni del paese tutti
bellissimi, e dopo andammo ad ammirare l'abitazione che fu della
Imperatrice di Russia. Che vi trovammo da ammirare? Mah! Quattro mura
che son celebri, perchè vi ha alloggiato una Imperatrice, la quale è
celebre, perchè è Imperatrice!
— Ah! signorino, — mi diceva una donnicciuola, — che gran signora era
quella! — Quando le si offriva un mazzo di fiori ci diceva grazie, e ci
guardava ridendo. — Corpo di settantamila cosacchi, non mi burlate! —
Davvero, signorino, — e mi presentò una rosa. Povere creature! abituati
a non vedersi guardare altro che in cagnesco da tutti quelli che essi
chiamano _li galantomini_, non rammentano le elemosine della danarosa
Czarina; rammentano invece i suoi «grazie» e i suoi umani sorrisi. Il
nostro cicerone che non mancava mai di levarsi il cappello e di
_eccellenzarci_ ogni volta che ci volgeva la parola, pretendeva d'esser
tanto pratico nel riconoscere di che provincia erano gl'Italiani che gli
capitavano sotto, che non sbagliava mai. Allora io lo invitai a dirmi di
dove credeva che fossi. — Piemontese, — mi rispose subito. — No. —
Lombardo. — Nemmeno. — Romagnolo. — Neanche. — Veneziano. — Meno che
mai. — Stette un po' a pensare e non gli venendo detto altro, gli dissi
che ero Toscano; e deridendo la sua presunzione, gli domandai come mai
non mi aveva riconosciuto per tale. Mi rispose: — Eccellenza, non avete
bestemmiato il nome d'Iddio e non m'avete detto _figlio d'un cane_. —
Oh! — Mandando in burla la cosa, risposi che non gli avevo detto niente
di tutto questo, perchè non me ne aveva presentata l'occasione, ma il
viso mi deve esser diventato leggermente rossiccio, quando pensai alla
gentilezza della mia Toscana così ingenuamente confutata da un cicerone
di Sorrento. —
Cercai ricordi e tradizioni del Tasso, ma non mi fu possibile trovarne
traccia. Nessuno di quei popolani seppe rispondermi quando rammentai
quel nome; nessuno canta le sue ottave, e ne fui maravigliato
ricordandomi che i navicellai del mio piccolo Arno le cantano
innamorati, rompendo la magra corrente, e i contadini delle mie
solitarie campagne le intonano a gola spiegata, facendo la foglia su la
cima dei pioppi. Il _nemo prophæta in patria sua_ a nessuno è meglio
applicabile che all'infelice poeta. Il cicerone stesso, che dopo i
dottissimi del luogo poteva esser creduto il più dotto, almeno per ciò
che riguarda le memorie storiche del paese che illustra co' suoi
spropositi, conducendomi verso la casa del Tasso mi disse che avrei
visto poco, e che la fabbrica era stata da poco tempo rimodernata,
inquantochè quel signore, del quale domandavo, era molto tempo che non
_ce stava chiù_. Indispettito di tanta stupidaggine, lo trattai
d'ignorante. Se n'ebbe per male e si allontanò ringhiando.
Superbi, formidabili, feroci
Gli ultimi moti fûr, l'ultime voci.
Principale scopo della nostra gita era l'isola di Capri, alla quale ci
eravamo proposti di andare, imbarcandoci sul piccolo piroscafo che da
Napoli fa le sue gite giornaliere toccando Sorrento. Ma il battello non
venne. Era domenica e la fede puritana degl'Inglesi che formano sempre
la quasi totalità dei passeggeri per una tal gita, aveva impedito al
capitano di trovarvi il suo tornaconto, facendola presso a poco a vuoto,
onde se n'era rimasto nelle acque di Santa Lucia col suo puledrino
acquatico, il quale, non dandogli biada, lascia strillare i regolamenti
e l'orario, ma non si muove. Che si fa?
Andiamo a Pompei! Fu accolta con acclamazione la mia proposta, e dopo
aver girellato qualche altro poco intorno a Sorrento, raggiungemmo la
nostra vettura e partimmo per la morta città.
Eccoci a Pompei! ecco portato alla realtà un altro de' miei sogni
dorati. Tutto quello che se ne era letto e sentito dire, diventò per noi
un inganno, appena messo il piede dentro alle sue mura, perchè Pompei è
più bella, è più attraente di tutto quello che ce ne era stato detto e
di tutto quello che ci eravamo immaginati. I miei compagni guardavano e
non muovevano labbro, percorrendo le sue vie silenziose e deserte, ed io
pure, occupato da un vago senso di piacevole mestizia, guardavo
maravigliato e tacevo. Eppure la vista di tanta desolazione non
rattrista. Bisogna che la mente del visitatore faccia uno sforzo
vigoroso, per convincersi che quelle lastre suonanti sotto i suoi passi,
e, quelle mura coperte di così allegri colori sono gli avanzi, le membra
inanimate d'un cadavere. Nessuna delle squallide e disgustose apparenze
della morte colpisce gli occhi. Più che una morta, sembra una bella
addormentata, e quei lunghi solchi formati sui selciati dalle bighe che
ve li tracciarono diciotto secoli or sono, quelle cellette, quei
letticciuoli, intorno ai quali si vedono su l'intonaco delle pareti le
tracce dei dormienti, che milleottocento anni fa si erano alzati da
quelli senza tornarvi, pare che riposandosi aspettino sempre. Ogni volta
che s'incontra qualche altro visitatore vien voglia di crederlo un
vecchio abitante misantropo, che è sceso appunto su la via, perchè gli
altri Pompejani son fuori delle mura; e l'illusione qualche volta giunge
a tal segno, che si sarebbe tentati di credere che domandandogli de'
suoi concittadini ci risponderebbe: «Sono tutti scesi stamani ad
Ercolano, ove il Divo Augusto assiste allo spettacolo di una battaglia
navale. Stasera torneranno.»
Pompei è la città che ha saputo morir meglio di tutte le altre sue
bellissime sorelle della Magna Grecia, poichè la morte violenta per
asfissia è l'unica morte che si addice alla bellezza. Sui giganteschi
ruderi di Agrigento e di Siracusa, sui loro scheletri corrosi dal tempo,
l'archeologo non può studiare che osteologia, mentre il cadavere di
Pompei ha tutte le sue membra intatte; il suo sangue è fermo, ma non ha
perduto il suo roseo colore che trasparisce sotto la pelle gentile.
L'anima è partita ed il corpo non si è corrotto.
Se si eccettuano le impalcature e le coperte delle case che erano
formate da terrazzi, quasi tutti gli edifizi di Pompei potrebbero essere
anche oggi comodamente abitabili. Gl'impiantiti delle stanze, per la
massima parte fatti a mosaico, sono tutti al loro posto perfettamente
conservati; gl'intonachi delle pareti e i loro dipinti sono così freschi
da sembrare impossibile che il Tempo e l'Oblio vi abbiano per tanti
secoli battute sopra le ali, quando ne ammiriamo la forza e la vivacità
del colorito. Molte case sono tanto compiutamente conservate, che
perfino alcune sottili e delicatissime cornici di stucco a scagliola,
lavorate a minute membrature di fogliame, di vovoli e di fusarole in
alto rilievo, vi si trovano intatte. Ed è così fresca l'aura di vita che
regna tuttora in quelle anguste ed eleganti casette che fra tutte le
immagini che dolcemente tumultuose si sollevano nel core, ultima è
quella delle strida e dei rantoli disperati delle misere vittime che
sorprese dalla pioggia infernale cadevano abbrustolite per le strette
vie o soffocate nel fondo dei sotterranei. Si ritorna invece a viver con
loro; ne vediamo le gioie intime, le pubbliche feste e par di intendere
ancora le voci allegre dei crocchi domestici, lo strepito dei festini
imbanditi nelle ricche sale di Diomede e la romba della voce del popolo
sollevarsi confusa dalle traboccanti gradinate dell'Anfiteatro.
In mezzo alla vita imbevuta di gentilezza greco-romana che si respira là
dentro, ed in tempo che si ammira stupefatti la cura che è stata presa
per il perfetto mantenimento di tante maraviglie, dispiace soltanto il
vedere come a nessuno ancora sia venuta la felice idea di ripristinare
una casa, una sola basterebbe, corredandola di tutti i suoi mobili, che
nessuno scapito verrebbe a risentirne il già troppo ricco Museo,
preparando così intero l'inganno al taciturno visitatore.
Anche la posizione, su cui si è addormentata questa città, non è quella
che noi ci eravamo immaginati e che tutti s'immaginano. All'idea di una
città sepolta succede subito l'idea o di bassura umida o di orizzonte
limitato. Non è vero. Pompei siede sul colmo di un colle; da ogni parte
l'occhio spazia in un largo orizzonte e quei bastioni di terra che ci
eravamo figurati dovessero incontrarsi ad ogni estremo delle sue vie
dissepolte, e dovessero serrarla come nel fondo di una vastissima
cisterna, non gl'incontrammo. Tutto è luce, spazio ed allegrezza quello
che si scorge di lassù. Il Vesuvio solo ha cambiato aspetto vedendolo da
quelle mura. Il Vesuvio che osservato da qualunque altra parte si mostra
sempre severo, ma non mai sinistro, veduto da Pompei è truce. La sua
massa apparisce da quel lato più scabrosa, più tormentata e più nera;
rare abitazioni si vedono soltanto giù alle sue falde e la vegetazione
manca affatto. Scendendo per la via dei Sepolcri, lo guardavo con paura
e me ne dispiaceva per lui. Il mio Vesuvio che da ogni altro luogo non
avevo mai guardato senza sentirmi battere il core dolcemente commosso,
come alla vista d'un burbero e benefico vecchio, mi fece allora
ribrezzo, e mi sentii raccapricciare come alla vista d'un omicida, che
ferocemente tranquillo fuma ed osserva il cadavere della sua vittima.
Non ci trattenemmo lungo tempo in Pompei. Accompagnati da una folla di
pensieri lontani lontani, calammo alla prossima stazione della strada
ferrata, dove una numerosa comitiva dei soliti pellegrini faceva un
baccano diabolico. Dopo un quarto d'ora, durante il quale ci fu
strappata malamente ogni poetica illusione, partimmo, ed ora eccomi qui
in Napoli a scriverti questa lettera che non voglio chiudere senza
raccontarti, giacchè mi capita la palla al balzo, un aneddoto originale
a proposito di questi pellegrini, che sono stati il mio incubo dalla
partenza da Firenze fino ad oggi.
Ne ebbi sei, maschi e femmine, per compagni di viaggio da Chiusi a Roma;
e con quanto piacere gli udissi sbuffare per tutta la via e dir male di
tutto e di tutti in tre o quattro lingue, te lo puoi figurare. Quando
fummo in mezzo al nudo squallore della campagna romana, dove il Tevere
sprovvisto di argini e di ripari, corre alla ventura per lo sconfinato
piano come un torello scapestrato, e dove la vita animale è
rappresentata soltanto da qualche sparpagliata mandra di bufali, su le
cui groppe affossate s'appollaiano in cerca di cibo gli storni, o dal
volo di una gazza che, lasciato il nido, fugge spaventata dal fischio
della locomotiva, mi abbandonavo ad una folla di tristissime
riflessioni, domandandomi se realmente mi accostavo alla Capitale d'uno
de' più inciviliti regni di Europa o piuttosto ad una colonia da poco
fondata nell'interno della Nuova Zelanda, quando uno di costoro si
affacciò allo sportello del vagone. Mandò un grido d'all'arme e subito
tutti si affollarono allo stesso sportello pestandomi pietosamente i
piedi e scuotendomi negli occhi il tabacco dei loro fazzoletti, mentre
gli sventolavano gridando: — Romà, Romà! — verso un pagliajo che avevano
preso per la cupola del San Pietro. Risi in corpo di questa scena
grottesca, e dell'osservazione che mi venne fatta in quel momento, cioè
che tutte le pellegrine hanno la barba e gli uomini no; ma risi più che
mai quando la cupola del San Pietro spuntò da vero svelta e maestosa
sull'orizzonte sereno. La guardarono fissi per qualche tempo; stettero
un pezzo a disputare, accennando verso la sua mole imponente e da
ultimo, mentre m'aspettavo che scoppiassero in un _urrà_ di
entusiastiche acclamazioni, li vidi invece tornarsene mogi mogi a
sedere, senza dar segni di vita. — L'avevan presa per un pagliajo.