Dove si parla di Sorrento, d'Amalfi e di Pompei.
Napoli, 11 maggio 1877.
.... No, amico mio. Chi ti ha detto che è possibile, o non ha mai veduto
questo paese, o t'ha ingannato. Napoli coi suoi dintorni è l'unica terra
d'Italia, io credo, che non ha delusioni anche pel viaggiatore che ci
capiti inebriato, dopo averne sentito parlare da un pazzo! La
descrizione più pittoresca; il quadro di un pennello prodigioso; il
capitolo d'una penna sublime, impallidiscono davanti alla realtà. È così
grande questa bellezza, e tanti elementi vi concorrono che occhio e
cervello umano non possono esser capaci di afferrarla intera, non che di
descriverla. La più pittoresca descrizione che un uomo possa farne, la
ebbi l'altro giorno dalla bocca di un modesto fraticello di Camaldoli. —
Vedete, signore, — mi disse, — son cinquant'anni che tutte le mattine
vengo su questa terrazza a dare un'occhiata al Golfo, e tutte le mattine
lo guardo e mi rattrista come se non l'avessi veduto mai. — E intanto la
fresca brezza del mare mi rinfrescava la fronte, mentre affacciato alla
finestra del vagone, mi bruciavo gli occhi guardando il sole che
sfacciatamente bello si slanciava nel cielo dalle criniere dei lontani
Appennini.
Fortunatamente i miei tre compagni di viaggio erano allo stesso grado
d'entusiasmo, se no, avrebbero riso delle mie smanie. — Che festa
incantevole! che dovizia di colori e di luce! che sterminato sorriso di
natura è questo! Se Egli stesso mi dicesse di no, non ci crederei. Dio
si deve esser pentito d'essersi lasciato cadere questo pezzo di paradiso
su la terra. Per correggere lo sbaglio, ha aperto quaggiù gole d'inferno
che vomitan fiamme e minacciano distruzione da ogni parte, ma, per il
suo scopo, ha fatto peggio che a lasciar correre. — Ormai lo sbaglio è
fatto e non si rimedia, e questi abitanti ridono, cuocendo le bistecche
al fuoco delle lave, e questo mare e questo cielo e queste piante
ridono, ridono e ridono come nelle ore del chilo devon ridere i beati a
pancia all'aria, per le viottole del paradiso.
Il treno strisciando turbinoso per la pianura allargava i polmoni ad un
lungo sibilo che pareva d'allegrezza, attraversando le polverose borgate
tanto fitte tra Napoli e Torre del Greco, da sembrare una continuazione
della vecchia città. — E noi si guardava maravigliati. Da una parte il
Vesuvio che taciturno fumava la sua vecchia pipa, e sopra a' suoi
fianchi gli sterminati campi di lava che a distanza sembrano, in mezzo
al verde smagliante della campagna che li contorna, ombre immobili
portate da grosse nubi; giù nella valle, affondate in un soffice tappeto
di verdura, centinaia di casette rurali o solitarie o raggruppate
intorno a goffe chiesuole, alle quali mancavano soltanto i minaretti,
per aspettare da un momento all'altro che la voce del Muezzin si alzasse
misteriosa dalle loro cime, per chiamare i fedeli alla preghiera. E
tutti questi edifizj bruni e smantellati come avanzi d'incendio, pareva
che dicessero al vulcano: Vuota su noi le tue viscere di fuoco; non
avrai nè fatica nè rimorsi; guardaci, siamo preparati. — Ritirando lo
sguardo da questa scena secca e abbrustolita, compariva dall'altro lato
il mare biancheggiante di spuma e di vele, e in lontananza i villaggi di
Vico, Mèta, Sant'Aniello e Sorrento, tuffati fra i boschetti d'aranci e
candidi come gruppi di piume che potevan credersi quelle cadute dalle
ali degli Angeli, quando scesero ad amoreggiare colle figlie della
Terra, e poi Capri con le sue pergamene di granito, e Ischia e Procida e
la nebulosa Ponza, dietro alla quale la dubbia caligine del mare lontano
diceva agli occhi insaziabili: Ora basta.
I miei compagni erano tre: il pittore _S._ di Firenze, il _B._ di
Bologna, anche egli pittore, e la sua signora; una bella figlia della
animosa Romagna, i cui occhi bruni e lucenti stavano su quel viso
ridente come due tormaline nere incassate in un cristallo di quarzo
roseo. Chiassoni, allegri e spensierati come me; pieni di voglia di
godere, e capaci d'intendere tutto il linguaggio di quella natura
divina. Migliori compagni non avrei potuto desiderare.
Arrivammo a Castellammare. La patria dei più arditi navigatori di queste
coste, del famigerato _Duilio_ e dei più abili costruttori navali
d'Italia, è un pezzo di Napoli portato in quella cala e nulla più, ma le
montagne che le stanno a ridosso e il panorama del Golfo che si gode di
là, è stupendo. Conservo uno spiacevole ricordo di quella città. Appena
che fummo scesi dal treno ed assaltati da uno sciame di ciceroni,
ciucai, vetturini, accattoni _et cætera animalia_, m'accorsi di non aver
più addosso il portafogli. Non volevo mettere gli amici a parte del mio
disturbo, ma non avendo potuto nasconder loro l'imbarazzo, nel quale mi
trovavo e l'alterazione della mia faccia, mi domandarono con ansietà che
cosa avessi. — Mi hanno rubato il portafogli! — Ma come! ma dove? ma
quando? — Ora, ora nel momento; due minuti fa l'ho tirato fuori per dare
qualche cosa a quel vecchio.... — E ci avevi molto? — Ci avevo tutto —
Ma ti sei cercato bene addosso? — Ho frugato da per tutto e non l'ho
più. Guardate: qui, niente; qua nemmeno.... non l'ho, non l'ho più
assolutamente. Addio, amici; proseguite pure per Sorrento; io torno
indietro; divertitevi e compatitemi se.... Uno scoppio di risa sonore
interruppe le mie parole d'addio. Domandai alquanto indispettito il
perchè di quel riso e mi risposero con un'altra risata più grossa della
prima. E perchè quelle risa così crudelmente inopportune? Avevo il
portafogli in mano.
Dileguata la breve, ma rabbiosa tempesta, mi scusai ad alta voce con gli
amici, per aver loro procurato quel disturbo, e nell'animo mio chiesi
scusa anche ai ciucai, vetturini, ciceroni e accattoni castellammaresi,
dei gravi dubbj che per dieci minuti avevo avuto su la loro onestà, e
proseguii il cammino lungo la marina tutto umiliato, parendomi di
scorgere in ogni occhio languido che mi fissava, il dolce rimprovero di
Cristo a Pietro: _amice, quare dubitasti?_ Per questa volta avevo avuto
torto.
La giornata non era riuscita degna della fama di questo cielo, ma
considerato che la monotonia finisce con lo stancare, anche se del
genere migliore, non ci dispiacque punto che certi bianchi farfalloni di
nebbia, volando celeri per l'aria come cigni giganteschi, ci
riparassero, di quando in quando, dalle carezze un po' troppo calde d'un
sole, che mezz'ora fa aveva arrostito le palme di Siria; ma altri nuvoli
un po' troppo compatti e forse troppo terrestri, ci facevan pagar caro
il benefizio di quelli aerei.
Il nuvolo dei parasiti ambulanti che ci ronzavano d'intorno, pigolando
vigliaccamente l'eterno soldo, era anche troppo nauseante, e siccome tra
questi brillava molestissimamente l'ottava piaga del genere umano,
voglio dire un vetturino che non si chetava mai, mai alla lettera, di
offrirci i suoi _disinteressati_ servigi, e che ci avrebbe seguiti
indubitatamente fino a Sorrento, invitandoci nella sua vettura, se ci
fosse piaciuto di far la gita a piedi, insaccammo finalmente nella sua
carrozza che, del resto, era comoda e bella, e ci mettemmo in cammino
per la desiderata Sorrento.
Attraversato rapidamente il breve piano della marina di Castellammare,
incomincia subito lo stupendo tratto di strada incassato fra dirupate
scogliere. Questa via per me è quella che contribuisce essenzialmente
alla grandissima e giustificata fama delle bellezze di Sorrento, il
quale di per se stesso altro non è che un meschino e sparpagliato
villaggio che, abbordato dalla via di mare, piuttosto che soddisfare al
desiderio del visitatore, mostrando una bellezza sorridente, gentile ed
intonata col grato effluvio de' suoi cedri fioriti, presenta invece
l'aspetto d'un castello da burattini, collocato in cima a un rozzo
muraglione ciclopico. Il Sorrento dei poeti non è Sorrento, ma la strada
che conduce a Sorrento.
E questa strada è maravigliosa. È un succedersi continuato di punti di
vista uno più stupendo dell'altro. Dopo aver attraversato un tratto di
via di un orrido pittoresco, irto di scogliere maestose e di precipizj,
in un momento ci troviamo in fondo a graziose vallicelle, in una specie
di giardini d'Armida, sparse di ameni casolari rimpiattati fra boschetti
di cedri giganteschi, sopra i quali passando la brezza del mare
c'investe e ci ricrea con un'onda di profumo e ci ricopre, con una
pioggia di petali bianchi. È una scena delle più fantastiche, è un
idillio soave della Natura cantato dalla voce del vento.
La _madreselva_ e il _glicene_ flessuosi, attorcigliandosi alle
cancellate dei giardini, s'inerpicano di balcone in balcone, e correndo
lungo le facciate delle case, vanno a nasconderle sotto una coltre di
verdura e di fiori; agave colossali, fichi d'india, palme, carubbi e
olivi dalla foglia scura come quella dei lecci, ed ai quali l'acqua del
mare bagna di spuma i tronchi sottili, slanciano le loro braccia in aria
e si affollano sull'orlo dei dirupi, sollevando le loro chiome uno al di
sopra dell'altro, come se anch'essi volessero bearsi nella vista del
mare e del paese divino che li circonda.
Che sogno fantastico, che gioja dell'anima era quella! Io me la bevvi a
larghi sorsi e mi trovai felicemente beato, ripetendomi l'ottava
dell'Ariosto:
Vaghi boschetti di soavi allori,
Di palme e d'amenissime mortelle,
Cedri ed aranci ch'avean frutti e fiori
Contesti in varie forme e tutte belle,
Facean riparo ai fervidi calori
De' giorni estivi con lor spesse ombrelle;
E tra que' rami, con securi voli,
Cantando se ne gìano i rosignoli.