LETTERA IV.

Dove si parla dei quartieri de' poveri.

Napoli, 14 maggio 1877.

Quando, per la prima volta, mi dettero nell'occhio quelle numerose turbe

di cenciosi vestiti del colore della lodola, che si confonde con quello

del terreno, dentro al quale si svoltolano e che a migliaja sbucano alla

sera dai loro tenebrosi vicoli, aggruppandosi agli sbocchi di quelli

come mosche su gli usci d'una fabbrica di colla, grattandosi,

spulciandosi e spidocchiandosi voluttuosamente, mi tornò alla memoria il

verso del Belli:

O come fa a magnà tutta 'sta ggente?

A questa domanda avevo già trovata la risposta nell'osservare come un

buon figlio della vecchia Partenope si lecchi ghiottamente le labbra,

dopo aver desinato con un torzolo di cavolo o con un cesto di lattuga,

senza pane, senz'olio, senza aceto e senza sale, e ringraziando mille

volte la Provvidenza della grazia ricevuta. Ma volli aggiungere un'altra

interrogazione, per conto mio, e la espressi formulandola per imitazione

in un endecasillabo romanesco, chiedendomi:

O dove va a dormi' tutta 'sta ggente?

Non potendomi risponder subito, mi risposi ieri ingolfandomi attraverso

allo squallore dei loro desolati quartieri.

Se tu mi avessi visto partire per questa specie di viaggio, avresti

pensato che io andassi per lo meno a scovare una masnada di briganti nel

fondo di una foresta.

Il vestito serrato dal primo all'ultimo bottone; sprovvisto di qualunque

oggetto di valore, come sarebbero anelli, orologio, catena ec., il

portafogli appena fornito di qualche franco, e la destra

sull'impugnatura della rivoltella che mi pendeva dalla cintola, parevo

addirittura una corazzata di casimirra inglese che si preparasse a

toccarne. Guàrdati, m'era stato detto prima che venissi a Napoli, son

luoghi pericolosi. Ed io mi guardai.

Ora poi sono in grado di assicurarti che un pane di quattro libbre o una

tascata di soldi sono le uniche armi, delle quali occorre provvedersi in

simili congiunture, per aver poi tante benedizioni da volare in paradiso

di punto in bianco, anche se un accidente ci levasse lì per lì da questo

mondo, senza i conforti della religione. Rimbóccati i calzoni, túrati il

naso e vieni con me.

I vichi di quel gruppo di case addossate al colle del Pizzofalcone, che

formano il quartiere di Santa Lucia, sono cinque, lunghi ciascuno in

media una trentina di metri e larghi due, e in questi vichi si rintanano

la sera dalle quindici alle venti mila persone, il qual numero equivale

presso a poco alla popolazione di una grossa città di second'ordine.

Le case che li fiancheggiano sono alte; la luce ci filtra appena

attraverso alla enorme quantità di panni tesi ad asciugare, ed alla

miriade di altri oggetti come reti, nasse, canne da pesca, zucche,

staggi da bilance, cappotti attaccati a chiodi o spenzolati ai balconi,

ingombrando le pareti da terra all'ultimo piano; l'aria non vi ha libera

circolazione, perchè priva di sfondo dal lato della collina; il lastrico

o non esiste, o è mal connesso, o non si vede, perchè nascosto sotto uno

strato umido d'immondizie di ogni genere in putrefazione; l'aria è

grave; il puzzo qualche volta insopportabile.

Ieri volli levarmi la curiosità di fare una gita di _piacere_ là dentro

e vidi quello che ti racconto.

Appena messo il piede nel primo chiassuolo, credetti ad un tratto di

assistere ad una scena diabolica del _Macbeth_ o della _Notte di

Valpurga_. Una folla di spettri cominciò a sbucare da ogni parte come di

sotto terra, e gesticolando e parlando tutti insieme con voci rauche, in

una lingua che non intendevo, mi corsero incontro e mi si affollarono

addosso.

Il loro aspetto mi fece ribrezzo; mi tirai al muro e con un cenno

risoluto feci loro intendere che si tirassero indietro. Intesero, e

guardandomi stupidamente coi loro occhi infossati, si misero in disparte

sbigottiti e confusi a guardarmi con stupida curiosità. Allora potei

osservare tutta l'orrida realtà di quei fantasmi umani.

Erano tutte donne e la maggior parte vecchie, magre e sparute come

cadaveri. I loro visi non avevano fisonomia, o, per non dir troppo,

l'avevano, ma quella della maschera, quella fisonomia fissa, su la quale

non si riflette nessun sentimento dell'animo; fredda ed inerte appunto

come le loro anime accasciate sotto il peso enorme della più squallida

miseria. Molte erano ammalate d'occhi ed avevano la faccia deturpata da

bolle schifose o da uno strato di lordume ributtante. La loro

occupazione, in tempo che mi guardavano trasognate, come se fossi stato

una bestia rara, consisteva nel tirarsi addosso, ora di qua ora di là, i

lerci brandelli, di cui erano malamente coperte, o nel grattarsi

accanitamente la testa ficcandosi con rabbia le unghie nei capelli

infeltriti. Qualche donna giovine teneva al petto uno scheletrino umano

che piangeva o succhiava smanioso a una mammella vuota e cascante.

Soddisfatta la prima curiosità, fissai gli occhi addosso alla più oscena

di quelle miserabili, la quale appena s'accorse d'esser presa di mira,

smise di grattarsi e stese una mano d'Arpia verso di me.

— Che vuoi? — le dissi. — Mi rispose facendomi il cenno della fame col

girarsi in tondo davanti alla bocca il pollice e l'indice aperti.

— Fammi vedere la tua casa e poi ti darò qualche cosa. —

Fu come buttare polvere sul fuoco. Mi saltarono tutte addosso e, tira di

qua, tira di là, ognuna mi voleva procurare lo stesso benefizio.

— Signorino, venite a vedere la mia. — Venite con me, venite con me. —

Io io: la mia, la mia. — Ora, ora, — badavo a dire io, — ora, ora; se

darete tempo verrò da per tutto, ma non v'accostate tanto, per Dio! —

E in quel mentre cercavo di schermirmi meglio che potevo, ma non bastò.

Arrivato a casa potei accertarmi che i loro contatti non erano stati

infecondi.

Fatti pochi passi, la donna, alla quale avevo domandato della sua casa,

si fermò davanti ad un'apertura tenebrosa, di cui l'affisso ed i

pietrami cascavano a pezzi, e accennandola mi disse: — Servitevi,

eccellenza. — Mi voltai a lei facendo un atto come per dirle: — Tu

m'inganni. — Intese benissimo e insistè: — Servitevi, servitevi, passate

nel mio _palazzo_. — Aveva anche il coraggio di scherzare!

Entrai. Il suo palazzo consisteva in un'unica stanza, due scalini più

bassa del terreno. L'impiantito era formato di terra umida e di

sudiciume; il buio, fuorchè in prossimità dell'uscio, che lasciava

passare la scarsa luce colata dall'alto, era assoluto; il puzzo che

sbucava di là dentro non saprei dire di che fosse; era puzzo d'ogni

cosa, e tanto acuto e tanto grave che durai fatica a vincere la nausea

che mi buttava indietro.

Se non avessi avuto fiammiferi, neanche con la fantasia del Dickens mi

sarebbe stato possibile descrivere l'aspetto di quella sepoltura di

vivi, tanta era l'oscurità che regnava là dentro. Ne accesi uno ed

allora potei scorgere tutto il lusso asiatico del _palazzo_, nel quale

era capitato.

Il terreno era ingombro di lordure d'ogni genere; le pareti e il palco

erano coperti di ragnateli e di una patina lucida e viscosa; la mobilia

consisteva in qualche pietra che teneva il posto di seggiola rasente al

muro ed in un pagliericcio color del terreno, steso in un canto.

Una figura umana, rintanata nell'angolo più buio della stanza, mi dette

nell'occhio. Le andai incontro per osservarla con passo lesto, perchè

non vedevo l'ora d'uscire dal tanfo che mi levava il respiro, quando

sentii partire da quel mucchio d'ossa e di sozzure una voce rantolosa

che diceva qualche parola che non intesi. — Chi è? — domandai a quella

donna che mi accompagnava. — _Vavama_ (la mia nonna) — mi rispose — che

vi dice che gli avete scacciato le _zoccole_ (le talpe). — Guardai per

terra e vidi infatti qua e là alcune talpe grasse bracate che sedute

dignitosamente si lustravano le basette, aspettando che quest'importuno

avesse loro levato l'incomodo. M'impostai per dare una pedata a quella

che m'era più vicina, ma la vecchia mandò un grido fioco e disperato. —

Che t'è seguito? — le domandai. — Non le scacciate, — mi rispose

brontolando, — non le scacciate, son creature di Dio anche loro.

— Ma come! E saresti proprio affezionata a quelle bestie? — Son

trent'anni che ci ajutiamo fra noi, signorino. Date un soldo a questa

povera vecchia, — e stese verso di me un braccio mummificato. In tempo

che mettevo mano a tasca, la volli osservare. Era cieca da un occhio; la

carne del suo viso e delle sue braccia era a squamme color del tabacco

per una malattia della pelle; aveva una larga piaga in una gamba, che

non le permetteva di camminare, onde senza muoversi dal sedile di pietra

su cui stava da qualche giorno, faceva lì i suoi pasti luculliani e lì

intorno deponeva i suoi escrementi. L'amicizia delle talpe non era tutta

disinteressata.

Non credere, amico mio, che ti racconti novelle. Ti scrivo, è vero,

dalla Magna Grecia, ma la mia, lo sai per prova, non è — _græca fides_.

—

Su quel pagliericcio ammuffito veniva a dormire la sera il resto della

famiglia, composta di otto persone. Due le avevo conosciute, le altre

sei, quando io mi trovavo là dentro, erano per le vie di Napoli a

_guadagnare_ la giornata. Gl'inquilini di questo maraviglioso locale

pagano nove lire al mese! Eppure nessuno ancora si è dato per inteso di

questa specie di crudele rapina!

Appena ebbi messo qualche soldo nella mano della vecchia, cominciò un

baccano diabolico nel gruppo di donne, che affollate mi stavano ad

aspettare su la porta, per voler qualche cosa anch'esse. Uscii fuori

inorridito, presi una larga boccata d'aria meno peggio e promettendo

soldi a condizione, seguitai con le altre megere il disgustoso

pellegrinaggio. Non starò a farti una descrizione particolareggiata di

quello che vidi in appresso, per non allungar troppo questa lettera, ma

per sommi capi cercherò di dartene una idea.

In una specie di _fondaco_ che esiste nell'interno di questo vico, dove

i piani terreni o _bassi_ sono tutti dello stesso genere di quello che

ti ho descritto, volli salire ad un primo piano e per una scoscesa

gradinata che molti anni addietro deve esser sembrata una scala, capitai

in un vespaio di altre spelonche fetide e buje. Traballando ora per gli

avvallamenti dell'impiantito, ora per aver inciampato in un monte di

spazzatura, in uno de' soliti pagliericci stesi per terra, feci un giro

alla lesta, perchè il tanfo e il caldo umido mandato dai corpi d'una

moltitudine d'infelici che languivano là dentro, era insopportabile. Nel

fondo d'uno di questi antri mi arrivò al core una voce fioca e

lamentevole. Cercai con gli occhi nell'oscurità, ma non potei scorgere

l'infelice che la mandava. Domandai allora di che si trattasse. Mi fu

risposto: — È una povera partoriente che chiede la vostra carità. —

Sola! — osservai. — No, guardate, ci stanno d'appresso due comari. —

Mi fecero premura perchè la vedessi, ma con qualche scusa potei scansare

quella vista dolorosa. Domandai soltanto se fra quelle donne che

l'assistevano v'era la levatrice, ma non intesero nemmeno il vocabolo.

In un'altra stanza trovai un bambino di tre in quattro anni addormentato

sopra un mucchio di spazzatura. Mi chinai ad osservarlo alla luce d'un

fiammifero, e vidi che aveva le gote nere affatto dalle cimici; i

capelli poi si muovevano addirittura sotto il brulichìo di altri

insetti. Fui scosso tanto dolorosamente da quella vista che, vinta ogni

repugnanza, mi chinai e con una mano mi misi a pulirgli le gote. La

madre, che fino allora io non aveva saputo qual fosse, in mezzo

all'orrida tregenda che mi faceva ala e corteggio, mi si avventò

furibonda al braccio, gridando come una cornacchia e me lo tirò

indietro. Io m'alzai indispettito e la guardai arcigno. Essa mi ficcò in

viso due occhi che schizzavano faville di rabbia, e alzando i pugni in

aria di minaccia, mi disse, digrignando i denti e tremando di rabbia,

che non toccassi la sua creatura. Alcune donne del gruppo ed un vecchio

che avevano capito la mia intenzione, furono subito intorno a noi,

cercando persuaderla, ma su le prime non fu possibile farle intender

ragione; seguitò a guardarmi inferocita ed a gridare che non toccassi la

sua creatura.

Allora nacque un bisbiglio diabolicamente animato. Chi la riprendeva per

me, chi per lei. Io pure m'adopravo a dire le mie ragioni, ma predicavo

al deserto, perchè non ero inteso; ma finalmente le vidi ammansire la

collera e, dopo poco, accostossi a me raumiliata, quasi a chiedermi

scusa, pregandomi però di non toccare il suo figlio, perchè aveva la

febbre e appena desto, si sarebbe messo a strillare. Io cedei volentieri

alle sue preghiere, e feci le viste di credere a quanto mi diceva, ma

dalla scena violenta che aveva avuto luogo senza un motivo plausibile e

dalla paurosa diffidenza, con la quale seguitò a guardarmi, non mi ci

volle molto per capire che il timore della jettatura avea suscitato quel

disgustoso parapiglia.

Che impasto orrendo di stupidità, d'amore e di ferocia!

Visitai anche gli altri chiassuoli e da per tutto lo stesso umido, lo

stesso fetore, la stessa nuda miseria.

Una vecchia che stava seduta come un orso spelèo su la soglia della sua

tana, rosicando una lisca di pesce, raccattata poco fa fra i rigetti

d'un'osteria, fermò la mia attenzione e le chiesi di visitare il suo

appartamento. Sul principio mostrò diffidenza e restò un pezzo a darmi

risposte evasive, squadrandomi sospettosa da capo a piedi. Ma

finalmente, persuasa dalle mie dolci compagne, mi fece segno che

passassi. Il suo letto era una vecchia imposta d'uscio su due seggiole

sconquassate. Finsi di non credere che essa dormisse lì sopra e intanto,

ricordandomi della nostra comune amica signora X, la quale stette tre

notti intere senza chiuder occhio, perchè il tappezziere tardò a

riportarle il suo letto di piuma con le molle che aveva preso ad

accomodare, sentii un sorriso doloroso passarmi su la faccia.

Alla vecchia non sfuggì il mio sorriso che credè fatto per sè. Allora

per darmi una prova evidente di quanto mi asseriva, distese sopra

all'imposta qualche straccio che andava raccattando qua e là per la

stanza, ed una stuoja di giunchi ridotta in brani, e quando ebbe tutto

disposto, giurandomi su la Madonna che quello era il suo letto, e

stendendo le braccia verso un immagine che pendeva irriconoscibile ad

una parete, vi si sdrajò supina, mandando un _Oooh!_ lungo lungo di

compiacenza. Quando fu scesa mi disse che provassi a sdraiarmivi

anch'io, ripetendomi che non vi si stava poi tanto male, quanto pareva

che io mi fossi immaginato. Come puoi credere, non feci altre

osservazioni in contrario, anzi per liberarmi dalla terribile prova,

convenni addirittura che per lo meno nell'estate doveva essere una

fortuna l'avere un letto così ventilato e salubre. E a lei non balenò

neanche l'idea che io scherzassi, perchè indicandomi un spazio libero in

terra, in mezzo a due letti che erano in fondo alla stanza, mi disse: —

Guardate, signorino, chi starà peggio di me stanotte! — E mi raccontò

che essa, con gli altri quattordici inquilini della stanza, faceva la

carità ad una vedova che rimasta sul lastrico per la morte del marito,

sarebbe venuta per qualche tempo a dormire lì sul terreno nudo coi suoi

cinque figlioli, il maggiore dei quali aveva dodici anni. Non rifiatai;

la vecchia aveva ragione.

Eh, Dio mio! Ma se volessi seguitare a raccontarti di questi graziosi

episodj non la finirei più.

In un sottoscala, al solito buio, trovai una giovinetta orfana di circa

sedici anni, che preparava il desinare per sei fratellini e sorelline

tutti minori a lei. Questo desinare si componeva di _ventidue_

chiocciole che bollivano in una pentola sbocconcellata, e di altrettante

castagne secche che aveva date a rinvenire ad una sua vicina, perchè a

lei mancava un recipiente qualunque per fare quella operazione. I sette

fratelli e sorelle dormivano sopra un pagliericcio tanto corto e tanto

stretto (non dico tanto lercio, perchè si sa) che appena due esili

persone ci sarebbero potute entrare rannicchiandosi. Come avranno fatto

a entrarvi tutti? Non lo so. E le conseguenze di questo guazzabuglio

mascolino e femminino? Maestro Raffaele, non te ne incaricà. Eh! ma n'ho

viste anche delle peggio, e di queste ti parlerò a voce al mio ritorno.

Ho visitato anche la famosa grotta alle Rampe di Brancaccio. È una

caverna, divisa in quattro o cinque ambienti, tutti in comunicazione fra

loro, scavata nel tufo della collina.

È una specie di caverna ossifera; una tana da coccodrilli, dove una iena

morirebbe di puzzo e di paura. Eppure anche là dentro, accatastate alla

rinfusa, fra le tenebre rotte soltanto qua e là da due o tre aperture,

mi pare, e non più, tra 'l puzzo de' cessi aperti a capo dei letti, e

l'umidità che cola dalle pareti, languiscono quaranta famiglie composte

di circa dugento individui, che hanno il coraggio di sorridere e di

scherzare. Vi fu un giovinotto, il quale conducendomi attraverso ad una

quarantina di letti divisi fra loro da cenci d'ogni colore distesi su

corde, volle menarmi in ogni modo a vedere quella ch'ei chiamava la sua

_galleria_, cioè il ramo di caverna, dove aveva il suo letto, e seguitò

a scherzare chiedendomi scusa se non apriva «le finestre che non

v'erano.» Una cosa sola mi fece maraviglia là dentro, e fu di non

trovare che un solo malato, un povero operajo d'un grado un po'

superiore ai suoi rumorosi coinquilini, il quale vergognandosi di me,

stette sempre rannicchiato nel suo canile, nascondendosi la faccia fra

le mani.

Ma se avessi avuto almeno il gusto di sentirmi dire una insolenza, di

sentirmi lanciare un insulto su la mia faccia di salute o su i miei

abiti decenti, sarei escito di là dentro meno disgustato. Ma nulla!

Eccellenze e riverenze e atti d'umiltà indecorosa da ogni parte; nulla

che mi facesse intendere che erano uomini anch'essi. E tale

l'abbattimento fisico e morale di questi infelici, che non sanno

comprendere, nonchè aspirare ad un miglioramento qualunque delle loro

misere condizioni. L'abitudine di vivere in quello stato è così

profondamente radicata fra loro che, anche arrivando o col lavoro o con

la camorra a conseguire i mezzi per liberarsene, non lo fanno.

Jeri visitai anche i centri del Pendino e del Porto, l'Imbrecciata ed

altri simili letamai, e da per tutto le stesse delizie: bujo, fetore,

umido, cessi rotti, fogne traboccanti, erpeti, oftalmie, piaghe, tigna,

glandule ed altre gioie dell'umanità su larghissima scala in mezzo alle

quali, non un numero ristretto, ma migliaja e migliaja di tribolati,

come animali immondi, languiscono in silenzio ed in silenzio muojono,

rassegnati alla sorte che la società ha voluto loro serbare. Vidi un

giovinetto, al quale mancava un occhio che gli avevan mangiato le talpe

da piccolo. In un'altra stalla umana che trovai, non mi rammento in

quale altro quartiere, ma mi pare di certo nel Vico Grotta a Santa

Lucia, mi fu raccontato che circa quattro anni fa una madre, dopo aver

lasciato solo per qualche ora un suo figliolino in fasce, lo trovò

ammazzato da queste stesse talpe, che gli avevan rosicato il naso e le

labbra. A te farà ribrezzo e maraviglia il sentir dire di queste cose; a

me, sì, fa ribrezzo, ma in quanto a maraviglia, neanche per ombra. La

maraviglia dopo aver visto di che si tratta, la provo soltanto nel

pensare come di questi fatti non se ne ripetano in maggior quantità, e

come non nasca una pestilenza o una lebbra da infettare anche i

pipistrelli, che a mezzo giorno svolazzano là dentro ingannati come in

pieno crepuscolo. Ma dunque, tu mi domanderai, non ci sono ricoveri, non

ci sono case ospitaliere? Sicuro che ci sono! ma quando tu le avessi

viste, capiresti come la maggior parte di quelle non siano tali da

invogliar troppo i miserabili, e come alcune poi non valgano da vero la

libertà che rimane a questi disgraziati, di potere almeno sguazzare nel

sudiciume natìo senza rimanere obbligati a nessuno, o crepare di stento

a loro comodo, per andarsene dopo a battere in pace l'ultima capata

nelle cisterne del Camposanto Vecchio. Ci sono anche le case da operai.

Sicuro che ci sono! Ne fu costruito un gruppo assai grosso sulle altura

di Capodimonte, ma quando furon finite, parvero tanto belle anche

agl'intraprenditori di quel lavoro, che crederon bene d'andar essi ad

alloggiarvi. Ma dunque nessuno, proprio nessuno s'occupa di questa

inezia? Questo non saprei dirtelo; so che intanto si fanno molti e

graziosi giardinetti lungo la marina; so che si profondono candelabri a

gas dove non ve n'era assolutamente bisogno; e allora vedrai che qualche

cosa scapperà fuori, giacchè quando si vede molto fumo per la casa, si

può star certi che un po' d'arrosto, o prima o poi, comparirà anche in

tavola.

L'unico essere, il quale s'occupi sul serio della questione e che

provveda instancabilmente abiti nell'inverno, medicamenti e

disinfettanti nelle altre stagioni, e cure e carezze di ogni maniera,

con quell'amore, con quell'affetto disinteressato che qualifica il vero

filantropo, è questo Sole; Lui! questo meraviglioso assessore d'igiene,

che da tanti secoli brilla benefico su le miserie dell'umanità, senza

aver ancora trovato un cane che vi soffi e lo spenga.

Napoli a occhio nudo: Lettere ad un amico · 第 11 / 22 题