OSSERVAZIONE VII.

Al Governo Papale dimanderò

cosa che non parrà indiscreta, gli

chiederò pe’ suoi sudditi la grazia

d’essere un pò più assoluto, un pò

più dispotico di quello che è.

_Pag._ 38. MASSIMO D’AZEGLIO.

Che voi abbiate dimostrato che le male conseguenze, i funesti

seguiti della reggenza del governo Papale superano a pezza tutti

gli inconvenienti di qualsiasi governo assoluto e dispotico, tutti

vi commendano, e ciò era veramente quello che dovevate fare per

indurre ad aprire gli occhi chi si incapponisce a tenerli chiusi;

che abbiate anche pruovato il governo papale non essere veramente

assoluto e dispotico mentre si crede d’esserlo, ognuno non può a

meno di approvare, perchè anche da questo vien manifesta sempre più

l’ingiustizia, e la tirannia di quel governo, e la ragione perciò che

hanno sudditi d’invocare le dovute riforme, e di ricorrere all’armi

vedendo di non essere affatto ascoltati diversamente; ma che voi

veniate al vostro assunto, e dimandiate per il bene dei Romagnoli

la grazia al governo Papale d’essere un pò più assoluto, un pò

più dispotico, i vostri lettori non solamente non convengono, ma

riprendono, e biasimano fortemente il vostro avviso, e con ragione. Da

chi siete voi messo a trattare la loro causa? Chi vi disse che essi a

ciò si contentino, che reputino una grazia una tal concessione, una tal

riforma? Governi assoluti e dispotici sono tutti gli altri dei varii

stati d’Italia, e se i Piemontesi, i Lombardi, i Napoletani, i Toscani,

i Lucchesi, i Modanesi, i Parmigiani non solo non sono contenti dei

loro governi, ma anzi si struggono dal desiderio di crollarne il giogo,

come volete che i Romagnuoli possano essere intieramente soddisfatti

nelle loro mire qualora il Governo Papale su quelli si modellasse?

come potete esservi condotto a credere che anzi essi avrebbero avuto

a grazia un siffatto mutamento? Veramente v’ha una grande differenza

tra quelli e questo! negli altri stati Italiani è un solo che figura

d’incatenarci per via dell’opera de’ suoi ministri, i quali non hanno

autorità, quando non se la prendono, e sono stretti esecutori degli

ordini del re, quando vogliono; nello stato del Papa non è uno, ma sono

più che hanno, voi dite, il privilegio di disporre dei ceppi, e della

scure, e che per ciò? se gli Italiani tanto di questo che di quelli

stati si trovano tutti pressochè alle stesse, se tanto qui che altrove

l’amore pei sudditi è lo stesso, lo stesso il favore all’incivilimento,

la stessa la provvidenza delle leggi, lo stesso il riguardo ai diritti

pubblici e privati del cittadino! Io entro in avviso che abbiate ciò

detto per ischerzare, non altrimenti che quando parlando della saggia e

generosa condotta serbata dal Gran-Duca allorchè dal Nuncio Apostolico

T. Sacconi gli era stata dimandata la resa di Renzi, uno dei principali

del moto di Rimini, uscite in queste parole: _aver egli destato con tal

atto invidia in qualche principe italiano_. L’Italia presentemente non

ha più quei principi di cui si poteva a diritto vantare un giorno; oggi

li suoi principi sono figli snaturati, e non sono capaci che di azioni

vituperevoli, di passioni abiette e vili; veri animali immondi, che

più si sprofondano nella fanga, quanto più tengono della lor indole,

non possono che invidiare il male. Ma l’invidia ad una nobile azione

può aver luogo solo in un’anima generosa, in un’anima che si strugga

di non potere afferrar un’occasione per ispiegare quella forza, che

nell’intimo le agita tutte le fibre. Qual è di grazia quegli che alle

sollecitazioni dell’Austria, alle calde istanze del Governo Pontificio

avria non dico dimostra tanta fermezza di carattere da non mutar

determinazione, come poi timidamente fece il Granduca, ma che avrebbe

solo esitato un’istante dall’aderire alle loro ingiuste dimande? qual

dei nostri Principi anzi non avria, anticipatamente alla manifestazione

de’ loro desiderii, rinchiuso il Renzi nelle sue prigioni, e quasi

direi inalberatagli la forca piuttosto d’approvare, anzichè d’invidiare

l’atto giusto e lodevole di generosità del Granduca di Toscana? Carlo

Alberto? quell’infame, che dopo d’avere spinto i suoi soldati, i suoi

compagni, i suoi congiunti, li suoi amici sulla via della rivolta, non

ebbe vergogna di mancare al suo giuramento, di tradirli, e di spargerne

il sangue, pronunciando, dopo avere soscritto più sentenze di morte,

queste rabbiose parole: _muojano! muojano tutti! che la voglio tutta

schiacciata questa maledetta genia di liberali_. Carlo Alberto cui non

bastò l’animo mai di richiamare dall’esiglio quei tali nemmeno, di che

egli stesso s’era fatto guida nel Ventuno? Avete veduto ultimamente

come infatti si regoli il governo Sardo verso i liberali, e chi

sospetta per tali: Il Conte Annibale Montevecchio, ed il Sig. Filippo

De-boni per vostro consiglio si erano recati ambidue a Torino sulla

fiducia di trovarsi in maggior libertà, e più sicuri dalle molestie

della polizia, da cui qui appena qualche motivo avevano a temere.

Essi non potevano dirsi compromessi col loro governo come il Renzi,

nè tampoco appariva fossero perseguitati, e se si erano dilungati da

esso ciò avevano solo fatto l’uno per timore, l’altro per isperanza

d’un meglio altrove e più vantaggioso soggiorno, eppure passarono essi

un giorno solo di vera quiete, di vera tranquillità d’animo in Torino?

obbligati a consegnarsi mane e sera all’ufficio della polizia, espiati

nei loro passeggi, osservati ed ascoltati nei loro discorsi dopo il

volgere di pochi giorni da mille disinganni amareggiati, si videro

intimata la partenza, e non vi fu nè la vostra nè la protezione del

vostro fratello, e di molti altri grandi della corte e dello stato, la

quale sia stata valida a far sospendere un tal ordine, e a procurare

loro anche un solo prolungo di dimora.

E dopo un cosiffatto procedere del suo governo volete voi che un Carlo

Alberto potesse sentire invidia della fermezza del Gran Duca di Toscana

nel niegare all’Austria, ed al Papa il Renzi, uno dei capi della

sommossa? Oh scusatemi! ma voi o non parlate di buon conto, o Balbo vi

mise le traveggole agli occhi, e sia che vi troviate nel primo, sia che

vi troviate nel secondo caso, è sempre uno stato indegno di voi, d’uno

che gli altri dovrebbe guidare, e non lasciare che gli altri conducano

lui pel naso. Non abbiate fiducia in chi nei fatti non si mostra

consentaneo alle sue parole, non nel Balbo e ne’ suoi seguaci che sotto

il manto di moderazione, e meglio del Gesuitismo predicano la riforma

finchè può migliorare le loro condizioni, può favorire il trionfo della

loro casta, dell’aristocrazia; ma alla voce d’indipendenza, di libertà,

di rivoluzione, si spaventano, si crucciano, tremano a verga a verga,

vuoi per la coscienza dei loro demeriti, vuoi per lo timore di cadere

dal loro potere, di dover lasciare la maschera di moderato liberalismo,

di occulata prudenza con cui tentano, a detta di Tacito, di corrompere

il popolo colle mentite speranze, di consolidare il loro regno

allontanando gli animi delle ardite imprese, sostituendo al coraggio

la disperazione. Anime che si potrebbero paragonare a quelle piante

parasite che per tenersi in piedi hanno bisogno che altre loro servano

d’appoggio; demoni d’inferno che incapaci ad operare nulla di bene, di

grande, non solo non vogliono riconoscere il merto di chi immensamente

li avanza, ma vorrebbero spegnere quanto può essere di nobile, di

sublime per desiderio, volontà, intendimento ed intrapresa in altrui.

Sul libro degli ultimi casi di Romagna e sulle speranze d'Italia fondate su Carlo Alberto · 第 11 / 18 题