È utile all’Italia, ed atto facile
ad imitarsi, il protestare a viso
aperto contro le ingiustizie che da
noi si soffrono, qualunque siano, e
da chiunque ci vengano.
_Pag._ 110. MASSIMO D’AZEGLIO.
Si vede chiaramente che voi non avete sofferto mai nulla, e per
conseguenza giammai avete dovuto alzar su la vostra voce contro qualche
atto d’ingiustizia e di prepotenza usatovi o dal vostro o da altro
governo, che altrimenti non avreste dato il ridicolo consiglio agli
Italiani di protestare a viso aperto contro tutto quanto loro dai
governi fassi soffrire, piuttosto e con maggior frutto loro avreste
dato un avvertimento affatto opposto perchè inutilmente non avessero
la spensieratezza di affrontare i tanti rischi d’ogni maniera a cui
necessariamente quegli va incontro, il quale osasse non diciamo far
una solenne protesta, ma solo una rimostranza ai nostri Tiranni, i
quali volendo essere infallibili, sono incapaci di ricredersi, ed
indietreggiano nel peggio piuttosto di valersi dell’altrui consiglio
per procedere al meglio, simili a quei ronzini che se li battete
retrocedono e scaraventano de’ calci, se li accarezzate si piantan
fermi nella via, ed un buon argano ci vorrebbe per farli muovere. Un
fatto solo può servirvi di pruova mentre ne potrei citare moltissimi
da cui si rileverebbe il più felice esito a sperarsi da una protesta
qualsiasi, essere per avventura l’indifferenza. Nel 1841, se non fallo
trovavasi in questa capitale l’Areonauta Comaschi, il quale innalzatosi
nel suo pallone ritentava una salita nel cielo che da qualche giorno
il vento gl’impediva di mandare ad effetto, il viaggio dapprima riesce
felice, rapido l’areostata tra gli applausi della affollata popolazione
era asceso ad un’incredibile altezza, quando un soffio di vento di
tramontana lo spinge quasi orizzontalmente sulle colline di Moncalieri.
Il Comaschi vedendosi contrastato dai venti, anzichè venire a lotta
con loro, decide di discendere per mezzo del _paracadute_. Il suo
Pallone piombato al suolo in poca distanza da lui venne preso da alcuni
soldati del reggimento di Savoja Infanteria che staccati dal corpo che
si ritirava dalla così detta _passeggiata militare_. Egli presentatosi
loro, chiama il suo pallone, essi dapprima ridono poscia sguainata la
spada si fanno attorno a tagliuzzarlo niente meno che avessero avuto da
menar strage sul nemico del loro paese. Il Comaschi non la potendo dire
nè in parole nè in fatti si ritira, e si reca a Torino dove raccontata
la cosa a qualche amico trovò una persona che s’incaricò di farci avere
una compiuta soddisfazione. Infatti pochi giorni dopo Carlo Alberto gli
faceva pagare il pallone colla cassa del reggimento a cui appartenevano
que’ soldati, mandò alla _catena militare_ quelli che erano apparsi più
colpevoli, degradò e congedò dal servizio gli ufficiali superiori che
in quella sera accompagnavano il _corpo_. Alcuni di questi ricorsero
al Re per far valere le loro ragioni e pruovare che in verun modo non
potevano essere colpevoli, il Re letta la supplica si rivolge al suo
primogenito il Duca di Savoja, e gli chiede il suo parere, essendo
questi allora il colonnello di quel Reggimento. Volete sapere la
risposta, il resultato? Ebbene l’erede del trono Sabaudo volto al padre
soggiunse con disdegno: _se fossi nel posto di V. Maestà non solo non
mi ritratterrei dalla presa determinazione, ma farei tutta fucilare
cotesta canaglia_. Il consiglio del figlio Augusto, le cui parole ce
lo dovrebbero caratterizzare, non venne è vero dal padre accettato,
ma è vero altresì che quella rigorosissima sentenza fu eseguita senza
modificazione di sorta, e per alcuni ingiustamente; ma di simili fatti
ne vedrete addotti altri molti in questo opuscolo, e tutti tratti
dalla storia attuale del nostro paese, sicchè potete col massimo
agio accertarvi della verità. Onde vedete o Massimo per ora inutile
il consiglio di far proteste ai nostri signorotti, come quando mi
abbiate letto fino alla fine iscorgerete di più essere molto rischioso.
Trasportatevi solo a qualche anno addietro nella nostra storia, cioè
al 1815, e vedrete come Ferdinando di Napoli mandasse proclami a’ suoi
sudditi, in cui prometteva, riforme, leggi provvide, libertà, ed ogni
maniera di civile guarentigia, ma non mantenendo mai alle sue promesse,
gli abitanti delle due Sicilie si levarono a tumulto nel 1820, in un
solo pensiero e proclamarono una costituzione, la quale fu accettata
con sacramento dal Re e da tutta la reale famiglia. Ma calpesto il
giuramento corse il Re a Lay-bach per avere l’assistenza dell’Austria,
alla quale parve non vero mettere in esercizio le sue bajonette, e
perciò venne nel regno con numerose falangi, ed obbligò il popolo
a rinunciare affatto li suoi diritti. E chè non fu fatta nel tempo
istesso di quella invasione, cioè nel 19. Marzo del 1821. una solenne
protesta? il deputato e Generale Poerio facea dal parlamento approvare
una dichiarazione, la quale veniva a terminare in queste parole ec.
_noi protestiamo contro una siffatta rivoluzione del diritto delle
genti, risoluti di serbare intatti i diritti della nazione e del Re ed
appellandone alla saviezza di S. R. M. e dell’augusta A. R. suo figlio,
rimettiamo la causa del trono e della nazionale nostra indipendenza
nelle mani di quel Dio, che regge i destini dei Sovrani e de’ popoli,
e che agli uni e agli altri a tempo debito sa fare iscontar le sue
colpe_. Da ciò che ottennero mai? mali più gravi che prima anche non
conoscevano, e per citarne uno, l’abolizione del parlamento siciliano
instituito perfino dall’unione dell’isola alla terraferma. Ma veniamo
allo stato Pontificio: non erano più forti, più meritevoli d’attenzione
le rimostranze fattegli dai rappresentanti delle maggiori potenze,
Francia, Inghilterra, Austria, Russia e Prussia, nel 31. Maggio del
1835. presentando al _Bernetti_ prosegretario di stato, il seguente
_memorandum_.
«Il governo Pontificio deve essere posto su di una base solida, per
via dei miglioramenti stati già indicati ed annunciati dalla Santa
Sede istessa. Questi miglioramenti poi, che a tenore dell’editto
dell’eminentissimo cardinal Bernetti, fonderanno un’era nuova per
li sudditi di S. S. si collegano con una intera garanzia, sicura
dai pericoli e conforme all’indole di qualsiasi governo elettivo.
Per raggiungere codesto scopo salutare, il quale a ragione della
situazione geografica e sociale dello stato della S. Chiesa interessa
tutta Europa, fa d’uopo che l’ordinamento sistematico dello stato
medesimo si appoggi ai due principii citati: 1.º alla introduzione
dei miglioramenti, di che si tratta, non solo nella provincia
insorte, ma in quelle ancora, che se ne stettero tranquille, e
nella capitale medesima; 2.º _all’ammissione generale dei laici agli
affidi amministrativi e giudiziari_. E queste miglioranze dovrebbero
comprendere il sistema giudiziario e quello delle amministrazioni
municipali e provinciali. In quanto all’ordine giudiziario l’esecuzione
interna e lo sviluppo delle premesse e dei principii del _motuproprio_
dell’anno 1816. offrono mezzi più certi ed efficaci per riparare alle
universali doglianze in proposito di questa parte importantissima
dell’organizzazione sociale. L’amministrazione generale delle
municipalità elette dalle popolazioni e lo stabilimento di municipali
franchigie, che ne determinino l’azione entro la sfera degl’interessi
locali dei comuni, devono costituire necessariamente le basi di ogni
miglioramento. L’organizzazione poi di consigli provinciali, come
consigli permanenti destinati a prender parte al governo di ciascuna
provincia nell’adempimento del loro ufficio, e con attribuzioni
convenevoli ed una più numerosa adunanza, specialmente riguardo ai
maggiori interessi della provincia, sembra attissima ad introdurre
nell’amministrazione miglioramenti e semplicità, sicchè valga a
sorvegliare l’amministrazione annuale, ripartire le imposte e fare
al governo conoscere i veri bisogni delle provincie. La gravissima
importanza, in ogni stato bene ordinato, delle finanze e di una
amministrazione del debito pubblico atta ad aggiungere al credito
finanziario del governo le più desiderate garanzie, ad accrescerne i
mezzi e ad assicurarne l’indipendenza, pare che renda necessaria la
creazione di uno _stabilimento centrale a Roma_, a cui come a corte
suprema, vengano commessi tutti i rami dell’amministrazione civile
e militare, e la sovra intendenza del debito pubblico con attributi
adeguati allo scopo salutare ed importantissimo a cui si mira. Quanto
più cotale istituzione farà pruova della propria indipendenza e
dell’unione del governo collo stato, tanto più corrisponderà alle
benefiche intenzioni del sovrano ed alle aspettazioni del pubblico.
Ma per giungere a questo punto bisogna eleggere dinfra i consiglieri
provinciali uomini atti a costituire una _Giunta dei Consiglieri
di governo, o un consiglio amministrativo generale. Tale Giunta
sarebbe parte d’un Consiglio di stato_, i membri del quale verrebbero
scelti dal sovrano d’infra gli uomini più ragguardevoli per natali,
ricchezze e talenti. Senza uno o più stabilimenti centrali di
questa sorta intimamente collegati colle persone più notabili d’uno
stato doviziosissimo, come questo è, di elementi aristocratici e
conservatori, è manifesto, che la natura d’un governo elettivo priverà
inevitabilmente le miglioranze, che faranno la gloria immortale del
regnante Pontefice, di quella stabilità, che è tanto instantemente
domandata dal popolo, stabilità, la quale sarebbe tanto più ferma,
quanto più i beneficii largiti dal Sommo Pontefice fossero pregevoli e
grandi.»
Il Papa rigettò apertamente questo memorandum, malgrado che il
cardinale Bernetti avesse già nell’aprile del 1831. assicurato i
sudditi Pontificii, che un’era nuova nello stato di S. S. avrebbe
incominciato, da cui ogni possibile prosperità si avrebbe a diritto
aspettata il popolo. Ma un esito simile ottenne la protesta fatta
dalla Francia alla S. Sede nel 1832. quando mandò un’armata in Ancona
per ecclissare l’influenza Austriaca, e per costringere il Papa,
_secondo disse Perrier stesso nella seduta della Camera il 7. Marzo
1832, ad introdurre nell’amministrazione del regno miglioramenti
reali e certi, cioè tali che costituissero la sicurezza della santa
Sede sopra basi più salde, che quelle d’una continua repressione,
ed attutassero permanentemente la tranquillità delle popolazioni,
soddisfacendo ai loro legittimi bisogni ed ai giusti desiderii_.
Bologna, Ancona, Perugia, e la Romagna in seguito del niun movimento
che il Governo si dava per compiere le sue promesse, avanzarono altre
proteste coll’appoggio or dell’Inghilterra, or della Francia, ma sempre
trovarono sorda alle loro dimande moderatissime l’ostinata Roma, dir
voglio il Papa, il quale quando diè a conoscere d’aver inteso la loro
voce, ristrinse e ritirò con più forza le redini del governo, anzi
di rallentarle; e voi potete speranza commettere nella virtù delle
proteste? Oh scusatemi vi mostrate troppo nuovo della storia nostra
moderna, che a mille ve le porge sottocchio e sempre mal riuscite.
D’altronde come mai potete trarvi a credere che da piccolissime riforme
le quali s’ottenessero a forza di proteste, si possa giungere a quelle
grandi mutazioni di cose che fanno di mestieri per ottenere la nostra
libertà? Niuno vi niega che tali mutazioni non possono effettuarsi in
un momento, ma tutti convengono altresì che con una ben preparata e
ben condotta sommossa solamente ciò possiamo conseguire. Nè bisogna
credere che una sommossa sia opera come voi osservate d’un momento,
opera d’un momento è lo scoppio, ma il concepimento d’essa, il disporvi
gli animi delle masse, l’orditura della tela, l’apparecchio morale
e materiale dei mezzi, son cose che esigono tempo, e se si fanno in
segreto non pertanto noi possiamo considerarle come frutto di pochi
pensieri. E tanto nell’ultima sommossa di Rimini come in tutte le
altre che la precederono ebbe luogo questa lunga opera di preparazione;
solo convien dire che i capi o per imprudenza o per inesperienza non
valsero a coronare le loro fatiche colla gloria. Però tutte queste
fallite sommosse, tutti questi sagrifici, tutti questi tentativi, che
non produssero che male in apparenza, credetelo a me ed ai più che
senza offendervi in tali cose vedono più addentro assai di voi, sì
tutti quei miseri fatti che accrebbero le nostre sciagure sul momento,
hanno giovato mirabilmente a disporre la moltitudine, a rendere più
sentita l’onta della nostra bassissima servitù, a fare più caro, più
vagheggiato, più operoso e più esteso il pensiero della rivolta, della
indipendenza.
Cosicchè è una vera follia, per non dire sciocchezza madornale,
l’insistere vostro a persuadere gli italiani, che essi hanno il
_coraggio fisico e manesco_, e non il _coraggio morale_, il _coraggio
civile_: date loro vi ripeto un capo, ed essi vi insegneranno col fatto
che l’unica via a battersi per rigenerare il loro paese è la sommossa,
che sono gesuitici i vostri consigli, che le vostre parole sono specchi
fedeli non dei vostri pensieri, dei vostri affetti, ma sì di quelli
del Balbo e della privilegiata sua setta, che insomma sono utopie la
via delle proteste, la via di _rassegnarsi_, di _saper soffrire_[3],
e di _sapersi sottomettere ai nostri governi_, le quali voi preponete;
per non chiamarle vere ingiurie al senno dei vostri Italiani, giacchè
con ciò li si suppongono tali da appigliarsi ad un partito che invece
di condurre a vita novella, li menerebbe alla disperazione, a totale
ruina, a morte. Perocchè ogni passo che voi credete di fare innanzi
coll’ottenimento di qualche piccola riforma, ammettendo che i nostri
governi siano abili un giorno a darne qualcuna, sarebbe mosso indietro,
sarebbe un puntello di più a consolidare e folcere il trono della
tirannia, un ostacolo che essi stessi gl’italiani si metterebbero
avanti al loro cammino, verso cui avviati come sono, dicerto non
s’arrenderanno giammai al vostro avviso d’imitare gli abitanti della
Russia, e della Germania, locchè suona agli orecchi di chi ha una
dramma di buon senso, egualmente che le seguenti parole: _aspettate
Italiani, non operare, Iddio tutto vi manderà quello che bramate_,[4]
affè che i Russi e Germani sono felici!!!
Siate adunque persuaso che gl’italiani hanno più il coraggio _morale_
che non il _manesco_, il quale ultimo se avessero avuto in maggior
grado non sarebbero stati sì moderati in tutti li loro movimenti,
e forse forse ci troveremmo meglio assai: ponderate tutti i casi
rivoluzionarii della penisola antichi e moderni e poi vi sfido a
durare nella vostra sentenza, ma soprattutto meditate quelli del
ventuno, del trentuno, e del trentatre andati a male per la stessa loro
generosa natura, chi può niegare in questi moti il coraggio civile agli
Italiani? chi può niegare che i Napoletani per esempio se fossero stati
nel trentuno meno moderati, non generosi, a quest’ora avrebbero colla
certa loro salvezza riacquistata eziandio quella dei loro fratelli? ma
essi vollero mostrarsi grandi fuori di tempo, abborrirono dal versare
il sangue Borbonico, ed un tal risparmio ebbero a pagare col sangue di
mille martiri, col prezzo della libertà della lor patria, della intiera
nazione, perchè dalla loro indipendenza nasceva quella indubitatamente
di tutti gli altri paesi della penisola,[5] i quali eran tutt’occhio ed
orecchio in attendere l’esito della loro sollevazione.
Voi adopraste Massimo nel vostro libro sicome fanno i poeti nei loro
carmi, ed anche tra essi i sommi, i quali portati dalla fantasia,
abbarbagliati spesse volte dalla prima immagine, vinti dalla prima
impressione, sagrificano all’immaginario il vero reale; il perchè da
un sol lato guardano i poligoni delle cose, e larveggiano la storia col
velo della favola, nell’istessa guisa che alcun metafisico annebbia la
politica coll’utopia. Ma di tutti gli errori della vostra scrittura,
che io ho toccato, e potrei ancora toccare non è minore quest’altro
che per la sua importanza non voglio tacere, e con cui do termine alle
osservazioni in che vi volli trattenere.
Secondo voi noi dovremmo taciti aspettare l’occasione propizia per
operare, e non far altro che gridare in ogni modo, in ogni tempo
contro l’usurpazione straniera del dominio sulle lombarde e venete
contrade:[6] le quali parole chiudono in se due pensieri, il primo di
stare in attenzione come gli Israeliti presso a poco del loro Messia,
il secondo di fare una cosa impossibile, ed impossibile è certo non
dico lo scrivere, ed il parlare dell’attuale prepotenza dei Tedeschi
sugli Italiani, ma nemmanco si può parlare in loro risguardo dei
più noti fatti della storia antica, essendo pei nostri governi il
toccare il Tedesco la medesima cosa, che noi toccassimo e ferissimo
il loro cuore, tutto sperando il loro sostegno ad ogni rischio nelle
cento migliaja di baionette, con che dicono, possa, visto non visto,
amorevolmente visitarci. In quanto all’opportunità dell’occasione
anche Livio parmi avere scritto, _che le cose sogliono consigliare agli
uomini, e non gli uomini alle cose_, ma questo detto non vuole essere
litteralmente interpretato; perchè del resto andremmo contro al nostro
passato che ci prova con mille fatti, ciò essere vero, e verissimo se
si parla di mediocri ingegni, falso e falsissimo all’opposto dove si
tratti di ingegni sublimi. Chè gli uomini d’alto intendimento sanno
preparare le circostanze, ed avvicinarle quando sono discoste, creare
dal nulla i mezzi, spiare, provvedere, e dominare il futuro. Ciò
posto chi non vede quanto più giusto, più opportuno non sarebbe questo
consiglio di pensare, meditare, progettare tutti assiduamente giorno
e notte, al come meglio si possa mettere ad effetto la determinazione
di crollare il giogo ormai troppo per noi vergognoso? il dubitare un
solo istante che fra venticinque millioni di Italiani non si trovi
un ingegno da tanto da condurci tosto all’impresa, da imitare tanti
altri eroi dei nostri maggiori, da fare altrettanto di quanto fece
Alberico da Barbiano, riformatore della milizia Italiana nel medio
Evo, allorchè indispettito delle stragi, che i Brettoni guidati dal
Cardinal di Ginevra menarono sui Cesennati, e su varii altri popoli
d’Italia, gridò che _il sangue italiano voleva essere vendicato col
sangue Brettone_, e detto fatto, compiè il suo proposto, onde il suo
nome splendè non come una meteora, che veduta dispare, ma come un astro
la cui luce si mostra continua sul nostro orizzonte. In lui ispirandosi
ogni cittadino, i nostri uomini d’armi, e a emulare prendendolo il
capitano che li dirigerà nelle marcie, non potremo tardare di vedere
il sangue dei martiri Piemontesi, Toscani, Napoletani, Parmigiani,
Lucchesi, Modenesi, Romagnoli, Veneti e Lombardi, appieno vendicato col
sangue dei loro oppressori, e spiumata la feroce aquila Tedesca furente
fermare il suo volo, e rivolgere per rabbia contro di se i predatori
suoi rostri, li voraci suoi artigli.
Altre cose, come dissi sopra, mi resterebbero tutta volta ad osservarvi
sul vostro libro, ma qui fo punto ossia per amore in brevità, ossia
per potervi entrare d’altre cose più presto. Dalle mie parole però
vi sarete potuto addare, non esservi male apposto quando in chiudere
il vostro opuscolo scrivevate: _il lettore giunto al termine del mio
libro dirà di me, ciò che io dicevo a me stesso prima di scrivere:
non avere io, studioso non di scienze, ma d’arti, sapere e mente che
basti a trattare profittevolmente materie politiche ed economiche di
tanta difficoltà_. Grande vero! anzi il solo contro cui nulla avrei
a notarvi, peccato che non ne foste davvero prima convinto! avreste
evitato a voi la pena infruttuosa di dettare quel libro, a me quella di
rispondervi! Se nonchè forse il tutto sarà per lo meglio, giacchè mi
avete porto con esso il destro di dire qualche verità, la quale certo
non disutile è per tornare, avendo per mira il mostrare come male sia
fondata e pericolosa ogni speranza che si ripone in Carlo Alberto a
proposito della rigenerazione del nostro paese, come da sciocco, da
ostinato, da imbecille ne sia il solo pensiero.