OSSERVAZIONE VI.

La verità è una sola, e se

l’applichiamo ai principi, dobbiamo

egualmente applicarla a chi fa ciò

che essi fanno, benchè con modi e

fini diversi.

_Pag._ 28. MASSIMO D’AZEGLIO.

Mettendo a paragone il popolo italiano coi principi che stendono

la tirannica destra su desso, voi dapprima vi palesate in dubbio a

quale delle parti abbiate a dare la preferenza circa al modo loro

di comportarsi, il quale sia meno nocivo alla causa nostra, meno

aggravante li lunghi nostri mali, poscia venendo fuori colla sentenza

di certo inconcussa, che la verità è una, e deve applicarsi ai principi

medesimamente che ai loro sudditi, non temete più di non andare

errato pronunciando qual sia la vostra mente a tal proposito, e con

chiare note dite dopo un’attenta considerazione che «_l’arbitrio dei

principi genera di rado le conseguenze calamitose che quasi sempre

genera l’arbitrio dei capi di sommossa_», adducendo per argomento

a fiancheggiare l’opinione vostra; _avere i principi una posizione

data, e che non si son scelta di propria elezione_. Io non so se

assurda più che ridicola, ed ingiuriosa si debba dire la vostra

asserzione, ma quel che è certo mi empie di maraviglia allorchè

penso aver ciò voi detto per far apparire sempre più condannabile

la sommossa dei Riminesi. Perocchè qual cosa essi hanno operato

cotanto riprovevole? forse stragi, incendii, incesti, ladroneggi,

saccheggi, ed assassinii? Eppure siffatte cose dovrebbero avere avuto

luogo nella loro impresa perchè potessero essere con ragione messi

a paraggio coi nostri Principi, perchè le loro azioni valessero a

superare in danno, o controbilanciassero le costoro prepotenze, le

costoro ingiustizie, e barbare azioni d’ogni maniera. E posto anche

che tale si fosse stata la condotta degli insorti Romagnuoli o per

cieco furore o per accanito proposto di giusta vendetta, ed avessero

proprio accresciuto le pubbliche calamità piuttosto di sminuirle, a

chi se ne dovria imputare la colpa maggiore? agli insorti, o a chi

è la causa della lor insurrezione? agli schiavi che per crollare un

giogo se ne trassero un altro peggio sul collo? ovvero ai tiranni,

a que’ mostri di natura che dopo mille rischi aver corso di pagare

il fio di tutte le loro nefandità, sfidano il destino, il consenso

universale, coll’incrudelire, coll’ostinarsi non solamente a rimanere

nel fango, ma coll’arrovellarsi il cervello per rendersi più uggiosi,

più maladetti, e più sprezzati? Il Popolo, ed i Principi, possono

essere paragonati non nel caso, l’uno della più alta schiavitù, li

altri del più terribile dispotismo, ma sì in quello che Iddio, Natura,

i tempi, e l’incivilimento imperiosamente dimostrano dover essere

lo stato dell’uomo tanto destinato ad obbedire, quanto a governare,

dell’uomo che la patria e la società vogliono vedere che compia prima

i suoi doveri verso di loro, perchè a diritto si possa un dì lagnare,

dove vengano offesi i diritti di lui. In tutte le cose mio caro, ma

principalmente in quelle di politica prima di conseguitare giudicii

sul bene e sul male, sul merito e sul demerito, sulla colpabilità e

sull’incolpabilità è di mestieri dagli effetti montare alle cause,

e dalle cause discendere agli effetti, è d’uopo tener conto di tutto

che possa dannare o scusare un’azione, si deve aver l’occhio a ciò che

risguarda al fine impostogli dall’autore, ed a ciò che all’esecuzione

materiale del suo divisamento tanto si riferisce, altrimenti senza

avvedersi uno viene al punto che gli sfuggono di bocca solenni

strafalcioni pari al vostro di attribuire al popolo italiano tutte

quelle calamità che gravangli sul capo, le quali invece non si devono

riputare altro che conseguenza diretta o indiretta della barbarie

di chi lo governa. Se voi o Massimo vi vedeste vibrato un colpo

all’improvviso e per iscansarlo vi precipitaste inavvertentemente

all’indietro in un precipizio, che rispondereste di grazia ad uno

che visitandovi al letto della vostra agonìa vi dicesse, era meglio

schivare il colpo con piegar la persona o da l’uno o dall’altro

fianco, chinarsi ed aggredire l’avversario, osservare il rischio che

correvate per fuggirne un’altro, e poscia vi desse dello spensierato,

del pazzo? Pressochè uguale alla risposta che darestegli voi in simile

caso, è quella che nel loro animo vi darebbero i Romagnuoli: e se non

ve la danno è per predicarvi coll’esempio, ciò che voi avreste dovuto

fare con loro, cioè che convien tenere conto delle buone intenzioni,

si deve guardar più ai principii che guidano all’opra, che non ai

mezzi con cui uno si accinge ad operare. Non seppero sopportare la

loro sventura i Romagnuoli nell’insorgere tante volte come hanno

fatto intempestivamente, voi replicate, incitandoli alla virtù di

soffrire con rassegnazione, ad imitare gli abitanti della generosa,

e misera Polonia, ma pochi giorni dopo la pubblicazione del vostro

libro cadde lo specchio infranto che voi ponevate innanzi agli occhi

degli Italiani, perocchè i Polacchi come i Romagnoli di tempra non

più che umana, non potendo soffrire più a lungo li tanti mali che li

travagliavano, imitarono quei di Rimini e toccarono più lagrimevole più

straziante esito dei loro tentativi, che non è incontrato a questi. Dal

chè chiaro apparisce potersi giungere fino a un grado di rassegnazione,

dove poi è giuocoforza gridare, non puossi più tenere in istrozza il

profondo sospiro, è bisogno, necessità alzarsi furenti contro i nostri

nemici, ritentare gli antichi conati con più calore, appigliandosi

novellamente alle mal sortite imprese. Morto è quel Leone che nel più

acuto del dolore, nel maggior martoro della febbre non manda a quando a

quando un suo ruggito, uno spaventevole lamento. Il dolore vuol essere

sofferto nel segreto dell’operosa meditazione, finchè un generoso

fremito non abbia eccitato nel nostro animo, di poi conviene dargli

uno isfogo, bisogna irrumpere con tutta l’energia possibile, del resto

quella fiamma che dovea condurci a vittoria, a vendetta, a libertà,

venendo entro noi sconsigliatamente compressa, paralizza ed annichila

le ultime nostre forze, ci strugge, e ci uccide in meno tempo che non

può il ferro del Tiranno. Preparate le fila della trama affinchè meglio

sia ordita, segnate il cammino che dobbiamo presto calcare per venire a

salvezza, ma non venite più a predicare scoraggiamento e rassegnazione,

la vostra missione sarebbe falsa, chè la maggiore nostra colpa ormai

fatta antica è l’aver sofferto di troppo. Di qui si parte la derisione

con che gli stranieri tentano d’oscurare la nostra gloria passata, non

già dai generosi tentativi, che fatalmente fino al giorno d’oggi non

giovarono che ad accrescere il numero dei martiri.

Sul libro degli ultimi casi di Romagna e sulle speranze d'Italia fondate su Carlo Alberto · 第 10 / 18 题