Gli Italiani hanno avuto quello
che meritavano pel loro Egoismo, e
per la miseria dei loro disegni.
_Pag._ 10. MASSIMO D’AZEGLIO.
Se la taccia d’egoisti fosse rivolta a noi da uno straniero, ci venisse
d’oltralpe a d’oltre mare, poca o niuna meraviglia noi senza dubbio
faremmo, usi come siamo da lunga pezza a sentire cotesti predicatori,
che visitando da un capo all’altro la nostra penisola colla velocità
d’un corriere postale, sorgono profeti del passato a declamare sulle
rovine; bensì e stupore e rammarico quella ci desta quando a noi
perviene da coloro, cui serra il baluardo delle stesse montagne, e ’l
vallo dei medesimi mari, e tanto più da un Massimo d’Azeglio, da un
uomo nel cui seno arde forse al pari che nel nostro la fiamma della
patria carità.
Perchè Azeglio riprendere i vostri concittadini d’Egoismo, e perchè
rimproverar loro la miseria dei disegni? invece di sollevar la vostra
mente a maggiori intendimenti, a fortificare col consiglio e col
parteggiare più ampie idee, quei generosi che tutto posero in non
cale per la redenzione della lor patria, e a cui forse nulla mancò
per condurre a termine l’impresa che una saggia ed esperta guida.
Una rampogna ingiusta, sappiate, scoraggisce, e paralizza quelle
forze dell’animo, che bastarono a durare vittoriose contro tutti
i macchinamenti, contra tutte le oppressioni della tirannide, ed
ingiusta è la vostra rampogna verso i Romagnoli, prima perchè essi,
sebbene il loro movimento fosse _provinciale_ come voi osservate,
avevano uno scopo grande e nazionale, e pruova ne è il correre a
prendervi parte i Toscani, ed il prepararsi a ciò pure i Napoletani;
secondariamente perchè da un moto parziale si può progredire ad un
movimento generale della Penisola coll’istessa facilità, che una
piccola scintilla eccita secondata un grandissimo incendio. Di fatto
chi vi assicura che la bandiera bianca per essi inalberata non fosse
un saggio trovato per mettere meno sull’allarme il governo, e farsi
ad un tempo più leggiermente un forte numero di fautori, piuttosto
che la manifestazione vera dei loro desiderii? Credete voi possibile
che i Romagnoli portassero fiducia d’indurre l’ostinatissimo loro
Gregorio a dar loro le chieste riformagioni con una sommossa, mentre
nella rivoluzione del 31. videro ad istanza della Francia, della Gran
Brettagna, della Prussia, dell’Austria e della Russia promettersi dal
Papa tutte quelle instituzioni da cui dipende la prosperità e la quiete
d’un popolo, e quindi non solo non ottennero ciò che avevano dimandato,
e loro era stato accordato, ma fra breve si trovarono in peggiori
situazioni che non erano prima? Io per me anche non mi costasse di
certa scienza che ben altri erano i loro divisamenti, pure mai potrei
indurmi a ciò credere, a far un così grave torto alla nobile indole
dei nostri fratelli. In quanto poi all’esito, fintantochè dite che i
Romagnoli hanno toccato le male conseguenze delle non ben ponderate
misure della loro inesperienza, non vi si può che dare piena ragione,
ma quando insistete che essi hanno ottenuto ciò che meritavano solo
d’ottenere, tutti veggono in voi più un maligno ed imprudente censore,
che non un provvido e schietto consigliere, la severità per riprovare
e condannare, più che la volontà e la saviezza per migliorare. Sta
bene che voi raccomandiate a mettere _in prima fila_ la causa della
nazione, ma non potete perciò rimproverare chi non negligentandola
menomamente, comincia col tentarne un’altra forse per mettersi in
grado da poter meglio operare per la prima, unico motivo che a questi
giorni può spingere non dico i Romagnoli, ma qualsiasi degli altri
popoli della nostra Penisola al partito delle sommosse _parziali_. Del
resto comunque siansi condotti gli insorti della Romagna, è certo che
la vostra asserzione in contrario senza pruove di sorta è nulla, anzi
vergognosa, il perchè anche, supponendo, voi abbiate avuto qualche
motivo a ciò profferire, avreste dovuto anzi di riprenderli procurare
di emendarli e disporli meglio per l’avvenire fingere d’ignorare la
colpa che a quelle vittime generose potessero venire in qualche modo
a diritto imputate. Così la vostra parola non sarebbe tornata nè
svantaggiosa nè offensiva; siccome tornò ridicola allor quando si fece
a consigliarli di ricorrere ai giornali esteri e a farvi sovra proteste
contro il loro governo per quelle innovazioni e quei miglioramenti
che hanno diritto di domandare e sperare; come se un Gregorio si
mostrasse di tempra più facile ad essere impressionato degli altri
nostri Tirannelli, i quali pur troppo sanno meglio che noi far orecchio
da mercanti a ciò che loro non conviene ascoltare. Se volessero
rispettare i giornali non comincierebbero essi a rispettare un pò
più l’opinione pubblica, l’opinione universale? E poi a quali rischi
uno non s’esporrebbe? voi sapete, o almeno non dovete ignorare quali
imbrogli, quali esosi maneggi abbiano luogo nella posta, nulla anche
di turpissimo può oggi maravigliarci nel nostro paese a tal riguardo,
quando nemmeno la libera Bretagna ebbe vergogna d’insozzarsi in tale
viltà, in tale frode.[2]
Per la qual cosa non solo non vuolsi considerare come egoismo lo
spingersi per la via delle sommosse parziali per ascendere per via di
queste ad una generale, ma anzi merita lode somma chi sta attento per
cogliere l’occasione più propizia per dar fuoco alla mina; il che se
difficile è a conseguire, lo è immensamente di più il far scoppiare,
dirigere, e mandare a termine una generale; onde avreste voi bene
meritato dalla patria e da tutti qualora descritta ed appianata ci
aveste la via da tenersi in una grande intrapresa, che non accennarcela
solamente, e dirci che _per non esservi entrati francamente e
generosamente_, noi Italiani siamo stati, e siamo tuttavia più che
_compianti_, derisi. Lasciate pure che le altre nazioni anzichè
compatirci ci deridano, purchè non discendiamo noi a deriderci a
vicenda, poco importa, verrà il giorno o tardi o tosto che inarcheranno
dalla maraviglia i loro occhi, e riconosceranno in noi i veri figli,
i veri discendenti di quei grandi che fur per due volte maestri in
tutto al mondo intero, ed allora saremo ampiamente vendicati delle loro
derisioni.
Che poi ogni ambizione municipale sia cessata nelle nostre provincie,
ne è prova la rivoluzione del vent’uno a cui si pose esca e fuoco da
ogni parte col medesimo scopo, collo istesso desiderio, dir voglio
dell’universale indipendenza della bella penisola, ma più di tutto ne
è pruova l’entusiasmo con cui tutti i popoli italiani si mostrarono
pronti a gridare loro re ora _Carlo Alberto_, ora _Ferdinando di
Napoli_, ora il _Duca di Modena_, che pareva dovesse fortunatamente
diventare il rovescio della Medaglia, di cui il suo padre era il
diritto, alle più piccole apparenze di moderazione, di valore, o di
ravvedimento che venisse loro dato di ravvisare nei nostri Tiranni;
ne è pruova finalmente la differenza insorta ultimamente tra il
Piemonte e l’Austria per le dogane dei vini, in cui Carlo Alberto
volendo sostenere i suoi diritti fece concepire su di se le più belle
speranze, talmente che mille chiacchiere si sparsero, mille progetti,
tutti si preparavano a proclamarlo Re d’Italia mentre egli vuol
continuare ad essere principe dei vigliacchi, re dei Giuda. Interrogate
pure gl’Italiani delle nostre più illustri città e vedrete che niuno
v’incontrerà di rinvenire il quale desideri la libertà d’Italia a
patto che il suo paese riacquisti il suo principe, il suo doge, la sua
antica signoria, l’esperienza del passato ha dottrinato non dico le
masse colte, ma per fino gli abitanti dell’abituro, e del campo. Il
Genovese pure che fu tenuto sempre pel popolo il più ambizioso, il più
superbo, il più fiero della gloria sua municipale non già meramente in
Italia, ma quasi sto per dire nel mondo, ebbene il genovese è forse
quello che più di qual si voglia, altro vi fa maravigliare de’ suoi
sentimenti italiani se togliete ad interrogarlo anche nel ceto più
basso. Mi ricorderò sempre, che un rozzo barcaiuolo da me interpellato
se era contento del governo sardo, se si sarebbe rivolto alla proposta
di un governo libero, italiano, e nazionale, mi rispose queste semplici
ma energiche parole: _non amo trattenermi in questi discorsi, perchè
troppi me ne furono inutilmente fatti fin’ora, ma quando si trattasse
davvero d’un altro governo anche non libero anche non nazionale, ma
solo migliore dell’attuale, non solo io, non solo tutti gli uomini
capaci di consacrare il loro braccio alla patria, ma perfino i bimbi
che anco si nascondono nel ventre delle loro madri si rivolterebbero
al dispotico governo, che ci schiaccia l’esistenza_. E simili risposte
sebbene non sempre in sì energico modo mi vennero fatte dal basso
popolo nelle varie parti della nostra penisola, sicchè vedete quando io
vi dico che il municipalismo è caduto, universale è il pensiero della
nostra nazionalità, il pensiero di risorgere in uno solo intendimento,
ve lo dico per propria mia scienza, perchè son cose che ho toccato con
mano, che ho veduto co’ miei occhi in alcuni miei viaggi.
Volete sapere qual cosa manchi agli Italiani? un capo, uno che li
guidi, che inspiri fiducia nelle pur troppo scoraggiate masse; fate
che lo trovino e l’esito dell’impresa sarà strepitoso, terribile,
grande e felice. Del resto procuriamo di estendere se più anche si
può, la conoscenza della propria abiezione, di insinuare ogni maniera
di liberi e generosi sentimenti negli animi della moltitudine, ma
non con ispensierata anzi sfacciata maniera a cui voi consigliate,
ma sì prudentemente, e sotto l’anonimo non avendo bisogno la verità
ad essere compresa ed avuta in pregio dell’autorità d’un nome più o
meno illustre, più o meno degno di fede in apparenza, siccome ne ha
di mestieri la calunnia, e la menzogna per ottenere credenza. Sì,
rinfreschiamo le glorie nostre passate nella morte del popolo; chè
niuna cosa più giova a convincerci della propria forza che ciascuno
abbiamo nel braccio e che è atta centuplicarsi mille volte in energia
e vigore colla unione, quanto il ricordare l’Italia del 1154, fino al
1177, dir voglio al tempo della quasi incredibile Lega Lombarda, ovvero
i Parmigiani che fugano Federico 2.º con tutto il suo esercito nel
1248, la Sicilia che stermina i Francesi nel 1282, la cacciata del Duca
d’Atene nel 1345, l’opra di Cola da Rienzo nel 1347, Stefano Porcari a
Roma nel 1453, Girolamo Olgiati a Milano nel 1478, Niccolò Capponi a
Firenze nel 1494, quindi Francesco Ferrucci nel 1530 nell’assedio di
Firenze, la congiura di Burlamachi a Lucca nel 1546, la sollevazione
di Napoli contro il Toledo nel 1547 a cagione del sant’Ufficio, la
cacciata degli Spagnoli da Siena seguita poco dopo della caduta di
quella forte Repubblica cioè nei 1552-55, e nel 1647 le due rivolte
condotte da Giuseppe d’Alessio, e da Masaniello, a Palermo ed a Napoli,
i quali se avessero ottenuto il favore de’ nobili sarebbero giunti
oltre alle lor patrie a liberare tutta l’Italia dalla servitù di
Spagna, il nome d’un Pietro Micca che all’assedio di Torino nel 1706
espone sua vita a certa morte e salva la patria dai Francesi, la gloria
di Genova che nel 1746 scacciò gli Austriaci, la resistenza dei Corsi
contro la Francia nel 1769, e quella della plebe Napoletana nel 1799
contro le schiere di Championnet, resistenza la più valorosa che mai
siasi vista, e che da se sola fa grande elogio a quel popolo.
Sì, questi e tanti altri illustri fatti che le storie straniere con
ragione hanno da invidiare alla nostra, noi dobbiam continuamente
occuparci per rendere popolari, perchè possano aumentare quella fiducia
che ciascuno di noi prima nelle proprie forze, poscia in quelle de’
nostri fratelli, e giammai negli stranieri abbiamo a riporre, se non
vogliamo aggiungere pentimento a pentimento, onta ad onta, sciagura a
sciagura.