Una sommossa può essere sorgente
d’immensi beni, come d’immensi mali;
d’immensa gloria, come d’immensa
infamia, la salute d’un popolo, o la
sua totale rovina.
_Pag._ 26. MASSIMO D’AZEGLIO.
Finchè dite essere un fatto gravissimo quello d’intraprendere una
rivoluzione, finchè dite essere anche il fatto più grave, a che possa
il cittadino por mano, e che perciò vuole essere bene ponderato, ben
preparato per essere bene condotto, io sono di pieno avviso con voi, e
tutti quelli che per poco ragionano deggiono essere dalla nostra; ma
quando asserite che questo fatto può condurre _ai più fatali errori,
che può essere fonte d’immensa gloria, come d’immensa infamia_,
scusatemi se vi osservo che date nel più grande strafalcione che si
possa da uno scrittore pronunciare, se vi pruovo che vi siete lasciato
scappare di bocca una grande bestialità, di cui in niun modo vi avrei
potuto credere autore se per voi istesso non fosse ampiamente svolta
ed espressa nel vostro libro. Come mai può dirsi infame un’azione
suggerita dal più grande e nobile affetto, dal più sublime desiderio,
dalla più eroica virtù? un’azione consacrata dal dolore, dal patimento,
dal sacrificio de’ propri beni, delle cose più care, della vita? Un
opera per essere cattiva, malvagia, od infame vuol essere fatta con
fine cattivo, malvagio, od infame, del resto giammai potrassi dir tale
senza sragionare, poichè l’opera che è buona per principio è sempre
lodevole, anche quando lasciasse luogo a tristi conseguenze, le quali
se possono qualche volta far compiangere chi ne è la causa innocente,
se possono rendere men bello e glorioso il merito dell’autore, se
possono convertirla in danno quando invece da essa si aspettava
utile immenso, non è mai che possa autorizzare uno a biasimarla, a
condannarla, ad incolparla d’infamia, o di _pazzia_. Infame e pazzo
quegli piuttosto vorrebbesi dire, il quale osa profferire una tale
bestemmia, il quale dissuade, scoraggia da simile impresa chi dovrebbe
scaldare, incitare, ed illuminare perchè più facilmente se ne consegua
l’intento. Predicate l’unione, l’amore come principio unificante delle
popolazioni, delle masse, e delle famiglie, guardate che alla massima
fra le generosità s’accoppi la massima prudenza, ma non togliete a
scemare, a spegnere la più nobile fiamma che pur troppo non brucia più
le anime nostre come bruciava quelle dei nostri padri, che dai loro
sepolcri ci rinfacciano la nostra vergogna.
Voi proseguite che l’intraprendere di propria autorità, il porre mano
a dar la mossa pel primo ad un tal fatto è atto tremendo per chi abbia
in pregio la giustizia, la fama propria, e della nazione, la carità di
patria, e l’amore degli uomini, e perciò altamente da biasimarsi; ma
quando mai un uomo solo s’accinse da principio a siffatta impresa non
solo negli ultimi casi di Romagna, ma sì pure nei primi? E quand’anche
fosse che uno solo avesse l’ardire e la possanza d’incominciare
l’opera da se perchè dovrà cotanto condannarsi dove è certo che il suo
desiderio, il suo affetto, il suo pensiero è quello dei più, e che
al primo grido della sua voce, al muovere del primo suo passo mille
e mille bracci si uniranno immantinenti al suo, mille e mille anime
concorreranno seco intrepide al cimento.
È pur d’uopo che qualcuno incominci le cose e questi non rimprovero e
taccia di mentecatto, di temerario e d’infame, ma lode e gratitudine
somma si merta dai suoi connazionali, meno nel caso che agisse ad
insaputa di tutti, senza previo concerto, e senza tutta probabilità che
la sua voce fosse per trovare un’eco nel cuore della maggior parte e
che bastante sussidio gli sarebbe tosto apprestato da mandar ad effetto
l’intrapresa; e chi fu mai il quale negli ultimi casi di Romagna si
sia condotto talmente da spensierato? Voi Massimo mio gettate troppo
spesso nel vostro scritto di false premesse, e da false premesse traete
false conseguenze, locchè da tutt’altra persona che non da voi gli
Italiani si sarebbero aspettato. Infatti dopo d’averci parlato come se
la sommossa di Rimini abbia avuto origine da uno sconsigliato di tal
guisa, soggiungete a pruovare meritato il forte biasimo da voi datogli,
che _l’autore della sommossa si sarebbe fatto così ingiustamente
arbitro delle volontà, dell’avere, della libertà, della vita d’un
numero d’uomini che nè egli nè alcun altro se non Iddio può prevedere e
calcolare, e se ne sarebbe fatto arbitro (quel che più monta) per usare
i più preziosi beni, la più gelosa proprietà de’ suoi concittadini
ad eseguire i propri giudizi, perchè senza il loro consenso, senza
diritto, senza essere stato a ciò eletto da loro_. Ebbene supponendo
anche per vera l’asserzione che l’ultimo caso di Romagna abbia avuto
tal principio; favoritemi di dire in qual modo il promotore dell’opera
ingiustamente si sarebbe reso arbitro di tali cose; a me pare, e così
opino sia per parere a tutti, che niuno in tal occasione adoperando
come i Romagnuoli; può farsi arbitro ingiustamente della sorte, della
vita, dell’avere de’ suoi concittadini, e tanto meno col basso fine
per voi toccato, senza costringerli per forza ad abbracciar il proprio
partito, senza strappar loro un’assenso che nell’animo gli niegano,
senza insomma una forte prepotenza. Or come questa forza può essere
stata esercitata imperiosamente sugli animi altrui dall’eccitatore
della sommossa di Rimini, se tutti che vi presero parte o col braccio
o col consiglio, o coll’ajuto d’armi e di danaro, tutti operarono
più che di loro spontanea volontà sto per dire con gioja, con furore,
con entusiasmo? Come uno puossi far arbitro di tutto l’altrui contro
l’assenso universale, se il pensiero di promuovere la nazionale
nostra indipendenza è universale, se da una estremità all’altra della
penisola secondo voi, uno è il desiderio, uno il volere? Il capo
d’una rivolta a cui volontariamente, e certi di quel che intraprendono
tutti parteggiano, non può dirsi arbitro delle altrui libertà, delle
altrui sostanze, delle altrui vite, e delli altrui diritti, ma solo la
guida degli altri perchè per ingegno, coraggio, e perizia militare,
o politica scienza a tutti loro forse superiore. Del resto egli
appigliandosi volontariamente all’opra, resta arbitro di tutto il suo,
se gli basta l’animo di sagrificarlo alla patria, siccome degli altri
che a lui si affidano spontaneamente ciascuno rimane pure arbitro di
tutto il suo proprio, il perchè se non avesse voluto cooperare niuno
avrebbelo a ciò spinto e costretto. E poi qui la cosa era concertata;
meditata da tempo, ed incominciata non per opera d’uno, ma sì di
molti, e ciò merita attenzione, di molti e non del vulgo, ma persone
d’educazione di non umile famiglia, sicchè non devesi muovere dubbio
ei non sapessero d’essere o no corrisposti nella loro impresa dai
connazionali; onde anche l’esito infelice dei loro tentativi avesse
peggiorato lo stato nostro, che peggiorare da quel che è, più non può
assolutamente, io non veggo e niuno può vedere la ragione per cui con
diritto sarebbero stati maledetti, siccome sarebbero stati benedetti
in contrario se avessero guadagnato l’intento loro. Giacchè conchiude
all’opposto affatto l’argomento, che Voi ponete innanzi dicendo:
che solamente quegli il quale sia messo da un altro in un ufficio
può giustamente scusarsi della mala riuscita con addurre che le sue
intenzioni erano buone; e non coloro che nell’ufficio si pongono da sè,
imperciocchè questi anzi unicamente meritano una tale scusa (sempre
nelle precennate condizioni) agendo essi solo a loro talento, quando
chè chi opera per un altro deve mettere in esecuzione non li proprii ma
li altrui divisamenti.
Ma lasciando da banda queste sottigliezze, permettetemi che vi dimostri
essere in vera contraddizione con voi stesso: non avete detto in sul
principio del vostro libro che noi non avevamo sofferto abbastanza?
che i nostri mali non erano ancora sì gravi da meritarci la nostra
indipendenza? Ora adunque perchè dimenticare le vostre parole sì
presto, e lanciare sì brusche, sì amare, sì severe rampogne contro gli
autori della rivoluzione e farli meritevoli d’infamia e di maledizione
se il loro tentativo accresceva le nostre sciagure, quandochè ciò
giusta la vostra opinione potrebbe renderci degni di risorgere, di
riavere l’antica nostra libertà? Avreste fatto assai meglio qualora
aveste detto che essi hanno meritato l’universale lode, ammirazione, e
gratitudine anche nell’esito avverso, perchè il solo concetto non che
il coraggio di porlo in esecuzione procaccia venerazione a chiunque
lo ravvolga nella sua mente, e cerchi di stamparlo profondamente
negli animi altrui; sì, avreste fatto meglio assai di dire loro che
l’esperienza di tal fatto dovrebbe ammaestrarli per l’avvenire ad
essere più prudenti, ad apparecchiar con maggior maestria la cosa
un’altra volta, di svelare i loro falli cogli opportuni consigli per
scansarli in avvenire, e ciò non potendo, di tacervi. Però chè non essi
devono avere crudeli rimorsi di tanto avere osato, _come voi dite_,
ma sibbene gli altri che non sorsero all’opra, coloro, che non li
ajutarono, furono freddi vergognosamente a quella voce che secondata
tutto poteva restituirci, perchè tutto fuorchè il nome abbiamo perduto.