OSSERVAZIONE III.

Si merita l’indipendenza colla

virtù degli opportuni, de’ lunghi,

de’ grandi sagrifizi...

_Pag._ 7. MASSIMO D’AZEGLIO.

Nè meno di queste sentenze si presenta bizarra, strana, per non dire

ridicola l’interrogazione, in cui a pagina settima usciste colle

seguenti parole: _noi Italiani possiamo forse alzar la fronte, metterci

la mano al petto e dire a Dio ed agli uomini: ci siamo meritato la

nostra indipendenza?_ Per dio! se non ce la siamo meritata noi, quale

delle nazioni antiche e moderne mai se la meritò? quale delle nazioni

prostrate già risorte o anco oppresse da schiavitù mai col sangue e con

ogni maniera di sagrificii, di umiliazioni, d’angustie, di dolori, e

di mali ha espiato le colpe sue antiche più della nostra? Sì riandate

la storia, e ditemi se altra terra può sostenere il confronto anche

da lungi colla nostra? se altro popolo ha più diritti per risorgere a

grandezza, a libertà del nostro? Se altra nazione pel clima, pel suolo,

per l’indole generosa del suo animo, per legge eterna di natura, e del

cielo, per le sue passate glorie è chiamata più della nostra a tenere

lo scettro di supremazia sulle altre, e se maggiore servitù, maggiore

abbiezione, più lagrimevole stato del nostro mai si può dare? Non ha

sofferto abbastanza l’Italia!!!... questa nazione che fino dalla caduta

del colosso dell’impero romano, bersagliata dalla fortuna, restata

in possesso dei barbari i quali si strappavano l’un l’altro, e si

dividevano i brani del manto dei Cesari, quindi caduta in preda dei

Saraceni fu sempre afflitta, combattuta, manomessa dagli assalitori,

e dai difensori, dagli estranei e dai propri figli, gli uni contro

degli altri aizzati sempre dai suoi nemici! quest’Italia che fu sempre

in soqquadro ora per le agitazioni che la scotevano comunicandosi

dall’una all’altra estremità come il terremoto, ora pelle ambizioni e

pelle avidità degli invasori, ora per le crudeltà dei Brettoni e dei

Franchi, ora per le ire interne che la tormentavano, per le guerre

dei principi suoi che a palmo a palmo si contendevano il terreno, per

la perfidia Arragonese che lungamente la tradì, insanguinò, e divise,

poscia per la Ferocia spagnuola di cui rimase così vittima misera!

Quest’Italia che in tante tempeste, in tante perturbazioni ha pur

sempre dimostrato tanta costanza, tanta fortezza, tanto coraggio; che

giammai mancò di guerrieri magnanimi, di valorosi principi ora caduti,

ed ora risorti sulla propria terra come Antei sulla propria madre!

Quest’Italia che dopo d’aver dato al trono di Francia il più grande

Eroe che mai abbia esistito, si vide non solo frustrata nella più lieta

delle sue speranze, ma anzi tradita e venduta e più schiava resa di

prima! Perocchè tutto avrebbe potuto il grande Corso per la sua patria,

se l’ambizione non avesse in lui scemato l’amor della sua nazione, non

gli avesse fatto dimenticare le sue promesse, nè l’avesse indotto a

stendere la sua destra nella bocca del Lione di S. Marco e a strapparne

la lingua, ad ammorzare quella fiaccola, che invece doveva riaccendere

del più vivace e bello splendore, e la quale per ciò appunto che era

sul termine di sua vita meglio poteva rinfacciarci co’ pallidi suoi

crepuscoli la nostra vergogna, la nostra dappocaggine e scuoterci dal

letargo di morte a vivere novello. Non merita infine abbastanza questa

Italia, che devesi vedere assiduamente spolpata, succhiata, e carca di

catene dallo schifoso Tedesco, lupo alla cui rabbiosa fame in avvenire

mal sarà per satisfare la lombarda e veneta contrada, se per noi non

vien tosto rincacciato nella agghiacciata sua tana? Sì quest’Italia

che un Papa Gregorio immiserì, insanguinò al punto di superare tutti

i Tiranni dell’età passata nelle sue esecrande azioni e nella sua

infame lega coi Tedeschi, e per convincersi come gli stia bene la

sentenza d’Alfieri: _il Papa è Papa e Re_, sicchè _dessi abborrire per

tre_: si rifletta che il numero durante il suo regno delle vittime

a cui fece salire il patibolo ascende a OTTOCENTO e SETTANTADUE,

oltre ai non pochi che segretamente si fecero trucidare in prigione

senza processo, senza sentenza di Tribunale e per consiglio di quel

famoso suo Segretario Lambruschini, che Iddio tenga lungamente in vita

perchè possa sentire maggiormente il peso dell’universale disprezzo!

Quest’Italia che nella parte sua più bella e deliziosa è tenuta peggio

che schiava da un Ferdinando che non so se più abbia a nominare

_buffone_ o _carnefice_ de’ suoi sudditi, giacchè sì nel rendersi

ridicolo che odioso ed esecrando toccò l’ultimo segno a cui possa

giungere non un principe, ma un barbaro! Quest’Italia che un Granduca

di Toscana corona di viole e di papaveri, con una bugiarda mitezza di

governo l’assonna e la snerva, col promovere l’ozio, i divertimenti,

e colle Feste continue l’uccide, e colla speranza del lotto e delle

tombole le fa vivere una vita simile all’agonia dell’etico, e giunse

a renderla insensibile, fredda, indifferente alla vista di tanti

monumenti che al forestiero che visita quella terra parlano sentimenti

del più eroico valore, della più sublime virtù, e destano in core

un vulcano d’affetti, il fanno fremere colla memoria del passato

sulla fiacca, nulla, infelicissima nostra età! Quest’Italia infine

(per tacere degli altri Signorotti) che un Carlo Alberto dopo averla

vilmente tradita nel vent’uno, e barbaramente defraudata nel trentatre,

tradisce continuamente e deride per soprappiù, trastullandosi della

sua buona fede, con farsi credere a quando a quando disposto alla

favorevole occasione di cancellarsi d’in sulla faccia il marchio

della più esosa viltà! Vero insulto a chi generoso lo riconoscerebbe

a fratello, a padre, vero adoperare di malvagia anima, d’anima

infernale, che dimostra ben chiaramente, che la via dell’infamia

per lui incominciata tutta vuole percorrerla fino alla fine e fare

inorridire delle sue gesta nonchè le venerate ombre de’ suoi antenati

_Carlo Emmanuele_, ed _Emmanuele Filiberto_, tutta l’umanità! Quando è

dunque o Massimo, che noi a ragione possiamo raccontare un’illiade di

maggiori guai? quando potremo noi dire di meritarci la nostra salvezza,

se fin ora non l’abbiamo anche meritata? Sì quando verrà il giorno che

dobbiamo valorosi intendere tutte le nostre forze alla grand’opra?

il giorno che il nostro sagrificio potrà dirsi grande, bastante,

e consumato? che infrante potremo vedersi cadere a piedi le nostre

catene? quando ai nostri conati, ai nostri voti vedremo sorridere da

lor sepolcro le anime di tanti giovani Eroi caduti sotto la scure dei

nostri Tirannelli, martiri veri della patria, della libertà?

Sul libro degli ultimi casi di Romagna e sulle speranze d'Italia fondate su Carlo Alberto · 第 7 / 18 题