OSSERVAZIONE II.

Non vedo, che a chi ho osato

stampare liberamente le sue

opinioni sul presente e sul futuro

stato d’Italia sia stato torto un

capello....

_Pag._ 4. MASSIMO D’AZEGLIO.

Siano pure, come voi e l’aristocratico per eccellenza vostro Balbo

volete, i nostri Signori persone _di temperato costume ed illuminate_,

cosa dicerto la quale non vi si potrebbe menar buona, qualora un colpo

d’occhio si desse alla loro vita pubblica, o privata, ma niuno senza

dubbio mai troverete, il quale sia sì nuovo delle cose governative

dei varii stati del nostro paese, e sì baggèo da credere all’opinione

vostra, siccome a detto infallibile, _che cioè il più gran rischio a

cui uno possa farsi incontro per dire schiettamente quella verità che

a tali Governanti non potrà giammai andar a sangue, sia la perdita

degl’impieghi_, mentre non v’ha villaggio sto per dire della nostra

penisola, che non porga la testimonianza di rigorosissime e barbare

provvidenze prese non che contro chi fu conosciuto autore di simili

scritti, contro a coloro i quali furono intesi parlare semplicemente

di patria indipendenza, o furono sospettati d’appartenere a qualche

società di liberali, o creduti divulgatori o possessori trovati di

libri politici, di cui proibita se ne era l’introduzione. E voi ci

venite dicendo che chiunque può scrivere quanto gli pare e piace

sugli abusi, sugli infami trattamenti, e pessimi modi di procedere

dei governi senza correr grande pericolo? Niuno vi niegherà che i

Principi nostri abbiano dimostro qualche volta di non ardire affrontare

direttamente la pubblica opinione, di trovarsi in forte imbarazzo nel

dover prendere misure di rigore contro qualcuno che o cogli scritti

o colla condotta li inquietasse; allora nelle loro determinazioni si

ingegnarono di parere moderati, giusti, ed anche generosi, ma voi non

mi potrete nemmanco contendere, che essi solamente ciò hanno fatto,

fanno, e faranno in quelle occasioni, che temono un altro procedere

loro riuscirebbe di pericolo e danno maggiore, cioè quando hanno

che fare con persone di gran fama, di gran popolarità; il perchè

quand’uno gode la simpatia, la stima e la venerazione della moltitudine

facilmente trascina i più dei concittadini nel suo partito, e li

obbliga a congioire e a compatire secolui nelle prospere e nelle

tristi venture, ed al punto dal farci avere in non cale qualsiasi

sagrificio quando si trattasse di salvare il loro capo, di arrivare

qualche grande intento. In questi casi torna più a conto dei nostri

Tiranni far orecchie da mercanti, far le finte di non vedere o di

non sapere, addimostrarsi moderati ed anche generosi, e nell’istesso

tempo guardare in segreto modo di rimediare alla meglio la cosa, e

trattandosi di scritti di troncarne ogni via alla pubblicità. Che

stranezza sarebbe infatti, che il popolo vedendo agire il governo

con rigore e crudeltà contro di un qualche suo rappresentante, si

levasse a rumore, e facessegli pagare lo scotto coll’ultima di tutte

le antecedenti sue prepotenze? Così sembrami non dobbiate far le

maraviglie come niuno con voi pensi che l’esempio di Niccolini libero

in Toscana, e di Balbo libero in Piemonte possa riprodursi, ogni

qualvolta uno scrittore osasse alzare alta e libera la sua voce contro

il proprio governo, tanto più poi che riguardo al Balbo ci sarebbero

molte cose a dire. Non sapete voi che egli appartiene a quel ceto di

cui qualsiasi azione non può essere che buona, e lodevole? Non sapete

che egli è di quel legno che in Piemonte è Sacro, e guai a chi lo

crede infetto, ovvero lo tocca? Di più meditate le _sue speranze_, e

poi ditemi qual utile si sia ottenuto o si otterrà da un libro che ci

viene a predicare impossibile la nostra redenzione tanto, che sta in

piedi l’impero ottomano, mentre offuscata, e spenta non è l’odrisia

luna? Credete voi che la pensi in fatto della sorte futura della nostra

Italia medesimamente che voi, uno che fa partire le nostre speranze dal

Turco? Vi ingannereste a gran partito se ciò fosse, io l’ho studiato

più davvicino di voi, penetrai più intimamente nell’animo suo, e vi

ripeto che egli è troppo aristocratico, è troppo ligio allo splendore

della sua casta, per essere davvero amante dell’indipendenza della

nostra nazione; aristocrazia della nobiltà piemontese, ed indipendenza

italiana son due contrarii, son due forze, di cui una trionfando,

necessariamente deve rompersi e spegnersi l’altra: pochi si sentono

capaci di resistere all’ambizione e loro basta l’animo come a voi di

rinunciare a tanto privilegio di schiatta.

Ma veniamo di nuovo alle conseguenze che si deve aspettare chiunque

prenda a scrivere la verità nel nostro paese: fino a qual punto

si potrebbe istendere la massima moderazione dei nostri governi

verso questi tali? Fino a lasciarli salvi dalla scure, sciolti dai

ceppi, liberi dal carcere, ma intanto sarebbero essi fatti spiare

attentamente nei loro passi, notati e riferiti i loro discorsi, e

spesso contraffatti per modo che impossibile loro saria riconoscersi

ancora per autori, e registrati andrebbero perfino i nomi delle persone

con cui d’allora in poi usassero famigliarmente, con cui parlassero

per via, e a che perfino facessero di saluto. Talmente che spesse

fiate la loro moderazione qualora avesse luogo diventerebbe assai

più funesta e nociva alla causa comune, che non può essere nemmeno

il più fiero rigore, la più ferrea tirannide. Il perchè coll’autore

dello scritto proibito andrebbero compromessi tutti quegli altri che

o l’attorniano per vanità di trattare con un grand’uomo, o gli sono

amici di cuore, o ne sono caldi ammiratori dell’ingegno, del carattere,

ovvero l’avvicinano per avere consigli ed istruzione; la qual cosa

potrà parere esagerata e falsa a chi non si curò di studiare addentro

ai nostri costumi, a chi giova illudersi per condurre avanti la

vita, a chi si lascia allucinare da un’atto di affettata urbanità, ed

intrinsichezza, non certo a me addottrinato in ciò dalla esperienza. E

poichè ho incominciato deggio assicurarvi che più d’una volta mi ebbi

a sentire all’orecchio da miei superiori di carica: _se volete andare

innanzi: se volete conservarvi la grazia del ministro, del sovrano: se

volete anco tenere l’impiego: se volete evitare il rischio di venire

congedato, o lasciato fermo senza promozioni: dovete frequentare

altre compagnie, lasciare la gloria di appartenere alla classe degli

spiriti forti, lasciare insomma lettere e letterati, ovvero occuparvi

in cose che possano guadagnarvi il favore del sovrano, come sarebbe

dire, in cose di religione, di aggradimento di chi vi fece benefizio

nel darvi impiego e gradi in società_. Nè ciò tanto a me è che sia

incontrato, ma di mia certa scienza a parecchi de’ miei conoscenti, ed

a due miei intimi amici, i quali non conoscendosi per nulla colpevoli

non vollero mutare tenore di vita a tali avvertimenti, ovvero usare

più circospezione e prudenza, e quando si presentarono per ricevere

dal nostro governo tratti di mera giustizia si dovettero sentire gli

uni a dire, che il Re non permetteva che si avessero per buone le

loro ragioni quantunque paressero giuste, e si prendesse interesse di

sorta per allora in loro utile stante la loro caparbietà, e la loro

ostinatezza; e gli altri vedersi minacciati, e tolti anche da impiego,

mandati a viaggiare od in esiglio quando non ebbero bracci possenti

che li sostenessero, o belle donne che li accomandassero, e corressero

ad intercedere per loro, perchè (se molto altrove) in Piemonte la

protezione di una bella Signora può più che non quella dell’oro

eziandio presso i grandi dello stato, e controbilancia perfettamente

quella dei Gesuiti.

Ma a quest’ora neppure a voi ciò può parere strano, o Massimo, perchè

se per lo addietro non anco avevate ciò esperimentato, l’avete non è

molto dovuto toccare con mano, dir voglio quando cacciato di Firenze vi

siete restituito in patria, dove dopo il breve clamore d’un entusiasmo,

che la gioventù subalpina, fra cui annoverate me eziandio, dimostrò

pel autore dell’_Ettore Fieramosca_, pel pittore di cui ammirato aveva

le sublimi creazioni già dei più anni, per l’illustre loro Compatriota

insomma, vedeste con vostro dolore e sorpresa, tanto vale che il

confessiate siccome l’avete dimostrato nel sembiante, cadere vittima i

vostri partitanti della sorveglianza la più fina, e della persecuzione

dell’ispettore Generale di Polizia, e vi trovaste abbandonato pressochè

da tutti i vostri più famigliari ed intimi, i quali erano stati

consigliati a lasciarvi, e non pochi minacciati, se continuato avessero

ad accostarvi, fra cui non voglionsi tacere alcune distinte famiglie

che pur vi stimano, e si riputavano fortunate di accogliervi nel loro

seno a serali conversazioni, e furono costrette ad ismettere di tenere

le loro adunanze per non incontrare il mal umore del Conte Lazzari

ricevendovi tuttavia dietro consiglio dato loro da lui in persona, od

in bella maniera da lui fatto loro per via d’un terzo pervenire.

Ed il vostro libro che voi credevate di poter introdurre quando che

sia e spargere fra le mani dei vostri compaesani, ditemi di grazia

ebbe forse una sorte migliore di quella, che fu toccata ai vostri

partitanti? A migliaja mi scrivevano da varie città della Penisola

esserne entrate le copie in Piemonte anzi nella capitale, ma invece

quaranta persone, dalle quali nulla potrà sperare giammai l’Italia,

nulla ponno temere i nostri tiranni, avevano ottenuto col permesso

del ministro di Polizia di ritirarne una copia per uno con patto, anzi

con sacramento di non la prestare o lasciar leggere ad altri, ovvero

di tenerla scrupolosamente sotto chiave, e dopo qualche tempo anche

queste in parte vennero ritirate per ordine di S. Maestà, da cui voi

assicuravate avreste avuto immancabilmente coll’approvazione dell’opera

l’assenso ad una illimitata introduzione. Chi mai avria detto, che

un uomo di vostra età, con tante attinenze ed appoggi potesse venire

ingannato nella sua aspettazione sì compiutamente? Io istesso che

non conto la metà dei vostri anni, e che non sono dei più difficili

a credere, e prestar fiducia, non avrei mai nemmeno per sogno preso

un marrone di tal natura, e tornare in conseguenza più di danno che

non di vantaggio a miei compaesani. Ma se per avventura queste cose

non fossero sufficienti a convincervi del contrario della vostra

asserzione, potreste leggermente assicurarvi meglio dei riguardi che

il nostro Re ha pegli scrittori, i quali anche dopo una terribile

falcidiatura della censura ottenuta l’approvazione, osarono pubblicare

cose che in qualche maniera potevano muovere il mal’umore del governo;

se di ciò interrogaste l’Avvocato _Angelo Brofferio_, il sig. _Edoardo

Soffietti_, il sig. _Delpino_, il sig. _Tallone_, ed il sig. _Lorenzo

Giribaldi_, da essi intendereste come sia facilissima cosa anche

dopo l’approvazione, locchè è assai più ingiusto e barbaro, l’essere

invitato ad una conferenza coll’ispettore di Polizia, e l’essere

detenuto in arresto o in cittadella, od al palazzo di piazza Castello

per uno scrittore, non dico ardito al punto da tentare colla penna e

colla voce di illuminare il popolo, e farlo entrare in se, ma solo che

non sia venduto, o che procuri a poco a poco di mettere sotto occhio

la necessità delle più indispensabili riforme, che i governanti si

ostinano a niegarci quanto più veggono avvicinarsi il tempo che a ciò

saranno costretti contro loro volontà. Figuratevi quanto non sarebbe

loro per accadere qualora la penna tingessero nel fiele, e togliessero

a descrivere e disvelare i misteri della nostra società, a metterci

sottocchio qualche quadro dell’intollerabilissima nobiltà piemontese,

dei raggiri, dell’impostura, e ridicolezza di molti impiegati che

tengono il maneggio delle cose e le conseguenze deplorabili della _via

economica_ infatto di giustizia tanto accetta a Carlo Alberto, ed agli

altri sovrani Italiani! In tal caso io sono d’opinione che non solo ci

vorrebbe che ogni scrittore appartenesse ad una famiglia per affumicati

diplomi, per resi servigi, per ricchezza e potenza di parentado ben

visa dal governo, come si è appunto la vostra, ma sì ancora farebbe di

mestieri la precauzione di svignarsela prima della pubblicazione delle

loro opere, lungi dalla patria per non vedere tali puntelli a crollare,

e dovere o presto o tardi essere fatti segni alla più accanita

vendetta di chi non sa, non vuole, e non potrebbe mai perdonare,

il perchè il perdono dipende da troppi affine possa liberamente nel

nostro paese essere adottato, e d’altronde saria pressochè per tal

gente un volersi ruinare da se, un volere rinunciare al loro passato,

presente, e futuro, al qual punto come venissero in pensiero di

discendere incomincerebbero, non v’ha dubbio, dalle dovute mutazioni

di reggimento. Ma a che pro io mi spargo in cose, di cui al presente

momento al pari di me sarete già forse convinto? Di fatto quelle

maraviglie che dal Sovrano nostro, dai varii ministri, dai grandi della

piccola nostra Corte, da ogni parte insomma vi venivano mosse intorno

al fermare più a lungo la vostra dimora in Torino, quell’offerirvi

incarichi per lontani paesi, ec. ec. non erano segni manifesti che

il vostro soggiorno li inquietava, non erano taciti consigli perchè

faceste la vostra valigia e partiste per qualche altra terra? Onde

anche voi malgrado il sostegno della vostra fama, del vostro merito,

della vostra famiglia che ha poderose branche, e dei vostri amici più

possenti che schietti, temo forte abbiate presto a ricevere ordini

in vece di esortazioni, e se stiamo a quanto si va ascoltando per via

di Pò e di Dora, difficilmente alla comparsa di questa mia tontera vi

potrò rivedere a percorrere questi nostri nuovi lastricati, ed udire

la vostra parola che sebbene erronea perchè dettata spesso da mente

illusionata, pure sempre interessante, perchè sincera e generosa.[1]

Del resto riguardo a quanto voi diceste sul piccolo rischio che uno

correrebbe nella nostra Italia prendendo a parlare delle universali

tendenze della Società, e delle speranze del popolo Italiano, voglio

ancora osservarvi qualche cosettina, ed è che non solo nel nostro

beatissimo paese ciò è impossibile senza i più gravi pericoli, ma anzi

appare poco meno che delitto agli occhi sovrani l’essere letterato,

quando non siasi disposti a far l’apologia dell’augustissima Casa

di Savoya, tanta è la tema che si ha, noi propaghiamo la conoscenza

dell’onta, e della abbiezione nostra, il dovere di cittadino verso

di noi e dei nostri discendenti, e della patria! Ne è chiara pruova

il letto di Procuste in cui vengono messi i componimenti letterarii

d’ogni genere, ma sopra tutto quelli drammatici, i quali per l’appunto

sarebbero i più acconci a sussidiare la opera nostra, a giovare alla

rigenerazione del paese; che nulla più che la commedia può educare

il popolo a virtù, destarlo dallo stato di ignavia, di sonnolenza

e di viltà, d’incitarlo a cose grandi, siccome nulla più che la

tragedia è atta ad ammansare la ferocia dei tirannelli, a farci

concepire contro d’essi odio implacabile ed eterno, ed a recare loro

spavento col pensiero del nostro risvegliamento, quando davvero gli

scrittori intendano gli obblighi loro, ed in ogni maniera s’adoperino

per soddisfarli; insomma quando il concetto nazionale, come sempre

dovrebbe essere, fosse il più vagheggiato nella lor mente, il più

idolatrato nel loro core, e piuttosto ei si sentissero atti a gettare

via la penna, che non ad obbliarlo. In Piemonte principalmente per

potere far di pubblica ragione per via delle stampe o per via delle

scene una commedia, od una tragedia, converrebbe dipingere nella

prima i costumi di seicento anni fa, nella seconda sviluppare quelle

passioni che più non possono riuscire di lezione in modo alcuno ai

nostri potentati, e promovere il nostro utile, perchè anche nelle male

cose i nostri signorotti sono infinitamente inferiori alli antichi,

di cui i più anche nelle più turpi azioni addimostravano alle volte

eroismo e grandezza, a differenza dei nostri che piccolissimi in tutto

si addimostrano; sì per battere la carriera del tragico è d’uopo da

noi mutare i principii costituenti il vero dramma italiano, è d’uopo

darci uno scopo affatto opposto, cioè infame siccome fece ultimamente

Domenico Cappellina il quale nel suo _Cola da Rienzo_ viene a

predicarci la viltà e l’ignavia, e a tentar di metterci in uggia la più

generosa, la più sublime, la più libera delle virtù.

Interrogate il Nota, il Marenco, insomma tutti coloro che si diedero a

coltivare questo ramo della nostra letteratura, ed ispecie i giovani

letterati che valorosamente di continuo scendono in sì difficile

palestra, a rinnovare le pruove, vi diranno quanto si struggano e

giorno e notte non per incarnare il loro pensiero, ma per poterlo

adombrare tampoco alla lontana, per cui tutti i tentativi riescono

nulli, per cui non hassi teatro italiano, per cui Nota, Corelli,

Marenco non poterono ancora emulare le glorie di Goldoni e d’Alfieri,

e vendicarci dalle giuste rampogne che tutto giorno ci movono contro i

nostri più grandi nemici, i Francesi.

Sul libro degli ultimi casi di Romagna e sulle speranze d'Italia fondate su Carlo Alberto · 第 6 / 18 题