CAPITOLO XI.

Il fantasma.

Altro aggiunse, narrando, il savio che aveva tra mani il simbolico

fiore del loto. Parlò della incarnazione di Visnù, che già era

l'ottava, dopo la creazione del mondo. Egli era venuto (diceva),

egli era venuto, il divino Paramatma, ossia l'anima dell'universo,

nella prima ora del Cali yuga, che era la quarta età del mondo;

egli era venuto, più dolce del miele e dell'amrita celeste, più puro

dell'agnello senza macchia e del labbro d'una vergine; egli era uscito

dal grembo della Devanaguy, ad aveva riconciliato Brama con la sua

creatura. Un fremito sovranaturale aveva invaso l'aere ed il suolo;

voci misteriose avevano dato l'annunzio ai santi eremiti nei boschi;

i Gandarvi avevano fatto suonar l'etra di loro celestiali armonie; le

acque del mare avevano esultato dai gorghi profondi; i venti si erano

infusi di elette fragranze; al primo vagito di Crisna la natura aveva

riconoscito il suo alto signore.

Così aveva proseguito il savio dal fiore di loto, e i due venerandi

compagni avevano chiarito quanto ci fosse nelle sue parole di conforme

alle loro istesse dottrine. Avevano inoltre notato come que' santi

veri fossero antichi di antichità sterminata, e come quell'ultima

teogonia risalisse a mille e più anni addietro, fin oltre la medesima

età che assegnavano alla lor torre delle lingue i sacerdoti degli

Accad. Invero, quei superbi figli di Cus, venuti per mezzo alle arene

del deserto sulla terra di Sennaar, poveri di storia, o dimentichi

del loro passato, non avean fatto altro che accogliere le sparse

leggende e i primi racconti degli Aria, confusi insieme con le oscure

memorie dei nomadi figliuoli di Sem, per guastarne il senso arcano e

far dell'impuro miscuglio un fondamento alla loro mostruosa idolatria.

Ben più antica soggiungevano i tre savi velati essere la stirpe umana,

che non la facessero i Casdim; la luce del vero esser dono d'Oriente,

siccome la stessa luce del sole.

Dicevano; ma il giovine Ara, o non udiva già più i loro profondi

ragionari, o molto confusamente li udiva, e senza coglierne il senso.

In quella guisa che per vapori esalati sul far della sera dalla

superficie d'un lago, s'ingombra di fitta caligine la silenziosa

convalle, così a grado a grado, lentamente, erasi offuscato

l'intelletto del giovine. Ammirato da prima, colto al fascino di quella

grave parola, aveva seguito con avida cura il discorso del savio,

siccome avrebbe ascoltato, là nella sua reggia d'Armavir, la canzone

d'un poeta, o il racconto d'un ospite pellegrino, o un passo delle

prime istorie di una stirpe, dal labbro d'uno scriba ossequente. Ma a

poco a poco un'insolita stanchezza, un torpore, quasi un senso grave

d'ebbrietà, gli eran venuti serpeggiando nelle fibre, gli avevano

intorbidita la mente e prostrate le forze. Di tratto in tratto tentava

riscuotersi; qua e là afferrava una frase, un concetto, ma senza potere

altrimenti seguire nel suo corso il ragiomento dei tre venerandi. E

quelle frasi, quei concetti slegati erano come faville, che guizzano e

si disperdono nel buio; passavano davanti agli occhi della sua mente e

fuggivano.

Si avvidero i tre dello stato in cui era il re d'Armenia, e ad un lor

cenno si fece innanzi il coppiere, profferendogli la tazza ospitale,

colma d'un liquore verdognolo. Bevve egli avidamente a ripetuti sorsi

e si sentì come rinascere. La bevanda avea grato sapore; dava senso

di frescura alle fauci riarse, e, destandogli le forze languenti, gli

snebbiava altresì l'intelletto. Così almeno a lui parve.

— Bevi: — gli diceva frattanto uno dei tre; — tu hai d'uopo di

rinfrancarti le membra e lo spirito. Le prove ti riuscirono faticose e

la parola del vero ti è tornata molesta....

— Non già! — si affrettò il re d'Armenia a rispondere. — Cara mi è

giunta, come mi fu sempre caro di udire gl'insegnamenti dei savii. Le

vostre parole, o venerandi, neppur mi vengono nuove del tutto; esse mi

ricordano, sebbene alla lontana, cose già udite nella mia adolescenza,

dal labbro di santissimi uomini, tra' miei monti natali.

— Il vero, — rispose quell'altro, — è come il sole; esso spande un

raggio della sua luce dovunque. Del resto sono a noi congiunti di

sangue gli Armeni, non già derivati dalle genti della pianura, come

favoleggiano i Casdim. Questi vanagloriosi credono di aver essi

popolata la terra, essi, gli ultimi venuti nel Sennaar, su questa foce

del gran fiume ariano, che inonderà, fecondandolo, il mondo. Vogliono

esser diga; saranno soverchiati e dispersi. Come Dio è uno e trino,

così una e trina è la verità. Iran, Javan, Mesraim, il Gange, l'Arasse

ed il Nilo, si collegano per abbattere la mostruosa possanza dei figli

di Nemrod. La tua schiatta, o re, procede dal nobile ceppo degli Aria.

Il forte Aìco avrebbe egli dovuto pugnare contro l'esercito di Nemrod,

se gli eroi dei due campi fossero stati del medesimo sangue? Disgiunti

di famiglia e nemici allora, durano nemici pur sempre, e, quel che è

peggio, non sono più pari, come allora, le forze. Troppo è divenuto

possente il popolo di Kiprat Arbat e nella insperata felicità di sue

sorti vagheggia ambizioso la padronanza del mondo. Ogni terra, felice

di popolo, di naturali dovizie e di utili industrie; Tiro e Sidone, coi

loro drappi di bisso, tinti nei vaghi colori della porpora; le isole

del mar d'occidente, coi loro candidi marmi e col più meraviglioso

candore delle bellissime schiave; Mesraim, co' suoi nobili aromi e

coi finissimi lini; Ofir, con l'oro e col cedro; Bakdi, coi poderosi

cammelli e colle gemme preziose; l'India lontana, con le sue molli

lane variopinte e co' tenui veli intessuti d'argento; l'Armenia, co'

suoi corsieri veloci come il soffio della tempesta: ecco le invidie, i

desiderii, le cupidigie di questi ladroni. Nuotano essi nelle delizie,

si sprofondano nelle voluttà, imperocchè li affida il genio guerresco

di Semiramide, che rassodi le prime conquiste e ne faccia di nuove

all'intorno, vuoi con aperte guerre, vuoi con infinite alleanze ed

amicizie.... le quali pagan tributo.... —

Ara senti il colpo e chinò gli occhi a terra, senza risponder parola.

Frattanto quell'altro proseguiva, incalzando.

— Ah, facil maestra d'inganni è costei! La sua bellezza, che, la

mercè di arcani filtri, resiste alle ingiurie del tempo e sfida gli

struggimenti delle protratte vigilie, è pari all'albero della morte,

al cui meriggio posando, l'incauto pellegrino s'addormenta in eterno.

Te pure, o generoso, ella ha colto ne' suoi lacci, come altri prima

di te. Ma costoro negl'incantesimi suoi perdettero solamente la vita:

tu perderesti la vita in pari tempo e l'onore della tua fortissima

schiatta. —

Udì le dure parole il re d'Armenia, e non ne prese sdegno, siccome

qualche ora innanzi egli avrebbe pur fatto. Ma il dubbio, atroce

dubbio, gli lacerava il cuore; ma la fede in quei tre uomini velati gli

era cresciuta nell'anima. Infine non dovevano costoro, potenti sugli

spiriti invisibili, dargli le chiare, le certe, le incontrastabili

prove di tutto ciò che asserivano? Queste prove attendeva, a queste

mirava, di null'altro gli importava in quel punto. E il capo gli

ardeva; il sangue ribolliva nelle vene, gli martellava concitato alle

tempie.

— Lasciamo di me! — gridò egli, che temeva, desiderava, e ad ogni modo,

per quelle dirette allusioni del suo interlocutore, sentiva vicina la

catastrofe. — Di lei, dell'amor suo, della fine di Sandi, io vi chiedo;

non per altro son io disceso quaggiù. Perdonate, o venerandi, alla

mia impazienza, alla mia soverchia cura di cose terrene; ora io non

sono già più signore di me. Mi avete soffiato il dubbio nell'anima;

mostratemi il vero; esso sarà sempre meno acerbo del dubbio. M'ingannò

quella donna? E sia; svanirà il mio sogno, cadrà la mia corona nel

sangue, morrà con me la stirpe d'Aìco.... Ma che io n'abbia le prove!

Che il vero, l'amarissimo vero, mi si mostri in tutta la sua dolorosa

pienezza!

— Tu lo vuoi, e sia! — disse il savio dal flore di loto. — Virtù

dormenti della natura, idee madri di ciò che è, incancellabili parvenze

di ciò che fu, ripigliate forma visibile davanti agli occhi del re.

Gli sia mostrato da voi quanto egli ebbe di più caro sulla terra, e

così vivamente, che i sensi di lui, offuscati finora dal dubbio, non

ricusino più oltre la testimonianza del vero. Schiuditi, adunque,

misteriosa cortina, che ci nascondi il passato! —

Una mano invisibile fe' scorrere, a quel comando, gli anelli della

negra cortina, che partita in due si ritrasse sui lati, lasciando

scoperto un largo spazio nel mezzo. Nulla vide il re d'Armenia là

dentro; nulla più vide intorno a sè, il lume delle lampade essendosi

spento ad un tratto.

— Noi ti lasciamo; — disse la voce dei savio, allontanandosi da lui. —

Volgi in quel nero spazio tutta la possanza del tuo desiderio; aguzza

lo sguardo e prega Iddio che t'illumini. —

Il giovine Ara si sentì solo un'altra volta. Tese l'occhio obbediente,

rimase a lungo aspettando, e finalmente gli parve che il buio si

rischiarasse di mano in mano. Era dinanzi a lui come una superficie

piana, levigata, ma trasparente in pari tempo e profonda, entro

la quale si veniva disegnando lentamente alcun che d'incerto e di

mutevole, incognito, indistinto di ombre e di barlumi, di forme e

di colori nascenti. Che voleva dir ciò? E come chiarire a sè stesso

l'arcano di quel doppio aspetto del piano e del profondo, del diritto

e del concavo? Avea trasparenza d'acqua tranquilla, ciò che egli

vedeva; ma come potea l'acqua rimanersi in tal modo sospesa nell'aria,

a somiglianza di velo? No, acqua non era quella per fermo; imperocchè

come avrebbero potuto prodursi nel suo grembo opaco quelle forme

svariate, e crescere, illuminarsi, assumer contorni e colori? Ecco,

di fatti; alla sua destra si protendeva una massa scura, si allungava

il ciglione, si partiva in creste e sporgenze, indorate dal sole. Più

indietro erano colline digradanti, quali tinte d'azzurro, perchè più

lontane, quali di violetto e di verde, seminate di punti bianchi e

lucidi che si facevano più frequenti nel basso verso la sponda d'un

lago, la cui superficie si vedeva increspata dalle lievi brezze del

nascente mattino.

— Peznuni! — gridò il giovine, compreso di maraviglia.

E tutto intento, ansioso, palpitante per memore affetto, si stette egli

rimirando quella magica scena, che prendeva sembianza di vero davanti

al cupido sguardo, e cercando con assidua cura e ritrovando di mano in

mano i cari luoghi, le balze sporgenti, le insenature, i margini del

lago, gli edifizii, e via via tutte le cose più riposte, di cui gli

tornavano in mente le immagini. Di pari passo con le sue ricordanze,

quasi rispondendo ai suoi desiderii, usciano lucide forme dalla

vaporosa penombra, e il quadro si faceva sempre più vivo. Sì, erano

quelli i suoi monti; quella era la rocca di Van; quel colmo di case

che biancheggiava là in fondo, era Armavir, la sua diletta Armavir;

quegli alberi verdeggianti eran pure i sacri platani di Peznuni; quella

candida striscia serpeggiante lunghesso la sponda del lago, era il

fiorito sentiero che egli adolescente avea corso e ricorso le tante

volte in compagnia dell'amico.

E appunto allora, su quel noto sentiero, vide egli affacciarsi da

un ammasso di lieta verdura due giovinetti, che procedevano ilari

e baldi, l'uno a fianco dell'altro. Vestivano entrambi ad un modo e

d'uno stesso colore; donde si sarebbe argomentato che fossero fratelli.

Senonchè, l'un d'essi, alquanto più rilevato della persona e biondo

di capelli, alla dimestichezza con cui s'appoggiava sull'òmero del

compagno, appariva essere di più alto grado, e l'altro, notevole per

le chiome corvine, inanellate e lucenti, mostrava agli atti non essere

dall'amicizia disgiunto l'ossequio. Del resto, lieti ambidue di vivere

insieme e tutti assorti nelle tenerezze di un fraterno colloquio.

Poco stante si fermarono, ed Ara rimase estatico a contemplarli. Vide

allora l'un di essi recarsi tra mani un cavo strumento di legno, che

portava ad armacollo, e dalle corde, tese sovr'esso, trar suoni con le

agili dita. Era egli inganno dei sensi, o verità? I suoni della cetra

giunsero distintamente all'orecchio di Ara.

— Sandi! oh, Sandi! — gridò egli commosso.

E gli parve allora di non essere più al suo luogo, spettatore lontano

di quella scena del suo dolce passato. Si sentì, in quella vece, si

vide vicino all'amico, e immedesimato con quel biondo adolescente

che sedeva sulle molli erbe del prato, al fianco di Sandi, in atto di

pendere dal suo labbro e dal fremito delle corde canore.

— Prosegui! — diceva egli con amorosa sollecitudine al compagno.

— Grato m'è il suono della cetra e più grato il suono della tua

voce. —

Ma Sandi aveva cessato; il suo strumento giaceva a terra colle corde

spezzate.

— No; — rispose egli all'amico. — La mia cetra non ha più suoni; nè più

ha canzoni il mio labbro. Non vedi? Son morto. —

E allora il re d'Armenia si fece a contemplarlo, e un senso di

raccapriccio gli corse per l'ossa. Sandi, il suo Sandi, non era più il

baldo, sorridente e roseo garzone, ch'egli aveva conosciuto ed amato.

La faccia aveva livida e gonfia; le membra, siccome apparivano dalle

lacere e lorde vesti, ammaccate e sanguinolenti. Nelle peste occhiaie

si sprofondavano le pupille smorte sotto le palpebre semichiuse; i

capegli, già sì neri e lucenti, si vedevano rappresi alle tempie,

stillavano acqua limacciosa lunghesso il tumido collo. Era il cadavere

di un annegato, e, orribile a vedersi, più orribile ad udirsi, il

cadavere parlante!

— O Sandi! — gridò il re d'Armenia atterrito; — Sandi, mio dolce amico,

che è ciò?

— Ella mi ha ucciso; — rispose Sandi, con voce cavernosa.

— Ella? chi?

— Atossa, la tua leggiadra ed amatissima Atossa.

— Atossa! — balbettò Ara tremante. — Io non t'intendo....

— Sì, — soggiunse il fantasma, — non è egli forse questo il nome che

la perfida donna assume, a nascondere i suoi amori feroci? Vana cura

del resto! Ella è ben nota in tutte le opere sue, l'impudica. Ognuno

la conosce in Babilonia, e la fugge. Si teme la regina e si disprezza

la donna. Però, non amore, ma ripugnanza per lei, per la notturna

cacciatrice degl'incauti stranieri!

— Ah! dici tu il vero? — gridò Ara ferito nel profondo dell'anima, e

in quella parte più gelosa, che l'uomo vorrebbe ascondere, non pure

altrui, ma a sè stesso.

— Può il labbro d'un estinto mentire? — gli chiese Sandi, con accento

severo. — E, vivo ancora, hai tu mai potuto notarlo di menzogna,

l'amico della tua fanciullezza? —

E così dicendo, il fantasma si veniva facendo più pallido nell'aspetto,

più incerto ne' contorni, a guisa di visione che si dilegui, o di sogno

che abbandoni il capezzale d'un dormente.

— Ah no, Sandi, fermati, non mi lasciare così! — proruppe Ara, tendendo

le palme verso le amiche sembianze. — Io non dubito già delle tue

parole; dubito di me, della vita, di tutto, poichè la mia fede in

quella donna s'è scossa.

— Tanto ti aveva ella ammaliato! — sclamò Sandi, tornando a lui e

guardandolo con aria di profonda mestizia. — E forse domani ancora...

— Ah no, non temere! Io non vedrò più quella donna; lo giuro pei sacri

platani di Peznuni; pel sangue di Aìco, lo giuro. Uccider te, mio

Sandi! Te, il più caro, il più nobile, il più affettuoso degli uomini!

E potrei io più avvicinarmi a costei, senza sdegno, accogliere i suoi

baci senza ribrezzo? Ma dimmi, — proseguì Ara, con accento peritoso;

— condona a chi amò, e credette di esser riamato, la molesta dimanda.

Come ti avvenne di conoscere costei? Come fu ella cagione della tua

morte? La fama che corse del triste caso in Armenia, non era dunque

mendace?

— Assai meno del vero recò intorno la fama; — rispose Sandi all'amico.

— Ascoltami, o re, e vedi in chi avevi tu posto il cuor tuo. Tu lo

sai, dolce amico, che io non vedrò più sulla terra; egli fu nello

scorso anno, e nel primo giorno del mese di Bagayadisc (i Babilonesi lo

chiamano Ziggar) che noi ci diemmo l'addio della partenza. Te chiamava

debito di figlio e di principe, al fianco del fortissimo Aràmo, sui

confini del settentrione, per castigare coll'armi gli irrequieti

scorridori Turani. Me vaghezza di cose nuove, amore di gloria, follia,

trassero in quella vece alla pianura di Sennaar. Oh, avess'io seguito

il tuo affettuoso consiglio, che mi chiamava ai campi di Masciag, per

celebrare cogl'inni alati la virtù dei combattenti, i corsi pericoli,

le vittorie, i trionfi! Ma il Dio delle sorti m'aveva posto le mani

poderose entro i capegli, mi voleva, mi trascinava quaggiù. E venni,

acceso il cuore di liete speranze, l'anima riboccante di auree canzoni;

venni, e nel bosco sacro a Militta...

— Ah, com'io, Sandi, com'io!..

— Sì, pur troppo; egli è in tal guisa che il giovine straniero si

perde, che l'aquila della montagna si lascia cogliere al laccio.

Così la vidi, udii il suono delle sue dolci parole, m'inebbriai

nella voluttà dei suoi baci. E non sapevo credere a me stesso; la mia

felicità mi pareva un sogno, da cui dovessi col mattino svegliarmi.

Imperocchè, come poteva egli accadere che un ignoto straniero, un

oscuro artefice di canzoni, giunto nel medesimo giorno alle mura

di Babilu, s'incontrasse in un tale miracolo di bellezza, e questo

miracolo non gli fosse conteso da mille rivali? Tutti que' baldi

garzoni, fiorenti di gioventù e di leggiadria, che s'accalcavano nel

sacro recinto, in traccia di liete venture, erano essi usciti di senno?

Ma forse ella non si cura di loro, pensai; destinata all'amor mio dal

provvido volere di Militta, costei ha negletti gli omaggi di così vani

amatori. Diffatti amano essi veramente, i figli di Babilu? Amano essi,

come noi amiamo, una volta sola nella vita, e per sempre? Così pensavo,

nè le sue parole suonarono disformi dal giudizio ch'io facevo di lei.

Cercava affetto, ma invano, gagliardo e sincero come il suo. Ognuno in

lei vedeva e desiderava la regina; nessuno aveva amata la donna. Ed era

sola, si sentiva sola nel suo vasto impero, come un'isola deserta sul

mare!... —

Il re d'Armenia mandò fuori dal petto un sordo grido che parve ruggito

di belva, a cui il giavellotto del cacciatore siasi conficcato nel

fianco. Invero, quelle erano parole di Semiramide; l'ingannatrice aveva

così parlato anche a lui!

— Prosegui! — disse egli impaziente. — Prosegui!

— Io l'amai, — ripigliò con accento disperato il fantasma, — l'amai con

tutto l'impeto del cuor mio giovanile. Amante della donna, non venni

meno all'ossequio dovuto alla regina. No; io te lo giuro per l'antica

amicizia; la vanità, l'ambizione non fecero velo ai miei occhi. In lei

non vidi, non conobbi che Atossa. Fu ella che non si tenne paga di

ciò, che mi volle ospite suo nella reggia. La donna che ama (fino a

tanto questo incendio le duri nel sangue) non sa, non può, non vuole

celar l'amore suo alle genti; ella se ne adorna, come di un prezioso

monile, al cospetto del mondo; ognuno ha da scorgerlo, da invidiarlo

eziandio; che monta, se domani, infastidita, ella getterà lungi da sè

quell'ornamento di un giorno? Così apparve nella reggia il tuo Sandi,

così fu assunto alla superba allegrezza, agli splendori del vivere

cortigiano; così fu festeggiato, accarezzato e fatto segno d'invidia

profonda. Ma egli, non mutato dal regio favore, agli ossequi della

moltitudine rispondeva con riguardosa umiltà, alle lodi dei grandi

con grata riverenza, ai sorrisi delle vezzose ancelle e compagne della

regina, con modesto riserbo. L'innamorato garzone non vedeva che lei.

Ed ella, come rispose all'amor suo? Due lune erano trascorse e Semiram

non lo amava già più. Era giusto! Un vil cantore d'Armenia!... Ma

allora, perchè innalzarlo fino ai piè del suo trono? Perchè giurargli

un'eternità d'affetto?

Pregata, scongiurata, si schermiva, adonestava il suo mutamento con le

assidue cure dei regno e cogli urgenti apparecchi di una guerra, che

ella stava per muovere ai popoli dell'estremo Oriente. Intanto, le care

notti vegliate tra i pensili orti, di contro alla dormente città, sotto

l'azzurra vôlta seminata di astri lucenti, erano finite per Sandi, ed

egli gemeva solingo e negletto nelle sue stanze obliate. M'intendi tu?

Solingo e negletto! Così tenea fede a' suoi giuramenti costei!

— Finisci! — incalzò il re d'Armenia, con voce soffocata dall'angoscia.

— Sì; la storia è breve, oramai. Una sera, atroci sospetti mi morsero,

mi lacerarono il cuore. Se fossi tradito!.. Volli correre a lei,

sincerarmi co' miei occhi medesimi, udire la mia sentenza dalle sue

labbra. Palpitante d'amore e di rabbia, balzai fuori dalle mie stanze;

m'avviai per un andito segreto, che conduceva agli appartamenti

della regina. Da più giorni ella mi aveva vietato di rifare quel

noto cammino; ma io non badavo già più al suo divieto. Il mio sangue

ardeva; non ero più padrone di me. Corsi, dunque, ma invano; l'uscio

era sbarrato ed io mi ritrassi impossente. Un dubbio, come lampo

nelle tenebre, mi guizzò nella mente. Uscii dalla reggia. Ero noto

ai custodi, e mi dischiusero il passo. Dove correvo io, in tanta

angoscia, per le sterminate vie di Babilonia? Tu lo indovini, o re;

al sacro bosco di Militta, dove il cuore mi diceva che le gravi cure

del regno, i pensieri della guerra imminente, avessero tratto costei.

Presago mio cuore! Ben mi parve di ravvisarla colà, tutta chiusa nel

suo candido pallio di bisso, dal cui lembo traspariva la lunga stola

violacea, frangiata d'argento! Fuggì, quando mi vide, e il mio ignoto

rivale con lei; di guisa che, per mezzo alla calca dei felici, non mi

venne fatto raggiungerli, e gl'intricati meandri del bosco mi fecero

perder la traccia. Era dessa; oh, non si poteva dubitarne; era ella

Semiram! Gli occhi suoi balenarono attraverso il fitto velo che la

copriva, ed io sentii quello sguardo penetrarmi, gelida punta, nel

cuore. Ah mi fosse bastato quel cenno! mi foss'io rattenuto a quel

punto! Ma tu lo sai, Ara; l'amore accieca. Errai lungamente, ignaro

di me, della via percorsa, di tutto. Il dì vegnente, ella era chiusa a

consiglio co' suoi ministri e capitani d'armata, nè mi fu dato vederla.

Solamente sul far della sera ella fece chieder di me, come per lo

passato, e il mio cuore si riaperse alla speranza, nello scorgere il

muto messaggiero de' suoi teneri inviti. Patimenti durati, collere e

pianti, tutto dimenticai in un punto. Nella sùbita ebbrezza, giunsi

perfino a negar fede a' miei occhi; mi persuasi di aver traveduto, la

notte addietro, nel bosco di Zarpanit; la fede, raggio di sole dopo i

rovesci della tempesta, mi racconsolava lo spirito, cancellava ogni

passata tristezza. Così è l'uomo che ama! E giunse finalmente l'ora

aspettata. Uscii commosso, palpitante, dalle mie stanze; m'avviai per

l'andito segreto.. Ah, maledizione! Avevo a mala pena oltrepassato

l'uscio, non più chiuso tra me e l'argomento de' miei desiderii, che

il suolo mi mancò sotto i piedi. Brancolai, tentando aggrapparmi da

qualche lato, ma invano; io precipitavo nel vuoto, trabalzato contro

le liscie pareti d'un pozzo. La caduta era alta, quanto il palazzo

medesimo della regina, e fu tutta per me una lunga bestemmia, uno

spavento supremo, una feroce agonìa. I ripetuti sbalzi, mi pestavano

le membra, mi fiaccavano l'ossa; lame corte e talienti, infisse

ne' muri, mi coglievano al varco, mi spiccavano brandelli di carne.

Finalmente ebbi tregua nella morte; diedi un tonfo; larghe ondate mi

schizzarono intorno e i gorghi romorosi dell'Eufrate si chiusero sopra

di me. —

Le chiome si rizzarono per raccapriccio sulla fronte di Ara e un sudor

freddo gli stillò per tutte le membra.

— Orrore! — gridò egli, poichè il doloroso fantasma ebbe finito il

racconto. — Ma è una belva costei?

— Ben dici, una belva. E tu pure finiresti così, rimanendo.

— Ah, sarebbe il minor danno cotesto! Lontano da lei, non avrò io morte

del pari? O Sandi, il mio cuore è spezzato. Ma ella mi udrà.

— Non tentare la prova, sconsigliato! Che potresti tu, solo ed inerme,

contro la signora di cento popoli? Che ardiresti tu, uomo e di nobil

sentire, contro una donna? O ti romperesti come una fragil canna nel

pugno della offesa regina, o piegheresti, come giunco, alle lusinghe

della impura maliarda.

— Oh mai, te lo giuro! Ma dimmi, consigliami, ombra diletta; che altro

debbo io fare, che non dispiaccia alla tua vigile amicizia?

— Fuggire; non già come pauroso cerbiatto che teme lo strale del

cacciatore, ma come leone che rompe le sbarre del carcere e ripiglia

la sua libertà. Va; mostrerai alla ingannatrice come a te le sue male

arti sian note. Rammenti l'oracolo di Peznuni, innanzi che tu lasciassi

Armavir? «La terra di Sennaar ti sarà fatale!» Torna alla tua reggia,

meno sontuosa, ma più ricca d'onore; lascia che costei si strugga nella

sua rabbia impossente, e farai, nelle tue, le vendette di Sandi. Ed

ora, addio; ti sovvenga di me!

— Già mi lasci?

— Sì: l'alba novella è vicina; il dio delle ombre non mi concede più

lunga dimora.

— O Sandi, mio diletto, non ti vedrò io ancora una volta sulla terra?

— Forse! — rispose mestamente il fantasma.

— E dimmi... — aggiunse Ara peritoso, come chi teme di chieder troppo;

— non avrò io da te un pegno del nostro colloquio?

— Dubiti ancora! — esclamò Sandi con accento di rimprovero. — Orbene,

eccoti il pegno. —

Così dicendo il fantasma si appressò, pose le palme sugli òmeri di Ara

ed accostò le labbra al suo volto.

Il re d'Armenia sentì, insieme col bacio, l'impressione dell'acqua

diacciata, che grondava dalle chiome del morto; diè un grido di alto

terrore e cadde esanime al suolo.

La visione era sparita; le tenebre regnavano nel sotterraneo.

Poco stante uno scalpiccìo, un bisbiglio sommesso si udì; quindi

apparve una face, portata da uno dei muti custodi del luogo, e il suo

chiarore illuminò i tre savi, tornati allora là dentro. Il re d'Armenia

appariva disteso a terra, colle membra prosciolte, davanti alla negra

cortina, che erasi raffermata da capo.

— Avrà egli creduto? — domandò il savio che portava tra mani il

ramoscello di amòmo.

— Non l'hai tu udito favellare col fantasma? — disse a lui di rimando

il compagno del fiore di loto. — Il filtro ha fatto opera efficace su

di lui.

— Ma partirà egli? — chiese ancora quell'altro.

— Ne dubiti? Io n'ho certezza. Ardente e pieno di fede, come tutti i

generosi, egli non vedrà più la regina, seguirà il nostro consiglio.

— Eppure...

— Eppure, t'intendo, tu vagheggi sempre il disegno di ucciderlo.

— Sempre! Nemico ucciso non dà più molestia.

— Nol nego; ma egli non è più nemico.

— Nostro, concedo: ma mio, egli non ha cessato di esserlo per questo

suo odierno corruccio contro di lei. Però torno al mio primo consiglio;

uccidiamolo. Badate, — soggiunse il savio dal ramoscello d'amòmo,

parendogli che gli altri due si rimanessero ancora perplessi; — noi

siamo uniti dal vincolo del vantaggio comune. Proseguiamo tutti un

medesimo fine; il mio non può non essere il vostro.

— Bada a te piuttosto, o Zerduste, — rispose il savio dal fiore di

loto. — Nella tua privata vendetta naufragherebbe l'alto proposito che

ci ha collegati. Rivale negletto di questo giovane Armeno, a cui bastò

mostrarsi per conquiderle il cuore, puoi tu fare che ciò che è accaduto

non sia? Tanto varrebbe comandare ai fiumi di scorrere a ritroso

e rifarsi alle prime sorgenti. Dimmi: la tua maschia virtù, il tuo

antiveggente consiglio, ti avrebbero forse abbandonato di un tratto?

Ameresti tu sempre colei?

— No, t'inganni, o Sumàti. Profondo, tenace, è l'odio mio, siccome fu

un giorno l'amore. Così, non bevuto a tempo, inasprisce il soave liquor

dell'amòmo, e si converte in veleno. Ma io temo ancora... Lui vivo,

potremmo viver sicuri?

— Lui morto, temiamone un altro; — notò prontamente Sumàti. — Ella è

donna, e, siccome avvien delle donne, mutevole ha il cuore, sempre

bisognoso d'affetto. Ma lascia che viva costui, bellissimo fra gli

uomini; lascia che, fuggiasco tra' suoi monti natali, si manifesti a

lei superbo spregiatore di sua facil conquista, e vedrai, vedrai furore

di donna, come alto divampa!

— Sì; — soggiunse il compagno che aveva tra mani la foglia di papiro;

— ben dice Sumàti. E spento da noi il re d'Armenia, che altro avverrà,

che giovi ai nostri disegni? Niente saprà la regina del disprezzo

di lui; sconsolata, lo piangerà, nè certo si rimarrà dal cercare gli

autori della sua morte, per trarne aspra vendetta. Siam noi così certi

che i misteri della Triade non abbiano un giorno a scoprirsi, fors'anco

prima che l'opera nostra sia condotta a buon porto?

— Tu lo vedi; — ripigliò allora Sumàti; — anche il savio Manète è

contro di te. Cedi ai nostri consigli, all'utile della causa comune.

Infine, di che abbiam noi mestieri? Di che tu stesso, o Zerduste, il

quale gagliardamente ti adoperi per la liberazione della tua Bakdi dal

servaggio dei figli di Cus? Viva ed aiuti i nostri disegni il pronipote

di Aìco; egli è un nuovo e possente arnese di guerra contro i superbi

dominatori di Babilonia. Non lo dicevi tu stesso, ieri, mostrandoci

la necessità di questo rapido colpo su lui? Nemici avventurati di

Babilonia furono un giorno gli Armeni; sospettosi vicini durarono

pur sempre; son tributarii oggi, ma tementi di peggio, e preparati

a resistere. La favilla che può destare l'incendio sta in nostra

mano, e noi la spegneremmo, dissennati, in quest'ora? Lo sdegno di

Semiram, la guerra all'Armenia; non è questa l'occasione fortunata che

attendono i tuoi, per ribellarsi al giogo? Ed in questo risveglio di

popoli soggetti, non è la nostra salvezza comune? Ai patti, Zerduste,

ai patti, che tu stesso hai giurati; e rammenta che il numero è

legge. —

Così parlò risoluto il savio del Gange, e Zerduste chinò il capo al

voler dei compagni.

— E sia come a voi piace! — diss'egli. — Così torni utile alla

gran causa il vostro decreto, com'io mi sommetto alla legge del

numero. —

Ciò detto, si trasse in disparte. E Sumàti frattanto, avvicinatosi al

re d'Armenia, si chinò sopra di lui, dandogli a respirar per le nari

le acute fragranze d'una ampolla, che egli aveva cavata pur dianzi dal

seno.

Semiramide: Racconto babilonese · 第 20 / 39 题