CAPITOLO XII.

La fuga.

Il mattino era sorto, restituendo i colori smarriti alle cose. La

vôlta celeste, con soavi trapassi, di cenerognola che l'avea mostrata

il primo barlume del giorno, erasi venuta schiarando in un bianco

perlato, che verso oriente volgeva allo smeraldo, per mutarsi più oltre

in colore di fiamma, su quell'ultimo confine donde aveva a sorgere il

sole. Commosse al lene soffio della brezza mattutina, ondeggiavano le

biade per l'immenso piano, e qua e là, da un mare di lieta verdura,

spuntavano le castella lontane, i villaggi, i casolari, sparsi a guisa

d'armenti sui pascoli.

Intanto, una lunga cavalcata, uscita pur dianzi dal sobborgo

settentrionale di Babilonia, risaliva di buon trotto la strada

maestra, lunghesso la riva destra del fiume. Già biancheggiava davanti

alla torma il villaggio di Lahirù, e l'astro del giorno, apparso in

quel mentre sull'orizzonte, mandava il suo primo saluto alle torri

predilette di Sippara.

Correvano frettolosi, volavano via come il vento i cavalieri, coi

grand'archi sull'òmero e le frecce risuonanti nelle lucide faretre.

Dinanzi a loro cavalcava un nobil garzone, pallido, smunto le guancie,

accigliato e cupo il sembiante, pur tuttavia bellissimo sempre a

vedersi. Un'acerba cura, più assai che l'insonnia, segnava di triste

nota il suo volto e lo faceva noncurante d'ogni cosa che il suo

pensiero non fosse. Difatti mentre i seguaci suoi, ad ogni tanto si

volgevano indietro, sulle groppe dei cavalli, per rimirare ancora

una volta la gigantesca città, che si veniva illuminando alle loro

spalle e sempre nuovi aspetti assumeva ai crescenti raggi del sole,

egli, il taciturno comandante, non dava da quella parte neppure una

fuggevole occhiata, e al premer convulso delle ginocchia ne' fianchi

del suo corsiero, al lentargli le redini sul collo, pareva che avesse

fretta di correre, di allontanarsi da un luogo odiato, o temuto. Per

contro, non badava ai compagni, se pronti d'ugual metro gli tenessero

dietro. Istintivamente facea cammino, respirando a larghe ondate l'aria

frizzante del mattino, quasi a sneghittirsi le fibre; ma il pensiero

avea sempre rivolto in sè stesso, e si faceva sempre più cupo, come

chi, non trovando la via per uscir di tristezza, si chiude disperato e

si compiace nel dolore che lo uccide.

Frattanto i mattinieri abitatori de' campi, gli artefici borghigiani,

in volta fra villaggi e castella, si tiravano, essi e le cose loro, sui

margini della strada; frotte di popolo agreste si affacciavano dalle

siepi fiorite; curiosi volti di donne apparivano in sull'uscio dei

casolari, per veder passare la cavalcata, di cui si udiva da lunge lo

scalpito.

— Chi sono costoro? — si diceva qua e là, nella moltitudine degli

astanti. — Ah, i baldi cavalieri d'Armenia, che tornano ai loro monti

natali. Giunti a mala pena ier l'altro! Breve dimora hanno fatto essi

nelle mura di Babilu! E il _malka_? Vedetelo; è quegli che va innanzi a

tutti loro, Ara il bello! Ara il prode! Viva in perpetuo il leggiadro

malka delle montagne! Invero egli è simile a Nebo, al malka della

vôlta azzurra. Ma come rannuvolato! che ha egli mai, che lo rende così

triste? Forse il dover partire dalla terra di Kiprat Arbat. Ma perchè

tornarsene così presto? Le rose di Sennaar non aveano dunque fragranze

per lui? Vedete; egli neppure s'accorge della nostra presenza: non

cura i saluti, non risponde agli evviva. Orgoglioso è l'Armeno, come

tutto il suo popolo. Pure, egli ha dovuto scendere, portar tributo alla

gloriosa regina degli Accad! —

Così dicevano gli abitatori dei campi, e proseguiva Ara veloce, senza

por mente alla turba curiosa, o dare ascolto ai clamori, agli evviva.

Che era egli avvenuto? Come a quell'ora già tanto lontano da Imgur Bel,

colla sua gente raccolta e frettolosa a seguirlo?

Ricuperati i sensi e riavutosi dal suo smarrimento nel sotterraneo, il

re d'Armenia aveva veduto daccanto a sè il savio dal fiore di loto,

non più velata la faccia, che lo guardava con occhio amorevole e si

studiava con paterna cura di essergli utile.

— Santo vegliardo, — disse Ara, crollando mestamente il capo, — la mia

anima è triste fino alla morte.

— Suvvia, — gli rispose Sumàti, — non ti perder d'animo, o re. L'uomo

antico è morto quaggiù; tu rinasci da' tuoi errori, più giovine, più

ardito e più forte. La terra di Sennaar non ti sarà più oltre fatale.

Il destino è scongiurato, e qui alle sacre fonti del vero, tu hai

attinta la vita.

— Ah! — esclamò il giovine, sospirando. — E per che farne, ormai?

— Fanciullo! — disse il savio, con piglio affettuoso, che temperava il

rigore della parola. — E credi tu che nulla più ci rimanga a sperare

sulla terra, perchè abbiam conosciuto menzognero un affetto? Ma a

che splende il sole nel firmamento? A che accese in noi il creatore

la fiamma immortale dell'intelletto, parte dell'anima sua? Sorgi e

cammina, o prediletta creatura di Brama! Non sei tu di quella casta

d'uomini ch'egli trasse dal suo medesimo braccio, perchè avessero ad

impugnare lo scettro, per comandare alle genti, e farle gloriose e

felici? Non ami tu il tuo popolo? Non ricordi la tua reggia d'Armavir e

i noti volti che ti sorrideranno ossequenti al ritorno?

— Sì; — rispose Ara commosso; — Un Dio parla per le tue labbra, o

venerando. Noi non nascemmo per noi. —

E così dicendo avea tentato di sollevarsi da terra; ma non potè

reggersi sulle ginocchia, barcollò e cadde tra le braccia dei savio,

che fu sollecito a trattenerlo.

— Bevi; questo ti rinfrancherà: — disse Sumàti, stillandogli sulle

labbra alcune gocce da una fiala che avea tolta dalla cintura. — Ed

ora, figliuol mio, adagiati su questa lettiga; mentre tu ristorerai le

membra affaticate nel sonno, i nostri uomini ti riconduranno fuori di

qua.

— Dove? — chiese Ara, con atto di ripugnanza, che non sfuggì all'occhio

del savio.

— Oh, non già nelle tue stanze di iersera. Gli spiriti invisibili che

t'hanno dischiuso la via allo scampo, non riaprirebbero certamente

il cammino della tua perdizione. Quell'àdito è chiuso per sempre. Ti

desterai in quella vece dove più ami vederti... fra i tuoi.

— Fra i miei; — balbettò il re d'Armenia, a cui già il sonno facea

gravi le ciglia: — fra i miei! Ma tu, santo vegliardo, mi lasci?

— È necessario.

— Non ti vedrò io dunque più?

— In seno di Brama è il futuro; — rispose solennemente il savio dal

fiore di loto. — Dormi, o re d'Armenia, e dimentica! —

Il vecchio era sparito, ed Ara, poco stante, dormiva profondamente,

in quella che i muti custodi del sotterraneo, alzata la lettiga sugli

òmeri, si disponevano a condurlo all'aperto.

Allorquando il re d'Armenia si risvegliò da quel sonno letargico, egli

era disteso su d'un letto di piume, in una camera adorna di sontuosi

tappeti e morbidi pelli di fiere. Pendevano sopra il suo capo, raccolte

a festoni, le ampie cortine d'un padiglione di porpora; lucerne di

forbito rame spandevano per la camera un mite chiarore. Attonito, volse

gli occhi lungamente in giro, e riconobbe il suo posatoio della prima

sera, nell'edifizio fuori la cinta di Nivitti Bel, dove era smontato ad

alloggio co' suoi.

Ma, per qual via era egli giunto colà? Come si trovava egli adagiato

in quel letto? Aveva egli sognato dapprima, o non sognava piuttosto in

quel punto?

Mentre egli era in cosiffatte incertezze, Bared gli si fece innanzi

ossequioso. Il suo fidato Bared appariva vestito di tutto punto, in

arnese da viaggio, con la sua fascia di lana intorno ai lombi e la

spada pendente dal fianco.

— Tutto è pronto! — diss'egli.

Il re d'Armenia lo guardò trasognato. Ma Bared non volgeva gli occhi su

lui.

— Che cosa? — domandò allora il re.

— Il corteo, mio dolce signore; — rispose Bared, inchinandosi. — I

cavalli sono in ordinanza sulla via e i cavalieri fermi in arcione. I

cammelli, coi bagaglioni son già da un'ora in cammino.

— E.... — balbettò Ara, stupefatto, — perchè tutto ciò?

— Ma... — soggiunse umilmente quell'altro; — non sei tu sceso stanotte

al mio capezzale, per comandarmelo?

— Io?

— Sì, mio signore. Invero, tu mi parevi turbato oltremodo. «Suvvia,

mi dicesti; svegliati, o Bared, e fa che tosto si alzino i nostri

uomini. Bisogna partire innanzi giorno; si torna in Armavir; tra

un'ora ci metteremo in cammino.» Furono queste le tue parole; non le

rammenti? Temendo di alcun triste caso che ti fosse intervenuto, ardii

chiederti il perchè dell'improvvisa partenza, e tu non m'hai risposto

verbo. Mi sono affrettato ad obbedirti, ed eccomi qua, pronto ai tuoi

cenni. —

Il re d'Armenia stette alquanto sopra di sè, mentre Bared parlava, e

richiamò alla mente smarrita tutte le confuse memorie di quell'orrida

notte. Furono allora argomenti di tristezza ineffabile, paurose

visioni, acutissime spine che gli si strinsero al cuore. Così la cerva

trafelata, poichè vanamente ha tentato di sottrarsi allo stuolo de'

cacciatori, s'arresta e vede d'ogni banda segugi in volta, cavalli

accorrenti, ed archi tesi, che le fanno piover sopra un nembo di

strali.

— Io non ho parlato a Bared; — pensava egli in cuor suo; — ma come

potrebb'egli essersi ingannato a tal segno? Ah, certo egli è Sandi, che

gli ha recato il provvido avviso. Il suo volere si compia! —

E balzò prontamente dal letto; indossò la tunica bigia, listata di

rosso, che gli profferiva il suo fido; cinse la spada; imprigionò i

capegli nella mitra di nera pelliccia, ornata al sommo da un mobil

ciuffo di penne; si gittò il mantello sugli òmeri, e uscì e si affrettò

per le scale, fino all'ingresso, dov'era il suo cavallo bardato. Tutto

ciò senza far moto, con rapidità fulminea, con atti convulsi. Indi a

pochi istanti era in arcioni e spingeva il generoso corsiero a galoppo;

gli altri tutti dietro di lui, in ordinanza serrata, verso la porta

settentrionale della città.

Così erano partiti, ed Ara, spronando il cavallo di là dalla porta di

bronzo, non avea pur vôlto indietro lo sguardo a rimirar Babilonia, la

maravigliosa città che egli abbandonava per sempre. Un misto di odio e

di raccapriccio, più ancora di rabbia e fastidio di sè, gl'ingombrava

lo spirito. Pur di sottrarsi a quella oppressura, avrebbe amato uscir

di senno, addormentarsi in perpetuo, non essere.

Povero cuore umano! Com'è egli sempre schiavo delle sue medesime

finzioni! Ma infine, e non son esse la parte migliore della vita? E

il cuore che fosse assoluto signore di sè, non regnerebbe egli nel

deserto? Invero, senza questa eterna cagione di pianti, che sono gli

affetti nostri, le fantasie, i rapimenti, gl'inganni, il cuore sarebbe

da paragonarsi ad una solitudine ignuda. Ahimè, così sia dunque; amare,

pensare, vivere, e sempre soffrire.

Un senso di sollievo comunque leggiero e tutto materiale, era pel

giovine il correre, volar via, fendere la brezza del mattino, in groppa

al suo palafreno, docile agl'impulsi, saldo alla fatica, siccome tutti

i cavalli di Armenia, celebrati allora per forza e rapidità singolare

nel mondo.

Bello è il corsiero, e veramente degno dell'amore dell'uomo. Nobile e

generoso, si acconcia di buon animo ai voleri del suo signore; servo

ossequente, non vile, ama e nol dice, ma ne' suoi grandi occhi umidi

è un'eloquenza ineffabile. Delicato e sensibile, un nulla lo turba,

gli fa arricciar le nari, drizzar le orecchie e correre un tremito per

tutte le membra; ma una parola, un grido, un incitamento lievissimo,

gli fa vincere ogni tema, squassar la criniera e pigliare il galoppo

contro l'ignoto pericolo. Ha terrori femminei, impeti virili. Amico

dell'uomo, sia che ci porti a ritrovo d'amore, sia che ci tragga

in battaglia, o ci scampi da inseguenti nemici, intende le ansie, i

palpiti, i moti tutti dell'animo; partecipa ai nostri affetti, agli

sdegni, ai dolori; non si lagna della nostra crudeltà momentanea,

poichè ci sente accorati; patisce ogni disagio, poichè ci vede

soffrire con lui; sfida animoso la morte, cade sfinito di stanchezza, o

coperto di ferite, per noi; pago d'uno sguardo compassionevole, lieto

d'un'ultima carezza su quel poderoso suo collo, madido di sudore e di

sangue.

Va, corri, Tiglat; divora la via, generoso corsiero. Il tuo signore

è triste, come notte d'inverno nelle gole dell'Ararat; lunge, assai

lunge da Babilonia, potranno aver le sue membra un'ora di riposo,

non il suo spirito un istante di tregua. Ben più sereno dell'animo

tu l'hai portato a volo sui combattuti campi di Masciag, contro le

schiere fuggenti dei predatori Turani. Va, corri, Tiglat; divora la

via, imperocchè oggi ti converrà fare un doppio cammino. Dopo una

breve sosta alle case di Is, la cavalcata proseguirà veloce fino alle

mura di Erech. E domani? Domani toccherete ai confini della terra di

Naraim, dove a nessun cavaliere che parta da Babilonia sarà più dato

raggiungervi.

E via, frattanto; volavano via i cavalli sonanti tra nembi di polvere,

allontanandosi sempre più dalla vista di Babilonia. Era bella,

l'immensa città, splendida ai raggi del sole nascente, vero giardino di

delizie, innalzato sovr'archi giganteschi alla gloria di Belo.

Bella era e splendida, piena di delizie per tutti i popoli che

accorrevano alle sue mura; ma non più doveva esser tale per la sua

gloriosa regina!

Quel dì, giusta il costume, la leggiadra Semiram erasi alzata per

tempo dai molli riposi. Il corpo aveva di donna, ma virile la tempra,

e sapeva mandare di pari passo le morbidezze del vivere femminile,

con le aspre fatiche del campo e le gravi cure del consiglio. Asterse

le membra nei limpidi lavacri, raccolte in lucide anella le chiome,

radiante di fresca bellezza e di senno maturo, aveva chiamati alla sua

presenza i ministri, deliberato sulle faccende più rilevanti della

città, udito le novelle dei corrieri, giunti nella notte dalle più

lontane contrade.

Senonchè, quel giorno, una nuova cura, e più dolce, la faceva

impaziente. Udì a mala pena gli avventurosi messaggi; impartì brevi

comandi e facili perdoni; nè prestò lungamente orecchie alle lodi, che

lo scriba le riferiva essere state incise su nuovi marmi, dall'ossequio

dei governatori delle provincie.

Sola alfine, chiusa negl'intimi recessi del suo appartamento,

ritornò ai geniali apparecchi della conscia bellezza. Cosa agevole

ad intendersi nello stato dell'anima sua, ella era così sicura di sè,

come in passato; bene lo specchio le venìa ripetendo, con la sua muta

eloquenza: «sei bella»; ma la regal donna non parea contentarsi a

quelle testimonianze cortesi. Il pensiero correva malinconico alla sua

giovinezza perduta e le faceva temere vicini, presenti quasi, i futuri

oltraggi del tempo. Eppure ella vedevasi allora nel pieno rigoglio

delle sue irresistibili grazie, l'invidiata rosa di Sennaar; in

quella stagione che la donna apparisce più bella, siccome il fiore più

smagliante sul ramo; in quello che può dirsi il riposo della maturità,

così lieto di vivaci colori, così liberale di soavissimi effluvii; più

bella, insomma, più giovine che non fosse da prima, imperocchè l'amore,

come occhio di sole, la illuminava, penetrandola, ringagliardiva in lei

le fonti della vita; donde lo scorrer veloce del sangue nelle tumide

vene, il perlato splendor delle carni, il vermiglio sulle umide labbra,

il baleno negli sguardi profondi.

Salambo, la prediletta fra le ancelle, bruna figlia del paese di Martu,

le si accostò, le cinse il collo d'un monile di perle, e sorridendo

alla immagine della regina riflessa di contro a lei nei lucido disco

d'acciaio, le disse:

— Mia dolce signora, nessuna donna al mondo è più bella di te. —

Piacque la lode a Semiram, che la ravvisava sincera. Indi, crollando il

capo e sospirando con un suo garbo tra malinconico ed umile, rispose:

— Ah, gli anni, Salambo! volano essi, calano implacati su noi e ci

rapiscono questi labili vanti!

— Che dici tu, regina delle terre e dei cuori? Essi volano intorno a

te, come spiriti benefici, e ognuno di loro ti reca una grazia di più.

Forse non vedi come sei desiderata da tutti, accompagnata dagli avidi

sguardi del popolo, da un mormorio d'ammirazione ovunque tu passi?

Dall'ossequio dei grandi che ogni giorno s'inchinano a te, non vedi tu

trasparire la vampa degli amori che accendi? —

A quelle parole dell'ornatrice, Semiramide si fece rossa in volto,

siccome il frutto del melagrano.

— Oh, parer belle agli occhi di tutti! — esclamò ella con accento

d'allegrezza profonda. — Sì, gli è ciò che piace a noi donne. Ma uno,

uno solo, regni su noi. Schiavi tutti gli altri e non degnati pur d'uno

sguardo; egli signore nostro per tutta la vita!

— Tu ami, regina?

— Amo, sì, e sono riamata, non pel mio serto regale, per me! —

Il pensiero dell'ancella era corso al tempio di Militta e all'incontro

di Semiramide col bellissimo straniero, nel quale Salambo, compagna

alla regina nella sua notturna visita al sacro recinto, aveva poscia

riconosciuto l'ospite regale d'Armenia.

— Invero, — diss'ella, — se un uomo era degno dell'amor tuo, per fermo

gli è questi il leggiadro malka delle montagne.

— Ah! — sclamò Semiramide, con atto di stupore, che non aveva nulla

d'ingrato. — E tu sai?...

— Perdonami, dolce signora!... — balbettò confusa l'ancella. — I miei

occhi...

— Hanno veduto; — interruppe la regina, con un sorriso amorevole, che

valse a rasserenare la turbata ornatrice; — hanno veduto, e non è colpa

il vedere. Infine, se io ho potuto amarlo la prima volta che lo vidi,

mi dorrò che Salambo lo abbia creduto degno dell'amor mio?

— O mia regina, non t'ha ingannato il tuo cuore; — soggiunse la bruna

figlia di Tiro, inginocchiandosi e baciando il lembo della veste di

Semiramide. — Egli ha la soave bellezza di Sin, il benefico Iddio

rischiaratore delle notti, nè può dall'aspetto esser diversa l'anima

sua. Gloriosa signora, vivi felice in perpetuo! A te fu propizia

Militta Zarpanit, di cui tu sei la vivente immagine in terra.

— Va, mia buona Salambo, e gli Dei ascoltino l'augurio. Va, ed Hurki,

il capo degli eunuchi, annunzi al malka d'Armenia che la regina lo

attende. —

Sola nel suo geniale ritiro, che era bello a vedersi per marmi di

svariati colori e tavole d'alabastro nobilmente istoriate, lieto di

acque zampillanti e della grata ombria delle latanie e dei salici,

che protendevano le foglie tinte di vivo smeraldo tra le colonne

dell'aperto loggiato, Semiramide attendeva il leggiadro suo ospite. E

seduta su d'un trono d'ebano, incrostato di pietre preziose, rattenuta

la bellissima guancia tra l'indice e il medio della candida mano

arrovesciata a sostegno del capo, ella stavasi meditando, godeva

tacitamente in cuor suo, pregustava l'allegrezza ineffabile del

vedere l'amato, e scorgere su quel viso i segni dell'interno tumulto,

nell'atto di comparirle dinanzi. E così procedendo di pensiero in

pensiero, s'inoltrava nei vaporosi regni del futuro, sognava gaudii

infiniti, intravvedeva giorni di felicità senza pari.

V'ha una pianta nelle contrade predilette dal sole, una pianta

singolare tra tutte, la quale nata in arida terra, stenta anni ed

anni il nutrimento, onde il suolo e l'aria le si mostrano avari.

Lentamente cresciuta, fa tesoro di elettissimi succhi; di poco

s'innalza, ma stende intorno e gonfia a dismisura le larghe foglie

carnose, si fa ricca di umori vitali, mentre tant'altri germi di più

facile contentatura sotto il medesimo cielo intristiscono. Ella ha un

intento, la nobilissima pianta; accumula, per prodigare; e infatti,

dopo tant'anni di vita modestamente operosa, germoglia e cresce dal

suo grembo uno stelo, la cui cima rapidamente sboccia e s'allarga in

grappolo di fiori, onor dei deserti, allegrezza del viandante che lo

scorge da lontano, eretto a guisa di faro amico, sul faticoso sentiero.

Lieta fioritura, tanto più splendida, quanto fu più sudata! Che

importa, se, nascendo, ella prosciuga ed uccide il cespo materno?

Così la pianta umana; cresce, si nutre, si rafforza, per produrre il

fior dell'amore. Ed è bello, è meraviglioso il portato, quando tutto

alla pianta umana sorride. Grandezza, onore, possanza, umori vitali di

cui la terra non è facile dispensiera per tutti, aiutano a rendere il

fiore più splendido, a far più solenne l'amoroso mistero.

Ed era lieta Semiram. Militta Zarpanit l'avea fatta felice oltre i suoi

medesimi voti. Bellissimo era tra tutti i viventi, generoso e prode, il

destinato al cuor suo. Fervido, nell'amicizia, insino alla follia, che

non sarebbe egli stato nell'amore?

Qui, per altro, tornava alla mente della regina l'ingrato ricordo di

Sandi, la cui misera fine era stata a lei rimproverata dall'ignaro

garzone con temerarie parole. Ma non di lui si doleva, bensì della

malvagità profonda del volgo umano, inchinevole a credere il peggio dei

grandi, a rigettar su loro ogni vizio, a farli neri d'ogni delitto.

Ed esser tuttavia innocente, nonchè della morte di Sandi, d'un solo

pensiero, di una parola, d'uno sguardo per lui! Invero ella non aveva

avuto altra colpa in faccia all'estinto, fuor quella di che tanti

e tanti poteano accusarla ad un modo, d'esser bella, possente, e

desiderata da troppi, vuoi per dissennato amor giovanile, vuoi per

proposito di sconfinata ambizione.

Difatti, qual era stato il caso di Sandi? Tratto da desiderio di

gloria, il giovine cantore di Peznuni era venuto alle mura di Babilu,

era stato accolto nella reggia e aveva cantate le glorie della stirpe

di Nemrod; ma più ancora quelle della leggiadra figlia di Derceto,

venuta d'Ascalona, nel paese di Martu, fino alla terra di Sennaar, per

assidersi, moglie di Nino, sullo splendido trono di Nemrod. Ben s'era

ella avveduta come il giovine Armeno avesse ardito innalzare infino a

lei il cupido sguardo e l'ambizioso desiderio; ma ciò, in quella guisa

che non giungeva nuovo, non doveva parere altrimenti strano alla donna;

però, con quel giusto riserbo che le inspirava il suo stato di donna e

di regina, aveva mostrato nei diportamenti suoi non addarsi di nulla.

Che pensasse egli di ciò, che sperasse dai suoi inni fiammanti,

ignorava Semiramide. Nè altro le fu dato saperne di poi, imperocchè,

uscito egli una sera dal suo cospetto, non ricomparve più mai. La voce

si sparse della sua morte improvvisa; alcuni pescatori del quartiere

di Suanna aveano trovato il cadavere impigliato tra i giunchi, in

una insenatura dell'Eufrate; ciò erale stato riferito più tardi, e

non è a dire con quanto rammarico per l'animo suo compassionevole.

Qual era la cagione della miseranda catastrofe? Aveasi a vedere nel

fatto una vendetta di donna offesa, o d'uomo fieramente geloso?

Malagevole scoprire l'arcano; ed ella non volle pure indagarlo,

giustamente temendo non paresse altrui che ella troppo si curasse

dell'amoroso cantore. Ed ecco, ciò che ella aveva fatto per onesto

riguardo, volgevasi biecamente contro di lei! Inaudita perfidia! Ma

il re d'Armenia, amato da lei coll'impeto di un cuore che per la prima

volta e liberamente si concede, non era egli persuaso oramai della sua

innocenza? Non aveva ella giurato, pei sommi Dei, per la maestà del suo

regno, per la testa dell'adolescente suo figlio, cioè a dire per quanto

una donna ha di più sacro al mondo, e meno volentieri in simili casi

ricorda? E dopo un tal giuramento, non doveva egli credere alle parole

dell'amata? Non aveva egli anzi mostrato di credere?

E tuttavia, quel ricordo, in quell'ora, le tornava molesto, uggioso,

come un presentimento di sventura. Lo cacciò lungi da sè; volse l'animo

a più liete immagini; si fece in cuor suo a noverare i passi di Ara,

che certo era in cammino per giungere a lei. Capriccio infantile, che

bene intenderà chi ha atteso l'arrivo di persona amata; non altri.

In quel mentre, Hurki (il guardiano, nella lingua degli Accad) comparve

sulla soglia.

Egli aveva la cera sconvolta; appariva turbato e perplesso, come chi

sa di recare un ingrato messaggio. Invero quella era la prima volta che

Hurki si presentava alla regina, senza poterle dire: «il tuo comando è

eseguito.»

Vide Semiramide il mutato sembiante e n'ebbe una stretta dolorosa al

cuore.

— Orbene, che c'è? — dimandò ella impaziente. — Il re d'Armenia?...

— Vivi in perpetuo, o regina! — disse Hurki, prostrandosi a terra. — Il

re d'Armenia non era nelle sue stanze.

— Ah! uscito forse a diporto fuor della reggia... — ripigliò

Semiramide, con accento sospeso tra la dimanda e la spiegazione.

— Gli eunuchi che vegliavano nell'anticamera non lo hanno veduto

uscire; — rispose Hurki, in atto di rispettoso diniego.

— Che narri tu ora? — domandò la regina. — E come non sarebbe egli più

nelle sue stanze?

— Così è, mia clemente signora, sebbene io non giunga ad intenderlo;

gli eunuchi giurano...

— Vengano essi! — interruppe la regina, che già più non sapea

contenersi.

Hurki si ritirò, inchinandosi, mentr'ella, balzata dal trono, misurava

a passi concitati il pavimento intarsiato della sua camera.

Poco stante, i quattro eunuchi, che erano rimasti a guardia

dell'appartamento dell'ospite nelle due vigilie della notte, e gli

altri due che avean dato ad essi la muta nelle prime ore del mattino,

comparvero al cospetto di Semiramide e si buttarono tremanti a' suoi

piedi.

— Il re d'Armenia? — chiese ella con voce asciutta e piglio imperioso.

— Possente regina, vivi in perpetuo! Abbiamo vigilato tutta la notte,

nelle ore a ciascheduno assegnate; nè alcuno di noi vide uscire dalle

sue stanze il regale tuo ospite. Per tutto il mattino l'ingresso

restò chiuso del pari, nè ardimmo entrare non chiesti. Al cenno di

Hurki ci siamo inoltrati poc'anzi: ma il re d'Armenia non era nel suo

appartamento, e invano lo abbiamo cercato dovunque. Come ha egli potuto

uscire non visto, se la porta è chiusa e le pareti intiere? Per fermo,

o egli è esperto d'incantagioni, o Nisroc lo ha tratto a volo dal tetto

sulle poderose sue ali.

— Ben piuttosto con le sue lo spirito negro del sonno vi ha chiuse

le palpebre, servitori infedeli! E l'ospite nostro, uscendo dalle sue

stanze, vi avrà veduti, giacenti a guisa di ebbri sul terreno.

— Possente signora...

— Non una parola di più! Hurki, sian posti sotto buona custodia i poco

vigilanti tuoi uomini. S'indaghi il vero, e se eglino hanno mentito,

siano gittati nella fossa dei leoni. Così voglio; andate! —

Esterrefatti, tremanti a verghe, si alzarono i tapini e uscirono in

silenzio dal cospetto della regina.

Ella stette alquanto sopra di sè, mettendo lampi dagli occhi. Uscito!

uscito, senza attendere un cenno di lei! Imperocchè, già non era da

aggiustar fede alla favola degli eunuchi, nè il re d'Armenia avea

potuto sparire dalle sue stanze per virtù di magiche parole. Uscito! e

perchè, così dimenticando l'invito della donna amata? Amata! Ma poteva

ella credersi tale tuttavia? L'uomo che doveva rimanere, ansioso,

impaziente, ma fermo, ad attendere la dolce chiamata, era uscito, in

quella vece, sparito ad un tratto, forse da più ore, senza curarsi di

lei, nè di ciò che la sua assenza avrebbe dato argomento a pensare. Che

dire de' suoi diportamenti? Pazzo era, od ingrato?

E le ore scorrevano, e nessuna nuova si aveva di lui.

Come leonessa ferita si raccoglie a lambire le sue piaghe nel più

profondo della macchia, ove forse morrà, e tratto tratto con lunghi

ruggiti accusa l'acerbità dello strazio, minacciando aspre vendette a

chi ardisse incauto avvicinarsi al suo covo, così la regina si chiuse

nelle sue stanze, per divorare non vista il suo dolore e la vergogna

dell'oltraggio patito. Lo scoppio dell'ira non avea a farsi aspettare

più molto.

Un'ora dopo, Ninia chiedeva di vedere sua madre. Il regio adolescente

solea presentarsi al cospetto di lei ogni giorno, ma soventi volte

le cure del regno la distoglievano dal grato uffizio di trattenersi

in affettuosi colloqui col suo diletto figliuolo. Egli, per altro, il

giorno antecedente, non si era mostrato alla reggia, nè forse sarebbe

andato così presto quel dì, se il savio maestro Zerduste, vedutolo di

ritorno dai palmeti di Gomer, e udito di ciò che gli era accaduto per

via, non gli avesse comandato di farlo.

Semiramide si ricompose all'aspetto del figlio e lo accolse con amorosa

dolcezza.

— Che hai tu, madre mia? — le chiese egli, notando lo sforzo che ella

faceva per mostrarglisi lieta.

— Nulla, mio Ninia; — gli rispose la povera donna pigliandolo

affettuosamente per mano.

— Oh, no; tu soffri! — disse a lei di rimando l'adolescente. — Il tuo

volto reca le traccie d'una cura profonda; le tue mani ardono come per

febbre...

— Non darti pensiero di ciò; — interruppe la regina, ritraendo

istintivamente le mani accusatrici; — io non ho nulla, sai? non ho

nulla. Le cure dell'impero sono molte, e la corona non è sempre lieve

peso alla fronte. Tu regnerai un giorno, mio diletto figliuolo, ed

allora... Ma dimmi piuttosto; donde vieni tu, ancora cosparso di

polvere?

— Ah, mi perdoni la possente regina! — gridò Ninia, arrossendo. — Son

sceso or ora d'arcione, e impaziente di vedere mia madre... Sai? —

soggiunse egli interrompendosi. — Ieri non ti avevo abbracciata...

— E fu male; — ripigliò Semiramide, baciandolo in fronte. — Troppo ti

stai lontano dalla reggia, o mio Ninia. Ieri, ad esempio, fu giorno

solenne, e tu non eri al mio fianco, per ricever l'ospite tributario

d'Armavir.

— Ah sì, l'ho veduto stamane! — disse il giovinetto, con accento

d'amarezza.

— E dove? — gridò la regina.

— Poco più oltre il villaggio di Lahiru; — rispose egli allora, senza

por mente alla subita commozione che dipingeva di pallore il volto di

sua madre. — La cavalcata volava via come il vento. Generosi corsieri

ha l'Armenia; ma superbi sono oltremodo i suoi re.

— Come? Perchè parli tu in tal guisa?

— Sì; — continuò l'adolescente; — egli è passato davanti a me e non

si è pur degnato di volgermi lo sguardo, sebbene le grida del popolo

dovessero avergli fatto udire il mio nome. A che tanto orgoglio in

un principe tributario? Non sono io il figlio di Nino? Ma che hai tu,

madre mia? —

La domanda affettuosa di Ninia non era fuori di luogo. Difatti,

Semiramide si sentiva venir meno. Le forze che ella aveva

sollecitamente raccolte per resistere al colpo improvviso, si erano

consumate in quel momento supremo, ed ella ricadeva perduta sul trono,

in preda ad una commozione indicibile.

Così egli era partito? L'offesa non poteva esser più grave. Nel cuor

della notte, mentre gli eunuchi nell'anticamera cedevano al sonno, egli

era uscito dalle sue stanze, fuggito dalla reggia, corso ai baluardi

di Nivitti Bel per raunar la sua gente e allontanarsi da Babilonia,

innanzi le prime luci del giorno. E come e quando aveva egli potuto

meditar quella fuga? Certo laggiù, nella sala del convito, davanti

a lei, mentre ella figgeva gli occhi amorosi nei suoi, per leggervi,

stolta, le promesse e i rapimenti d'un affetto profondo, immutabile.

E come sapeva egli infingersi! — «A domani! gli aveva ella detto, nel

prendere commiato da lui. Debbo conferire di gravi cose con te.» — Ed

egli aveva ricambiato il dolcissimo invito con un sospiro che pareva

sprigionarsi dal cuore, e dirle tutto ciò che le sue labbra non poteano

in quel punto. — «Ed è la regina che mi parlerà domani?» avea chiesto.

— «E te ne duole?» — «Oh no, soggiungeva egli tosto; ma le parole di

Atossa tornano più soavi al mio cuore.» — Così dicendo, l'avea come

involta in uno sguardo d'amore infinito. E mentiva! Mentivano gli

sguardi, mentivano le parole, mentivano i sospiri!

Ma in chi ed in che cosa, creder più oltre nel mondo? È egli dunque

vero essere di tali uomini sulla terra, che dotati d'un fascino pari

a quello del serpente, tirano i cuori inesperti a metter fede in esso

loro, ne suggono avidamente il meglio e li gittano avvizziti lungi da

sè? Si mostrano e vincono, la resistenza è impossibile; che anzi, gli

è un desiderio, una voluttà una beatitudine il cedere. Onnipotenza del

male! E i sommi Dei la consentono?

Ella, invero, non si sentiva colpevole di arrendevolezza soverchia. In

così solenne occasione s'era egli offerto ai suoi occhi! Il tempio,

il momento della preghiera a Militta, la sovrumana bellezza di lui,

il suo medesimo invaghirsi d'una donna velata, che potè farle credere

esaudito il suo voto, il regio sangue, la generosa foga dell'animo,

che pareva candido come la neve dei suoi monti natali, la soavità dei

modi, i sacri giuramenti, tutto aveva contribuito a soggiogarla. Quale

altra donna, cui fosse vuoto il cuore e desideroso d'affetto, non

avrebbe ceduto del pari? Ed ella erasi data in balìa di quell'uomo,

ella, Semiramide, la fortissima donna, che in ogni altra occasione avea

saputo comandare a sè medesima, tanto era avvezza all'impero!

E datasi appena, vedersi tradita! Che più? Offesa nella profondità

del suo nobile affetto, offesa nel suo pudore di donna, offesa nella

sua maestà di regina, nel cospetto della sua corte, agli occhi del suo

medesimo figlio! Di suo figlio anzitutto, che, inconsapevole, veniva

a recarle il colpo fatale! Ahi, povera donna, da quanta altezza la era

forza cadere!

— Nulla, nulla! — aveva ella risposto a Ninia, nell'atto di aggrapparsi

con le mani tremanti ai leoni alati che servivano di sostegno ai

fianchi del trono. — Non è che un lieve malore!... Passerà; non

temere!...

— Chiamo le tue ancelle? — proseguì il giovinetto, con cura ansiosa.

Ma già Semiramide erasi riavuta e balzava in piedi scuotendo

alteramente il capo.

— No, figliuol mio. Per fare, le ancelle? Venga Hurki, e chiami egli

i ministri dei miei voleri a consiglio. Va, e statti di buon animo,

o figlio di Nino, — proseguì ella, baciandolo in fronte; — l'Armenia

pagherà a caro prezzo la tracotanza degli stolti suoi re. —

Semiramide: Racconto babilonese · 第 21 / 39 题