CAPITOLO X.

La dottrina dei savi.

«Uno è il Dio vero, uno per tutti i popoli della terra; ma la sua

semplice e profonda grandezza non risplende che allo intelletto dei

savi, mentre il volgo lo intravvede a mala pena da lungi, siccome lampo

tra nubi, e lo adora moltiplicato nelle sue manifestazioni terrestri,

ascoso nel fitto involucro dei simboli, trasformato in mille guise e

parvenze, come porta l'indole varia e il costume mutevole delle genti.

Uno per tutti, egli è trino in sè stesso; alto mistero disvelato a

pochissimi, contemplatori, custodi ed interpreti della sublime verità,

che tu sei per grande ventura chiamato ad intendere.

«Odi colui che siede alla mia manca, il savio di Mesraim; egli ti

dirà ciò che è scritto nel sacro papiro, chiuso agli sguardi profani.

Prima di tutte le cose ora esistenti, era un Dio, immobile nella sua

unità. Chi sei? gli domandò il savio, prostrandosi nella polve davanti

a lui. E allora per mezzo alla gran notte scintillarono le tre sacre

parole _Nuk pu Nuk_ (Io son chi sono). Egli il solo generatore in

cielo e sulla terra, nè egli è generato; egli il solo Dio, generator

di sè stesso, che è fin dal principio, increato creator d'ogni cosa.

Da lui, che ha tra gli uomini il nome di Knef, emana Fta, lo spirito

onnipossente; da ambi procede Oro, o Frè, il demiurgo celeste.

«Odi colui che siede alla mia destra, il savio di Bakdi, nella terra

di Javan; egli ti dirà ciò che è scritto nel libro della legge a lui

dettato nella caverna del monte Elburz, dagli spiriti immortali.

Da principio era Zervane Acherene, l'essere assorto nella propria

eccellenza, il tempo senza misura, l'eterno senza estremità e senza

radice. Con lui ed in lui esisteva Honnover, il verbo, procedente da

lui, fonte ed esempio d'ogni perfezione, produttore degli esseri.

Da lui è nato Ahuramazda, il principio del bene; da lui Ahrimane,

il principio del male; ambedue in lotta continua tra loro, fino alla

consumazione dei secoli.

«Seguimi ora con la mente, seguimi alle fortunate sedi degli Aria, alla

sacra vetta del monte Merù, culla del vero, che illuminò l'universo.

Dal grembo di Jarvam Akiaram, il tempo senza misura, esce Brama, il dio

che esiste per sè medesimo. Egli è in ogni cosa, ed ogni cosa è in lui.

Il Grange che scorre, il mare che rugge, il vento che freme, la nube

che tuona, la folgore che splende, tutto è sostanza, forma, immagine

sua. Il creato era nella sua mente fin dall'eternità; tutto ciò che

esiste reca l'impronta della sua mano. Egli è la vita e il moto; egli

Naraiana, lo spirito che va sulle acque; egli il creatore del mondo

e degli spiriti inferiori, che attestano la sua gloria. In lui sono

tre essenze e l'una procede dall'altra. Brama il creatore, Visnù il

protettore, Siva il trasformatore d'ogni cosa.

«La luce, l'aria, le acque e la terra, sono opera di Brama. Egli

dall'anima sua alitò la vita comune alle piante e ad ogni sorta

d'animali: dall'anima sua la coscienza, l'intelletto e la parola

nell'uomo. Fu questa l'ultima creazione del Dio; e l'uomo, per volere

di Brama, fu da più di tutti gli animali della terra, inferiore

soltanto agli spiriti celesti[2].

«Ora, siccome le piante e gli animali furono creati per modo che

potessero riprodursi, così avvenne dell'uomo, che fosse creato in due

corpi, maschio e femmina; al primo dei quali Iddio diede la maestà e la

forza, al secondo la bellezza e la soavità. E al maschio impose il nome

di Adìma, che significa il primo uomo: alla femmina il nome di Eva,

cioè a dire compimento di vita.

«Andate, diss'egli poscia, amatevi e procreate esseri che siano a

somiglianza vostra sulla terra, fino a' tempi più lontani da voi. Io,

signore di ogni cosa che esiste, vi ho creati perchè m'adoriate tutta

la vita, e tutti coloro che crederanno in me parteciperanno alla mia

beatitudine, dopo la consumazione dei secoli. Insegnate ciò ai figli

vostri, affinchè eglino si ricordino di me; imperocchè io sarò con esso

loro, fino a tanto pronunzieranno il mio nome.

«E avendoli collocati in un'isola, di cui non è la più bella, nè la più

ricca, sui mari, il sommo Iddio proseguì:

«Sia vostro ufficio di popolare questo lembo felice di terra, e di

spargere il mio culto tra coloro che di voi nasceranno. Tutto l'altro

del mondo è inabitabile ancora; ma se in progresso di tempo il novero

dei figli vostri crescesse in tal guisa che l'isola non bastasse a

nutrirli, lasciate lor detto d'interrogarmi in mezzo ai sacrifizi, ed

io farò loro conoscere la mia volontà.

«Ciò detto, disparve. E in quel punto Adìma si volse alla sua giovine

compagna; la guardò, e il sangue gli riarse nelle vene, alla vista di

così splendida bellezza. Ella stavasi ritta dinanzi a lui, sorridente

nel suo virgineo candore, palpitante d'arcani desiderii. Il morbido

volume dei neri capegli le ricadeva disciolto sui bianchi òmeri e

intorno al colmo seno, che l'interno tumulto degli affetti incominciava

a commuovere.

«Adìma le si avvicinò trepidante. Lontan lontano, il sole stava per

inabissarsi nell'oceano e i calici dei fiori si alzavano desiosi

per suggere le vespertine rugiade; migliaia d'uccelli variopinti

cantavano tra i rami il loro inno all'amore; le lucciole fosforescenti

cominciavano ad aliare per l'azzurro dell'etra e tutti i mille rumori

dell'operosa natura salivano a Brama, che si rallegrava in cuor suo,

dall'alto delle celesti dimore.

«Ed in quel punto, Adìma stese la mano a carezzare le morbide chiome

fragranti della sua vezzosa compagna. Egli sentì come un tremito

scorrere per le membra di lei, e quel tremito invase eziandio le sue

vene. La strinse allora tra le sue braccia e impresse il primo bacio

sul viso della donna diletta, sommessamente chiamandola per nome.

Adìma! mormorò ella con soavissimo accento, e tremante, confusa, si

abbandonò nelle braccia di lui.

«La notte era giunta: gli augelli tacevano nel bosco, e Iddio era

lieto nel profondo del cuor suo, imperocchè l'amore era nato. Ciò

egli voleva, il sapientissimo Iddio, dirittamente vedendo esser cosa

brutale, indegna di puri spiriti, l'amplesso, la confusione di due

vite, a cui non presiedesse l'amore.

«Così felici vissero a lungo i due primi mortali; nè mai nube di

tristezza era venuta a turbare il sereno di quella beata esistenza.

Ma un giorno, una vaga inquietudine cominciò a serpeggiare nei candidi

cuori. Invidioso della loro felicità senza pari e dell'opera perfetta

di Brama, lo spirito del male bisbigliò al loro orecchio arcane parole,

spirò in quell'anime desiderii ignoti. Andiamo a diporto per l'isola,

disse Adìma, alla sua leggiadra compagna, e vediamo se non ci è dato

trovare un luogo più dilettoso di questo.

«Eva seguì obbediente il marito, ed entrambi andarono oltre;

viaggiarono per giorni e per mesi, soffermandosi al margine delle

chiare sorgenti e al meriggio degli alberi giganteschi, che celavano

ad essi la spera del sole. Ma più s'innoltravano, e più la donna si

sentiva sopraffatta da un arcano sgomento. — Adìma, diceva ella al

marito, non andiamo più innanzi, che per fermo noi facciam contro al

comandamento di Dio. Non ci siamo noi già dipartiti dal luogo che egli

ci aveva assegnato a dimora?

«Non temere, rispose Adìma alla donna diletta. Vedi? Non è già questa

la terra inabitabile che egli ci disse. Avanti sempre, avanti; l'uomo

non è nato per poltrire nell'angolo in cui egli ha veduto la luce.

«E andarono innanzi; ella obbediente ed amorosa, egli sempre più

ansioso, tormentato dal desiderio di vedere e sapere. Così giunsero

alla punta estrema dell'isola, donde poterono scorgere ai loro piedi un

breve tratto di mare, e di là da questo una lista di terra, che parea

dilungarsi all'infinito sui margini del lontano orizzonte. Uno stretto

e malagevole passo, formato di scogli a fior d'acqua, collegava l'isola

al continente ignoto.

«I due viandanti si fermarono ammirati. La terra che si stendeva

dinanzi ai loro occhi, appariva vestita di alberi svariati e largamente

frondosi; augelli dai mille colori correano cinguettando di frasca in

frasca, o s'inseguivano a volo. — Splendida vista! — esclamò Adìma.

E come hanno ad essere gustosi i frutti di quegli alberi! Vieni, o

diletta; andiamo ad assaggiarne, e se quella terra è miglior della

nostra, noi laggiù metteremo dimora.

«La donna tremante supplicò Adìma, che non volesse tentare più oltre la

collera celeste. — Non viviamo noi bene in questa isola? Non abbiamo

noi chiare, fresche e dolci acque per dissetarci, e frutti soavi, che

nulla più, dopo i tuoi baci? Perchè cercheremmo noi altro?

«E sia; torneremo, disse Adìma a lei di rimando. Che facciam noi di

male, a visitare questa terra ignota, che si profferisce ai nostri

occhi?

«Così dicendo, s'innoltrò verso la scogliera. Eva lo seguì tutta

tremante in cuor suo. Egli allora, sollevata la donna da terra, si recò

il dolce peso sull'òmero e, mutando i saldi passi tra pietra e pietra,

si fece a valicare, quanto più speditamente potè, quel tratto di umida

via, che lo disgiungeva dall'argomento dei suoi desiderii.

«Avevano essi a mala pena raggiunto il lido vietato, che un terribile

schianto si udì. Lido verdeggiante, alberi, fiori, famiglia di

pennuti, ogni cosa che prima aveano veduta di là dal mare, in un baleno

disparve. La scogliera per cui erano venuti si sprofondò nei gorghi

frementi e solo alcune creste qua e là rimasero ritte fuor d'acqua,

come indizi d'una via per sempre distrutta.

«La lieta verzura, che i due infelici aveano veduta colà, non era che

una mostra ingannevole, suscitata dal principe degli spiriti malvagi,

per tirarli alla disobbedienza. Adìma conobbe allora il suo fallo,

e così perduto dell'animo, com'era stato baldanzoso da prima, cadde

piangendo sull'inospite arena. Ma in quel punto Eva gli si accostò,

pose le braccia intorno al suo collo e gli disse: — Non ti affliggere,

amor mio; preghiamo in quella vece il Signore, che voglia condonarci il

nostro peccato!

«E una voce si fece udir dalla nube, che parlò ad essi in tal guisa:

— Donna, tu hai peccato soltanto per affetto all'uomo, che io ti ho

comandato di amare, ed hai posta in me la tua fede. Io ti perdono, ed

anche a lui, mercè tua. Ma udite; voi non riporrete più il piede in

quel luogo di delizie, che io avevo creato per la vostra felicità.

A cagione della disobbedienza vostra, ecco il malvagio ha invaso

la terra. I figli vostri, condannati a patire e a romper le glebe

in penitenza del vostro fallo, intristiranno nel corso dei secoli

e dimenticheranno il mio nome. Non piangere, o donna; il dì della

clemenza verrà. In quel giorno, Visnù prenderà umana veste nel grembo

d'una figlia tua, recando a tutti la mia parola, e con essa la speranza

di un premio futuro e il modo di alleviare i lor mali nella ardente

preghiera.

«Raffidàti dalla voce di Brama, si alzarono i due piangenti da terra e

ripigliarono la via dell'esilio. Ma, da quel giorno, furono costretti a

duro travaglio, per ottenere il nutrimento dal suolo.

«E, giusta il comando di Dio, si venne popolando la terra. I figli di

Adìma e di Eva si moltiplicarono ed intristirono per guisa, che più

non poterono durarla in pace tra loro. Dimenticarono essi il nome e

le promesse di Dio, ed egli si stancò finalmente del rumore di loro

aspre contese. La sua folgore tuonava tra le nubi, salutare ammonimento

ai perversi; ma gli uomini non conobbero la voce di Brama, e il re

Dayta non si peritò di scagliare le sue maledizioni alla folgore,

minacciandola, se non tacesse, di salire co' suoi guerrieri alla

conquista del cielo.

«Allora il Dio deliberò d'infliggere alle sue creature un tremendo

castigo, che fosse d'insegnamento ai superstiti e alla discendenza

loro. E avendo rivolto lo sguardo sulla terra, per conoscere tra tutti

l'uomo non indegno della celeste clemenza, vide il giusto Vaiwasvata e

si rallegrò delle opere sue.

«Il virtuoso uomo, l'unico che ancora temesse ed onorasse il Signore,

faceva le sue mattutine abluzioni nelle sacre acque della Viriny. E in

quel mezzo, un pesciolino, dalle squame lucenti di vivi colori, venne a

lui con le ultime spume del flutto.

«Salvami, disse il pesciolino a Vaiwasvata, imperocchè i più grossi di

me, che vivono nei fiume, minacciano d'ingoiarmi.

«Impietosito, il sant'uomo lo colse, lo ripose nel vaso di rame, che

gli serviva ad attinger acqua dal fiume, e lo portò sotto il suo povero

tetto. Ma il pesciolino incominciò a crescere ad occhi veggenti, per

modo che, non bastando un più capace vaso a contenerlo più oltre,

Vaiwasvata fu costretto a recarlo in uno stagno vicino.

«Uomo virtuoso e benefico, disse il pesce, che andava crescendo a

dismisura, portami nel Gange.

«Come lo potrei io? chiese Vaiwasvata. Io non ho forza da tanto.

«Fanne la prova! rispose il natante. E Vaiwasvata, poi che l'ebbe preso

tra le palme, lo sollevò agevolmente e lo portò nel gran fiume. Ora il

mostruoso pesce, non pure era leggero come un fuscellino di paglia, ma

spandeva intorno le più soavi fragranze. Donde il sant'uomo pensò che

quello era messaggio di Dio, e stette in attesa di mirabili eventi.

«Difatti, non andò molto che il pesce gli chiese di essere trasportato

all'Oceano. E contentato nel suo desiderio, disse allora a Vaiwasvata:

Odimi, o santo. Il mondo sta per esser sommerso nei flutti e i suoi

abitatori moriranno. Affrettati a costruire una nave e chiuditi in

essa coi tuoi. Togli teco i semi di tutte le piante e una coppia di

tutte le specie d'animali, tranne di quelli che nascono dai vapori e

dalla putredine, imperocchè il loro principio vitale non emana dalla

grand'anima dell'universo; poscia attendi fiducioso le sorti.

«L'uomo giusto fece ogni cosa secondo i comandamenti ricevuti, ed

egli e la sua famiglia furono campati dalla rovina delle acque, sulle

estreme vette dell'Imalaya. Visnù vi ha salvi da morte, disse il pesce

che era stato guida alla nave; per sua intercessione, Brama ha fatto

grazia all'umanità; andate ora a compiere i voleri di Dio e ripopolate

la terra.

«Così fu, come avea disposto l'Eterno che fosse. E cent'anni dopo la

rovina delle acque, visse il savio Adgigarta, nipote di Vaiwasvata,

uomo pio e temente il Signore.

«Egli abitava nella contrada di Ganga, e quantunque volte sorgesse

l'aurora, o cadessero i crepuscoli della sera, Adgigarta si riduceva

in luogo appartato, nel profondo delle selve, o sulle rive dei sacri

fiumi, per offerirvi olocausti al Signore. Colà, prostrato dinanzi

all'ara, dopo aver pronunziato sommessamente il mistico Aum, che è

l'invocazione all'Altissimo, egli scioglieva l'inno della Savitri.

«— Signore dei mondi e delle creature, accogli l'umil preghiera del

tuo servo, distogliti un tratto dalla contemplazione di tua eterna

possanza. Un solo dei tuoi sguardi purificherà l'anima mia.

«— Vieni a me, così che io oda la tua voce nello stormir delle foglie,

nel mormorio delle correnti, nel crepito della fiamma consacrata.

«— L'anima mia ha mestieri di respirare il purissimo alito che emana

dalla tua grand'anima. Ascolta la mia invocazione, Signore dei mondi e

delle creature.

«— La tua parola sarà più dolce al mio spirito assetato, che non le

lagrime della notte sulle arene del deserto, più soave che non la voce

della madre al bambino.

«— Vieni a me, tu, la cui mercè fiorisce la terra e maturan le biade;

per cui si svolgono i germi e scintillano i cieli; per cui le madri

pongono alla luce i dolci nati e i savi conoscono le virtù.

«— L'anima mia ha sete di conoscerti e di liberarsi dalla sua spoglia

mortale, per godere la beatitudine celeste, per essere rapita nella tua

luce. —

«Indi, rivoltosi al sole, che sorgeva glorioso sulla via del

firmamento, così cantava il savio Adgigarta:

«— O radiante e splendido sole, accogli quest'inno che io sciolgo alla

tua virtù senza pari.

«— Accogli, te ne prego, la mia invocazione; scendano i tuoi raggi a

visitare il mio spirito desioso, come un garzone innamorato che vola ai

primi baci della donna diletta.

«— O sole, o tu che illumini la terra, e la cui luce feconda ogni cosa,

proteggimi.

«— Meditiamo il tuo mirabile splendore, o purissimo sole; rischiari

esso e volga alla sua meta il nostro intelletto.

«— I sacerdoti, con olocausti e cantici, t'onorano, o purissimo sole,

imperocchè la mente loro scorge in te la più bella fra le opere di Dio.

«— Avido di nutrimento celeste, io imploro con umili preghiere i tuoi

doni preziosi, o sublime e fulgido sole! —

«Così pregava Adgigarta, uomo pio e caro al Signore. E Pavàca, il suo

sapiente maestro, gli disse un giorno, nell'atto di dargli in presente

una giovenca senza macchia e inghirlandata di fiori: — Ecco il dono

che Brama ci raccomanda di fare a coloro i quali hanno posto fine

allo studio del Veda. Tu non hai più mestieri de' miei insegnamenti,

o Adgigarta; pensa ora ad ottenere un figlio, il quale possa compiere

sulla tua sepoltura le cerimonie, che ti schiuderanno la dimora dei

cieli.

«Padre mio, rispose Adgigarta, e come lo potrei io, il quale non

conosco donna veruna? Il mio cuore ha sete di affetto, ma non sa a cui

rivolgere la sua prece.

«Io ti ho data la vita dell'intelletto, disse a lui di rimando il

maestro; ecco, io ti darò quella eziandio della felicità e dello amore.

Mia figlia Parvàdi risplende fra tutte le vergini per saviezza e beltà.

Dal dì che nacque, io te l'ho destinata in moglie; i suoi sguardi non

si sono ancora soffermati sopra alcun uomo, e nessuno ha veduto mai il

suo volto leggiadro.

«Giubilò nel suo cuore Adgigarta, ed impalmò la bella Parvàdi. Scorsero

gli anni senza che nulla venisse a turbare la loro felicità. I loro

armenti erano i più vistosi della contrada: le loro messi benedette da

Dio. Solo una cosa mancava ai loro voti; Parvàdi era sterile. Invano

ella era andata in pellegrinaggio all'onda sacra del Gange, invano

aveva ella pregato; e l'ottavo anno di sua sterilità si appressava,

dopo cui, giusta la legge, dovea ripudiarla come disutil compagna il

marito.

«Triste nel profondo dell'anima, Adgigarta tolse un giorno il più

bello fra i capretti dell'armento, e andò in luogo appartato, a farne

olocausto al Signore. — Mio Dio, disse egli, non voler separare ciò

che tu stesso hai unito.... E null'altro potè aggiungere, poichè i

singhiozzi soffocavano le parole.

«Ma ecco, in quella ch'egli si rimaneva colla faccia a terra, gemendo

ed invocando il Signore, una voce si udì dalla nube: — Torna alle tue

case, Adgigarta; imperocchè Dio ha ascoltato la tua preghiera ed ha

compassione di te.

«Ora, tornando il savio alla sua dimora, vide farglisi incontro

Parvàdi, tutta sorridente e lieta, come da lunga pezza non gli era più

occorso vederla. E chiestole il perchè di quel suo mutamento, n'ebbe

da lei in risposta: — Un uomo, affranto dalla stanchezza è venuto pur

dianzi a posarsi sotto al nostro pergolato. Io gli ho profferto l'acqua

limpida, il riso ed il latte che si offre ai viandanti. Ed egli mi ha

detto partendo: Il tuo cuore è triste e i tuoi occhi sono rossi dalle

lagrime; ma statti di buon animo, imperocchè di te nascerà un figlio,

al quale tu imporrai il nome di Viashàgana, ossia nato dalla elemosina;

ed egli ti serberà l'amore di tuo marito e sarà l'onore del vostro

legnaggio.

«A sua volta Adgigarta raccontò alla moglie ciò che gli era occorso

nell'ora del sacrificio, ed ambedue si consolarono pensando che le

loro angosce stavano per finire e che l'un d'essi non sarebbe stato

disgiunto dal- l'altro.

«Nacque il figlio aspettato, e fu il solo del suo sesso, quantunque

Parvàdi allegrasse ancora di numerosa prole la casa benedetta.

E come il fanciullo ebbe raggiunto il dodicesimo anno, Adgigarta

volle condurlo sulla montagna con sè, per render grazie al Signore e

sacrificargli un capretto, il più bello che fosse nell'armento.

«Ed ecco, mentre valicavano un folto bosco, si abbatterono in una

tenera colomba, caduta dal nido, che stava per esser la preda di un

serpe. Viashàgana si gettò allora sul rettile, lo uccise d'un colpo

col suo vincastro e ripose la colombella nel nido. La madre, che aliava

tutt'intorno riempiendo l'aria di strida, ringraziò con verso mutato il

pietoso fanciullo. Ed Adgigarta giubilò nel profondo del cuore, vedendo

come il figlio suo fosse prode e buono dell'animo.

«Poi che furono sulla vetta del monte, si dettero ambidue a raccattare

la stipa e i sarmenti per l'ara del sacrificio. E in quel mezzo, il

capretto, che avevano condotto per l'olocausto, ruppe il suo vincolo

e si appiattò tra i cespugli, cosicchè non fu più dato rinvenirlo. E

allora Adgigarta disse al figliuolo: — Ecco la stipa pel sacrificio,

ma oramai ci manca la vittima. Vanne tu al nido della colomba che hai

salvata poc'anzi e portala a me, perchè io l'offra al Signore, in luogo

del capretto fuggito.

«Viashàgana era già per obbedire al cenno del padre, allorquando la

voce sdegnata di Brama si udì. — Perchè comandi tu ciò al figlio tuo?

Avreste campato la colomba dalle fauci del serpente, solo per imitar

questo nella sua malvagità? Colui che distrugge in tal modo i suoi

benefizi, non è degno di me. Tu hai peccato, Adgigarta; in penitenza

del fallo, immolerai il figlio tuo su quest'ara!

«Il che udendo Adgigarta, si contristò grandemente. E caduto a terra,

nell'impeto del dolore, gridò: Parvàdi! o diletta mia! Che dirai tu,

quando io tornerò solo alla soglia domestica? che potrò io risponderti,

quando tu mi chiederai del nostro amato figliuolo?

«E in tal guisa si dolse fino a sera, non potendo risolversi a

compiere il funesto sacrifizio, nè osando disobbedire all'Eterno;

mentre Viashàgana, d'animo saldo oltre l'età, veniva pregando il padre

che volesse immolarlo, giusta il comando divino. A ciò finalmente si

dispose Adgigarta; con mano tremebonda legò il fanciullo all'altare,

e già, brandito il coltello di pietra, stava per ferirlo alla gola,

allorquando Visnù, sotto la forma di una colomba, venne a posarsi sul

capo innocente. — O Adgigarta, diss'egli, rompi i legami della vittima

e disperdi la stipa raunata. Iddio è contento della tua obbedienza, e

tuo figlio, per la fortezza dell'animo, ha trovato grazia appo lui.

Viva egli lunghi anni, e felici, imperocchè dalla sua discendenza

nascerà l'aspettata Devanaguy, nel cui seno io ripiglierò forma

mortale, per la salvezza degli uomini.»

Semiramide: Racconto babilonese · 第 19 / 39 题