Sì l'una che l'altra opinione ebbero sostenitori di grandissima

autorità. Ma oramai prevale, come avrete avvertito, una opinione media

fra questi due estremi, un'opinione, che è la più conforme all'indirizzo

tutto positivo degli studi storici moderni, perchè tien conto nella

soluzione del problema, non di un ordine di fatti soltanto, ma quanto è

possibile, di tutti i fatti della storia. Ora il germanismo, la

feudalità, la Chiesa, l'Impero, tutti questi sono elementi storici, che

concorrono a comporre la vita civile e politica del Medio Evo. Sotto

molteplici travestimenti, e con adattamenti diversi, ora vigoroso e

visibile, ora debole e quasi perduto di vista, l'antico municipio latino

ha bensì perdurato sotto a tutto quel pondo immane di nuove

sovrapposizioni, ma com'era possibile che risorgesse del tutto

all'infuori estraneo affatto a quegli elementi, in onta ai quali era

sopravvissuto? La storia non procede così. Da tutti quegli elementi di

vita medievale e insieme dalla conservata tradizione romana nasce dunque

il Comune, di cui avete veduto, o signore, i tipi principali in Milano,

Venezia, Firenze, e non soggiungo Roma, perchè Roma sta da sè,

impigliata più d'ogni altro Comune nella vecchia idea romana della

dominazione universale e colla presenza del Papato, di cui vi fu narrato

il crescere dell'enorme dominazione spirituale (non certo utopistica

questa, perchè sorpassò di gran lunga l'antica dominazione romana), e vi

fu narrato altresì il sorgere e progredire della dominazione temporale,

cagione principale forse che rese così straordinariamente confusa,

tempestosa, anarchica in permanenza, assai più di quella d'ogni altro

Comune, la vita del Comune romano. — Milano è il tipo del Comune

svoltosi nel regno feudale. — Fra i Comuni marittimi, specie i

meridionali, che sottrattisi alla dominazione Longobarda o sotto la

debole e lontana sovranità bizantina sono i primi a sorgere e i primi a

scomparire, fra i Comuni marittimi Venezia sta sola, Venezia che morirà

per ultima di tutte le repubbliche italiane e che costituisce come un

lungo episodio della storia nazionale, estraneo a tutte le forme

principali del movimento politico dell'Italia[20]. — Firenze infine, il

più tardivo degli stessi Comuni toscani e insieme il più glorioso di

tutti i Comuni italiani, riassume in sè tutte le forme della vita

comunale, ma ad una ad una le elimina tutte per rimanere il gran tipo

del Comune democratico, dove neppure avete più, come in Milano, vero

governo a Comune, a cui cioè nobili e popolani partecipino ugualmente,

ma dopo alterne vicende di governo di nobili, e di governo di nobili e

popolo, questo all'ultimo sormonta e crea, ripeto, il gran tipo del

Comune democratico. Tant'è che a Firenze il moto comunale si svolge

lungo tempo senza che apparisca nessuna spiccata individualità storica,

che non sia tutto il popolo, mentre a Milano, la città d'Italia, dove si

può dire che il moto, il quale dà origine alle libertà comunali, proceda

più manifesto e più regolare, avete una grande successione di grandi

uomini, nei quali sarebbe quasi possibile accentrare la sua storia.

Milano infatti, la maggior sede arcivescovile di Lombardia, con

giurisdizione amplissima, grandi ricchezze, con rito distinto, quasi un

altro Papato di fronte al Romano, è delle prime città, che passano dalla

podestà comitale a quella del Vescovo ed in Sant'Ambrogio, l'eroe

eponimo milanese al IV secolo, s'intravvedono già le prime linee di

quella potenza, che dopo terribili vicende ricomparisce in Ansperto di

Biasonno nel IX secolo, in Landolfo di Carcano nel X e finalmente in

Ariberto d'Intimiano nell'XI, la solenne figura, che in pieno Medio Evo

ha ispirazioni e ardimenti politici degni del Conte di Cavour e attorno

alla quale vedeste aggrupparsi l'insurrezione dei vassalli minori contro

i capitani o vassalli maggiori, come in Lanzone, il nobile ribelle al

proprio ordine, il vassallo maggiore, che fa causa comune colla plebe,

vedeste accentrarsi il moto glorioso, che riescì all'unione dei vassalli

minori con la plebe, e quindi alla libertà del Comune.

[20] LANZANI, Op. cit.

Ma siamo nel regno feudale, e nè Ariberto, nè Lanzone, nè capitani, nè

vassalli minori, nè plebe, nè Comune, nessuno sogna neppure di

ribellarsi all'Imperatore o di disconoscere soltanto l'autorità del

_Sacro Impero Romano e Germanico_, appunto perchè il Comune è una

istituzione italiana, che rigermoglia su terreno feudale[21]. E Ariberto

incorona due volte di sua mano Re d'Italia Corrado il Salico e lo

accompagna a Roma, perchè si cinga la corona imperiale, e il primo

pensiero di Lanzone è di rivolgersi all'Imperatore Enrico il Nero, e

quando Lanzone ha intimoriti i nobili fuorusciti, e gli ha rimessi in

città, e ha perequati i diritti di tutti, e ha costituito il Comune, fa

ancora sanzionare questi nuovi ordini nella Dieta Imperiale di

Roncaglia. Che se dalla lotta gloriosa, che Ariberto e Milano sostengono

contro Corrado il Salico nel 1037, scendete, oltre a cent'anni dopo alla

prima lega Lombarda e a Federigo Barbarossa, vedrete bensì che il popolo

italiano lotta per mantenere e ricuperare contro l'Imperatore quello che

i risorti Comuni chiamano le _buone consuetudini_, stabilite già dagli

Imperatori della casa di Sassonia, allargate da quelli della casa di

Franconia e all'ombra delle quali i Comuni stessi si sono ricostituiti;

ma se entro le mura della città si smantellano a furor di popolo le

rocche imperiali, se le città collegate momentaneamente, combattono in

campo aperto contro i feudatari italiani e tedeschi e contro le milizie

feudali, che attorniano l'Imperatore, niuno si sogna neppure di non

riconoscere la sua autorità nelle Diete, niuno si sogna, quand'anche

l'Imperatore è respinto dalle mura cittadine, di non riconoscerlo come

giudice ed arbitro fra città e città, di non rispettarlo come il monarca

legittimo, che legittimamente porta la corona dei re nazionali e più

ancora come il monarca romano, che porta la corona d'Augusto, di Trajano

e di Costantino.

[21] LANZANI, Op. cit.

Permettetemi di ricordarvi in proposito i mirabili versi del Carducci,

che, poetizzando una pagina del Quinet, rappresenta epicamente questo

che il Quinet chiama _il fascino del diritto imperiale_[22].

[22] QUINET, _Révolutions d'Italie_.

Siamo nella notte del Sabato santo del 1175, l'esercito della Lega

Lombarda cinge da ogni parte l'esercito del Barbarossa, che ha dovuto

levar l'assedio da Alessandria, e gli chiude ogni possibilità di scampo

così dal lato delle Alpi, come da quello di Pavia. — L'imperatore è

perduto. — Lo circondano costernati, avviliti, pensando già di non poter

più uscir vivi da queste strette, il sire di Hohenzollern, stupito di

dover morire per la vil mano di bottegai armati come i cavalieri; il

Vescovo di Spira, che amaramente rimpiange il buon vino, i giocondi

canonici, le torri della sua gotica cattedrale in Germania; il biondo

Conte Palatino Ditpoldo, che in fantasia rivede i suoi castelli sul Reno

e la bella Tecla sospirante d'amore al lume della luna; l'arcivescovo di

Magonza che vorrebbe almeno esser certo i tesori rubati in Italia

avessero varcato sicuramente le Alpi; il Conte del Tirolo, che si

dispera dovere ormai il suo cane e il suo povero figliuolo andarsene

alle caccie senza di lui:

Solo, a piedi, nel mezzo del campo, al corridore

Suo presso, riguardava nel ciel l'Imperatore,

Passavano le stelle su'l grigio capo. Nera

Dietro garria col vento l'imperial bandiera

A' fianchi di Boemia e di Polonia i regi

Scettro e spada reggevano del Santo Impero i fregi.

Quando stanche languivano le stelle, e rosseggianti

Nell'alba parean l'Alpi, Cesare disse: “Avanti!„

A cavallo, o fedeli! Tu, Wittelsbach, dispiega

Il sacro segno in faccia della lombarda lega.

Tu intima, o araldo: “Passa l'Imperator romano,

Del divo Giulio erede, successor di Traiano.„

Deh come allegri e rapidi si sparsero gli squilli

Delle trombe teutoniche fra il Tanaro ed il Po,

Quando in conspetto a l'aquila gli animi ed i vessilli

D'Italia s'inchinarono e Cesare passò![23]

[23] CARDUCCI, _Sui campi di Marengo_.

Venezia sola è posta fuori del tutto da questo fascino del diritto

imperiale. Avete visto, o signore, come nacque, mentre l'Impero

d'Occidente cadeva, come crebbe, come si ordinò questa meravigliosa

città, meritevole d'esser detta figlia di Roma assai più di quanto

vantino le cronache medievali per tutte le altre città italiane, perchè

di Roma ereditò la sapienza e la perseveranza politica e perchè

cittadini romani erano i profughi, che la fondarono cercando uno scampo

alla furia dei barbari sulle lagune e sulle isolette del golfo veneto.

Vi esercitarono bensì i Goti una specie di alto dominio, l'impero

d'Oriente una supremazia formale e non più, ma ciò accade nel primo

periodo appena della sua esistenza e non avendo mai lo straniero potuto

mettervi il piede, essa sola non sarà mai vassalla nè d'Impero nè di

Chiesa, essa sola non sarà nè guelfa nè ghibellina, nessun Imperatore

Germanico oserà chiederle giuramento di fedeltà: non avrà in sè

mescolanza di due razze di vincitori e di vinti, che si combattano fra

di loro[24]; le sue discordie intestine non faranno che riaffermare i

suoi ordinamenti, che al 1297 saranno definitivi e dureranno per altri

cinquecent'anni in punto.

[24] QUINET, Op. cit.

Più travagliato e meno durevole destino ebbero le sue rivali sul mare,

Amalfi, Pisa, Genova, ma esse dividono con lei la gloria di quella

primavera italica del risorgimento comunale.

Niuno però dei Comuni marittimi nè Amalfi, nè Pisa, nè Genova può

paragonarsi a Venezia, monumento unico d'italiana energia fin nella sua

materiale costruzione, e che ha tutto di esclusivamente suo, origine,

leggende, cittadinanza, sovranità, leggi, ordini civili, nobiltà,

popolo, cerimonie, feste sacre e profane, i suoi santi persino, perchè

tutta veneziana è la leggenda di San Marco, che detronizza il bizantino

San Teodoro e diviene il protettore, il simbolo, il grido di guerra di

Venezia. L'avete udita questa leggenda in tutti i suoi particolari. Non

vi dispiaccia riudirla da un poeta, non senza molte buone ragioni messo

presto fuori di moda, ma la nobiltà dei cui sentimenti raccomanda

ancora, io credo, al ricordo delle signore gentili. I suoi versi

compendiano altri fatti, ch'io non avrei tempo a ricordarvi

partitamente:

Veleggiando venia verso Aquilea

Un dì l'Evangelista....

Quando il nocchiero improvvido, dall'ôra

Sospinto in grembo d'una pigra e trista

Laguna si perdea

Tra un labirinto d'isolette....

All'appressarsi del naviglio sacro,

Unico abitatore,

Volando emerse di colombi un nembo

Dal turbato lavacro.

Il Pio guardò quell'isole dal lembo

De la sua poppa lungamente. In core

Gli sfolgorò del vaticinio il lampo

E profetò che un giorno

Tra quella d'acque squallida vallèa

In trionfal ritorno

All'avello condotto esser dovea.

E come ei tacque su le canne apparve

Lo spettro d'una chiesa bizantina,

Che tremolò per l'etere e disparve;

E d'eco in eco per lo tacit'arco

Dell'adriatica marina

Grido immenso volò: “Viva San Marco!„

Si laggiù poserai....

Laggiù, o celeste, poserai ma cinto

Da selva di lucenti

Colonne e sul tuo portico regale

Scintilleranno....

I destrieri di Corinto.

Al nome tuo, venturo inno di guerra....

Prigioniere verran di Palestina

A riflettersi mille arabe lune

Dentro le tue lagune;

E su le torri dell'infido Greco

Un vecchio ardente e cieco

Guiderà la vittoria,

A piantar fra i nemici il tuo vessillo

Logoro dalla gloria,

Verranno i re da regïon lontane

Le tue belle a sposar repubblicane;

E su quella palude

D'alighe immonde sorgeran portenti

Di templi, di trofei, di monumenti[25].

[25] ALEARDI, _Le città italiane marinare e commercianti_.

E sia, ammiriamo pure Venezia. Ma voi sapevate prima, o signore, e

sempre più vi sarete confermate, che se si vuole penetrare veramente nel

vivo della storia del Medio Evo italiano, vedere atteggiate e

combattenti tutte le passioni di quella età, saggiate tutte le forme

politiche; se si vuol conoscere come dalla lotta lontana delle due

podestà che dominano il Medio Evo, Papato ed Impero, come

dall'affievolirsi dell'organizzazione feudale si svolga la libertà del

Comune popolare e a che tradizioni questo comune riattacchi le sue

origini, e perchè contenga quasi due popoli in uno e perchè la lotta a

morte fra questi due elementi che lo compongono costituisca il destino e

il segreto della sua storia; se si vuole infine sapere perchè vi sia una

storia di un grande Comune italiano, che è tipo e modello di quasi tutte

le altre, bisogna guardare a Firenze, a questo _cuore d'Italia_, come fu

chiamata, che all'infausto cosmopolitismo imperiale o papale di Roma

potrà per sua gloria contrapporre il cosmopolitismo dell'arte, della

poesia, della scienza, il privilegio della lingua, e persino fra le

tumultuose tragedie della sua vita interiore i primi germi dello Stato

moderno.

Nelle ingenue leggende delle sue origini vedeste già adombrate, forse

con senso più profondo che non apparisca, le divisioni etniche, che

divamperanno più tardi in lotte furibonde; le quali lotte e divisioni,

in quel Comune, che tarda tanto a svolgersi e si svolge quasi

inavvertito, quasi inconscio di sè, strappando a brandelli il suo potere

della potestà Margraviale della contessa Matilde; in quel Comune,

composto nella maggior parte di operai, di artigiani, e di qualche

nobile decaduto, che per miseria s'inurba; in quel Comune che stretto

nelle sue associazioni d'arti e mestieri si regge e progredisce con

queste senza bisogno di potere centrale, cominciando, direbbe il

Romagnosi, il suo incivilimento in ordine inverso, cioè dall'industria

per giungere al possesso territoriale; in quel Comune, dico, come

risulta ancor più evidente dalla sua storia ulteriore, quelle divisioni

e le lotte, che ne conseguono, rimangono sempre esse nel fondo di tutte

le sue vicende o possono dirsi quasi la legge storica, che illumina da

cima a fondo tutto quell'incomposto arruffio. Il quale non spossa le

forze del Comune, anzi sembra aumentarle, poichè appena le interne

discordie danno qualche tregua, si guerreggiano le terre vicine e si

allarga lo Stato; uno Stato che è tutto nella città principale, la quale

non si aggrega, ma domina feudalescamente i vicini e che all'Impero

chiede sopratutto di lasciarlo sottentrare nei diritti e nel potere

degli antichi feudatari; altra prova, se mai occorresse, che il nostro

Comune medievale è bensì romano d'origine, ma dalla temperie barbarica e

feudale, in cui è risorto, profondamente modificato. Così è che le due

parti combattentisi entro il Comune pigliano i due nuovi nomi, come dice

Dino Compagni, di Guelfi e di Ghibellini, ma il loro contrasto

preesisteva a questi nuovi nomi, nella stessa guisa che il prorompere di

queste lotte si verifica in Firenze assai prima del fatto del

Buondelmonte, a cui gli storici lo sogliono riferire, e non è se non un

incidente di quella torbida vita del Comune fiorentino, di cui

parrebbero un mistero inesplicabile non solo il progredire, ma anche il

durare e l'esistere, se non si sapesse donde viene, ove va, se una

medesima legge storica non ci scorgesse a comprendere gli Ordinamenti di

Giustizia del 1293, la vittoria dei Ciompi nel 1378, gli eccessi che

spianano a poco a poco la via alla lunga insidia dei Medici, nel tempo

stesso che i forti e grandi sentimenti di quel popolo, le sue umane

riforme, la sua carità operosa, l'ardente sua fede ci spiegano l'altro

mistero che fra discordie e tumulti così feroci e continui la civiltà

più complessa spicchi tal volo e veggansi nelle chiese, nei quadri, nei

primi saggi della pittura nascente affollarsi angeli, cherubini,

madonne, apparizioni candide, innocenti, che sembrano discese dal cielo

a predicar la pace fra gli uomini, e fra tanto imperversare di odii

l'arte, religiosissima ancora, sforzasi, quasi in espiazione, a

moltiplicare dovunque gli emblemi dell'amore.

Potremmo noi mai sperare di dominare egualmente col nostro pensiero, di

assoggettare egualmente ad una legge storica qualunque la confusione

permanentemente anarchica della storia del Comune di Roma? Ben è

spiegabile, anche con soli argomenti umani, come la potestà del Vescovo

di Roma si muti e si espanda via via nell'enorme e universale potenza

del Papa; ben può la critica, la quale cominciò fin dal secolo XV a

sfrondare le leggende congegnate a fine politico ed a saggiare la

falsità dei documenti, sui quali si pretendevano fondare quelle

leggende, dirci come sorse e si piantò formidabile in Roma anche la

potenza temporale del Papa; ma quanto al Comune, e benchè esso assuma

talvolta nel corso della sua storia le forme e le istituzioni degli

altri Comuni, non mai gli riesce trovarvi la forza e la stabilità per lo

meno relativa, che gli altri vi hanno trovato, e lo spettacolo delle sue

convulsioni perpetue è tutto quello che ci apparisce di lui. Egli è che

esso non sorge come gli altri, non si viene formando come gli altri, e

per l'influenza dell'Impero e la presenza del Papato sente spesso ora

dall'uno ora dall'altro quasi assorbita la propria esistenza. La cui

prima apparizione è forse quando Roma resiste ai Longobardi con

le forze unite del Papa e del popolo o si palesa in una forma

aristocratico-militare, la quale abbraccia con tale ampiezza tutti gli

ordini dei cittadini, che il nome stesso d'esercito serve ad indicare il

popolo intiero. Dal VII all'XI secolo il Comune di Roma si direbbe

costituito a un dipresso nelle forme degli altri nostri Comuni medievali

e precorrerli quasi tutti. Se non che Roma ha il Papa, il cui potere

s'afforza via via sempre più, e che, se fa causa comune col popolo, lo

domina; se mai teme d'esserne sopraffatto, gli oppone la forza e

l'autorità dell'Impero o a questo o a quello la monarchia napoletana,

contrappeso all'Impero, che il Papa baderà bene a non lasciarsi, finchè

può, sfuggire di mano. L'Impero alla sua volta, o è potente e domina

Papa e Comune, o è debole, vacante, assente o conteso fra molti, ed ecco

nobiltà e popolo romano arrogarsene i diritti; pretensione eterna, che

esercitata dal popolo o dai nobili si personifica in Alberico, in

Brancaleone, in Crescenzio, in Arnaldo, in Cola di Rienzo, gli eroi

episodici del Comune di Roma, sviato sempre dal fissarsi in una forma

qualsiasi da quelli che il Giusti chiamò i _grilli romani_, cessati

soltanto allorchè Martino V, fondatore definitivo del regno temporale

dei Papi nel secolo XV, ebbe annientato in Roma ogni vestigio di libertà

comunale. Ma chi bada alla storia del Comune di Roma? Sopraffatti dal

gran nome di Roma, gli storici stessi, col pensiero fisso nel destino

mondiale dell'eterna città, badano al Papato, all'Impero, poco o nulla

al Comune, che penosamente si dibatte fra le strette mortali dei due

colossi, opponendo all'uno e all'altro i suoi ricordi classici colla

pretensione poco giustificata nel fatto che Roma non solo sia il centro

della Chiesa e dell'Impero, ma non debba in realtà sottostare nè all'una

nè all'altro e sia anzi la fonte e l'origine dei diritti di

entrambi[26].

[26] _Vedi Enciclopedia Britannica_. Roma S. II. — VILLARI,

_History of the Roman Republic in the Middle Ages_.

Nel riandare di volo gli argomenti, dei quali vi fu parlato, ho alterato

un po' l'ordine del programma, ma aggruppare del tutto i ricordi di

questa agitata vita comunale e distogliersene del tutto per guardare ad

un paesaggio alpino e vederci sorgere la potenza e la gloria di Casa

Savoia è come riposar l'occhio e il pensiero, quantunque anche là lo

studio delle origini si perda nelle nebbie della leggenda. Di fatto

quell'Umberto, detto nelle cronache dalle _bianche mani_ e che si ha pel

capo stipite di Casa Savoia, chi è desso? donde è venuto? è straniero,

italiano, gallo-romano o latino? Nacque di sangue regio o no? A che

giova, si dirà, affannarsi dietro tali ricerche? Ma appunto quando il

destino d'una dinastia o d'un popolo poggia molto in alto sorgono il

desiderio e il bisogno di magnificarne le origini sempre più. Se il

documento manca, la tradizione soccorre, la tradizione, che è leggenda

ancor essa, appunto come la leggenda degli Eneadi progenitori si

ricongiunge alle origini del popolo Romano, quando questo è già grande,

e già distende la sua potenza nel mondo. Ognuno allora raccoglie ed

elabora di suo i frammenti raccolti, cosicchè anche per Umberto

Biancamano sono numerosi i sistemi tentati per ispiegare la sua figura

mezzo storica e mezzo leggendaria. Ma sull'uno o l'altro di tali sistemi

non occorre ormai affaticarsi di più. I nostri principi non pretendono

alla corona dei Cesari Tedeschi, nè ad un nono elettorato dell'Impero.

La corona di ferro l'hanno cinta perchè se la sono meritata; di Umberto

Biancamano, sfumate ormai le faticose industrie degli storici cortigiani

e le ingenue combinazioni degli eruditi fantastici, si sa oggi di più e

nel tempo stesso si sa di meno, ma si sa di certo che Casa di Savoia è

sorta, cresciuta e s'è illustrata per la sua propria virtù[27]. Con

tuttociò scarsa è l'azione italiana di Casa Savoia e del Piemonte

durante l'età dei Comuni. Questo moto comunale si propagò anche in

Piemonte, perchè era l'espressione delle condizioni sociali di tutta

Italia, ma Casa di Savoia, in cui perdurano più a lungo e più salde che

altrove le forme feudali, gli si contrappone, mentre poi la sua, come

oggi si direbbe, missione italiana è ritardata dallo scindersi la sua

potenza tra i due rami di Savoia e d'Acaia, i quali non si ricongiungono

che al 1418. Casa di Savoia rimane fida in sostanza all'idea ghibellina,

ma l'augurio di sua futura fortuna è appunto in quella vita strettamente

feudale, che le mantiene lo spirito militare e cavalleresco anche quando

altrove è illanguidito, ond'è che nella seconda metà del secolo XIV

vedesi di nuovo nel Conte Verde la baldanza spensierata e lo spirito

avventuroso dei primi Crociati, e n'ha, per così dire, in premio la

prima vera ingerenza italiana di Casa Savoia nella pace di Torino del

1381, con cui ha fine la cosidetta guerra di Chioggia tra Genova e

Venezia. Ma verranno i giorni di vera gloria italiana per questi

guerrieri chiusi ora nei loro castelli di Savoia, come le aquile nei

nidi delle Alpi, mentre tutt'altro destino è riserbato a quell'altra

monarchia che per opera d'avventurieri stranieri sorge all'altro estremo

d'Italia, quasi contemporanea a quando la luce della storia comincia a

diradare le nebbie della leggenda in cui sono ravvolte le origini di

Casa Savoia.

[27] CARUTTI, _Il conte Umberto Biancamano_, in Archivio storico

italiano, Serie IV, tom. I e II.

Dura ancora in parecchi libri di storia l'usanza d'arrecare la

fondazione del gran regno dell'Italia meridionale ai quaranta pellegrini

Normanni, reduci da Terra Santa, che capitati a caso a Salerno verso il

1016, e sdegnati d'un sopruso che i Saraceni voleano far patire a quel

principe longobardo Guaimaro, gittano a un tratto sarrocchino,

cappellaccio e bordone, brandiscono le loro spade, vendicano Guaimaro e

se ne vanno senza voler accettare alcuna ricompensa. Ma poi narrate ai

loro compatriotti le meraviglie e le ricchezze dei paesi veduti gli

invogliano di conquistarli o, come altri pretendono, è lo stesso Guimaro

che li richiama. La critica moderna, se non nega addirittura quel fatto,

lo anticipa però di parecchi anni non solo, ma mostra che non ha alcuna

correlazione colla vera conquista Normanna. I Normanni compariscono

bensì nell'Italia meridionale tra il 1016 e il 1017, ma come ausiliari

di Pugliesi insorti contro la signoria Bizantina, i quali Pugliesi sono

favoriti così dal Papa (speditore dei Normanni da Roma) come dal

principe longobardo di Salerno. E domata dai Bizantini l'insurrezione

Pugliese, prostrate a Canne le forze dei due capi degli insorti, Melo e

Datto, i Normanni si disperdono come mercenari qua e là. Questo l'umile

principio della loro fortuna, movendo dal quale, e astuti, fedifraghi,

quanto valorosi, in poco più di cent'anni sfolgorano i rottami di tutte

quelle vecchie istituzioni longobarde, greche, comunali che ingombravano

ancora il largo campo delle loro ambizioni e delle loro cupidigie e

fondano un regno durato bene o male, e in mezzo a tanta instabilità

d'italiane fortune, oltre a sette secoli, poichè fin d'allora comprese

quasi tutto il territorio che fu il regno delle due Sicilie fino al

1860[28].

[28] GIUSEPPE DE BLASIIS, _La insurrezione Pugliese e la conquista

Normanna nel secolo XI_. — MICHELE AMARI, _Storia dei Musulmani di

Sicilia_. Vol. II e III. — MICHELANGELO SCHIPA, _Storia del

Principato Longobardo di Salerno_.

Più del riandare le straordinarie vicende della conquista normanna, più

del ricordarvi i nomi de' suoi eroi da Roberto il Guiscardo al primo ed

al secondo Ruggero, importerebbe al mio tema notare le conseguenze, che

ebbe tale conquista nella storia italiana e le relazioni che passarono

tra il nuovo regno fondato dai Normanni e le altre parti d'Italia.

Furono varie, moltissime, nè potrei sperare neppure di accennare le più

notevoli, senza trapassare di troppo i limiti cronologici, che a queste

conferenze furono per ora segnati. Per farvi osservare quelle di ordine

più generale diciamo intanto che col nuovo regno meridionale tutta

quell'immensa regione fu sottratta per sempre a due delle forme

politiche principali, che dalla fine del secolo X fino quasi al XV

dominano la storia italiana, alla sovranità cioè del ricostituito Impero

occidentale ed al regime comunale, mentre poi qualche vestigio di questo

durò colà più che altrove e vi prese anzi a lungo andare, più che

l'antica forma di partecipazione diretta al governo dei nostri Comuni

medievali, quella, direi, più moderna (benchè feudale di origine) di

partecipazione rappresentativa di alcuni ordini, di alcuni ceti almeno,

se non di popolo intiero.

Gli albori della vita Italiana Conferenze tenute a Firenze nel 1890 · 第 29 / 30 段