il risorgimento artistico in Italia ed in Toscana fu l'immanenza dei
ricordi della bellezza classica. Una leggenda rabbinica, resuscitata e
commentata molto ingegnosamente da Ernesto Rénan, racconta che nel medio
evo il popolo di Roma (e notate che quando si diceva Roma s'intendeva
tutta la latinità) sotto le macerie che ingombravano la città eterna
teneva nascosta una bellissima statua di donna nuda; che questa
bellissima statua era conservata con mistero; che la sua esistenza era
tenuta gelosamente nascosta alle potestà civili ed ecclesiastiche; ma
che i Romani di tanto in tanto per consolarsi delle dominanti miserie,
delle continue devastazioni, degli spettacoli di reità che venivano loro
da ogni parte, scendevano in quel sotterraneo e si fermavano lungamente
a contemplare questa bella statua, e la baciavano e la bagnavano delle
loro lacrime. — A me par di vedere, o signore, in questo culto di una
bellezza sepolta il ricordo inestinguibile, che durò sempre in fondo
alla fantasia del popolo latino, di quell'arte stupenda che Roma aveva
saputo redare dalla Grecia, e che per molti rispetti aveva saputo così
spontaneamente, così validamente, con tanta genialità, checchè ne dicano
alcuni, assimilarsi.
Ebbene, che cosa abbisognava perchè l'arte risorgesse? Abbisognava che
ciò che era fantasia prendesse parvenza di realtà; bisognava che questa
“bella statua„ uscisse dalle tenebre delle catacombe e splendesse
novellamente alla luce del sole d'Italia; bisognava che, o collettiva o
individuale, sorgesse un'opera di ricostituzione, di ripristinamento. —
L'Italia non poteva risorgere all'arte se non rinvigorendo questo
ricordo classico al punto di renderlo, come per opera di spirituale
contagio, così attuoso che da quelle stesse mani che avevano conservato
l'antico capolavoro uscisse se non il capolavoro completo, almeno una
degna opera artistica.
E così accadde, o signore. L'opera, prima che collettiva, fu
individuale. Dove sorse l'uomo che operò questo miracolo? Chi fu
l'evocatore della bella statua antica? Se fosse nato a Roma, coloro che
trattano la storia dell'arte con molta ingegnosa filosofia ma con dei
procedimenti che qualche volta somigliano un po' troppo ai processi
buoni per la botanica e per la chimica, avrebbero esclamato: vedete!
L'uomo è nato a Roma, nè poteva nascere altrove che a Roma. Invece la
storia, che spesso si compiace di schernire certe generalità, ci narra
che quest'uomo nacque in una città tutta dedita ai traffici ed alla
combattuta vita del mare. Niccolò Pisano! Ecco l'uomo che evocò il
fantasma della classica bellezza addormentata per tanti secoli e tenuta
gelosamente sepolta nelle catacombe dal popolo di Roma.
Niccolò Pisano è uno dei nomi che suonano più gloriosi nella storia
dell'arte poichè, ripeto, la sua è opera grandemente individuale. V'è un
salto, e si potrebbe dire anzi un abisso fra quel che egli fa e quel che
facevano gli artisti di poco precedenti o contemporanei a lui. Guardando
alla sua opera, non vediamo neanche quella preparazione e quel certo
rapporto di avviamento che pur notiamo nei più prossimi Bizantini i
quali, nella pittura, precedettero, apparecchiarono Cimabue e ne
accompagnarono l'opera. Si è costretti a riconoscere che quest'uomo fu
privilegiato dalla natura di doni singolarissimi. Quanti erano passati
davanti ai ruderi dell'antichità, quanti avevano veduto il mito di
Meleagro e di Ercole e di Fedra e di Ippolito balzare, sorridere
inutilmente dai vecchi sarcofaghi! Pare che tutti avessero sugli occhi
una specie di cateratta artistica! Invece Niccolò Pisano ruppe questa
cateratta e con uno slancio d'arte ammirevole, che non ha forse esempio
nella storia artistica di altri tempi, portò la scoltura dalle forme
rozzissime a quelle forme sue, che se non sono perfette, se accusano
l'inesperienza della tecnica, ritraggono però tutti gli elementi
dell'arte antica, e chiudono i germi di tutti i capolavori futuri, fino
a Michelangelo, al Bernini, al Bartolini. Per convincervene voi
dovreste, con questo intendimento di comparazione, fare un viaggio in
qualunque direzione di questa vostra privilegiata terra di Toscana.
Muovere per esempio da Pistoia a vedere l'architrave della porta di San
Giorgio e poi fermarvi un momento a Groppolo a vedere la statua
dell'Arcangelo Michele, archeologicamente preziosissima, ma deforme. Poi
passare a Lucca ad esaminare la celebre vasca di San Frediano e
finalmente giungere a Pisa.... Ma che dico? Quando sarete a Pisa vi
convincerete che quel viaggio è stato inutile. Non c'era bisogno di
muoversi. Là in quella città di mercanti e di marinari abbiamo, nello
spazio di pochi metri quadrati, raccolti e messi un di fronte all'altro
tutti gli elementi per un confronto vero, concludentissimo. Vedete là
una specie di triangolo: la Cattedrale, il Battistero, il Camposanto.
Cominciate con esaminare nella porta della Cattedrale che cosa fosse la
scultura in un periodo di poco precedente a quello inaugurato dal grande
Niccolò. Quanta goffezza nella scultura di quelle porte, quanta
deformità!... Appena qua e là qualche movenza ingenua, appena qualche
concetto spirituale che vi ferma e vi soddisfa. Volete vedere il
miracolo? Fate solamente pochi passi; partite dalla Cattedrale, entrate
nel Battistero ed esaminate il pulpito. Se i documenti non
testimoniassero, vi parrebbe impossibile che a poca distanza di tempo la
scoltura avesse potuto fare un passo così enorme. E donde ha tratto le
forze esteriori per farlo? Fate ancora alcuni passi; andate nel bel
Camposanto ed esaminate con qualche attenzione il sarcofago della
contessa Beatrice, che fu madre della contessa Matilde. Guardate il mito
di Fedra e d'Ippolito e subito il mistero vi è svelato. Le sembianze di
Fedra sono diventate le sembianze di Maria, le sembianze degli altri
personaggi del sarcofago si riproducono nel pulpito di Niccolò. Vi sono
figure di vecchi che ricordano filosofi antichi, vi sono teste di
cavalli che vi fanno pensare alle quadriglie degli antichi trionfi.
Insomma è una evocazione, una risurrezione, pel tempo e per le
circostanze del tutto maravigliosa!
Ma si domanda: questa epoca così gloriosamente iniziata da Niccolò
Pisano, poteva considerarsi come piena e definitiva per il risorgimento
della nuova arte italica? Non lo credo. Intanto notate che l'impulso di
Niccolò, per quanto fosse vigoroso, fu di poca durata ed ebbe un seguito
relativamente scarso. I suoi allievi e successori immediati poco
aggiungono all'opera sua. Per tutta Italia, oltre Pisa, a Lucca, a
Arezzo, a Bologna, a Roma, a Napoli, si ammirano i monumenti della
scultura rinnovata per opera del grande artista pisano; ma nè il
figliuolo Giovanni, nè fra Guglielmo da Pisa, nè fra Guido da Como, nè
lo stesso Andrea e Tommaso e Nerio fanno muovere all'arte dei grandi
passi. È fuor d'ogni dubbio che per un periodo di oltre cinquant'anni
abbiamo nell'arte una specie di sosta. Attività materiale grande, ma
progressi scarsi. Più che d'una corsa in avanti si tratta di un moto
circolare sempre dintorno al medesimo centro. Non è più il marasma di
prima, ma una stasi incerta e irresoluta di cui, sulle prime, non
sappiamo renderci conto.
Ma la ragione non è difficile a trovarsi, o signore. L'opera di Niccolò
Pisano non poteva dare la forma definitiva e l'andamento completo al
risorgimento artistico in Toscana, perchè in sostanza l'arte sua è
un'arte di reminiscenze, è un'arte di pura tradizione. Con essa il Genio
italico si riannoda al suo passato glorioso. Era moltissimo ma non
bastava. Bisognava fermare i piedi sicuri sul presente e divinar
l'avvenire.
Per un'arte nuova facevano mestieri degli elementi nuovi, degli elementi
che ritraessero la ragion loro in modo più diretto dalle condizioni
della storia contemporanea e dalla natura. Pensate solo a questo, o
signore; la donna più morbosamente amorosa dell'antichità, Fedra, che
appena Euripide aveva osato portare, tardi, sulle scene della Grecia;
Fedra doveva dare per mezzo dell'artista cristiano le sue sembianze alla
madre di Cristo, alla personificazione cristiana di tutte le idealità
della donna. Questo, voi lo vedete bene, nell'arte metteva i germi di un
altro conflitto che, a lungo andare, ci avrebbe forse ripiombati in un
altro caos artistico e in una impotenza somigliante a quella dalla quale
eravamo appena usciti. Era necessario che il movimento artistico di
Toscana si sdoppiasse, o meglio che il primo fosse seguito da un secondo
più efficace perchè più comprensivo. E per tutta Toscana voi sentite
come scorrere un soffio caldo e primaverile: vedete Arezzo, Pisa, Siena,
Lucca, Firenze che vi danno idea di amazzoni gagliarde in gara fra di
loro. Corrono, corrono e ognuna vuole arrivar prima!... Arezzo ha il suo
Margheritone, Pisa ha il suo Giunta, Siena ha Guido, Firenze ha Cimabue.
Già si prevede che, come il periodo precedente ebbe inizio dal risveglio
della scultura, in questo secondo la pittura dominerà; la pittura che si
stende con ala più vasta nell'orizzonte dell'arte. Si prevede ancora che
in questa nobilissima gara la vittoria rimarrà a Firenze; a Firenze che,
fra le città italiane, era una di quelle che conservavano in minor
numero ricordi e avanzi dell'antica arte classica: fatto importantissimo
questo, già notato dallo stesso Benvenuto Cellini; e che doveva
grandemente influire sull'indirizzo più libero, sul carattere più
originale, sulla schietta modernità insomma dell'arte e che s'andava
maturando e batteva alle porte dell'avvenire.
Dunque, riassumendo: Pisa doveva dare al rinascimento dell'arte italica
l'elemento tradizionale e lo diede con l'opera di Niccolò e dei suoi
scolari; lo diede vigorosissimo, lo diede in modo da render ben
meritevole la fama gloriosa che il Pisano si è acquistato nella storia.
Ma bisognava entrare in un periodo nuovo; e Firenze vi entrò con un
vigore e con una fortuna che sconfisse tutte le altre città toscane in
gara con lei. Le esagerazioni storiche del Vasari sono già state cribate
e ridotte al loro giusto valore. Vasari vide con occhio troppo toscano e
forse troppo fiorentino quando entrò nei particolari; ma nella grande
linea storica il buon aretino si mantenne nel vero. Firenze doveva
essere la sede, doveva essere il faro da cui sarebbe partita la nuova
luce. Tutto contribuiva nel conferire a Firenze questa privilegiata e
gloriosa missione storica. Il suo popolo era libero, forte, ricco,
fidente di sè, guardava con sicurezza al futuro. Era sopra tutto
istruito, come nessun altro popolo in quel tempo. Erano i giorni, o
signore, in cui i poeti si sognavano di esser messi per incantesimo in
una barca insieme ai loro più cari amici ed alle loro care donne e di
veleggiare a lungo senz'altra cura, sotto un cielo e sopra un mare
tranquillo, ragionando e sognando d'amore. Giovanni Villani ci narra che
nel 1283 per un lungo tratto di tempo tutta la città rimase nel grazioso
“dominio d'Amore„. Era una vita spirituale e gioconda. La parte umana
che doveva dare il primo elemento all'arte s'innalzava, si affinava, si
ingentiliva. L'altro elemento, l'elemento mistico cristiano, alla sua
volta si rendeva sempre più acconcio alla composizione della definitiva
opera d'arte.
Sopra una verde collina dell'Umbria un povero uomo pregava Dio; ma lo
pregava in una forma insolita dando alla sua preghiera un'insolita
intonazione. Chiamava partecipe alla sua prece, al suo inno, il sole, la
luna, le stelle, le montagne, le piante, i fiori, le rondini e le
colombe dell'aria: voleva che tutte le creature viventi si unissero a
lui in una gara immensa di lode amorosa rivolta al Creatore. Da una
parte adunque il divino, non dirò no che si abbassasse, ma si rendeva
più mite, più dolce, accennava più affabilmente verso questa povera vita
umana; l'umano si elevava, si affinava, si ingentiliva.... Insomma,
eravamo prossimi, eravamo alle viste di quella “divina simmetria„; a
quell'accordo degli elementi materiali e ideali che il medio evo aveva
con tanto disagio e inutilmente cercata, da cui doveva balzare luminosa
e gloriosa la perfetta opera d'arte.
Mancava l'uomo, e quest'uomo l'aveste voi, e discese, umile pastore,
dalle montagne che circondano la vostra Firenze: Giotto. Ho detto il
nome del più grande forse fra gli artisti di tutti i tempi, e di tutte
le civiltà. Egli non esordì come Niccolò, copiando il sarcofago antico,
ma disegnando, in mezzo alla pace de' suoi boschi, una delle sue
pecorelle, simbolo gentile del poetico naturalismo, che egli doveva
inaugurare. Wolfango Goethe nell'olimpica serenità dell'anima sua lo
avrebbe chiamato _Euphorion_, il figlio di Elena bellissima e di Fausto
pensoso; colui che doveva sintetizzare e fondere gli elementi plastici
dell'arte antica e gli elementi spirituali e sentimentali dell'arte
moderna e cristiana. Come lo chiameremo noi?... Noi ci contenteremo di
prendere in prestito da Dante, il suo grande amico, una frase, e lo
chiameremo il maestro e l'autore del “dolce stile nuovo„ della pittura e
dell'arte toscana.
E qui, signore, io sono arrivato ai limiti nei quali debbo fermarmi. —
Saluto il bellissimo tema che sarà tratto con forma più degna della mia
dal mio successore un altro anno, e in cui si rispecchia così pura
gloria italiana, la quale, in tanta parte, è gloria vostra, o
Fiorentini.
EPILOGO
DI
ERNESTO MASI
_Signore!_
È un ufficio modesto quello che io ho da compiere, ma che sapendo
compiere con chiarezza e brevità, potrebbe, secondo il famoso precetto
d'Orazio, riescir utile e piacevole insieme.
A significarlo con evidenza sento che, a guisar d'esordio, una buona
similitudine, presa in prestito da qualche poeta, mi tornerebbe assai
bene, ma per quanto la cerchi, non mi vien fatto trovarla adatta, come
vorrei. Mi ricorre alla memoria soltanto la dantesca solita:
E come quei che con lena affannata
Uscito fuor del pelago alla riva
Si volge all'acqua perigliosa e guata.
Ma la _lena affannata_, che sarebbe la vostra, o signore, _l'acqua
perigliosa_, che sarebbe la materia delle conferenze passate.... Oibò!
non conviene per nessun conto! Dico dunque senz'altro che ricordarvi le
principali cose discorse finora, accennarne qualche generalità
comprensiva dei molti particolari, che vi furono esposti, additar
qualche nesso, qualche correlazione fra l'uno e l'altro argomento e
riepilogare le conclusioni più importanti, potrebbe riescir utile e
piacevole insieme, appunto come dopo un lungo viaggio (questa volta la
similitudine è un po' vecchietta, ma per compenso convenientissima)
s'ama riandare, fantasticando, le cose vedute, non però in modo da
rifarcene in mente una ridda vertiginosa di monti e di foreste, di laghi
e di piazze, di chiese e di palazzi, di musei e di campanili, ma
riordinando dentro di noi e scegliendo con discrezione quello che in
natura ci parve più bello, in storia più caratteristico, in arte più
fecondo di consolanti idealità da mettere in serbo per la vita.
Prometto troppo. Me n'accorgo. Ma non mi manca almeno la buona volontà
di mantenere e non di tutte le promesse, che a questo mondo si fanno, si
può sempre assicurare altrettanto. — Ad ogni modo, proviamo!
Dei varii periodi, nei quali si vuole dividere la storia del Medio Evo
italiano, vi fu principalmente parlato dei secoli XI e XII, con qualche
scorsa nei periodi anteriori e nei susseguenti, ora per indicare la
cagione degli avvenimenti, ora per mostrarne le conseguenze e chiarir
bene così da che profonda notte si usciva a quelli che si convenne
chiamare, _gli albori della vita italiana_. Albori di vita italiana? O
perchè? Era dunque morta questa vita? Quand'è che nella storia si muore
e si rinasce? No, signore; nè si muore, nè si rinasce in realtà, bensì
anche nella storia annotta e si brancola talvolta nel buio, poi un po'
di luce torna a risplendere e ci si rimette in cammino. La dominazione
romana del resto era il mondo, non l'Italia soltanto. Un'idea e una
forza, irresistibili entrambi, il cristianesimo e i barbari, sfasciano
quella potente, quella sapiente unità, annientano quella universale
dominazione. Allora l'un popolo si getta sull'altro, e questa convivenza
forzata di razze diverse sul medesimo suolo, l'una che padroneggia,
l'altra che serve, sino a che col mescolarsi e coll'accomunare le loro
forze rispettive danno origine ad una civiltà nuova sotto la luce
dell'idea cristiana, è il fatto elementare, per dir così, della storia
medievale europea; un fatto non mai accaduto prima in così larghe
proporzioni; un fatto, che non può ripetersi dopo, e che
contraddistingue perciò il Medio Evo da tutte le altre età della storia.
— La fusione fra invasori ed indigeni, fra dominatori e dominanti,
accade fuori d'Italia più facile. Ben gli aveva Roma già curvati una
volta gli uni e gli altri sotto il medesimo giogo! Ma in Italia romanità
e barbarie non si fondono con uguale facilità, nonostante il
cristianesimo, che fu gran fattore di tali fusioni. Tutto resiste e
impedisce. Più di tutto forse l'idea romana, stata perciò paragonata,
per quella specie di fato perpetuo, che diviene nella nostra storia, ad
una di quelle stelle tanto grandi e tanto lontane, che il loro raggio
non ci giunge se non dopo diecine di secoli, sicchè, se ora venisse a
spegnersi, la si vedrebbe splendere ancora per molte migliaia di anni.
Così è. La vecchia Roma è finita, ma il pensiero di lei sopravvive e
domina tutti per lungo corso di storia, barbari, latini, papi, comuni,
pensatori, tribuni, cronisti, poeti, persino la casalinga donnetta del
primitivo Comune Fiorentino, che
.... traendo alla rocca la chioma,
Favoleggiava con la sua famiglia
De' Troiani, di Fiesole e di Roma.
Quando col pensiero fisso alla libertà e indipendenza dell'Italia, anche
i libri di storia erano per metà di politica[16], usava discutere se
dato che i Longobardi avessero potuto occupare e reggere tutta l'Italia,
non si sarebbe fin d'allora formato dell'Italia uno stato nella nuova
forma romano-barbarica, come la Francia e la Spagna, ed il Machiavelli
accusava fieramente i Papi d'averlo impedito e dietro a lui tanti altri
dibattevano la medesima questione, che con ragione il Mamiani giudicava
aver lo stesso valore che “cercare quello che accaderebbe al mondo se
l'aria avesse manco di ossigene, o il mare di salsedine o la terra
ponesse a fare il suo giro sole dodici ore in cambio di
ventiquattro„[17]. Se una filosofia della storia è possibile (cosa di
cui molti dubitano) è fondandola unicamente sui fatti, quali furono, non
quali alcuno potrebbe desiderare che fossero stati. E stando ai fatti,
all'anarchia dei duchi Longobardi fu pure un progresso e un ordine dato
la feudalità franca, il cui capo, invasato anch'esso dall'idea romana,
ricostituisce la dignità imperiale cessata in occidente da oltre tre
secoli, fra le ingenue acclamazioni del popolo italiano, che non
sospetta neppure di dover essere la prima vittima di questa
ricostituzione; alla quale, morto Carlomagno, sottentra un'anarchia
feudale, confusa, impotente, buona a nulla, anche quando l'un
pretendente sopraffà l'altro, perchè Berengario osa intitolarsi re
d'Italia, allorchè non ne signoreggia tanta, se non quanta è compresa
fra l'Adige e il Po. — Anche a quest'anarchia viene a metter ordine,
dopo oltre settant'anni, una seconda restaurazione imperiale, ma intanto
nel consorzio umile, modesto, quasi inavvertito della corporazione
d'arte, all'ombra del campanile della parrocchia, sotto l'autorità
ecclesiastico-feudale del Vescovo, a cui gli imperatori di casa Sassone
concedono via via il potere degli antichi Conti[18], si ridesta e si
svolge già tanto di nuova vita italiana, che lo storico Sismondi non
dubitò di glorificare quegli Imperatori tedeschi, come i veri fondatori,
i veri padri dei nostri Comuni. Lo furono essi in realtà? — A questa
quistione, o signore, avete sentito accennare più volte, ma poichè
trattavasi della storia speciale dei principali Comuni, era naturale che
per accenno soltanto fosse toccata. Or bene, le linee più generali di
tale questione son queste[19].
[16] BALBO.
[17] CARLO TROYA, in _Prose Lett._, pag. 396.
[18] Mi attengo ai fatti, che hanno carattere più generale. In
realtà questo passaggio dell'autorità del Vescovo al Comune non è
una regola senza eccezione. Ne ha in Lombardia; ne ha molte più in
Toscana.
[19] È riassunta da: FRANCESCO LANZANI, _Storia dei Comuni
Italiani dalle origini al 1313_. — VILLARI, _Il Comune Italiano e
la storia civile di Firenze_ (Politecnico 1886). — HEGEL, _Storia
della costituzione dei Municipi italiani_. — HAULLEVILLE,
_Communes Lombardes_. — SCUPPER, _La Società Milanese all'epoca
del risorgimento del Comune_, in Archiv. giurid. 1869. Vol. 3.º —
A. AMATI, _Ariberto e Lanzone_.
Il nostro Comune medievale è una vecchia istituzione romana, che ha
resistito all'urto delle invasioni barbariche e che ha perdurato durante
l'ordinamento feudale (il quale ordinamento non è altro in sostanza che
la barbarie disciplinata per mezzo del possesso territoriale), ovvero è
una istituzione nuova, una istituzione importata, in una parola una
istituzione tedesca?
Ma se era indigena, antica, romana, perchè avea aspettato a rivelarsi di
nuovo che la feudalità avesse pur dato un assetto qualsiasi alle
barbarie, e fosse già passata per tutte le sue vicende storiche e avesse
trionfato dappertutto e avesse provveduto a tutte le necessità della
vita civile, politica, pubblica e privata?
E se per contrario era nuova, importata da fuori, tedesca insomma, al
pari della feudalità, se le sue origini erano da ricercarsi nell'indole
degli invasori, nello sciolto individualismo germanico e nelle
istituzioni provenienti dalla conquista, come mai sorgeva essa in
assoluta opposizione a quest'indole e a queste istituzioni, sicchè il
suo trionfo non dovesse essere che a prezzo d'abbattere i castelli
feudali e d'assoggettare i discendenti degli invasori alle leggi del
Comune? Il Comune insomma è cosa nostra, è un diritto, di cui il popolo
italiano non smarrì mai la coscienza, o è un effetto del vassallaggio
del regno feudale italico al regno feudale di Germania?