tempi, dei quali ci occupiamo, è quella, che accennai già parlando del
Papato e del Comune di Roma, vale a dire che avendo i Normanni ottenuta
dal Papa l'investitura della loro sovranità nel continente e nella
Sicilia, la Chiesa potrà anch'essa apparire così e per la prima volta
quale suprema sovranità feudale, e ciò alla vigilia della sua prima
lotta contro l'Impero, e se ne varrà con un intuito politico chiaro,
fermo, sicuro, perseverante per contrabbilanciare tutte le ambizioni
dell'Impero, poi, quando i Papi avranno fatto passare la corona Normanna
dagli Svevi agli Angioini, per determinare il trionfo definitivo della
parte guelfa o papale in tutta l'Italia, trionfo tale che, dopo la
battaglia di Benevento del 1266, dir parte guelfa e dir Comune di
Firenze sarà tutt'uno[29].
[29] LANZANI, DE BLASIIS, AMARI, SCHIPA, Opere cit. — ISIDORO DEL
LUNGO, _Dino Compagni e la sua Cronica_.
Così, o signore, vi fu tracciato nelle sue linee maggiori tutto il gran
quadro storico, entro al quale all'uscire dalla notte della barbarie
doveva ridestarsi la vita italiana. — Ma essa è ancora ai primi passi. —
È per questo che nel tempo, che avete attraversato, la parte puramente
storica ha dovuto di necessità prevalere e vi si è più dovuto parlare di
barbari e di feudatari, di Papato e d'Impero, di vassalli maggiori e
minori, di Borgognoni e Normanni, e di quelle prime, quasi misterioso
aggregazioni, entro alle quali si vien formando il Comune, di quello che
vive propriamente della vita, che ricomincia a essere vissuta fra mezzo
a tutte quelle istituzioni storiche del primo Medio Evo; vi si è dovuto
parlare insomma, se mi è permesso di esprimermi così, più del contenente
che del contenuto. Egli è, o signore, che, affinchè il popolo italiano
ricominci a vivere quella che giustamente fu chiamata la _seconda sua
storia_, affinchè
Dagli atrii muscosi, dai fôri cadenti,
Dai boschi, dall'arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
si ridesti finalmente quella massa confusa di gente, che il poeta ha
chiamato:
Un volgo disperso, che nome non ha.
bisogna che un moto profondo di totale disgregamento agiti tutta quella
società, che gli pesa sul capo, e lo preme, lo stringe, lo soffoca da
ogni lato, poichè è appunto tra quel disgregamento, che ripiglia anima,
vita, libertà quel nuovo protagonista, che non ha più nome, ma ne avrà
in breve uno “nella storia d'Italia eternamente memorando„ il nome di
popolo. Quella società, come avete veduto, o signore, non cede il posto
così di leggieri e senza lungo contrasto, non piega il capo rassegnata,
come nella tragedia manzoniana Ermengarda, la figlia dell'ultimo re
Longobardo, non d'altro rea che di discendere da quella progenie
d'oppressori,
Cui fu prodezza il numero,
Cui fu ragion l'offesa
E dritto il sangue e gloria
Il non aver pietà;
non sente il distacco dalle cose terrene e gli amari sconforti di
Adelchi morente, che esorta il padre a non rammaricarsi del regno
perduto, dicendogli:
Gran segreto è la vita e nol comprende
Che l'ora estrema. Ti fu tolto un regno,
Deh nol pianger: mel credi. Allor che a questa
Ora tu stesso appresserai, giocondi
Si schiereranno al tuo pensier dinanzi
Gli anni in cui re non sarai stato, in cui
Nè una lagrima pur notata in cielo
Fia contro a te nè il nome tuo saravvi
Con l'imprecar dei tribolati asceso,
Godi che re non sei, godi che chiusa
All'oprar t'è ogni via: loco a gentile,
Ad innocente opra non v'è: non resta
Che far torto o patirlo....
Oh no! Tuttociò è buono e bellissimo in poesia! Ma nè Imperatore, nè
Papa, nè feudalità laica o ecclesiastica, nè nobili discendenti dai
barbari hanno voglia di rassegnarsi come Ermengarda o di rigettare, come
Adelchi morente, quasi inutile ingombro e vanità, la potenza. Hanno
usurpato ed usurpano e contro tutti difendono le loro usurpazioni, tanto
più contro il Comune, il solo che non usurpa, ma rivendica. Sta qui il
segreto della vita dei secoli XI e XII, e questa vita rimarrebbe davvero
un segreto a chi trascurasse le premesse storiche, nelle quali le sue
origini sono contenute.
È una storia lunga, faticosa, intricata; è un cammino aspro, buio, che
ora sale a generalità, che sono altezze vertiginose, ora si sprofonda in
minuzie, che sono frane, scoscendimenti e rottami; un cammino in cui
s'inciampica negli spinai, ci si urta a sporgenze imprevedibili, sicchè
le vostre guide, in questa specie di spirituale alpinismo, hanno spesso
dovuto scusarsi di condurvi a traverso tali labirinti e semioscurità
crepuscolari, sempre col timore che vi stancaste di troppo, e
contentandosi di rischiararvi alla meglio la via, appunto
“....come quei che va di notte
Che porta il lume dietro a sè non giova,
Ma dopo sè fa le persone dotte.„
E voi resistete, o signore, impavide, coraggiose; ma deve avervi, io
penso, alleggerite le fatiche del viaggio, intravvedere, dopo tanto giro
di storia, i germi della vita nuova, che spuntano, sentire, origliando,
“come un brulicare di vita ancor timida e occulta, che poi (voi lo
sapete) scoppierà, come dice il Carducci, in lampi e tuoni di pensieri e
di opere.„ Ma per ora sono sintomi di vita, pronostici, auguri; per ora
non c'è nulla di definito, di determinato; è tutta una vita in
formazione, e quanto più la fioritura sarà splendida e ricca, tanto più
s'indugia sotterra. Per ora non si può penetrare molto innanzi; non si
può cogliere che poco o nulla di intimo, di veramente psicologico e
caratteristico, dove tutto è in travaglio di nascimento, a cominciare
dalla lingua. Però non è già più tutta storia morta soltanto.
È vita, o almeno principio necessario di vita, e forse la prima
manifestazione di essa nel nostro Medio Evo, quel rinascere della
scienza del diritto, regolatrice della giustizia fra gli uomini, che,
perdurata nelle scuole di Roma imperiale e di Ravenna bizantina, resiste
in faccia ai Goti, penetra da Pavia longobarda la legislazione dei
barbari, si scioglie in Bologna dalle anguste strettoie di prima,
dall'esser confusa cioè colle altre arti, che formano l'enciclopedia
medievale del _trivio_ e del _quadrivio_, e fonda in Bologna una
istituzione mondiale.
È vita quel lento formarsi dell'umile volgare latino, che sarà poi la
lingua italiana, il cui svolgimento (sbattuta giù ormai una gran
frasconaia d'ipotesi vane) apparisce alla critica moderna più come un
capitolo di storia naturale che di storia letteraria, tanto son vari gli
inseguimenti e delicati gli intrecci di quei germogli delle lingue
romanze, che si distaccano dal gran tronco latino; tanto ne aduggia il
crescere l'ombra lunga e larghissima, che quel tronco getta intorno a
sè; tanto è difficile vincerla e superarla; tante sono le circostanze
esteriori, che là affrettano, qua ritardano il mutarsi del germoglio in
arbusto e dell'arbusto in albero ricco di fronde e di fiori; mutamento
ritardato più che altrove in Italia, dove la lingua ascende tardi ad
ufficio veramente letterario, ma dove per compenso s'imbattè in chi,
appena s'è mostrata, la ghermisce con mano onnipotente e subito la ferma
e la determina per sempre.
È vita, e di quella che più tocca da presso l'anima e il destino
dell'uomo, quella fede religiosa, che non è vero incomba torpida,
uniforme, stagnante sul Medio Evo italiano, ma che appunto perchè è
robusta, sincera, fervente, non agghiacciata dal soffio di precoci
indifferenze e scetticismi, s'agita anzi terribilmente, fra le
pretensioni e le lotte gigantesche della potestà suprema, che la
rappresenta e la regge, e le scandalose mondanità, le violenze della
feudalità ecclesiastica, ed esagera gli ascetismi, talvolta sino alla
follia, ora come perfezionamento della dottrina più schietta, ora come
contrapposto alle rilassatezze della disciplina, sicchè da una fonte
comune si veggono scaturire le democrazie dei nuovi ordini religiosi e
le eresie, quelle avute in sospetto dalla Chiesa stessa, in cui difesa
son sorte, queste sterminate ovunque si mostrano, ma le une e le altre
composte d'uomini, che
Maledicenti a l'opre de la vita
e de l'amore.... deliraro atroci
congiungimenti di dolor con Dio
su rupi e grotte:
discesero ebbri di dissolvimento
a le cittadi, e in ridde paurose
al Crocefisso supplicarono, empi,
d'esser abbietti;[30]
[30] CARDUCCI, _Alle fonti del Clitumno_.
abbiettamenti, eccessi, deliri, che non impediranno però le grandi
ispirazioni, che solo un pensiero operoso e un sentimento profondo e
sincero possano dare.
È vita quella stessa povera letteratura italiana, il cui sorgere,
dovendo per forza camminar parallelo al formarsi della lingua volgare,
procede barcollante da prima in una debolezza, che non si sa se è
d'infanzia o di vecchiaia, nè forse riescirebbe a spogliarsi
dell'involucro latino, se non venissero a darle mano le due letterature
della Francia settentrionale e meridionale, l'una che attinge dal
meraviglioso delle leggende Carolingie, l'altra che in faccia alle
mortificazioni dell'ascetismo medievale ricanta la gioia, la vita,
l'amore; le dolci note, che riecheggieranno nelle corti aleramiche del
Monferrato, fra la varia cultura e lo scetticismo scientifico della
corte di Sicilia, nelle scuole di Bologna e finalmente in Toscana e in
Firenze, dove in un attimo, si può dire, la letteratura italiana sorge
gigante e s'incorona d'una gloria immortale.
È vita quella stessa filosofia scolastica, che ha nient'altro che in
Dante il suo poeta, e che, fra la scarsa, misera e fantastica vita
scientifica del Medio Evo, rappresenta un tentativo gigantesco di
accordo fra la filosofia e il domma, fra la ragione e la fede;
tentativo, che raggiunge il suo punto culminante in San Tommaso
d'Aquino, tipo sublime dell'ingegno italiano, organico e temperante,
dopo del quale ricomincia la scissura fra scotisti e nominalisti da un
lato, tomisti dall'altro, e procede fino allo sciogliersi della
scolastica nella critica razionalistica del Rinascimento.
È vita finalmente (e che vita!) il sorgere dell'arte nuova, che dopo la
scura tregenda, le cupe immagini bizantine, i deliri architetturali del
più fitto Medio Evo, dopo aver svincolate le sue forme diverse
dall'anonima schiavitù, che le confonde tutte nell'architettura del
tempio gotico, si afferma risoluta, franca, individuale, abbenchè
tardiva ancor essa al pari della letteratura, perchè l'una e l'altra,
sono nella civiltà un effetto, un prodotto, che non si determina senza
cagioni proporzionate.
Ora come dall'anonima congerie delle corporazioni medievali questi primi
albori di rinascimento, ai quali per quest'anno gli studi di queste
conferenze si sono fermati, incominciano a sceverare e a svolgere il
concetto dell'unità dello Stato, come dall'asfissia teologica
incominciano a liberare le scienze morali, delle quali il pensiero laico
s'impossessa con Dante, così sciolgono anche le arti da
quell'aggruppamento forzato, così ciascuna ripiglia la propria
individualità, affermantesi in Niccola Pisano, che tenta il primo
riallacciamento del vecchio ideale greco-latino col nuovo ideale
cristiano; in Giotto, l'artista divino, che, al pari di Dante Alighieri,
intuisce quasi perfetto tutto l'ideale del Rinascimento.
Siamo sulla soglia, o signore, di questo grande avvenimento mondiale,
che in Italia non ha bisogno d'aspettare che i Turchi, pigliando
Costantinopoli, sperperino la coltura bizantina e ce la mandino esule e
pellegrina a rifarci il sangue, o che Colombo slarghi il mondo e l'anima
dell'uomo colla scoperta dell'America. No; un paese, che costituisce i
Comuni, che in poco d'ora ha Dante, Giotto, la Divina Commedia e Santa
Maria del Fiore non aspetta nulla da nessuno.
Appena la libertà, il pensiero, l'arte, la poesia ridanno pregio alla
vita; appena collo scomporsi della società feudale si dirada quel buio
mortificante del vero Medio Evo, che è rappresentato dalla poetica
leggenda del finimondo, a cui avete sentito accennare più volte,
l'Italia senza aspettar nulla da nessuno si alza dal sepolcro, come il
Lazzaro quatriduano, e sorge, e cammina.
Oh non è un vanto cotesto, o se lo è, vi si mescolano a raumiliarci
troppi presentimenti dolorosi. Oh non dubitate! Pagheremo cara questa
precocità; pagheremo caro questo privilegio di gloria!
Ma non anticipiamo su nulla.
Se, come sento, il programma dell'anno venturo dovrà riprendere e
compiere intiero lo studio dei secoli XIII e XIV, vi sarà ancora un
grande, un immenso quadro storico da disegnare, ma su questo fondo
prospettico le individualità si staccheranno sempre più vigorose e più
vive e verrà quindi da sè la necessità di far meno storia e più vita.
E poichè questa vita, benchè torbida, agitatissima, dovrà sempre più
concentrarsi in questa vostra cara e gloriosa Firenze, dove splende il
gran triumvirato toscano, dove Dante chiude il Medio Evo e inaugura la
civiltà nuova col poema già moderno di spirito e di lingua, il Petrarca
col suo ideale d'antica coltura, il Boccaccio col pieno, libero e
giocondo sentimento della vita reale, per cui la commedia umana si
contrappone alla commedia divina, così vi sarà caro e gradevole sempre
più conoscer bene tra che popolo vissero questi grandissimi, e
riscontrare la storia coi monumenti non solo, ma entrare nella penombra
solenne di quelle chiese, dove i vostri avi pregarono, nei banchi, nei
fondachi, dove i mercanti accumulavano tesori, nelle officine, dove
accanto agli arnesi del mestiere l'artigiano teneva le sue armi per
essere pronto ad accorrere sotto il gonfalone dell'arte sua al primo
tocco di campana; vi sarà caro e gradevole sempre più penetrare in
quelle antiche dimore, in quei palazzi anneriti, merlati, dove i vostri
avi amarono, odiarono, combatterono, e scorrerne le stanze, i cortili,
le scale, tentando figurarvi qual viso, qual discorso, qual costume
avessero i loro antichi abitatori, appunto “come talvolta vedendo un
elmo antico tutto rugginoso ed alzandone la visiera, la fantasia (diceva
Massimo d'Azeglio) tenta dipingersi il maschio ed ardito volto, che
dovette un tempo riempierne il vano„.
FINE.
INDICE.
Pag.
Olindo GUERRINI _Preludio_ 1
Pasquale VILLARI Le origini del comune di Firenze 15
Pompeo MOLMENTI Venezia e le repubbliche marinare 47
Romualdo BONFADINI Le origini del comune di Milano 77
Romualdo BONFADINI Le origini della monarchia in Piemonte 103
Ruggero BONGHI Le origini della monarchia a Napoli 132
Arturo GRAF Le origini del papato e del comune
di Roma 171
Felice TOCCO Gli ordini religiosi e l'eresia 204
Pio RAJNA Le origini della lingua italiana 227
Adolfo BARTOLI Le origini della letteratura italiana 257
Francesco SCHUPFER Le università e il diritto 287
Giacomo BARZELLOTTI La filosofia e la scienza nel periodo
delle origini 317
Enrico PANZACCHI Le origini dell'arte nuova 350
Ernesto MASI _Epilogo_ 371
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (natia/natìa, propri/proprî e simili), correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
End of Project Gutenberg's Gli albori della vita Italiana, by Various