Io credo di non ingannarmi affermando che, quando da principio voi

conosceste il concetto generale che doveva ispirare, regolare e

contenere in una certa unità le Conferenze che si sarebbero tenute in

questo luogo, la vostra mente volò subito al tema bello e attraentissimo

che la Commissione Direttiva — pur troppo! — volle affidare a me ed alla

mia povera parola, per la quale caldamente invoco tutta la indulgenza

del vostro buon volere. — Ho detto che non credo d'ingannarmi perchè ho

più volte fatto l'esperimento in me e in altri che quando si torna col

pensiero a quei “primi albori„ della vita italiana, dopo il lungo

letargo del medio evo, con la nostra immaginazione ci pare subito di

sentire come un soffio caldo e potente di rinnovamento artistico, ci

pare di vedere una vasta rifioritura d'arte che da lontano ci rallegri

coi suoi bellissimi colori. — Il rimanente di quel grandioso e complesso

fatto storico che è il rinascimento italiano, o non lo pensiamo o lo

penseremo poi, o lo vediamo come in una penombra e quasi nei piani

inferiori del quadro. Gli storici coscienziosi e corretti intervengono e

ci dicono: ma badate; voi commettete un grande errore di prospettiva

storica! L'arte non è mai, per quanto importante essa sia, elemento

primigenio e principalissimo nel sorgere di una civiltà. Tanto è vero

che vi sono popoli i quali risorsero a nobile vita civile senza arte

grande; o l'ebbero molto più tardi, come gli Inglesi e gli Spagnuoli, o

l'ebbero in parca misura. — Tutto vero, o signore, quello che dicono gli

storici; ma è altresì innegabile una legge dello spirito nostro per la

quale noi siamo tratti a sintetizzare e quasi a simboleggiare tutta

un'epoca per certi suoi caratteri dominanti. Quando pensiamo l'antica

Roma, noi vediamo subito fasci consolari e lotte di patriziato e di

plebe, vediamo legioni armate moventi alla conquista del mondo. — Invece

quando pensiamo al risorgimento italico e massime Toscano dinanzi alla

nostra fantasia si delineano subito delle magnifiche fabbriche marmoree

sorgenti in luogo dei tristi manieri medioevali, vediamo per la città un

popolo festante ed orgoglioso del canto dei suoi poeti e dei quadri dei

suoi pittori; pensiamo a Dante Alighieri e a Guido Cavalcanti, a Niccolò

Pisano e a Giotto di Bondone; pensiamo alla Cattedrale di Pisa ed a

Santa Maria del Fiore. Insomma quest'epoca è sintetizzata nell'arte; la

bandiera che precedette gli Italiani nel glorioso loro esodo fuori delle

tenebre del medio evo è la bandiera dell'arte, e senza l'arte il

rinascimento italico pare che noi non potremmo nè spiegarlo, nè

immaginarlo.

E di questo argomento, o signore, io dovrò intrattenervi. Una voce

autorevole ed amica mi ha detto che al mio discorso sono prescritti dei

limiti che io non potrò varcare. Ha detto questa autorevole ed amica

voce che muovendo dal medio evo dovrò fermarmi al dugento, al puro

dugento. Quegli stessi avvenimenti i quali, pure avendo la loro origine

cronologica in questo secolo, si svolsero caratteristicamente e si

compierono nel secolo che vien dopo, sono rigorosamente banditi dal mio

discorso.

Io starò a questo limite. Confesso che così la parte forse più attraente

del mio tema viene ad essere resecata, ma si tratta di un principio ed

io piego la fronte, consolandomi con la memoria di quel detto eroico:

perano le colonie ma si salvino i grandi principii!

Ed anche con questa limitazione, o signore, il mio tema è vastissimo,

sterminato; e io fin d'ora prevedo che sarà passata l'ora che mi è

assegnata per parlare ed io avrò appena segnato nel vasto quadro qualche

linea, avrò appena abbozzato qualche contorno di figura. — Una ragione

di più perchè io, senza altri preamboli, entri subito nel mio soggetto.

Che cosa è, o signore, esteticamente parlando, il medio evo? Non si può

parlare del risveglio artistico che si manifestò nel dugento senza

risalire, un poco o molto, all'epoca precedente. Lasciamo da parte le

quistioni politiche, sociali, religiose: limitiamoci a considerare il

medio evo nel puro aspetto dell'arte.

Per me, lo dico subito, il medio evo è un'epoca essenzialmente

inestetica. I rivendicatori di quest'epoca insorgono contro questa mia

affermazione e adducono fatti numerosi e importanti per provare il

contrario, ma io credo che essi vadano equivocando e che confondano il

vero medio evo con dei fatti che costituiscono appunto la negazione e il

principio della cessazione di quell'epoca. Figuratevi che vi sono alcuni

i quali mettono fra le glorie del medio evo anche la _Divina Commedia_!

Procedendo di questo passo, chi sa davvero fin dove si arriva, o

signore! E perchè, domando io, non si comprende ancora il _Canzoniere_

del Petrarca, il _Decamerone_ del Boccaccio? Perchè non ancora Poliziano

e Leon Battista Alberti, la giovinezza di Michelangiolo e quella di

Leonardo da Vinci? Tanto, se si deve stare alle nozioni, che

impartiscono nelle scuole certi compendi di storia, il medio evo non

cessa se non quando Colombo scopre l'America o i Turchi si decidono a

entrare in Costantinopoli!!

Queste cose i ragazzi, pur troppo, se le bevono. Ma non è così che si

può qualificare un'epoca; non è entro una delimitazione puramente

cronologica che è possibile confinarla. Bisogna che noi ci portiamo nel

fitto, nel cuore di quell'epoca triste, nel lungo tratto di tempo che

va, per esempio, dalla calata dei Longobardi fino alla prima metà del

secolo XI, superati d'appena i terrori del Mille e le aspettazioni

paurose dell'imminente finimondo.

In quest'epoca, che secondo la tradizione popolare d'accordo col retto

criterio storico, costituisce il vero medio evo, o signore, io non

riesco a vedere gli elementi dell'opera d'arte. — L'opera d'arte degna

di questo nome, resulta dall'accordo di quei certi elementi che, secondo

la bella frase di Leonardo da Vinci, formano una “divina simmetria„.

Bisogna da un lato che l'idea discenda dalla sua vaga astrazione e

comunque si umanizzi; bisogna, dall'altra parte, che la materia si elevi

e si affini. Da questo umanarsi dell'idea e da questo elevarsi della

materia nasce un accordo, un contatto, magari un urto simpatico che fa

scattare la divina scintilla. — Ora se voi penetrate nel vero spirito

del vero medio evo, che cosa trovate voi invece? Trovate per l'appunto

un dissidio, e spesse volte un conflitto aperto e rude tra questi

elementi dalla cui unione la buona opera d'arte dovrebbe scaturire.

Da una parte il medio evo è troppo idealista, d'altro lato è troppo

materiale; da un canto avete l'ascetismo, il misticismo, l'estasi e le

inani sottigliezze del pensiero umano spinte dalla Scolastica agli

estremi limiti. Dall'altra avete il regno violento della forza ed il

grido perpetuo dei forti: guai ai vinti! A ogni pagina di quella triste

epoca vi ricorrono alla mente le parole che Alessandro Manzoni metteva

in bocca al moribondo Adelchi, l'eroe rappresentativo di quella epoca:

..... Una feroce

Forza il mondo possiede, e fa nomarsi,

Dritto: la man degli avi insanguinata

Seminò l'ingiustizia; i padri l'hanno

Coltivata col sangue; e omai la terra

Altra messe non dà....

Le grandi potestà del medio evo, Chiesa e Impero, adoperavano ognuna i

propri argomenti per porre un'armonia in codesto grande conflitto che dà

il carattere e forma come il dramma vivo del medio evo; ma siccome

queste due supreme potestà erano esse pure in conflitto tra di loro,

tante volte avviene che invece di comporre scompongono, invece di far

cessare la discordia la producono in forma più acuta e più violenta.

Oggi avete Arrigo IV ignudo e tremante alle porte di Canossa; domani

avete Gregorio VII che muore in esilio “per avere amata la giustizia e

odiata l'iniquità„. E sempre da capo avrete il medesimo conflitto, non

componibile mai, sino alle scomuniche di Leone X e al sacco di Roma pei

lanzi di Carlo V.

Data questa atmosfera, la vera e completa opera d'arte era impossibile.

— Non vi sono fiori in quella devastata landa, o sono così gracili che

appena nati muoiono; o sono così misticamente pallidi che il loro colore

non può giungere fino ai nostri occhi di carne. Ricordatevi una

similitudine di Dante nel _Purgatorio_:

Come per sostentar solaio o tetto

Per mensola talvolta una figura

Giunger si vede le ginocchia al petto....

Ebbene, in questa cariatide Dantesca a me par di veder raffigurata in

qualche modo la vera arte medioevale. Vi è qualche cosa di faticoso, di

triste, di pesante nella significazione di quell'arte. Nell'architettura

voi notate troppo spesso o una sproporzione geometrica tra le masse

ornamentali e le masse organiche, o una sproporzione statica fra la

pesantezza e la solidità, oppure avrete l'eccesso opposto. Lo stile

ogivale, in favore del quale il romanticismo nel nostro secolo suscitò

tanti entusiasmi, ha una singolare istoria, che sarebbe tempo di

rivedere con criteri più sereni e più esatti. Invece principiamo, al

solito, a generare degli equivoci con una inesatta appropriazione di

nomi. Quando l'architettura gotica o ogivale, uscita dall'Ile-de-France,

si stende ai paesi del Reno e viene in Italia, s'incontra con le

tradizioni romaniche, si congiunge ad esse e in esse trova correzione e

temperanza. Allora sorgono degli edifici davvero ammirabili che danno

alla architettura una nuova pagina gloriosa. Ma quando il gotico non è

che medioevale e non si espande che per forze proprie e si abbandona a

tutte le sue passioni, per le linee verticali, allora abbiamo, come ben

disse Giulio Michelet, una specie di vera scolastica architettonica, con

tutti i suoi errori, le vanità e le sottigliezze decadenti,

rappresentati da quelle selve di guglie e tabernacoli, contro le quali

non debbono parere poi tanto ingiuste le invettive, che, a nome del

luminoso genio del Cinquecento, gli volgeva contro il buon Vasari.

Della pittura è lo stesso. Entrate in quelle tenebrose chiese del vero

medio evo, alzate gli occhi agli absidi, guardate quelle figure che

hanno qualche cosa fra il grandioso e l'elefantesco, e la mente vostra

rimane troppo indecisa se quella sia grandiosità vera o piuttosto una

macchinosità inelegante. Manca anzitutto a quelle pitture la completa

individuazione, condizione indispensabile dell'opera d'arte figurativa.

Infatti gli artisti hanno sempre bisogno di aggiungere alla figura un

simbolo che la distingua e la determini. Lo stesso dissidio e la stessa

indeterminatezza voi notate cercando la espressione morale di quelle

figure. Che vi dicono essi? Quegli enormi Redentori vi destano

nell'animo un turbamento irrequieto, un sentimento che non sapete

definire. La mano di Gesù si alza a benedirvi, ma i suoi occhi sono così

torvi, la sua faccia è così corrugata, che voi rimanete in forse se

quello sia veramente un gesto di benedizione o di maledizione....

Insomma, se non fate degli scambietti di storia ma rimanete entro la

cerchia del vero medio evo, voi ci troverete lo sforzo, il tentativo, la

velleità dell'opera d'arte; l'opera d'arte vera e completa non mai. A

tutte le opere d'arti medievali si potrebbe applicare una frase dantesca

e chiamarle “automata in difetto„. — Quell'agile e complessa fusione che

darà per risultato la “divina simmetria„ è ancora di là da venire; è

ancora troppo lontana.

E come poteva essere altrimenti, o signore? Guardiamo un poco. Il medio

evo è pieno di terrori, di tristezze, di scoramenti. È inutile che io

vada qui enumerando le cause storiche che danno alla psicologia dei

popoli occidentali di quell'epoca questo carattere; ma è fuori di dubbio

che l'arte per vivere, per fiorire ha bisogno di amore, di giocondità e

di speranze. Bisogna guardare a questa vita con un certo fiducioso

compiacimento perchè l'arte fiorisca. La negazione pessimista, sia essa

mistica o atea, è un vento di deserto che impedisce all'opera d'arte di

nascere, oppure, nata appena, la mortifica e la brucia.

E poi nel medio evo predomina troppo la fantasia del brutto. Il

predominio del diavolo che è incarnazione di tutte le deformità e di

tutte le bruttezze fisiche e morali, ha uno strano, un soverchio

ascendente nella vita intellettuale e fantastica degli uomini e delle

donne del medio evo. Il Diavolo è da per tutto. La vita è tutta una

specie d'infestazione diabolica, è tutta un tessuto di tentazioni, di

persecuzioni, d'insidie, di scherni, d'insudiciamenti diabolici. Sapete,

o signore, quando il mondo cristiano cesserà di essere inestetico e

quando si formerà una temperatura favorevole all'arte? Quando, secondo

la leggenda narrata da Giorgio Vasari, il Diavolo comparirà in sogno ai

pittori e si lamenterà con loro e dirà che è tempo di smettere, di farlo

così brutto; e che egli non è poi tanto brutto come lo si dipinge!...

Egli è, o signore, che l'epoca inestetica simboleggiata in questa

leggenda comincia a passare, egli è che una grande redenzione artistica

va facendosi nel mondo; e in quella redenzione anche il Diavolo sarà

beneficamente coinvolto. E Belzebù, e Berlicche e tutta quella

iconografia diabolica che infesta e domina il medio evo darà luogo a

delle visioni meno tristi e meno deformi. Avremo in seguito la, ancora

brutta, ma pur grandiosa concezione dantesca:

L'imperator del doloroso regno;

e poi ascendendo ancora arriveremo al Satana della Gerusalemme liberata:

Orrida maestà nel fero aspetto....

I suoi occhi splendono “come infausta cometa„ ma anche quella delle

comete è luce siderale. E ascendendo sempre arriveremo alla concezione

di Giovanni Milton. Il brutto e ridicolo Diavolo delle tregende, lo

sconcio Berlicche sconciamente baciato dalla strega nei sábbati,

scomparirà a poco a poco dall'orizzonte dell'arte cristiana. Sottentrerà

Lucifero, l'angelo peccatore, l'angelo caduto, ma che pure nella fronte

fulminata serba, se non un raggio, almeno un vago riflesso della sua

primitiva bellezza.

E altra causa, o signore, delle condizioni inestetiche del medio evo voi

la dovete trovare nell'abbiettamento del corpo umano che il medio evo

prescriveva. Dopo il Diavolo il grande nemico del medio evo, tenetelo

bene a mente, è sempre il corpo umano; anzi il Diavolo stesso non

avrebbe presa e dominio sopra di noi, se non l'acquistasse per mezzo del

nostro corpo. Questo predicava con tutte le sue voci l'ascetismo

medievale. Ora, o signore, io credo di non essere nè ingiusto, nè

irriverente verso di lui. Ebbe anch'esso certamente il suo lato buono

nel grande poema dell'umanità. Il corpo umano nelle civiltà pagane aveva

troppo esultato, aveva troppo tripudiato, aveva troppo tiranneggiato col

fascino delle sue forme; troppo aveva sacrilegamente abusati i misteri

dell'amore e della morte.... Bisognava che gli fosse inflitta una lunga

penitenza: questa penitenza gl'inflisse l'ascetismo cristiano; e fu

forse giustizia. Ma voi dovete ancora comprendere che in un'epoca in cui

questo corpo umano era considerato come il grande nemico, dove

continuamente bisognava pensare a domarlo, a invigilarlo, a correggerlo

e sopratutto a nasconderlo, l'arte si vedeva tolto un grandissimo

elemento alle sue rappresentazioni. Quale differenza coi Greci! Essi

invece avevano per la bellezza corporea una specie di culto, la

consideravano come una benedizione degli Dei e quasi l'equiparavano alla

virtù. I bei corpi ignudi lucenti di puro olio d'oliva e lottanti nelle

palestre, erano degni di ammirazione, di premio, quasi di culto; e

allora si capisce che Fidia e Cleomene cogliessero dal vivo quelle belle

forme e le trasportassero nella giovinezza immortale del pario e del

pentelico come una seconda apoteosi.

Questo, o signori, non poteva accadere nel medio evo, perchè avrebbe

troppo avuto odore di peccato. — Anzi notate un fatto. Visitate certe

chiese medievali: entrate per esempio nella bella chiesa di Santo

Stefano a Bologna, esaminate la cattedrale di Ferrara, quella di Modena,

parecchie chiese in Lombardia; in questa stessa Firenze recatevi in

quelle chiese che meglio vi danno il carattere dell'epoca e osservate

una curiosa progressione. Quando la scultura si ferma al puro mondo

vegetale, voi la vedete, malgrado la rozzezza della tecnica, dare dei

saggi di una non ispregevole abilità e anzi assurgere ogni tanto a forma

di rara bellezza. Se dal campo dell'ornamentazione, per via di steli,

foglie e fiori, passate in quello tolto dal regno animale, anche qui non

di rado v'imbatterete in alcuni pregevoli risultati. Invece quando la

scultura entra a cimentarsi con la figura umana, ecco che essa ricade in

tutta la sua impotenza e il goffo e il brutto vi regnano sovrani. Alcuni

crederanno di spiegare questo progresso negativo adducendo essere molto

più facile all'artista ritrarre un elegante convolvolo vegetale o un

serpente, un grifo, un leone che una figura umana. Ma la spiegazione è

insufficiente. Quando l'arte ha potere di cogliere e ritrarre fedelmente

le linee esteriori dei corpi, per quanto questi mutino, una certa

abilità dovrà sempre dimostrarla. Nel caso nostro invece non abbiamo

solo gradazione, ma salto a dirittura. La scultura non sembra più

un'arte quando ritrae la forma dell'uomo e della donna. Perchè? Il

perchè adeguato non si ritrova se non si pensa che l'artista medievale,

o consapevole o per abito o per istinto, mettesse nel suo lavoro qualche

cosa di quel disprezzo pauroso del corpo (_contemptus corporis_) che

l'ascetismo predicava di continuo e prescriveva.

Stando le cose in questi termini, e tali essendo le condizioni

dell'arte, si domanda: come potè la civiltà occidentale, e la civiltà

italiana in ispecie, uscire da queste condizioni inestetiche e rifornire

gli elementi di vita alle arti belle? Come potè la calda e luminosa

concezione del bello rivivere negli intelletti e dagl'intelletti passare

nelle mani ubbidiente?

Sulle rive della Brettagna raccontano che, al tempo dei tempi, il mare

inghiottì una città. Quella città sprofondata nell'acqua era tutta

morta? No. La leggenda continua che quando la calma del meriggio è

profonda, quando è profondo il silenzio della notte, i pescatori sentono

uscire di giù dall'acqua dei suoni di campane, come indizio che la vita

non si è interamente spenta in quella città sepolta. È il caso della

civiltà in Italia. “L'anima italiana„ per dirla con Gébart, anche nel

più fitto dell'età di mezzo, non cessò mai interamente di vivere nelle

condizioni e nei caratteri che aveva impresso in lei la civiltà

greco-latina.

La storia, o signore, non ci presenta solo un grande arringo in cui

vengono a conflitto il Vero e il Falso, il Bene e il Male; è ancora un

campo glorioso alle lotte del Bello e del Brutto; e certe razze hanno

portato in queste lotte una predestinazione di glorie incomparabili.

La Grecia tiene il primo posto. Accettò i miti dell'Oriente, ma col suo

potente genio estetico vi esercitò sopra una selezione di bellezza.

Escluse più che potè il deforme; e i miti bestiali si tramutarono in Dei

raggianti di giovinezza e di beltà. Anche quando non respinse l'orrido e

il mostruoso gli diede forma artistica; quando ritenne qualche elemento

bestiale seppe mitigarlo e innestarlo con grazia incomparabile. Esempi

la Sirena e il Centauro.

L'“anima italiana„ all'uscire del medio evo si mostrò non indegna

sorella della greca; e questo avvenne perchè i germi e i ricordi

dell'antica civiltà non furono mai in lei nè spenti nè oscurati del

tutto.

Si potrebbe occupare una lunga conferenza, o signore, raccontando tanti

particolari e tanti aneddoti della storia provante che di tanto in tanto

il fantasma dell'antica bellezza ripullulava negli animi di quegli

uomini accasciati dalla tristezza, dall'ascetismo e dalle grandi

calamità della storia. Quel fantasma era considerato come il Nemico, era

cacciato via come il Maligno; ma questo Nemico e questo Maligno avevano

delle seduzioni irresistibili; e talvolta il povero monaco apriva la

finestra dell'anima a questo seducente fantasma.

E si vide anche in alcune testimonianze di grandissimo significato.

Il genio latino, per quanto combattuto e devastato dalle influenze

anti-estetiche medievali, riuscì a conservare belli certi tipi che

sovrastavano alla sua vita ideale; e sopratutto il tipo del Cristo

Redentore.

Non so se sia mai stata segnalata tutta la importanza che ha questo

fatto nella storia morale ed estetica dell'Occidente cristiano. È certo

che anche sulla faccia di Cristo, su questo tipo consolatore del genere

umano, cercò di estendersi l'ombra fredda della bruttezza. Quando si

stava per entrare nel medio evo ci fu grande dissidio nella Chiesa. I

Padri Orientali e sopratutto quelli d'Africa sostenevano che Cristo era

stato singolarmente brutto fra tutti gli uomini; e così argomentavano

non senza una certa concezione audace e grandiosa, basandosi sopra certi

testi biblici: che Gesù Cristo essendo venuto a redimere il genere umano

avesse voluto pigliare sopra di sè tutte le colpe e tutte le miserie del

vecchio Adamo, compresa la bruttezza corporea. Ma contro questa teoria

insorse il genio italo-greco e l'istinto estetico della Chiesa latina. E

la Chiesa latina fece trionfare invece il concetto che corporeamente

nella figura di Cristo si erano accumulate tutte le perfezioni,

basandosi anch'essa sopra un testo biblico: _speciosus forma præ filiis

hominum_. E notate un altro fatto: la figura di Cristo storicamente non

ci viene tramandata da nessuno; nè dagli Evangelisti, nè dagli Apostoli.

Le pie donne che lo seguirono e lo confortarono, “Maddalena che amò,

Maria che pianse„ non ci hanno tramandate le sembianze di Cristo; e

cominciarono nondimeno a correre e stabilirsi in mezzo alla Chiesa

d'Occidente delle notizie precise sulle sembianze di lui: la statura

elegante e maestosa, le mani lunghe e sottili, i capelli biondi,

inanellati e spartiti al sommo della fronte, il volto ovale, gli occhi

tagliati a mandorla, cerulei, pieni di dolcezza.... È ben questo il bel

profeta che traeva le turbe, che consolava le donne, e che faceva sì che

i pargoli andassero a lui! Chi ci ha lasciato questo ritratto? Notatelo.

Un latino, il proconsole Lentulus, che ai giorni di Cristo vivea presso

Erode e scriveva al Senato romano. La lettera di Lentulus è senza dubbio

apocrifa, ma nel caso nostro prova più che molti documenti autentici;

prova che anche in questo la latinità agì potentemente sull'indole e lo

svolgimento del Cristianesimo. E fu una vittoria importantissima del

Bello sul Brutto. Così rimase fissato e ci fu conservato quel tipo di

Cristo, che potè variare in alcune modalità, ma rimase identico nella

sostanza attraverso i secoli: dall'umile arte delle catacombe, lungo il

medio evo, sotto il pennello di Giotto, sotto la stecca di Donatello;

così placidamente bello nella calma della morte come nella _Pietà_ di

Michelangiolo; così umanamente triste nella _Cena_ di Leonardo da Vinci;

così trasfigurato dalla gloria nell'ultimo quadro di Raffaello; così

potente di pensiero e di volontà nella figura del Cristo taumaturgo del

Rembrandt; così tragico nel _Cristo morto_ di Holbein; così elegiaco e

amabilmente sentimentale nelle teste di Wandick; così romantico in

quelle di Guido Reni.

Ai nostri giorni pur troppo degli artisti italiani e forestieri, tratti

da non so quali considerazioni archeologiche ed etnografiche, hanno

voluto rimpastare il tipo di Cristo, e ci hanno dato un non so che di

siriaco, di cananeo, di samaritano.... Forse, quanto alla storia,

saranno più vicini al vero. Ma la coscienza popolare ha respinto questa

innovazione ed io dico che ha avuto le sue buone ragioni di respingerla.

La coscienza popolare ha capito che, in ogni caso, non è per

considerazioni archeologiche ed etnografiche che l'umanità ama di veder

ancora riprodotte le sembianze del Cristo; ed ha detto agli artisti:

ridateci il nostro bel Cristo latino quale ha attraversato incolume

tante vicende di storia umana, quale ha seguitato a consolare i nostri

padri, quale è stato per tanti secoli dall'umanità amato ed adorato!

Ora voi capite subito che questo fu un grande coefficiente per la

conservazione e ricostituzione dell'ideale estetico presso le nazioni

cristiane. Data la bellezza di Giove, tutto l'Olimpo greco doveva

parteciparne; dato bello il tipo di Cristo, tutte le gerarchie del

Cristianesimo dovevano riflettere alcun che della sua bellezza; e se voi

esaminate i quadri dei più antichi pittori voi trovate che in tutte le

figure degli Apostoli, degli Evangelisti, dei Profeti viene come a

riverberarsi, quasi aria di famiglia, un raggio della bellezza

splendente nel volto di Cristo.

Gli albori della vita Italiana Conferenze tenute a Firenze nel 1890 · 第 27 / 30 段