grande di mente scevro dagli eccessi più pericolosi del misticismo.
Sebbene, come tutti gli scolastici del suo tempo, abbia subito
l'efficacia dell'aristotelismo, contrappose però ad Aristotele Platone,
la cui dottrina gli parve più conciliabile con quella della Chiesa;
professò come ideale della vita altamente cristiana, la povertà e la
renunzia ascetica, ma non ne fece obbligo a tutti, bastando pei più il
primo grado della virtù che sta nell'osservanza dei precetti della
religione. Così egli espresse anche nell'indirizzo delle sue dottrine
quel sano intuito del giusto mezzo serbato dal moto francescano fra le
follie ascetiche di altre riforme predicate nel medio evo e dopo, e le
astuzie e i compromessi pratici in cui poi andarono a sviarsi nel loro
troppo intimo contatto con la vita e la politica altri ordini religiosi
sorti a difesa della Chiesa nella grande restaurazione cattolica nel
secolo XVI. Il moto francescano, che meritò dal Machiavelli, lodatore
non sospetto, l'elogio di aver salvata la Chiesa caduta un'altra volta
abbasso nel secolo XIII, riuscì in tutto il suo complesso, se non
guardiamo agli eccessi tanto meno evitabili nelle cose umane quanto più
esse hanno dell'eroico, opera di alto senno e di pensiero civile nella
vita morale del clero e del popolo italiano d'allora; fu per certi
rispetti _un metodismo_ italiano, ma con questo di più dell'inglese: con
l'impulso, coll'ispirazione potente che esso diede alla spiritualità
della letteratura e dell'arte nostra. Ernesto Renan ha dimostrato come
le profezie e le aberrazioni mistiche apocalittiche dell'_Evangelo
eterno_ siano nate nel secolo XIII, ed abbiano preso alimento anche dopo
solo dalla parte più esaltata dell'ordine francescano, che dopo la morte
del fondatore interpretò a modo suo il pensiero ispiratore delle riforme
di lui. E del resto, anche fatta la loro parte a tutti gli eccessi dei
mistici francescani, basterebbero a farceli dimenticare e quasi benedire
le pure idealità dei dipinti di Giotto in Assisi e la prosa dei
_Fioretti_ e il canto del _Paradiso_, ove Dante esalta san Francesco,
_sposo della povertà_. Di questa vena di sentimento mistico, che sgorga
dal fondo primitivo della coscienza cristiana, sono in tutto il medio
evo e poi derivazione e continuazione tanti libri ascetici, il cui
modello più squisito resterà sempre il libro dell'_Imitazione di
Cristo_; libri cercati ormai da pochi, ma destinati però ad aver sempre
lettori, perchè rispondono ad uno stato dell'anima umana, che, a
leggerli, fa loro quasi da sfondo; come, o signori, alla dolcezza
indefinibile di certe Madonne e di certi santi del Perugino e di
Raffaello e di Leonardo fanno da sfondo quelle cerulee lontananze di
paesaggi umbri, appena appena ondulati, corse da fili d'acque chiare,
seminate di betule sottilissime e ove si sente che a certi giorni anche
a chi non ama la vita deve parere un sollievo il passarla a meditare.
Sono di quelle vedute delle quali Enrico Federigo Amiel, uno scettico
della stessa famiglia di quei mistici medievali, nel suo ammirabile
_Journal intime_ diceva così bene: “Questo paesaggio è uno stato
dell'anima.„
Io vi confesso, o signori, che ho provato sempre un'intima simpatia per
queste grandi anime mistiche piene di visioni, per questi _ammalati di
Dio_. Oggi molti incontrandoli nella storia, li guardano con compassione
perchè, dicono, hanno del malato, non spirano in sè forza. Di questa
parola si abusa oggi quasi più che non si sia abusato sempre della cosa
che essa significa. Io ho paura che noi ora per un eccesso di reazione
ai languori del romanticismo, rischiamo un po' troppo di prendere per
unico tipo di forza l'Ercole Farnese; di scambiare la viva, la ricca
energia del carattere con l'aridità del cuore e del sentimento; ho paura
che dimentichiamo nei nostri ideali d'educazione troppo positiva come il
voler chiudere tutto l'uomo in certe nostre formule date, non riesca ne'
più de' casi che ad immiserirlo, e che anche da giovanetti visionari,
pieni d'idealità, quali erano Aurelio Agostino e il Dante della Vita
Nuova, son venuti su uomini di vigore indomabile, tanto più atti a
trasfonder sè stessi negli altri, quanto più accoglievano nell'animo una
potenza più ricca, più varia e feconda di elementi umani. Il secolo XVII
non vide caratteri più virili e più forti di quelli degli asceti e dei
mistici solitari di _Porto Reale_ che, come nota il Renan, attingevano
vigore e fermezza appunto in quel tetro concetto della fatalità della
Grazia da cui erano dominati.
Ma, o signori, è anche vero che le grandi idealità del sentimento e
l'intimità della ispirazione mistica non potrebbero avere una parte
troppo larga nella coltura e nella vita di un popolo senza scemargli
nerbo e sicurezza d'intuito del vero e della realtà. Gli eccessi e le
utopie di riforma predicate dalle sette cristiane medievali avrebbero
sovvertito l'ordine civile e la Chiesa, ed essa non terrebbe anche nella
storia delle idee e della filosofia e della politica di quel tempo,
cogli effetti di quella forte disciplina accentratrice che seppe portare
nel regime delle menti, il luogo che certo le spetta, se l'ideale dei
suoi santi e dei suoi filosofi, dei suoi uomini rappresentativi, come li
chiamerebbe l'Emerson, fosse stato quel frate dei _Fioretti_ che vive
sempre rapito in contemplazioni, occupato sempre di sante inezie e che
per _vilificarsi_ si mette una volta per strada a girare sopra sè stesso
tanto da cadere per terra preso dal capogiro. A queste follie sacre
resiste sempre la parte sana delle tradizione ecclesiastica, che ispira
tutta la filosofia medievale, e che come ha i suoi impulsi quasi sempre
da Roma, così prende più che altro impronta da ingegni e da menti
italiane. Al misticismo degli asceti e dei visionari che essa non
respinge, ma contiene in giusti limiti, la Chiesa coi suoi maggiori
rappresentanti in filosofia contrappone quello che ho già chiamato qui
un alto buon senso religioso. Esso è la regola sottintesa da cui prende
norma il temperato razionalismo (così lo chiamano parecchi storici della
filosofia) professato con differenze non sostanziali dai due sommi
scolastici italiani, da sant'Anselmo e da san Tommaso.
Il primo ammette che la fede preceda la ragione e determini coi suoi
principii i punti, da cui alla ricerca del vero la mente umana non può
deviare affidata solo alle proprie forze, ma concede molto anche a
queste, e come nel suo famoso _argomento ontologico_ sull'esistenza di
Dio vuol dimostrare che la realtà d'un essere _del quale non può
pensarsi il maggiore_, è implicita necessariamente nel concetto che ne
ha ogni uomo, così nel suo scritto il _Monologio_ si appoggia a sole
prove di ragione per costruirvi sopra la dottrina teologica della
_Trinità_ e nell'altro libro _Cur Deus homo?_ cerca di dar forma
razionale a quella della _Redenzione_. In questo libro che è, dice Kuno
Fischer, il programma della _Scolastica_, sant'Anselmo sostituisce
all'antico e rozzo concetto, che anche alcuni Padri avevano della
_Redenzione_, quasi di un _riscatto_ delle anime umane ritolte da Dio al
demonio, il concetto giuridico di una _soddisfazione_, che non poteva
esser data alla giustizia divina se non dai meriti infiniti di Cristo,
offertosi per ciò a morte in luogo dell'uomo, insufficiente per parte
sua a riparare l'offesa infinita della colpa d'origine. È la dottrina
che poi la Chiesa ha fatta sua[15].
[15] Mi par notevole l'impronta, che questo concetto _giuridico_
della _soddisfazione_ prende dalla tradizione intellettuale del
nostro paese, ove le dottrine del diritto romano non si spensero
mai interamente, e risorsero poi nel secolo XII, quello nel
principio del quale moriva sant'Anselmo.
Da sant'Anselmo d'Aosta, che anche prima di Abelardo applica la
dialettica ai dommi fondamentali della fede, sino a Pier Lombardo, il
maestro delle sentenze, autore della celebre _Somma_, rimasta per secoli
nelle scuole come libro di testo per la teologia; da Alessandro di Hales
ad Alberto Magno, che la fanno entrar tutta poco a poco, pure
eccettuando sempre alcuni dommi, nella forma della dimostrazione
metodica, e aprono e segnano così, specie il secondo, la via a san
Tommaso; la Scolastica, in questa sua elaborazione più che secolare di
tanto materiale d'idee su un disegno che esce a poco a poco dall'opera
di molte menti, fa pensare a una di quelle grandi cattedrali del medio
evo, lavoro di più generazioni d'operai e di capimastri e di artisti,
condotto non col rigore di un disegno unico, ma con unità e continuità
d'ispirazione e di fede comune, e che vien su lento sino a che sorge il
grande architetto che lo corona e ne volta la cupola immensa. Agli archi
più antichi, più aerei e, direi così, più ideali di questo grande duomo
delle menti medievali, ove esse non potevano entrare a pensare se non
dopo aver pregato, aveva fatto da céntina l'idealismo platonico. Più
tardi, e più specie nella Somma di san Tommaso, alla curva gigantesca e
massiccia di tutto il sistema della teologia voltato da lui, fa invece
da céntina quello di Aristotele, interpretato dagli Arabi, e che con la
sua concezione della natura, ascendente tutta di forma in forma verso
l'atto puro, verso l'intelletto _primo che tutto muove_, si adatta più
al senso della dottrina teistica della Chiesa, e in questo suo prestarsi
a lei ne esce trasformato. E da vero la costruzione della _Somma di san
Tommaso_ per l'ampiezza, per l'eleganza delle linee nella distribuzione
delle grandi masse d'idee che ha in sè, non meno che pel lavoro
finissimo di ricamo intellettuale con cui ne sono trattate le parti, è
una grande e mirabile opera d'arte. Concepita da un ingegno
religiosissimo e vôlto per abito di disciplina potente più a confermare
con la ragione e a comprendere ciò che allora si credeva che ad
innovare, essa, per quanto ora non basti più al nostro pensiero, è uno
tra i maggiori esempi del come tutto un mondo d'idee in cui si è mossa e
ha respirato l'intelligenza di una società e di un'epoca intera, abbia
potuto passare traverso una sola mente e imprimersene tutto e prenderne
in ogni parte forma, ordine, misura, trasparenza razionale. Stupisce e
spaventa l'acume con cui il santo, divenuto a un tratto di architetto
grande quasi intarsiatore e miniatore d'idee, penetra nelle parti più
profonde ed ardue del domma, — per esempio, nel concetto della
Concezione Immacolata di Maria — e rasenta di un pelo il punto, oltre il
quale si vede che mente d'uomo non potrà più seguirlo. E pure egli è
così cauto, così equilibrato sempre! Le asperità di alcuni dei dommi più
tremendi del Cristianesimo primitivo, tra gli altri di quello
agostiniano della predestinazione, sono temperati da lui con la scorta
del grande buon senso della tradizione ecclesiastica, che oramai, pur
senz'aver l'aria di piegarsi, si adatta alle nuove esigenze dei tempi
mutati. Il rigore del concetto _indeterministico_ dell'assoluto arbitrio
divino, a cui più tardi si spingeranno Duns Scoto e i Nominalisti,
preparando così la fine della _Scolastica_, cede nella _Somma_ al
concetto più razionale del determinarsi del volere in armonia con
l'intelletto divino all'atto del creare le cose. Nel vasto disegno del
sistema la natura apparisce tutta, dice il Fischer, come un ordine di
gradi che salgono verso l'ordine soprannaturale della _Grazia_
compartita nei _Sacramenti_, e l'estro religioso del teologo tocca il
colmo nel trattato sulla natura degli angeli, che a leggerlo fa venire
le vertigini. Ma nelle altre parti della dottrina tomistica, e
specialmente in quelle relative all'uomo e alla vita civile e politica,
spicca una temperanza e un senso pratico, degno d'un uomo d'azione più
che d'un teologo e di un frate.
È che, o signori, egli aveva in sè una vena di grande uomo d'azione e di
fine conoscitore delle cose e della vita; ingegno che ebbe forse in sè
per eredità qualche goccia di sangue normanno e tedesco, ma che
sopratutto teneva dalla tempra fra latina e italo-greca delle menti
meridionali la vivacità potente e l'ampiezza dell'immaginativa
filosofica temperata da un intimo senso di misura e di intuito del vero
umano. Ingegno, lasciatemelo dire un'altra volta, italiano nel più alto
senso della parola, affine più che non paia a prima vista, a quello
dell'Alighieri, di cui una delle qualità dominanti è il saper sempre
tener fermo il piede nel vero anche quando sembra spingersi più alto con
la fantasia, sapere all'ampiezza e alla profondità della concezione
speculativa far rispondere sempre la determinatezza scultoria della
visione poetica. Voi sapete quanto Dante, che si può chiamare il poeta
della Scolastica, debba alle dottrine di san Tommaso; Dante che attinse
ispirazioni e immagini da Boezio e nel concetto e nella distribuzione
delle pene prese molto da Aristotele, ma la filosofia di Aristotele e
gran parte della cosmologia e tutta la teologia del poema e massime il
_Paradiso_ concepì con la mente di san Tommaso, e quasi direi lucidò dal
disegno della _Somma_.
E ora noi, o signori, giunti così a Dante, cioè alla seconda metà del
secolo XIII, quando con l'opposizione di Duns Scoto e della sua scuola
alle dottrine di san Tommaso s'inizia quel moto di scissura assoluta tra
la ragione e la teologia dommatica, che poi farà morire la filosofia
medievale, noi ora qui ci arrestiamo. Dante che, come nota bene Giosuè
Carducci, osò nel _Convito_ e anche nella _Commedia_ trarre la filosofia
dalle scuole religiose e introdurla nella vita civile, apre o almeno
prenunzia, non fosse che con questa delle sue grandi iniziative, i tempi
nuovi. E pure egli è ancora alle origini, è sull'alba della nostra
letteratura, ma vi spunta come un sole che appena comparso la fa
splendere più che se fosse un pieno meriggio.
Nella scolastica e nella teologia si accentrava tutta la scienza
medievale dominata in ogni sua parte dall'idea religiosa. Qualche
barlume di notizie e di cose e di fatti naturali apparisce pure qua e là
a mano a mano che, per opera più che altro dei nostri viaggiatori, si
comincia a diradare un po' l'ombra da cui era stata avvolta la scienza
della natura in quell'alienarsi dell'intelletto umano dall'esperienza e
dall'osservazione diretta dei fatti. Ma quanto fosse povero e misto
d'errori e di favole puerili il contenuto delle cognizioni positive
anche nel secolo XIII, basta a mostrarlo il _Tesoro_ di _Brunetto
Latini_, maestro di Dante, che attinse alle enciclopedie scientifiche
più in onore a quei tempi, specie allo _Speculum majus_ di Vincenzo di
Beauvais, all'_Image du monde_ di Gautier de Metz; basta a mostrarlo lo
strano libro di Ristoro d'Arezzo sulla _Composizione del Mondo_. Ingegni
larghi e comprensivi come quello di Alberto Magno, divinatori come
quello di Rogero Bacone, poterono abbracciare tutta la scienza naturale
del tempo, e il grande monaco inglese potè proclamare la necessità
dell'esperimento in Fisica e accennare a scoperte fatte più secoli dopo.
Ma la via per cui era ormai l'intelletto de' tempi loro era tutt'altra,
e doveva esser percorsa tutta prima che alla grande voltata storica del
Rinascimento apparisse già in cospetto l'età moderna.
E a ogni modo fatta pure una giusta parte a quello che le prime
iniziative intellettuali dei nostri anche nelle scienze esatte —
Leonardo Fibonacci è dei primi del duecento — possono avere anticipato
delle scoperte e del sapere venuto poi, valore e importanza vera per la
storia della nostra coltura filosofica non ha nel tempo a cui ho
accennato se non solo quel tanto dell'opera della mente italiana che si
spende nell'imprimere un forte indirizzo di accentramento e di
disciplina tradizionale alla Scolastica. Lasciate che prima di finire io
richiami ancora la vostra attenzione su questo fatto: _lo spirito del
popolo italiano novatore a un tempo e conservativo_, come lo disse
Giosuè Carducci, si mostra già con fisonomia tutta sua nel sorgere della
nostra coltura anche per ciò, che l'Italia riceve, è vero, nei primi
tempi della Scolastica impulsi e uomini da altri paesi, dall'Irlanda,
dalla Francia, dalla Germania, ma più tardi e nel maggior fiorire di
quella dà alla tradizione centrale ortodossa e alle cattedre di Parigi e
agli arcivescovadi inglesi gl'ingegni più larghi e più sani, gli animi
più retti che onorino la Chiesa e la storia. Fatto notevole che attesta
il persistere e il prevalere tra noi della stirpe e della tradizione
latina. Come nei primi svolgimenti delle scuole del diritto, come più
tardi nelle dottrine politiche, così allora nelle religiose e
filosofiche lo spirito italiano, pure osando molto, osò e innovò con
senno moderatore, con un sano e largo e pratico intuito del vero e del
reale; si attenne, affine anche in ciò allo spirito inglese, a quella
tra le parti, l'una in contrasto di ideali con l'altra nella grande
tradizione civile dei popoli, che è stata sempre sicura di aver per sè
il consenso della parte più sana e più vera dell'animo umano. Le utopie
settarie, pazze, trascendenti, che pure han luogo anche nella nostra
storia ci vennero quasi tutte di fuori. Quelle che nacquero tra noi
andaron per lo più a dare frutti lontano. Gli eretici e i visionari
esaltati che hanno avuto seguito, sono stati, come Arnaldo da Brescia, o
almeno furon creduti, come il Savonarola, riformatori politici. Di
grandi ribelli gloriosi, avversi all'autorità falsa e tirannica e
all'ignoranza, noi ne abbiamo avuti, se non più, non meno certo di altre
nazioni; ma i più grandi, e, oso dire, i più nostri pel consenso della
simpatia universale che provocarono nella coscienza nazionale, furono
intelletti come Galileo, che ebbero di tutte le facoltà costituitive del
genio la più alta forse di tutte: il sommo del buon senso.
E badate io non voglio dire che la potenza sublime dell'utopia, l'impeto
delle grandi speculazioni, la idealità e la libertà ispirata della
coscienza religiosa che rifà a sè stessa dal fondo la propria fede, non
siano come la parte alata dell'ingegno di un popolo che lo leva alto là
ove col pensiero si respira aria più pura: e che l'essere finora mancata
troppo questa parte alla coscienza religiosa del nostro popolo sia stato
un bene per noi. No, io dico solo che nella storia della Scolastica
l'Italia porta di questo felice contemperarsi d'audacia innovatrice e di
tendenza a conservare e a comprendere, propria al suo grande spirito, la
parte migliore, più sana e più forte che prende persona in uomini come
Anselmo d'Aosta, Tommaso d'Aquino e Dante.
In codesto tratto di storia corsa da noi, nulla mi par così notevole
agli occhi di quella psicologia della mente d'Europa che si va oggi
sempre più formando, come il veder già disegnarsi sotto la superficie
uguale del pensiero scolastico, contenuto dall'autorità dell'ossequio
alla Chiesa, tutte quelle che poi saranno le correnti più vive del
pensiero moderno, e aver già in sè ciascuna il getto primo di quelle
attitudini e abiti di mente nazionali e di razza che poi esse porteranno
seco nella coltura comune d'Europa. La forma d'intelligenza che Amiel
chiamava _matematica_ e che egli dà ai Francesi, portati sempre ad
applicare la logica delle astrazioni _a priori_ alle cose e alla vita, è
già tutta nel _concettualismo_ razionalistico di Pietro Abelardo,
egoista voluttuoso e freddo che fa di sè centro all'amore per Eloisa ed
al mondo, che ragiona e sillogizza la passione e non le si sacrifica
mai, e che rammenta a una certa aria di famiglia un Rousseau o un Saint
Preux o uno Chateaubriand d'allora, come nella sua filosofia ha già i
germi di quella del Cartesio. E quel Rogero Bacone, che ha nella sua
cella accanto al breviario le storte e i fornelli dell'alchimista, che
alterna le astrazioni di uno scolastico e i fervori di un mistico
ispirato con le fini osservazioni analitiche pei fenomeni naturali, è
già un precursore dei filosofi e dei naturalisti inglesi dei secoli XVII
e XVIII, spiriti liberissimi e religiosi ad un tempo, potenti
nell'indagine minuta, positiva dei fatti e inclinati a fantasie
idealistiche. E ancora in quell'Eckhart tedesco della seconda metà del
secolo XIII, seguace di Alberto Magno e domenicano anche lui, che
modifica in senso mistico e quasi panteistico la dottrina del suo
maestro sull'unità di spirito dell'anima umana con Dio, e si allontana,
se non dalla lettera, dal senso della tradizione romana che lo condannò;
in Eckhart senti già la prima parola dei riformatori protestanti, senti
già i _pietisti_ e balena il misticismo teosofico dello Schelling che
s'ispirò anche da lui. E finalmente, o signori, non vi pare abbia, a un
tempo, e del Don Giovanni e del Don Chisciotte della Scolastica quel
Raimondo Lullo spagnuolo del secolo XIII, autore della fantastica _Ars
magna_? Del quale si racconta che, giovane dissoluto, ardente negli
amori, mentre inseguiva una sera la donna da lui più desiderata persino
sotto gli archi solitari di un chiostro, ella, ad un tratto, s'era
voltata e s'era scoperta parte del seno divorato da un cancro; e allora
Lullo lasciando moglie, figli, ricchezze s'era fatto frate minore; anima
fervida di cupo entusiasmo, intelletto geniale e fantastico di sognatore
delirante, tra il mago e l'apostolo, che percorre l'Europa facendo nelle
corti esperienze d'alchimia e predicando l'insegnamento delle lingue
orientali per convertire gl'infedeli, e va più volte e persino
vecchissimo in Terrasanta finchè non ottiene il martirio.
Di tanto moto di vita non resta ora nella Scolastica che una tradizione
formale di dottrine quasi ossificata per decrepitezza, e che si ritira
più e più in sè da ogni contatto col pensiero laico dei nostri tempi. La
Chiesa però non solo tiene a questa tradizione ma la vuol viva nelle sue
scuole e riattinta sopra tutto alle dottrine di san Tommaso, di cui una
celebre enciclica di Leone XIII raccomandava lo studio come ritorno
desiderabile della mente del clero ai principii della filosofia
cristiana. E la sua parola sembra non sia caduta vana. I libri dei Padri
e dei Dottori scolastici e più in particolare quelli della tradizione
tomistica, seguita nella sostanza anche dai Gesuiti, non furono, mi si
dice, da un pezzo mai così ricercati come ora dagli ecclesiastici,
specie dagli stranieri. Nelle pubbliche vendite che se ne fanno a Roma
gli enormi _in folio_ polverosi di quelle edizioni vanno via a ruba
comprati ad alti prezzi dalle università, dalle biblioteche dei seminari
e delle chiese cattoliche di America, d'Irlanda e di Germania, che fanno
a gara a provvedersene per gli studi dei chierici.
Ma è un vero risveglio di studi? A molti segni la risposta parrebbe non
potere esser dubbia. L'alto clero romano non solo non compra più libri
moderni ma lascia vender gli antichi; e ogni passo che fa oggi
nell'insegnamento filosofico e teologico la tradizione centrale
rappresentata da Roma, è un suo chiudersi sempre più in sè, è un
alienarsi dal laicato e da ogni pur lontano sentore d'idee scientifiche
moderne. Ieri appena uno scrittore, mi pare, della _Civiltà Cattolica_
voleva trovare in san Tommaso persino la chimica. Se san Tommaso, che ai
suoi tempi professò e spinse all'estremo la compenetrazione delle verità
religiose con la ragione, e studiò e riferì con onestà scrupolosa, in
tutta la loro forza, le obiezioni che allora si facevano alle dottrine
ortodosse, se san Tommaso tornasse oggi al mondo, io credo che
riconoscerebbe più di sè stesso e della sua filosofia, in Antonio
Rosmini condannato da Roma, e che solo ai nostri tempi ha ravvivata la
Scolastica, e nel liberale e colto clero di Lombardia suo seguace, che
non ne' loro avversari.
Chi segua con attenzione i segni dei nostri tempi e delle condizioni
morali d'Italia, da qualunque parte vengano, non può restare
indifferente, o signori, a quelli che danno di sè la coltura e
l'indirizzo intellettuale filosofico della Chiesa. Il problema se e come
sia possibile in avvenire una trasformazione delle dottrine del
cattolicismo romano d'accordo col pensiero e coi bisogni morali del
laicato e delle classi più culte; questo problema c'è — chi può negarlo?
— ed è dei più vitali ed importanti tra quelli che s'impongono alla
nuova vita e alla coscienza del nostro paese. L'Italia laica, pensante
vi porterà, lo spero, un giorno o l'altro per risolverlo, non apostasie
che sarebbero anacronismi, contrarie a tutta la nostra tradizione e
all'istinto del popolo, non mere negazioni infeconde, ma molto di quel
sano _buon senso_ pratico che ha pur la parte sua anche in materia di
religione. Poichè, se è vero che le vie di quella fede alta, madre di
forti caratteri e di larghe menti e di moralità operosa, di cui vive
ogni popolo grande, non sono state punto chiuse dalla scienza — la quale
respinge più indietro l'arcano delle cose ma non lo toglie — è anche
vero che tra codeste vie la più dritta sarà sempre quella in cui l'uomo
potrà entrare con tutto sè stesso: con in cuore gli impeti di un'anima
credente nel bene e nell'ideale, ma anche con gli occhi volti alla buona
scorta di un sapere largo, rigoroso, disinteressato.
LE ORIGINI DELL'ARTE NUOVA
DI
ENRICO PANZACCHI
_Signore e Signori!_