tornato alle fonti e agli ideali classici. Ma la corrente
dell'immaginare e del sentire che lo penetra tutto, deriva dal fondo
della vena nativa dell'intelletto italiano, quale si mostra sin dal suo
primo sgorgare nel trecento e prima e risale altissima nella Divina
Commedia.
Essa è già tutta, nonostante le deviazioni che possono imprimerle gli
eccessi di qualche asceta mistico e le fantasie apocalittiche di qualche
visionario come Giovacchino di Fiore o Giovanni da Parma,
nell'atteggiamento di forte disciplina e di larga comprensione organica
che la Scolastica dà per opera, in grandissima parte, d'ingegni italiani
o sorti in Italia, alle idee religiose e alla teologia del Medio Evo da
Anselmo d'Aosta a Tommaso d'Aquino.
I quali esprimono, il primo, quello che oggi si direbbe il programma
della Scolastica nel suo libro _Cur Deus homo?_ il secondo, la sintesi
di essa e di tutta la filosofia medievale nella _Summa theologica_, e
segnano, l'uno, l'aprirsi, l'altro il culminare della curva immensa
tracciata dal pensiero speculativo dei Dottori della Chiesa a
circoscrivere entro i limiti del _credo_ di lei tutto il mondo della
coscienza, della società e della storia.
Tra i termini storici segnati da codesti due grandi nomi italiani tra la
seconda metà del secolo XI e quella del XIII stanno la giovinezza e la
maturità della Scolastica. Nel primo periodo storico quell'accordo tra
il contenuto del Cristianesimo e la forma nazionale che essa cerca di
soprapporgli per trarne fuori un sistema d'idee ordinato e ben definito,
comincia nel_ credo ut intelligam_, (io credo per comprendere) di
sant'Anselmo, e muove dalla sua celebre dimostrazione dell'esistenza di
Dio e dall'interpretazione filosofica che egli dà del dogma della
Trinità e di quello dell'Incarnazione. Nel secondo periodo, che comincia
col secolo XIII e con Alessandro d'Hales e Alberto Magno, maestro di san
Tomaso, il sistema della Scolastica si svolge intero in una sintesi
immensa (_Summa_), la quale comprende tutti i possibili punti di
contatto che l'arte dialettica ormai adulta ha saputo trovare e fissare
tra il domma e la ragione che cerca di compenetrarlo di sè, senza però,
si badi, alterarne di un atomo i dati e i presupposti fondamentali.
Al di là dell'unico centro, se posso dir così, d'equilibrio tra il peso
di codesti dati del domma, che prevarrebbe da sè, e quello della ragione
che vuole invece preponderare lei — centro che il sistema di san Tommaso
ha saputo trovare secondo i criterii de' suoi tempi e su cui, come su
taglio sottilissimo di squisita bilancia da saggiatore, egli riuscì a
far gravitare una mole d'idee che stupisce — non sarà poi possibile al
pensiero medievale spostarsi di un punto di più senza che codesto
equilibrio sapiente si alteri, il dissidio tra il domma e la ragione
filosofica, fatta sempre più esigente, diventi inconciliabile e la fede
sia rimandata nel proprio campo, e il pensiero laico già nascente
seguiti da sè senza tutela il suo cammino verso il Rinascimento.
E notate. Questo spirito intimo di critica e di libertà d'esame del
contenuto del domma, che poi sul finire della Scolastica (nella seconda
metà del secolo XIV) cresce ed attira a sè quanto di forza viva delle
menti si va ormai ritirando da lei, s'era già mostrato in germe ne'
filosofi che l'avevano iniziata, specie nel primo e in uno dei più
arditi tra tutti, in Scoto Erigena, che per uno strano caso pare abbia
avuto comune la razza e la patria (l'Irlanda) con Giovanni Duns Scoto,
col grande avversario dei Tomisti, dalle cui dottrine comincia poi la
dissoluzione finale della Scolastica.
Vissuto nel IX secolo dopo la grande restaurazione delle scuole
medievali fatta da Carlomagno, e educato in quelle irlandesi che allora
serbarono maggiori elementi di cultura e ne fecero parte anche a noi,
l'Erigena aveva ne' suoi cinque libri _De Divisione naturae_ concepito
la creazione, al modo degli Alessandrini e sulle orme del falso Dionigi
Areopagita, come una grande scala di emanazioni digradanti dall'alto
dell'unità primitiva e divina, che tutto accoglie in sè, giù giù per
classi di esseri sempre men generali ed estesi, dagli universali dei
generi superiori esistenti in sè, alle specie, poi agli individui e alle
proprietà loro; in quello stesso ordine in cui nella nostra mente, lungo
la scala dell'astrazione, le idee più generali e più semplici precedono
le particolari e complesse.
Così s'era accennata e spuntava proprio alla radice del sistema della
Scolastica per poi aduggiarlo tutto di una vegetazione di dispute senza
fine, quella dei _Realisti_ e dei _Nominalisti_. Essa doveva prendere
occasione da un celebre passo dell'_Introduzione_ di Porfirio alla
_Logica_ d'Aristotele, tradotto da Boezio, ove è detto “di non voler
affermar nulla de' _generi_ e _delle specie_, della _differenza_, della
_proprietà_, degli _accidenti_, se siano o no sostanze, o esistano solo
nelle menti, se siano o no cose corporee, e se siano separate dagli
oggetti sensibili o invece non separabili da questi.„ A tale questione
avevano già accennato l'Erigena e i primi scolastici, ma essa sorse poi
e crebbe sempre più per un intimo bisogno che il pensiero umano ha
sentito in tutti i tempi di proiettare al di fuori di sè l'ombra di sè
stesso e dei suoi processi mentali, dandole quasi corpo e solidità nelle
cose e sostituendo ad esse le idee, le astrazioni. È in fondo la stessa
concezione idealistica della natura che faceva dire a Benedetto Spinoza
“l'ordine delle idee va di pari passo con l'ordine delle cose.„ Essa è
stata in ogni tempo, anche in tempi prossimi a noi, in filosofia
l'analogo di quello che nelle religioni dei popoli primitivi e fanciulli
è l'animazione della natura, embrione rozzo dello _spiritismo_. Essa fa
di Scoto Erigena uno dei più arditi precursori dei grandi panteisti
moderni tedeschi, degli Schelling, degli Hegel.
Ma non tutti i _realisti_ trasportavano l'ordine e il processo delle
idee astratte nella realtà dando loro natura di sostanze e di essenze,
preesistenti o almeno superiori per grado o per gerarchia di potenza
causale alle cose particolari e concrete. Così pensavano i _realisti_
estremi platoneggianti, che poi scrissero sulla loro bandiera:
_universalia ante rem_.
_Ma i realisti temperati_ — scusatemi, signori e signore, se io vi debbo
portare ancora per qualche momento con me traverso il prunaio di questa
terminologia, non più noiosa però nè più vana di certe terminologie
delle infinite parti parlamentari d'oggi — _i realisti temperati_
professavano la dottrina aristotelica che le idee universali (essere,
sostanza, causa, ecc.) hanno bensì come tali esistenza reale, ma solo,
diremmo, incorporata negli individui e combattevano sotto questa parola
d'ordine: gli universali sono nelle cose: _universalia in re_. La
dottrina _nominalistica_ sosteneva invece non darsi esistenza reale che
degli individui; le specie e i generi essere non altro che forme comuni
astratte di concepire e di designare collo stesso vocabolo i punti e le
proprietà simili di più oggetti individuali date a noi dall'esperienza e
dall'osservazione: essere, in altre parole, concetti e nome di classi. E
secondo che alcuni tra i _nominalisti_ si riferivano alla esistenza del
concetto astratto delle somiglianze nella nostra mente, si dissero
_concettuali_ (dottrina a cui si avvicinò Abelardo); e secondo che non
ammettevano altro di comune tra le cose raccolte in classi generali che
il nome, si chiamarono _nominalisti_ veri e propri. Gli uni e gli altri
ebbero per grido di battaglia: _universalia post rem_; gli universali
sono dopo le cose.
Se non che questa controversia famosa, che è come il nodo primo di tutte
le altre infinite delle scuole medievali, non scende nel campo aperto di
queste e non vi porta con sè schiere di dialettici, armeggianti l'una
contro l'altra a colpi di sillogismo e qualche volta anche di pugnale,
se non assai più tardi, alla metà del secolo XI. Allora Roscellino, un
bretone, il Maestro d'Abelardo, l'avversario di sant'Anselmo d'Aosta,
espresse a voce dottrine che contro il suo volere lo fecero designare
dalla Chiesa e condannare come capo di una setta di _nominalisti_.
Anselmo col _patos_ eloquente dei grandi dottori cristiani, lo chiama
_eretico della dialettica_, e vedremo perchè. Guglielmo di Champeaux,
suo discepolo, nato nel 1070, morto nel 1121, vescovo di Chalons sur
Marne, amico del gran Bernardo da Chiaravalle, contrappose a quella di
Roscellino una dottrina realistica che faceva contenuta tutta l'essenza
comune del genere in ogni individuo. Il quale non veniva così per lui a
distinguersi dagli altri che per mere varietà accidentali; in modo che —
gli opponeva Abelardo — una stessa sostanza presente tutta in individui
diversi avrebbe perciò attributi repugnanti fra loro. La stessa cosa, la
stessa sostanza verrebbe allora a trovarsi presente nel tempo stesso in
luoghi diversi. “Se tutto l'essere dell'uomo esiste in Socrate, non
esisterà in chi non è Socrate. Ma, siccome esiste anche in Platone, così
ne seguirebbe che Platone sarebbe Socrate, e che Socrate si troverebbe
in un solo e medesimo momento anche là dove è Platone.„ Se — giudicatene
voi, o signore, — se Abelardo non avesse avuto per innamorare Eloisa
ragioni e discorsi un po' più attraenti di questi, c'è da credere che
egli non sarebbe riuscito a farla sua. Perchè, è vero, anche il cuore ha
pure a momenti la sua logica, ma è di quelle con cui la filosofia e
qualche volta anche, pur troppo! il buon senso non hanno proprio nulla
da fare.
Sottigliezze dunque che ci fanno sorridere e pure chiudono in sè in
germe dottrine che anche oggi dividono pensatori acutissimi e positivi.
Per esempio, la opinione sostenuta dallo Stuart Mill nella sua classica
_Logica_ che le idee universali e persino i principii supremi della
nostra mente siano ottenuti solo per associazione e per astrazione di
elementi simili raccolti poi e fissati nel concetto soggettivo,
designato o, come dicono i logici inglesi, _connotato_ nel vocabolo, nel
termine generale, è un vero e proprio nominalismo. Ma tornando agli
scolastici, il sorriso ci cessa sulle labbra subito, e se si pensa
quanta serietà, quanta importanza aveva per quelle menti e quelle anime
dominate da una fede potente, l'intimo motivo teologico e religioso che
era travestito sotto le strane forme di quei problemi. È che tutta
quella vegetazione apparentemente così vana di fronde dialettiche poteva
celare, celava spesso un verme velenoso per le anime. L'eresia vi
strisciava dentro. Nelle varie forme di soluzioni di una questione, che
poteva parere delle più innocenti, si aprivano vie diverse che potevan
riuscire a interpretazioni non ortodosse dei misteri del Cristianesimo,
tra gli altri di quelli dell'Eucarestia e della Trinità. Codeste
interpretazioni avevano avuto quasi tutte i loro antecedenti nelle sette
combattute dai Padri della Chiesa. Ma poichè si ripetevano e in forme
nuove secondo i tempi, i Dottori proseguivano l'opera dei Padri,
confermavano e fissavano con nuove determinazioni razionali il senso del
domma per sottrarlo alle fluttuazioni pericolose delle opinioni
individuali. E questa parte, sostenuta più in ispecie dai grandi
scolastici italiani, da sant'Anselmo a san Tommaso contro gli _eretici
della dialettica_, è più che due terzi forse della grande opera storica,
disciplinatrice delle menti, compiuta dalla scolastica.
Ne abbiamo un esempio a proposito del _nominalismo_ di Roscellino, nella
fiera polemica sostenuta contro di lui da sant'Anselmo d'Aosta. Una
conseguenza del _nominalismo_, per cui solo gli individui esistono nella
realtà, era che le tre persone della Trinità dovessero esser pensate
come tre sostanze individuali e quindi come tre _dei_, tre _eterni_,
diceva Roscellino. Anselmo sosteneva la realtà eterna e l'unità
sostanziale dell'essere divino e diceva: “Chi non comprende come più
uomini siano nella unità della loro specie un uomo solo, come potrà
capire in che modo nel mistero della natura divina più persone, ciascuna
delle quali è Dio, siano un Dio solo? E chi ha mente così oscurata da
non discernere che il proprio cavallo non è il color suo, come potrà
arrivare a distinguere l'essere unico di Dio dalla pluralità di
relazione tra le persone divine?„ L'ironia qui, come vedete, tocca quasi
la satira.
La preoccupazione assidua, insistente, l'idea fissa della tradizione
scolastica medievale era dunque, o signori, questa: serbare intatto
nell'artificioso tessuto di argomentazioni, a cui collaboravano migliaia
d'intelletti fatti più acuti dal raccoglimento forzato della vita
claustrale, l'ordito su cui quella tela sottile e pericolosa doveva
esser condotta, dato dalla fede che era il sostegno delle coscienze e di
tutto l'edifizio sociale e civile dei tempi. E le difficoltà e i rischi
di cotesto geloso lavoro di forma razionale su una materia già data e
intangibile, erano centuplicati dall'intrecciarsi che facevano con
quell'ordito di dommi fila maestre di tutt'altra materia. Poichè accanto
all'autorità della fede e dei libri santi ce ne era un'altra, che faceva
essa pure da testo, quella della tradizione dei filosofi antichi e
specie di Aristotele. Era un'autorità già di per sè stessa repugnante
almeno in gran parte all'altra, resa poi per di più incerta, oscura,
disputabile da quel pochissimo che nell'occidente d'Europa durante la
prima parte del medio evo era restato vivo degli scritti dei filosofi
antichi. Di Platone non era sopravvissuta che una parte del _Timeo_
nella traduzione di _Calcidio_, e i lineamenti veri delle sue dottrine
trasparivano appena agli occhi degli studiosi di sotto alle ombre e ai
ritocchi che vi avevan fatto i neoplatonici e sant'Agostino. Degli
scritti logici di Aristotele non furon conosciuti fin quasi alla metà
del XII secolo che le _Categorie_ e l'_Interpretazione_ tradotte da
Boezio. I libri degli _Analitici_ e la _Topica_ furon diffusi a poco a
poco in occidente dal 1128 in poi, quelli della _Metafisica_, della
Fisica e dell'_Etica_ ci furono fatti conoscere prima dagli Arabi e
dagli Ebrei, poi il testo ne fu portato da Costantinopoli, e se ne fece
una traduzione latina che però non fu per lungo tempo apprezzata più
delle altre condotte sui testi arabi. Solo dopo che è venuto a poco a
poco in contatto più largo con la forma della grande tradizione
filosofica antica, alla cui efficacia, sebbene modificata profondamente
dal Cristianesimo, la cultura medievale non riesce a sottrarsi,
l'organismo della Scolastica si spiega tutto in un sistema di dottrine
che abbracciano ogni parte della filosofia e Alberto Magno e san Tommaso
scrivono le loro _Summæ_.
La Scolastica vien su così a un tempo col crescere e coll'allargarsi di
quel primo moto di coltura comune a gran parte d'Europa destato nel nono
secolo dalla dominazione mezzo feudale e teocratica di Carlo Magno. E
anche dopo che le forze dell'Impero si accentrano in mano ai Tedeschi,
resta per un pezzo viva in quelli che erano stati i maggiori focolari di
codesta coltura, nei paesi di stirpe anglo-sassone e franca. Solo più
tardi si estende maggiormente fra i popoli latini e germanici, e così
prima come poi non esce dalle mani del clero. Guardata tutta insieme,
essa è la più grande collaborazione intellettuale che forse abbia mai
avuto la storia, e nasce dal bisogno, sentito allora da tutta la società
medievale, di raziocinare il domma, di comporlo a dottrina, in una forma
in cui la mente comune a quella società avesse potuto adagiarsi tutta
d'accordo con le condizioni sociali e morali de' tempi, con tutti i suoi
abiti tradizionali di pensiero e di sentimento.
Mai forse un codice di legislazione più stretta e più inflessibile nei
suoi principii fu accettato da menti umane, e in tempi più repugnanti da
ogni legislazione ne' costumi e nella vita; tempi in cui se
l'individualità vera del lavoro e della produzione intellettuale non si
può dire ancora apparsa, come nota il Burckhardt, in quella forma che
poi prende ne' tempi moderni, era però in pieno rigoglio di vita
un'altra individualità, la barbarica, ribelle a ogni altro freno così
del pensare come del sentire che essa stessa non avesse provato il
bisogno d'imporsi da sè. Ora un tal freno in età, così propensa com'era
quella alla fede, non poteva esser dato se non da un grande sistema
d'idee religiose assolute, inflessibili, ferree, in cui la mente di lei,
come in una pesante cotta di maglia, che noi non potremmo nè anche più
alzare, si moveva spedita e ne prendeva anzi nell'opera una dirittura
rigida e quasi ferrata, un impeto come di braccio che, appunto perchè
tutto coperto di acciaio, ripiombi più pesante. Il chiudersi in una
autorità creduta infallibile era così proprio a quelle menti, che
persino i ribelli alla Chiesa, gli eretici, gli scolastici dissenzienti,
e non furono pochi, rinnegavano un'autorità in nome di un'altra. Tra gli
scolastici i primi in specie, meno stretti alle parole e alle decisioni
della Chiesa, che non quelli del periodo successivo e dell'ultimo, si
appellano pure quasi tutti all'autorità de' Padri e la mettono a pari
con quella delle scritture, anche là dove i maggiori tra i Padri
esercitavano gli uni contro gli altri una grande libertà d'esame.
Chi comprenda bene in tutto il suo valore storico la grande egemonia che
la Chiesa romana esercitò su tutta la società medievale, specie dopo la
riforma dei chiostri e il trionfo del potere teocratico contro l'Impero,
comprenderà come e perchè il moto delle dottrine scolastiche abbia
finito con l'essere astratto in ogni sua parte nell'orbita dell'unità
del pensiero e della tradizione della Chiesa. Essa rappresentava nel
processo storico della sua formazione la necessità fatale del convergere
di tutte le forze e di tutti gli ideali del Cristianesimo a un'unità
organica di tipo vitale, da cui il bisogno del conservarsi, intimo alle
istituzioni come ai corpi, doveva spingerlo a non deviar mai. E perciò
la Chiesa con l'autorità immensa che le veniva da un istinto, dirò così,
di altissimo _buon senso religioso_, aveva nel suo primo svolgimento
storico escluse da sè o contenute per mano dei Padri le forze
eccentriche che avrebbero portato l'organismo della fede al di fuori del
tipo storico più atto a farla vivere. E così ora con l'autorità dei
Dottori recide da sè le eresie, le sette che contraddicono a codesto
tipo, e sopra tutto contiene, tra le forze più vive che esso chiude in
sè, quello che vien più dalla sua radice e che lo alimenta più, ma che
anche potrebbe farlo più deviare. È la forza della libera ispirazione
del sentimento mistico individuale, intima alla primitiva coscienza
cristiana e dominante nelle prime comunità apostoliche, continuata poi
sempre lungo tutto il medio evo per una via sua, accanto e sotto la
rigida unità della tradizione ecclesiastica, come corrente sottomarina
che poi sboccherà fuori irresistibile nella _Riforma_.
Ora anche questa grande forza, che nelle sette medievali — ve ne ha
discorso il mio amico Felice Tocco — devia dal tipo storico centrale
della tradizione della Chiesa, ci apparisce invece disciplinata sotto la
forte unità della Scolastica in quella delle sue due principali
direzioni che è stata chiamata _mistica_, appunto perchè in essa valse
come impulso e come guida unica al vero e alla salute, non, come
nell'altra, il pensiero metodico, raziocinante, ma il sentimento
ascetico, l'ispirazione, il rapimento dell'estasi, l'impeto
dell'assorbimento, e, come dicevano, della morte in Dio.
È la direzione tracciata in tutto il secolo duodecimo alle menti avide
di spiritualità e a cui i grandi pensieri, i pensieri migliori
_venivano_, direbbe Chamfort, _dal cuore_, nella scuola di san Bernardo
di Chiaravalle (1091-1153), del grande avversario di Abelardo, e da Ugo
e da Riccardo di San Vittore. Per san Bernardo la maggior beatitudine
umana è nel misterioso ascendere dell'anima verso il cielo, nel suo
rimpatriare da questo carcere del corpo nella pura regione degli
spiriti, nell'abbandonarsi e perdersi in Dio. Solo per questa via, egli
pensava, nella quale però l'anima non entra se non per dono della
Grazia, ci si può immergere fino alle profondità più inesplorate del
vero ed esser rapiti al di fuori di noi.
Ugo da San Vittore diceva: _la incorrotta verità delle cose non potersi
trovare per via di ragionamento_. E per lui e per Riccardo si
distinguono tre forme di attività della cognizione: la cogitazione,
rispondente all'immaginare, e che ha per termine le cose sensibili, la
meditazione e il discorso della mente che passa di concetto in concetto,
e la contemplazione che senza moto d'idee coglie in sè l'oggetto della
mente in modo immediato. La contemplazione ha più gradi e nel più alto
di tutti, ch'è _sopra la ragione_ ed è quanto all'intensità un'_alenatio
mentis_, lo spirito s'incontra faccia faccia cogli arcani che
oltrepassano ogni nostra potenza conoscitiva e col massimo tra questi,
col mistero della Trinità. Ricordate, o signori, la fine stupenda del
paradiso di Dante, quando egli è sul punto d'immergersi nel mistero
della visione di Dio, e
“all'alta fantasia qui mancò possa?„
E non molto prima il poeta aveva veduto tra gli spiriti, accolti intorno
a quello di Tommaso d'Aquino, anche “la luce„ di Bonaventura da Bagnorea
(1221-1274), del grande mistico francescano, che nella storia della
Scolastica fa parte di questa famiglia di spiriti serafici, di sublimi
visionari della filosofia, e nel _Soliloquio_, che è un dialogo
dell'uomo con l'anima sua, va dietro ad Ugo, nell'_Itinerario della
mente in Dio_ segue le orme di Riccardo di San Vittore e nelle
_meditazioni_ mistiche sulla vita di Cristo rammenta san Bernardo di
Chiaravalle.