questa fu non ultima causa che l'aiutò a salire. La contesa tra il
Sacerdozio e l'Impero si è agitata appunto a Bologna nel campo
scientifico, prima ancora di passare nuovamente in quello delle armi,
per chiudersi con la vittoria di Legnano e con la pace di Costanza. Già
sul principio del secolo XII la lotta scientifico-giuridica si
combatteva a Bologna in nome del diritto romano da un lato, del diritto
canonico dall'altro, invocati entrambi ed applicati a risolvere
quistioni, che in sostanza avrebbero dovuto rimanere estranee all'uno e
all'altro diritto. Un gruppo di _legisperiti_, capitanati da Irnerio, ha
discusso nel 1118 a Roma sulla elezione del Papa e favorito lo scisma,
che dovea protrarsi poi ancora per qualche anno. Nel 1158 troviamo i
suoi discepoli, invitati da Federico Barbarossa, a Roncaglia. Si
trattava di sapere quali fossero i diritti della corona, e di affermarli
solennemente in confronto delle città italiane, che li avevano usurpati:
quei giuristi si pronunciarono per l'imperatore in danno della patria; e
n'ebbero taccia di traditori! È una taccia che han meritata, e che pesa
sulla loro memoria; ma ci guarderemo dal credere che lo facessero per
sentimento servile. Gli è che obbedivano al sistema: l'ambizione
cosmopolita degli antichi Cesari era, si può dire, ricomparsa in quei
grandi discepoli d'Irnerio! Dall'altro lato c'era Graziano, c'era il
Bandinelli l'amico di S. Bernardo, l'austero abate, c'era tutta una
folla di canonisti, che, forti della grazia divina e della autorità
delle leggi ecclesiastiche, si fecero a combattere i civilisti, i quali
finirono con l'avversare addirittura il diritto canonico. Sono note le
parole irriverenti di Pietro Bellapertica, grande dispregiatore dei
canonisti intorno alla metà del secolo XIII. Dal canto suo la Chiesa
reagì, fino a bandire il diritto romano dalle scuole. Così la lotta tra
il Sacerdozio e l'Impero si riproduceva nel dominio della
giurisprudenza; ed io non so, ma dubito forte, che l'antagonismo abbia
maturato conseguenze fatali. Certamente ne derivò un divorzio solenne
tra l'idea del diritto e quella della religione; e gli uomini, non ben
pagani nè ben cristiani, finirono coll'essere balzati fuori dal mondo
morale. Intanto però la scuola s'era mischiata nelle dispute, e ciò
bastò ad alzarla, se non altro per un momento, nella estimazione dei
contemporanei. Per un momento gli sguardi dei migliori e sommi ingegni
si fissarono su Bologna, la grande lottatrice.
Bologna però deve anche molto a sè stessa. Una nuova causa, e questa
volta tutta intrinseca del suo splendore, sta nel _rinnovato_ studio del
diritto romano, e nel _nuovo_ indirizzo, ch'esso venne acquistando per
opera dei Bolognesi. Vorrei anzi dire che ne è la causa percipua; e non
c'è dubbio che abbiamo a che fare con una vera _rinnovazione_. Certo,
gli studi del diritto romano destavano nel secolo XI un grande interesse
più ancora che nei secoli precedenti. Era infine un diritto, che, per
effetto di circostanze diverse, tendeva ad assurgere alla dignità di una
legge comune in Italia e fuori. E per il momento si trattava di una
restaurazione pura e semplice, che s'imponeva in tutto e da per tutto,
anche a scapito delle condizioni reali del paese. Le quali, certamente,
non mancheranno poi di reagire; ma intanto dovevan piegare la testa. Il
diritto romano trionfava; ed era il diritto romano puro; cioè il diritto
quale era uscito dalla officina di Giustiniano, che, per una ragione o
per l'altra, tendeva a imporsi alla nuova società uscita dalle crociate,
non badando alle trasformazioni, che essa aveva subìto nel corso dei
secoli. Specie gli imperatori favorivano cotesta risurrezione pei loro
fini. Se vogliamo, era un indirizzo diametralmente opposto a quello che
vedemmo dominare da ultimo nella scuola di Ravenna; e non vogliam dire
che fosse migliore, ma ad ogni modo avea il merito di corrispondere alle
esigenze del momento. Era naturale che la scuola, che lo seguiva, se ne
avvantaggiasse, e facesse in breve oscurare i vanti di tutte le altre. E
fu il caso con Bologna.
Quell'indirizzo poi comprendeva più cose. Certo, si deve a Bologna se il
diritto romano rimase alla perfine separato dalla dialettica e dalla
rettorica, due discipline con le quali era stato unito per lungo tempo,
in tutto il medio evo. E questo è già un merito. Insieme si ritornò alla
compilazione giustinianea, che si considerava come un diritto vivo,
destinato ancora a reggere il mondo. L'epitome di Giuliano, e altri
rimaneggiamenti del Codice e delle Istituzioni, a cui il medio evo più
antico avea cercato la norma del vivere civile, dovettero cedere il
posto ad uno studio più paziente e accurato e coscienzioso di tutte le
parti del _Corpus Juris_. Anzi è stato uno studio fatto
indipendentemente dalla vita, senza alcun contatto con essa; e ciò dette
fin dalle prime un carattere tutto dottrinario e teorico all'attività
della scuola. Il solo diritto vero, il solo che dovesse trovare
applicazione, era, a' suoi occhi, il diritto romano; e tutti i suoi
sforzi son diretti a questo scopo: studiare e illustrare il diritto
romano nella sua purezza, quale l'avea foggiato l'imperatore
Giustiniano. Nè importava che, nei secoli venuti dopo, le condizioni
della civiltà si fossero mutate e rimutate più volte; e i bisogni e gli
interessi e i rapporti fossero altri; e il diritto stesso avesse dovuto
piegarsi più volte alle esigenze della vita: Irnerio e la sua scuola non
conoscevano, non volevano, che il diritto romano, il puro diritto
romano, tutto il diritto romano; e lungi dal piegarsi alle esigenze
della pratica, che in sostanza erano le esigenze della vita,
pretendevano anzi che la pratica e la vita avessero obbligo di adattarsi
al diritto romano ed alla scuola. In questo senso aveva ragione l'autore
della Cronaca Urspergense di dire: _domnus Wernerius libros legum qui
dudum neglecti fuerant, nec quisquam in eis studuerat.... renovavit._
Soltanto non vorrei asserire che siffatta tendenza fosse divisa da
tutti. L'indirizzo della scuola era quello; ma si capisce che la pratica
non potesse sempre acconciarvisi di buon grado, e a volte finisse col
reagire. In realtà la pratica sbugiardò più volte le teorie della
scuola. Ciò che più importa alla storia della giurisprudenza è il
vedere, come in seno alla scuola stessa ci sia stato qualcuno che cercò
di tener conto della _equità_ e darle la preferenza sulla morta lettera
della legge. Voglio alludere a Martino, che, per questo riguardo,
ripiglia le tradizioni della scuola ravennate. E anche Piacentino, e
Alberigo di Porta Ravegnana, e Pillio, seguono Martino; ma i più gli si
mostrano avversi. La stessa glossa d'Accursio lo trasanda quasi affatto.
Certamente i tempi non correvano favorevoli al suo indirizzo.
Del resto appunto quel ricorso alle fonti e la tendenza tutta
dottrinaria della scuola han dato buoni frutti. Certamente la scienza ne
guadagnò e ne guadagnò la scuola. La legge fu meglio approfondita, e
anzi lo fu in modo, di cui da lungo si eran perdute le traccie. Ed era
naturale! Non distratti da altro, con l'occhio tutto intento al testo,
non vedendo che questo, non volendo saperne che di questo, non poteva
non essere che i glossatori ne cogliessero gl'intimi segreti e ne
indovinassero lo spirito; e si formasse in breve l'opinione, che chi
volea studiare diritto non potesse studiarlo che a Bologna.
Una epistola di Pietro Blesense accenna già a ciò. Essa è diretta ad un
chierico inglese, e veramente lo sconsiglia dallo studiare
giurisprudenza, che era una cosa piuttosto ardua e difficile e
pericolosa per la salute dell'anima, e lo sprona a darsi invece alla
teologia; ma si capisce che, volendo studiare giurisprudenza, avrebbe
dovuto recarsi a Bologna.
E mi si conceda anche un'altra citazione tolta da queste medesime
lettere di Pietro Blesense, che mostra il vero fascino, che lo studio
del diritto romano esercitava su le menti, cosa che forse farà inarcare
le ciglia a più d'uno, e anche mostra la memoria gratissima, che lo
scolaro, a quei tempi, conservava per l'_alma mater_, che prima lo aveva
nudrito col latte della scienza. Pietro Blesense avea verso il 1160
studiato legge a Bologna e poi si era ridotto a Parigi a studiarvi
teologia; ma anche in mezzo agli studî teologici, tornava volentieri
agli antichi amori, e, scrivendone all'amico, non gli nasconde quanti
amari sacrifici gli avesse costato il cambio. Ecco un brano della
lettera: _Vester vobisque devotissimus operam theologiæ Parisiis
indulgeo, Bononiensis castra militiæ crebro suspirans, quæ vehementer
amata citius et premature deserui_. Più sotto passa a discorrere della
legge; e dalle sue parole trapela nuovamente un vergine entusiasmo
giovanile per questa legge laica, così attraente, così seducente, in
confronto della severa legge teologica, a cui s'era dato. La legge
romana lo aveva addirittura affascinato. D'altronde non s'era ancora
tanto impelagato nello studio delle leggi divine, che non gli avanzasse
un po' di tempo per darsi alla letteratura del Codice e del Digesto, e
lo facea per mero suo sollazzo e non per uso. La lettera continua
osservando il grave pericolo, che c'era pei chierici di studiar legge,
tanto essa assorbiva tutto l'uomo, da lasciargli poco agio o voglia per
le cose divine. — A me non resta che augurare agli studenti dei nostri
giorni, che tutti i loro amori possano somigliare a codesti ardenti e
casti dello scolaro bolognese del secolo XII.
Intanto Bologna, mercè il suo studio, si meritò presto il soprannome di
_dotta_. Già il poeta, che cantò la guerra tra Milano e Como, la chiama
così: _docta Bononia_. Col tempo poi la cosa diventò proverbiale, e il
nome di Bologna finì con l'essere indissolubilmente unito a codesta sua
speciale missione d'insegnare: _Bononia docet_.
Ed ora, vorrem dire che Bologna sia meno grande, perchè non spezzò il
filo delle vecchie tradizioni, ma si riattaccò ad esse e ne fece suo
pro'? Certamente lo studio di Bologna si riannoda al passato; ma insieme
porta anch'esso il suo contributo alla storia: lo porta al pari di Roma
e di Ravenna, al pari di Pavia, e s'afferma e s'impone e appare
improvvisamente circonfuso di splendida luce, quale non si era vista per
molti secoli, quale forse non si vedrà più. Chiaro è: come al banchetto
della vita, così a quello della scienza, c'è posto per tutti — intendo
gli uomini di buona volontà. Dopo tutto, è una cosa che conforta il
vedere che la parola della scienza non va perduta, ma resta, anche in
mezzo alle mille vicende e traversie e tristizie dei tempi. Simile alle
stelle che nel mare Egeo sornuotavano a indicare dove stava sprofondata
la lira di Saffo, anch'essa sornuota a tutto; e le nuove generazioni la
raccolgono, e amorosamente la custodiscono, e aggiungendovi, o anche non
aggiungendovi nulla del proprio, la trasmettono, vigili lampadofore,
alle generazioni venture.
_Signore e Signori!_
Il progresso umano è soltanto a questo patto.
LA FILOSOFIA E LA SCIENZA NEL PERIODO DELLE ORIGINI
DI
GIACOMO BARZELLOTTI
_Signore e Signori._
Ernesto Renan in uno dei suoi _Nuovi studi di storia religiosa_ dice:
“Quella gran notte la quale si stende dalla rovina della civiltà antica
al risplendere della civiltà moderna, non è, come molti se la sono
figurata, un'ombra tutta uniforme, ma presenta a un occhio attento linee
assai chiare, d'un disegno facile a scorgersi. La notte non dura
realmente che fino al secolo undecimo. Allora ha luogo un rinascimento
in filosofia, in poesia, in politica, in arte. Di questo rinascimento la
parte prima, che spetta principalmente alla filosofia e a quel
pochissimo di scienza che allora le era unita, può dirsi si accolga
tutta nella Scolastica, nella filosofia del Cristianesimo e della
Chiesa, che si estende anche in occidente per tutto là ove arriva la
grande azione intellettuale e la fede della comunità religiosa guidata
da Roma.„
Il momento storico che io debbo descrivervi e che va dall'entrare del
secolo undecimo fino a Dante, è come l'albeggiare primo e incerto della
coltura italiana che ne precorre il pieno giorno glorioso, già quasi al
suo colmo sul finire del secolo decimoterzo. A guardarlo ora, nelle
lontananze della storia della mente e dell'anima del nostro popolo,
cotesto primo momento del suo risorgere rende immagine di quello che
sono sotto il nostro bel cielo d'Italia, là in quella potente natura dei
paesi meridionali, così fosca nelle sue tempeste, ma anche così
mirabilmente precoce nei suoi risvegli di primavera, quelle mattinate
quando a un alito fecondo di vita che la invade tutta, il sereno rompe
dai monti e dalla marina e il sole appena spuntato fa già quasi sentire
tutta la sua forza. È come una vittoria faticosa, contrastata ma rapida
della stagione nuova sull'inverno che si dilegua, dopo una lotta tra il
vento e le nubi dense, abbassate, sotto a cui l'aspetto del mare,
mutabile, come un bel volto meridionale a ogni soffio della passione,
cangia di momento in momento dal ceruleo fosco della tempesta
all'azzurro chiaro scintillante di luce. Noi assistiamo dal lido a
questa vittoria crescente del sereno e del sole che avventa fasci di
strali luminosi e fende e respinge sempre più le grandi masse di nubi,
sino a che tutta la curva del golfo di Napoli si apra all'occhio in
piena luce tra la punta di Sorrento e quella di Posilippo.
A questo rasserenarsi della natura in un paese meridionale fa pensare,
lo spettacolo che dà di sè lo spirito italiano risorgente dopo il mille
appena un alito di libertà, d'ideali religiosi e civili e di nuove forze
sociali vi spira dentro.
I due ultimi secoli declinanti verso il mille, specie il decimo, che fu
detto a ragione _un'età di ferro_, avean veduto in Italia l'estremo
della violenza corrotta e dell'abbiezione, cui aveva potuto trascorrere
una feudalità come la nostra, mista degli elementi di tante invasioni
soprappostisi gli uni agli altri, discorde in sè stessa, agitantesi in
perfide gare di dominio tra, da un lato, gli ultimi fiacchi Carolingi, i
Berengari, gli Ottoni e i primi imperatori ghibellini, tutti impotenti a
contenerla, e dall'altra parte il Papato. Il quale, scaduto dal primo
suo grande ufficio di tutore dei popoli e da quello che si era assunto
sotto Carlo Magno di restaurare la dignità dell'Impero, era divenuto
ormai poco più e anche meno di un feudo baronale di un dogato romano.
Nella notte dei tempi delle Teodore e delle Marozie, l'Italia,
minacciata al nord dagli Ungheri, corsa, occupata al mezzogiorno dai
Saraceni, era scesa anche più basso nelle miserie civili che non quando
alla deposizione di Carlo il Grosso una dieta di signori e di prelati
aveva detto _nessuna voce poter bastare ad esprimere ciò che il paese
aveva sofferto_.
E pure in codesto buio era rimasto ancora qualche barlume. Se gli studi
classici greci e la conoscenza di quella lingua erano, si può dire,
spariti dall'occidente d'Europa, un sentore della coltura antica e dello
studio del latino classico s'era potuto però conservare nelle scuole dei
grammatici non mai morte. Le enciclopedie di Cassiodoro, di Claudiano
Mamerto, di Capella, d'Isidoro, di Beda l'avevano come fatta passare
essicandola in rozzi estratti, che pur ne rendevano ancora, se non lo
spirito, in parte però i materiali e le forme.
E la Chiesa facendo sue tante di codeste forme, accogliendo, in
occidente, il latino come lingua sacra, molto aveva salvato del sapere e
del pensiero antico nelle opere dei Padri, della tradizione grammaticale
e letteraria nelle scuole unite alle parrocchie, alle cattedrali e nei
seminari. Nelle biblioteche benedettine dove, come narra Benvenuto da
Imola, qualche volta cresceva l'erba, s'eran distrutti, è vero, col
raschiarli, non pochi codici antichi; ma spesso anche aveva brillato
nelle veglie di qualche pallido monaco curvo sui libri una lampada che,
come quella del pensatore, secondo la bella espressione di Gian Paolo
Richter “avrebbe rischiarato il mondo.„
Il papato fin da quando mettendosi dalla parte del popolo respinse da
noi il moto bizantino degli Iconoclasti, aveva concorso a salvare
l'avvenire delle arti. E nella tradizione ecclesiastica del diritto
canonico, nelle immunità vescovili strappate agl'imperatori, e da cui in
più luoghi avean cominciate le franchigie delle città, molti germi di
coltura e di consuetudini più umane in età così violente s'eran potuti
preservare. Anche fuori del breve giro delle sette arti, da cui di rado
osava uscire il sapere medievale, una parte delle dottrine naturali e
matematiche coltivate dai Greci s'era con le scienze _occulte_ trasmessa
a noi dagli Arabi. Siciliani, se non altro, di nascita erano un
traduttore della _Materia medica_ di Dioscoride vissuto nel decimo
secolo, e nella prima metà del duodecimo sotto Ruggero il Normanno
l'ammiraglio Eugenio interprete dell'_Ottica_ di Tolomeo. Era compilato
in Sicilia per ordine del Re Normanno, e, come crede l'Amari, da uomini
forse la più parte italiani, il celebre libro di geografia detto il
_libro di Ruggero_ e attribuito ad Edrisi. E accanto a questi studi che
poi doveano giovar tanto ai primi viaggiatori e navigatori d'Italia, un
altro ne era sempre sopravvissuto per tradizione tutta nostra, quello
del _Diritto romano_, ultimo splendore dell'occaso italico, come lo
chiama il Carducci, e che sembra ritardare resistendo in faccia ai Goti
l'oscurità barbarica, sembra interromperla balenando nella legislazione
dei Longobardi. A Roma nella scuola imperiale d'arti e di
giurisprudenza, a Pavia nella scuola regia longobarda, a Ravenna
nell'interpretazione dei libri di Giustiniano, poi a Bologna da Pepone
ad Irnerio, il diritto teneva vivo tra noi quanto di più alto ci era
rimasto della romanità spenta, per poi uscir dalle scuole e mescolarsi
alle contese tra la Chiesa e l'Impero e prestare all'una e all'altro
armi di cui poi dovean valersi, venendo su tra quelle contese, i nostri
comuni.
Ma intanto, se non _comuni_, città in parte almeno indipendenti erano
cominciate a sorgere qua e là anche innanzi e dopo l'entrare del secolo
undecimo; prime le marinare: Genova a riparo dei monti, Venezia fatta
sicura dalle lagune e ben presto signora dell'Istria e della Dalmazia,
Pisa, coi suoi navigli, uniti poi a quelli di Genova, in caccia dei
Saraceni; nel mezzogiorno Gaeta e Amalfi, che già nel secolo X fioriva
di commerci, e Salerno insigne per la sua scuola, che già aveva medici
di grido prima del mille.
In codeste forme di reggimento politico, mezzo tra il feudale e il
popolare, non s'era ancora però potuta comporre una società nuova, una
società vera. Quando essa, quasi a un tempo, cominciò a venir su in più
parti d'Italia, e prima nelle città lombarde coll'incremento del
_comune_, più tardi ordinato sotto i consoli, dal confondersi e
contemperarsi del sangue e delle forze delle classi soggette, dei
vassalli inferiori, de' borghesi, degli artigiani con la vecchia nobiltà
feudale, e ne scoppiò un fermento, un rigoglio nuovo di vita popolare
nascente, contro al cui urto doveva poi rompersi a Legnano la furia
dell'Imperatore, allora, o signori, in quelle origini della forma di
società civile che fu nostra e fatta dal genio nativo del nostro popolo,
vediamo concorrere tutte insieme a produrla e più a farla poi fiorire di
arti e di alta coltura quelle che sono state, che saranno sempre le
prime condizioni di qualsiasi grandezza umana nelle cose morali e
sociali: non la indipendenza e la libertà politica sole, che non
bastano, ma sopratutto il forte consentire delle volontà individuali in
un grande intento comune, il loro eroico obliarsi in qualche grande idea
impersonale, tale da oltrepassare la vita e i suoi interessi e i suoi
piaceri, e farla gettar via, al bisogno, con gioia per ciò che vale più
di lei.
Questo era il lievito da cui fermentò, penetrata tutta di una grande
idealità di pensiero e d'arte, la coltura dei comuni italiani. Sorti fra
le lotte di due grandi potestà, che parlavano e combattevano così l'una
come l'altra in nome di un'idea, essi paiono, in quest'ultimo tratto del
deserto medievale, avviarsi esploratori di una civiltà nuova con
l'occhio volto a due grandi miraggi storici: a quello dell'Impero, come
di tutto un passato di signoria sui popoli da restaurare qui da noi; a
quello della Chiesa teocratica, quale l'aveva pensata e riformata un
nostro, Ildebrando, come di una grande dittatura delle menti e degli
animi, di una romanità restaurata nel campo della coscienza. Miraggi, se
si vuole, l'uno e l'altro che per secoli sviarono la storia italiana da
quel cammino sicuro dell'unità e della concentrazione nazionale per cui
già nel secolo undecimo s'eran messi altri popoli d'Europa. Ma quante
grandi contemplazioni di pensiero geniale, quante visioni di arte
ispirata fruttarono codesti miraggi da sant'Anselmo d'Aosta a Tommaso
d'Aquino, dal cantico al sole di Francesco d'Assisi, dall'_Itinerarium_
di san Bonaventura, alla _Monarchia_, al _Convito_ e al _Paradiso_ di
Dante! Anzi non peraltro io credo che l'Italia, sebbene la sua lingua
sia stata scritta tanto più tardi delle altre lingue romanze, le abbia
precedute nella maturità precoce della sua letteratura, se non perchè
qui da noi sotto questo suolo pieno di così grandi memorie non mai
spente, campo delle maggiori lotte morali e storiche di quel tempo,
covava, lasciatemi dir così, una maggiore semenza fecondatrice d'ideali
ispiratori del pensiero e dell'animo umano. La riforma dei chiostri, che
precede ed inizia l'opera di Ildebrando e la contesa per le investiture;
— poichè solo nella solitudine e nel raccoglimento l'uomo si è sempre
apparecchiato ad agire potentemente sugli altri; — questa riforma muove
da Cluny onde esce anche Gregorio VII; ma l'impulso più potente viene
dall'Italia, da grandi solitari come san Romualdo, san Giovan Gualberto,
da pensatori eloquenti come Lanfranco e san Pier Damiano. Uno dei centri
più importanti di tal moto di riforma fu, nella seconda metà del secolo
XI, la nostra Firenze; dove il rogo di Pietro Igneo precedeva nel 1068
il nascere della Repubblica, allo stesso modo che, dice il Villari,
doveva nel 1498 precederne la morte il rogo di Girolamo Savonarola. E
allora e anche più tardi dopo che col suo svolgersi in forme più larghe
la storia dei comuni e dei popoli d'Italia trae più della sua materia
dagli interessi economici, sociali e politici dal laicato, il motivo
ideale delle sue iniziative più grandi resta per un pezzo in un ordine
di pensieri che accenna al di là e al disopra della vita. N'è prova la
pittura che è tutta, si può dire, fino al cinquecento un'epopea sacra
figurata; n'è prova quella mirabile fioritura di monumenti
ecclesiastici, primavera dell'arte di cui l'Italia si cuopre tutta nei
secoli duodecimo e decimoterzo, mentre le prime ispirazioni alla
letteratura appena nascente vengono dalla pietà e dal sentimento mistico
e si esprimono in _cantici_ e _laudi_, in leggende e vite di santi.
Certo quell'impeto di fede armata che trascinò gran parte d'Europa nelle
Crociate investì appena l'Italia. I nostri comuni ebbero da quelle
imprese più che altro occasioni a guadagni e commerci nuovi, a viaggi
avventurosi fecondi di contatti intellettuali con l'Oriente. Ma
s'ingannerebbe chi argomentasse da ciò che quella intensità d'eroismo
religioso non abbia tramandato anche da lontano molto del suo calore ne'
cuori italiani. Quanto se ne siano accese le fantasie lo mostra la
parte, minore certo che in altre letterature, ma pur sempre notevole che
ebbero nella nostra, specie ne' racconti, le avventure dei Crociati. E
il sentimento popolare che li accompagnò veleggianti _verso il glorioso
acquisto_ dovette vibrare anche fra noi intenso, se tanti secoli dopo
potè fare quasi da corpo della risonanza all'eco profonda che la
_Gerusalemme_ del Tasso ha destato in tutta la nazione.
L'idea religiosa cristiana era, adunque, in quel sorgere della nostra
coltura, e rimase poi fino a Dante, sino a che questa tocca, si può
dire, con lui quasi la sua maturità, il vero motivo dominatore del
pensiero e dell'ingegno del nostro popolo e degli uomini che più ne
rendono in sè il tipo; l'idea cristiana, non però côlta e sentita
soltanto, come pur fu nei fervori del gran moto francescano e dell'arte
primitiva, in tutta la sua ingenuità, nuda e quasi paurosa di forme e
molto meno nella rigidità ascetica, nell'immensità cupa del fanatismo
dommatico mistico dei suoi seguaci di altre nazionalità, dei precursori
tedeschi e inglesi della Riforma.
Anche avuto pur sempre riguardo alla ricchezza di forme e di elementi
ideali con cui la varietà d'indole delle stirpi d'Italia, dalle lombarde
alle meridionali, si riflette nella storia della nostra coltura, una
cosa è certa: che la nota caratteristica tradizionale delle
manifestazioni durevoli del genio italiano è un'alta serenità
d'equilibrio tra il sentimento, il pensiero e l'immaginativa, tra il
moto caloroso della ispirazione e la compostezza della forma; è in somma
quasi un abito ereditario di forte disciplina, impresso in noi da Roma,
e che ci fa cercar sempre nell'idea, nella forma, nelle linee, nella
parola un senso come di misura e di riposo monumentale e d'intima
armonia di tutta l'anima umana con sè stessa e con la natura, una
decenza come di chi medita, parla e scrive in cospetto di tutti e ha
bisogno di sentir ripercossa la verità e l'efficacia dell'opera sua in
un intento comune, in un forte consenso sociale.