ne resta documento nella sua corrispondenza poetica con Forese, nelle
febbrili canzoni a una donna ch'egli chiama Pietra, nella confessione
fattane da lui stesso nella Divina Commedia. Ed anche quando tenzoneggia
d'ingiurie col Donati, od espande i suoi bollori erotici per la crudele
che gli squarta il cuore, la zampa del leone si sente.
Ma non sono queste le poesie che fanno a Dante aprire il secondo e
glorioso periodo della nostra letteratura. Se la tirannia dell'argomento
non me lo vietasse, io vi parlerei di quella scuola lirica da lui stesso
chiamata del _dolce stil nuovo_ da lui stesso definita in questi versi
famosi:
. . . . . . io mi son un che quando
Amore spira, noto, ed a quel modo
Che detta dentro, vo significando.
Una lirica nei suoni dolcissima, nella forma aerea, diafana,
impalpabile, che pare una musica celeste, un cantico di Serafini, un
sospiro dell'anima; una lirica che sale su, in alto, come una preghiera
devota, che è un'estasi dello spirito innamorato della più pura e più
celeste idealità femminile.
Anche Dante ebbe prima le sue titubanze. Alcune delle sue liriche
risentono tuttavia qualche cosa della maniera dei Provenzali e di quella
del Guinizelli, ch'egli salutò padre suo nell'arte. Ma poi spiccato il
volo divino nel campo infinito dell'ideale, parve transumanarsi, e dalle
sue labbra sgorgarono le note più soavi che abbia la lirica umana di
tutti i tempi e di tutti i paesi. La donna si mutò in angiolo, e con
angelica lingua fu salutata dal suo poeta:
Tanto gentile e tanto onesta pare
La donna mia, quand'ella altrui saluta,
Ch'ogni lingua divien tremando muta,
E gli occhi non ardiscon di guardare.
Ella sen va, sentendosi laudare,
Benignamente d'umiltà vestuta,
E par che sia una cosa venuta
Di cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira
Che dà per gli occhi una dolcezza al core,
Che intender non la può chi non la prova.
E par che dalle sue labbra si muova,
Uno spirto soave e pien d'amore
Che va dicendo all'anima: sospira.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ogni dolcezza, ogni pensiero umile
Nasce nel core a chi parlar la sente,
Ond'è beato chi prima la vide.
Quel ch'ella par quando un poco sorride,
Non si può dicer nè tenere a mente,
Si è nuovo miracolo gentile.
Miracolo nuovo sono in verità questi versi, nei quali è, come il
Carducci ha detto, dell'afflato divino.
E colla lirica Dantesca i nuovi destini della letteratura italiana furon
segnati.
Povere le nostre origini, poverissime, se paragonate colla ricchezza
d'altri popoli, all'Italia toccò la gloria d'infondere nei varii generi
letterari il sacro aroma che dona l'immortalità, il soffio avvivatore
dell'arte. Le scarne e torbide visioni oltremondane divennero sotto la
mano di Dante il più grande poema delle letterature moderne; la greggia
novella si avvolse maestosa nel peplo Boccaccesco; la lirica ebbe nel
Petrarca il suo cesellatore stupendo; la monotona canzone di gesta si
tramutò nelle meraviglioso fantasie dei Pulci e dell'Ariosto. E Firenze,
la vostra bella Firenze, ha il vanto di essere stata alla letteratura
d'Italia madre e nutrice: essa che le diede la sua lingua, che nel
secolo quattordicesimo fu il focolare del pensiero e dell'arte, e che
poi, accordando gli esempi antichi al sentimento moderno, assimilando le
forme classiche all'arte volgare, si fece il tempio di Vesta delle
tradizioni paesane; essa, la gran signora dell'intelligenza, che prodigò
regalmente al mondo i tesori del Rinascimento. Si direbbe quasi che di
questi solenni destini fosse presago quel povero rimatore Siculo, che,
quando appena spuntavano i primi e pallidi albori della nostra
letteratura, mandava alla Toscana il suo saluto:
Va, canzonetta mia,
Salutami Toscana,
Quella ched è sovrana,
Ed in cui regna tutta cortesia.
LE UNIVERSITÀ E IL DIRITTO
DI
FRANCESCO SCHUPFER
_Signore e Signori!_
Vi ricorda di avere negli anni della vostra infanzia udito favoleggiare
di una principessa d'altri tempi, che la virtù malefica di un mago aveva
improvvisamente immersa in un profondo letargo? La bella dormente durò
così cento, ducento, trecento anni, senza che il tempo potesse nulla su
lei, finchè un prode e gentile cavaliero, rotto l'incanto, la ridonò
alle gioie della vita o dell'amore.
Così suona la leggenda, che mi è tornata al pensiero appunto oggi, che
il cortese invito di questa benemerita Società promotrice di pubbliche
letture, mi conduce a parlarvi _delle università e della scienza del
diritto_ negli albori della vita italiana.
Perchè anch'esse hanno la loro leggenda.
Erennio Modestino, prefetto dei vigili nel 244 dopo Cristo, avrebbe
chiusa la serie dei grandi giureconsulti romani. Lo studio e la scienza
del diritto, dopo essersi sollevati a straordinaria altezza, sarebbero
decaduti. Dirò meglio: quella gioconda primavera della giurisprudenza,
che aveva illustrato il regno dei Severi, si sarebbe come spenta
improvvisamente già sotto i Romani, per far luogo ad un periodo molto
lungo, che avrebbe vissuto di sole memorie.
Ora non vi dirò quali cause potrebbero aver determinato cotesto
fenomeno: certo esso ha del prodigioso, ed anche più prodigioso è il
modo con cui si sarebbe venuti alla riscossa. La scienza giuridica
sarebbe caduta in un letargo mortale appunto nel momento del suo
maggiore rigoglio, per risorgere novecent'anni dopo in tutta la sua
bellezza e freschezza in Bologna per opera d'Irnerio il fortunato
cavaliero.
È una leggenda simile all'altra; dissimile soltanto in ciò, che molti ci
hanno creduto, e forse ancora ci credono. Ma oggimai la fede è scossa.
In verità, anche nei secoli buî, che formano il medio evo, in cui la
forza cieca prevale, e in cui parrebbe che non ci fosse posto per la
scuola e per la scienza, l'una e l'altra continuano; e siccome eran due
civiltà che si disputavano il campo: la civiltà romana e la civiltà
langobarda, non farà meraviglia di trovare scuole di diritto romano e
scuole di diritto longobardo, scienza romana e scuola langobarda, l'una
e l'altra con la sua impronta e co' suoi caratteri speciali, e l'una e
l'altra dar la mano a Bologna, che forte delle vecchie tradizioni,
riuscirà nondimeno a metterci qualcosa di suo, molto del suo, ed
affermarsi in modo, da parer quasi che altre scuole ed altra scienza non
ci fossero state prima di essa. In sostanza Bologna non rappresenta per
noi una risurrezione; ma obbedisce alla grande legge dell'evoluzione,
che governa il mondo.
Pertanto è mio proposito di ricercare oggi quali fossero le scuole di
diritto che sopravvissero alla caduta dell'impero e studiarne l'attività
scientifica: insieme vedremo come sorgesse Bologna, e che cosa abbia
preso da esse, e che cosa, alla sua volta, abbia dato alla storia della
civiltà.
*
Comincio dell'osservare, che, già sotto i Romani, certe nozioni di
diritto solevano impartirsi insieme con le materie del _trivium_, specie
con la rettorica, all'occasione del _genus judiciale_. Le scuole del
medio evo non fecero che continuare, anche per questo riguardo, le
tradizioni antiche; e così in quei primi secoli — nel VI come nell'XI —
il diritto forma oggetto di studio in tutte le scuole laiche superiori,
unitamente alla grammatica, alla dialettica, alla rettorica, che erano
appunto le arti liberali del trivio. Ne fanno fede Venanzio Fortunato
nel secolo VI, Alcuino e Teodulfo nei tempi di Carlomagno. Al secolo XI
si riferisce una notizia di Milone Crispino sul beato Lanfranco, da cui
si rivela che, fino dagli anni puerili, era stato istruito nelle scuole
delle arti liberali e delle leggi secolari, secondo l'uso della sua
patria. Medesimamente la _Pugna Oratorum_ di Anselmo Peripatetico, della
metà del secolo XI, mostra che Anselmo, oltre ad essere addestrato nella
rettorica e nella dialettica, era anche versato nel diritto, e che lo
studio delle leggi romane andava tuttavia congiunto con la rettorica.
Anselmo affida appunto alla rettorica la rappresentanza della
giurisprudenza; e lo stesso risulta da alcune poesie del tempo. Una
dice, parlando della rettorica:
_Jus civile, forum, curules ipsa perornat;_
E un'altra:
_Civiles causas judicat esse meas._
Specialmente meritano d'essere ricordati i versi che Wipo, un borgognone
della diocesi di Losanna, diresse nel 1041 ad Arrigo III. Il cappellano
imperiale contrappone il buon uso italico d'insegnare di buon'ora ai
giovani le arti liberali, compresa la giurisprudenza, alla crassa
ignoranza dei Tedeschi de' suoi tempi, che ci mettevano ben poca cura ad
istruirsi, tranne se volean darsi alla carriera ecclesiastica:
_Hoc servant Itali post prima crepundia cuncti_
_Et sudare scholis mandatur tota juventus,_
_Solis Teutonicis vacuum nel turpe videtiur,_
_Ut doceant aliquem, nisi clericus accipiatur._
Soltanto non convien credere che codeste scuole d'arti approfondissero
molto lo studio della giurisprudenza. Si tenevano più o meno sulle
generali; e così accade che perfino i migliori, come Anselmo
Peripatetico, non potessero gareggiare coi giuristi di professione.
D'altra parte c'erano anche scuole speciali di diritto romano.
Quella di Roma si è mantenuta anche nei secoli barbarici. Certo,
esisteva nel secolo VI; e lo deduciamo dall'editto di Atalarico sullo
stipendio dei professori, e da un brano della prammatica sanzione del
554, in cui Giustiniano ordina di pagare, come per l'addietro, le
_annonæ_ ai grammatici, agli oratori, e anche ai giureperiti. Lo stesso
Giustiniano indica chiaramente la scuola di Roma come una delle tre
scuole ufficiali dell'impero. Nè può dirsi ch'essa si perdesse così
subito.
È però giunto un momento, in cui il posto di Roma è stato preso da altre
scuole, che già prima eran venute in fama. Alludo specialmente a
Ravenna, dove già da lungo tempo esisteva uno studio di grammatica e
rettorica. E in breve i vanti di Ravenna doveano ecclissare quelli di
Roma, tanto più che le relazioni di Ravenna con l'Impero eran più
dirette. Odofredo racconta, che lo studio era stato altra volta a Roma,
ma che poi era passato insieme coi libri legati nella Pentapoli e a
Ravenna, che in Italia avea tenuto il secondo posto. E anche cerca di
precisare il tempo: _propter bella quæ fuerunt in Marchia_, a cagion
delle guerre che ci furon nella Marca; ma non è ben chiaro, nè si sa,
quali propriamente fossero. Il Fitting pensa alle guerre della seconda
metà del secolo XI, che si combatterono appunto fino alle porte di Roma,
e nella stessa Roma, contro Gregorio VII, dal 1081 al 1084. Certo una
frase del cardinale Atto (morto nel 1083) mostra che, ai tempi di
Gregorio VII, gli studi in Roma eran veramente decaduti; ma il cardinale
ne attribuisce la causa alle condizioni poco salubri della città, per lo
che si durava fatica a trovare professori che volessero dimorarvi.
Insieme si vede, che c'erano altri studi, i quali avevano offuscato
quello di Roma.
Comunque la scuola di Ravenna era molto frequentata e fiorente già verso
la metà del secolo XI; e lo deduciamo da una notizia che si trova in
Pier Damiani. Il quale riferisce una sua disputa, che nell'estate del
1045, avrebbe avuto appunto coi giuristi di quella città, e ne risulta
che il diritto romano era seriamente insegnato, e che gli insegnanti
erano giudici ed avvocati. La scuola tendeva a mitigare l'impedimento
della cognazione, stabilito dai canoni, ed è su questo tema che si
aggirò la discussione. Pier Damiani stava per la interpretazione
canonica. Insieme è osservabile che la opinione dei giuristi ravvennati,
nonostante la confutazione di Pier Damiani, si fece largo sempre più sì
da costringere il Papa a portarla davanti al Concilio lateranese del
1063, e combatterla poi in una sua costituzione diretta ai vescovi, agli
ecclesiastici e ai giudici d'Italia. Ciò mostra il grado ascendente
della scuola. Inoltre i capitoli pubblicati da Arrigo III a Rimini,
l'anno 1047, accennano ad alquanti _legisperiti_, nei quali era sorto il
dubbio, se i chierici dovessero prestar giuramento, o delegare questo
ufficio ad altri. Quei legati ricordavano una legge, che Teodosio
Augusto aveva indirizzato a Tauro prefetto del pretorio; e la
circostanza del luogo, non lontano da Ravenna, dove Arrigo pubblicò la
sua legge, può far credere che la disputa si agitasse colà. E anche un
altro documento attesta in favore di questa scuola. È un nuovo segno di
vita, che essa dà, ancora nel 1080, col libello, che Pietro Crasso,
ravennate, mandò ad Arrigo IV, perchè se ne servisse nel sinodo di
Bressanone. È una scrittura che mostra molta erudizione in chi l'ha
dettata, specie una profonda conoscenza del diritto romano.
Un'altra scuola appartiene pure a questi tempi: vo' dire la scuola
langobarda di Pavia, che non può essere trasandata nella storia del
pensiero giuridico italiano.
Essa nacque da piccoli germi. I fattori che concorsero a formarla sono:
la Curia palatina, che si stabilì a Pavia sullo scorcio del secolo X; e
la scuola di grammatica, della quale si hanno traccie fino dai tempi di
Re Cuniberto, ma che propriamente deve essersi rialzata sotto gli
Ottoni, quando, sedate le lunghe e antiche turbolenze, gli animi
riversarono negli studi la loro gagliardia. La scuola di diritto si
svolse appunto dal seno della Curia palatina; ma l'antica scuola di
grammatica vi ha apparecchiato il terreno. Se più vuolsi, furono i
giudici palatini, o alcuni di essi, che, senza lasciare la pratica,
cominciarono ad insegnare. Infatti Sigifredo, uno dei più antichi
glossatori della scuola, era _judex sacri Palatii_; e parimenti lo erano
Bonfiglio, Armanno, Walfredo; ma anche altri fungevano da giudici o
patrocinavano cause. Le _Expositio_ dà loro il nome di _judices_ e
_causidici_. D'altra parte, erano uomini venuti su nella vecchia scuola
di lettere; ed è questa loro educazione, che probabilmente li ha spinti
a consacrarsi allo studio ed all'insegnamento del diritto. Certo è: se
riescono a ripulirlo, e ad elevarlo a teoria, fu nel soccorso della
grammatica, della dialettica, della ragione umana imparate in quella
scuola; e senza essa neppur la scuola di diritto avrebbe potuto
attecchire. Così Walcauso è chiamato _rethor_ nella collezione che va
sotto il suo nome:
_. . . . . rectis quod strinxit rethor habenis
Walcausus meritus._
Il glossatore Sigifredo, che ricordammo dianzi, era versatissimo nella
rettorica, oltre che nel diritto. Lanfranco, lo abbiamo già detto, era
stato educato fino dalla puerizia _in scholis liberalium artium_.
Aggiungo una osservazione! Per comprendere come questa scuola sia sorta,
non dobbiamo dimenticare che correva una età, in cui tutto, o quasi
tutto si trovava abbandonato alla iniziativa individuale, specie in
Italia, il paese delle grandi iniziative. Eravamo ancora molto lungi dai
tempi odierni, in cui tutto si suole attendere dal governo, e di tutto
lo si rende responsabile! D'altra parte c'erano stati sempre maestri,
che aveano insegnato privatamente verso retribuzione. La qual cosa non
vuol dire, che tutti sieno riusciti a fondare stabilmente una scuola.
Per lo più la scuola nasceva e tramontava con l'uomo; ma a volte
riesciva a mettere radice. Qualche individuo esercitò un fascino troppo
potente, perchè altri non ne seguisse l'esempio nel medesimo luogo; e
allora non era difficile che la scuola acquistasse un carattere
durevole. Così accade a Pavia.
Quant'è alle origini, sono d'avviso che risalgano ai tempi di Ottone I.
Le glosse alle leggi langobarde fanno distinta memoria di una
giurisprudenza surta in una età, omai remota, durante cui la teoria del
diritto pratico avea ricevuto solida forma. L'età in discorso
corrisponde, senza fallo, a quella degli Ottoni; primamente, perchè i
suoi giureconsulti avean veduto le pratiche osservate nei giudizi di
Leone vescovo di Vercelli, che fu nel seguito di Ottone I e vescovo
palatino di Ottone III; e poi perchè non conoscono altre leggi
langobarde di età posteriore, nè son più citati nelle glosse di questo
leggi. I loro successori della seconda metà del secolo li qualificano
col nome di _antiqui judices_, _Antiqui causidici_, o anche _Antiqui_
semplicemente, e talvolta _Antiquissimi_, senza dire chi fossero. Lo
studio poi continuava ancora nel secolo XII; e nonostante la grande
fama, in cui era venuta Bologna, lo si frequentava volentieri, e ci si
veniva anche da lontane regioni. Un formulario di lettere, compilato a
Pavia tra il 1119 e il 1124, ne riferisce una di uno scolaro allo zio,
che comincia così: _Vestre paternitati, patruelium piissime, innotescat
me exulem Papie studio legum.... vel dialetice.... alacrem aderere._ Lo
scolaro, manco a dirlo, si rivolgeva al piissimo zio per quattrini.
Del resto non conosciamo che pochi giureconsulti di codesto studio
pavese. I principali sono: Walcauso, Bonfiglio, Guglielmo e Lanfranco;
ma se ne ricordano anche altri.
La scuola di Pavia esisteva già quando sorse Bologna; ma anche il nuovo
studio bolognese vien formandosi a poco a poco, appunto sulla base degli
elementi che erano concorsi a formare quello di Pavia. Certamente
Bologna aveva, anch'essa, la sua scuola di grammatica e di rettorica:
anzi è da credere che già sullo scorcio del secolo X e sul principio
dell'XI fosse salita in fama, perchè ci si veniva anche da altre parti
d'Italia. San Guido, che poi fu vescovo d'Acqui, vi si recò sul
principio del secolo XI, e così San Bruno, vescovo di Segni, nella
seconda metà. Ma la scuola continua anche dopo, frequentatissima.
Riferisco solo due testimonianze tra molte che potrei ricordare. Il
poeta, che cantò le gesta di Federico I, parlando di Bologna, dice
appunto, che era un centro di studî, dove gli scolari accorrevano a
frotte da tutte le parti del mondo, per impararvi le _variæ artes_. E
Acerbo Morena spiega la cosa: _pollebat equidem tunc_ _Bononia in
literalibus studiis pre cunctis Ytalie civitatibus_. Insieme c'erano a
Bologna molti giudici e causidici e dottori di leggi, prima ancora che
ci fosse la scuola di diritto. Un Leo _notarius et judex_ si ha già in
una carta del 982; e molti se ne incontrano nel secolo XI: un Alberto
_legis doctor_, un Iginolfo, anche _legis doctor_ ed _aulæ regiæ judex_,
Pepone _legis doctor_, un Pietro di Monte Armato _judex_, un Rusticus
_legis doctus_, per tacere di altri. Ciò che più importa è il vedere,
come questi dottori e giudici fossero venuti su nella scuola di
grammatica. Lo stesso Irnerio, il grande Irnerio, aveva prima insegnato
_in artibus_, e fu soltanto dopo che cominciò a studiare nei libri
legali e ad insegnare in questi. Anzi Odofredo, accennando a certa sua
tendenza sofistica, che mostra, qua e là, nello interpretare le leggi,
l'attribuisce all'essere egli stato _loicus et magister in artibus_. La
troppa energia dialettica fa a volte di questi scherzi. Un altro indizio
non disprezzabile degli studii e della coltura di questi giuristi, è il
vedere come amassero di quando in quando dar la stura alla loro vena
poetica (mi si passi la parola), e chiudessero i loro atti con qualche
verso. Un Angelo _causidicus_ compie nel 1116 un atto di donazione, e
finisce così:
_Angelus his metris causidicus ista peregi_
_Notarii signo subscribens more benigno._
E due anni dopo:
_Angelus his metris causidicus ista peregi_
_Notarii signo subscribens robore summo._
Ora, questi giudici e dottori bolognesi, che certamente nella scuola di
grammatica e rettorica aveano, insieme ad altre discipline, studiato
anche il diritto, han cominciato, alla lor volta, a tener scuola di
legge, precisamente come a Pavia. Nè la scuola è sfuggita a Odofredo, il
quale, parlando di Pepone, dico appunto: _cepit auctoritate sua legere
in legibus_. Nè importa se l'insegnamento sarà stato in sulle prime
saltuario. Oggi era Pepone, domani sarà stato Irnerio: leggevano come e
quando credevano; e gli scolari ne continuavano l'opera. Così veniva a
stabilirsi una tradizione scientifica, e la tradizione vuol già dir
scuola: solo più tardi vi si aggiungerà uno speciale ordinamento.
La scuola stessa non è nata con Irnerio. Certamente Pepone lo ha
preceduto nell'insegnamento delle leggi; e quantunque Odofredo sentenzii
che _nullius nominis fuit_, una qualche fama deve averla goduta, se nel
1076 lo troviamo in un placito della duchessa Beatrice, e appunto
cotesta carta rivela altre contemporanee. Ma ci sono anche altri indizî
di una scienza preirneriana: soltanto non si fanno nomi. Tutto induce a
credere che alcuni giureconsulti ci sien stati a Bologna prima ancora
d'Irnerio; ma nessuno li ricorda. È una scienza che non ha nome; ed è a
mala pena che quello di Pepone, più fortunato degli altri, abbia potuto
salvarsi. Subito dopo Pepone è nominato Irnerio, giudice anch'egli, che
oltre ad insegnare a Bologna, figura più volte nei placiti matildini e
imperiali e in altre carte, dal 1113 al 1125. Dopo non se n'ha più
traccia; ma intanto il suo nome aveva ecclissato tutti gli altri.
Odofredo, che pur avea detto di Pepone _nullius nominis fuit_,
soggiunge, parlando di Irnerio, che _fuit maximi nominis et fuit primus
illuminator scientie nostre_, sì da meritarsi il nome di _lucerna
juris_. Odofredo ne loda specialmente l'ingegno sottile e la forza
dialettica. Ciò che più importa, Irnerio ha lasciato dei discepoli, che
hanno anche insegnato, ed assicurato così le sorti della scuola per
tutti i tempi avvenire. Soltanto non si sa di sicuro chi sieno. Ottone
Morena fa menzione di quattro dottori famosi, che avrebbero insegnato a
Bologna circa la metà del secolo XII, e avuto comuni le ingerenze nei
più grandi affari del tempo: Bulgaro, Martino Gosia, Jacopo di Porta
Ravegnana ed Ugo. Secondo il Morena sarebbero stati gli immediati
scolari d'Irnerio: anzi egli stesso li avrebbe qualificati così in un
distico diventato famoso:
_Bulgarus os aureum, Martinus copia legum,_
_Mens legum est Ugo, Jacobus id quod ego._
Ma forse si tratta, più ch'altro, di una tradizione. Checchè ne sia di
ciò, è certo che la scuola si elevò per essi ad una straordinaria
altezza, e continuò poi per altre due generazioni. Mi restringo a
ricordare alcuni nomi: Rogerio, Piacentino, Giovanni Bassiano, Pillio,
Vacario della prima generazione; Azone e Ugolino della seconda. E se ne
potrebbero ricordare anche altri. In realtà è una lunga sequela di
illustri giureconsulti; e son notevoli i passi che si son fatti di
generazione in generazione: i glossatori venuti dopo non mancano di
trarre partito da quelli che li han preceduti; ma d'altronde le fonti
continuano ancora a studiarsi, e l'autorità dei nomi non è d'impaccio ad
alcun progresso. Ugolino però è l'ultimo dei glossatori, le cui glosse
abbiano una reale importanza. Dopo lui la scuola decade. Si cominciarono
a tenere nello stesso conto le fonti e le illustrazioni, e tutte, buone
e non buone, senza discernimento nè esame, e si finì con lo studiarle,
più che non si facesse delle fonti stesse, e farne uso, anche là dove
non si dovea. La stessa glossa di Accursio è opera di decadenza,
quantunque non ci sia stato forse altro glossatore, che sia salito in
maggior fama.
Tali erano le scuole sugli albori della vita italiana. Resta che ne
vediamo la produzione scientifica, che deve, per così dire, mostrarcele
in azione, rivelandone l'operosità durante i secoli, di cui discorriamo.
*