Più viva è la pittura ch'egli fa dell'Inferno: una città di fuoco e di

zolfo bollente, con acque amare e velenose, con ortiche e spine, coperta

da un cielo di bronzo, nella quale se fosse gettata tutta l'acqua del

mare, incontanente arderebbe come cera colata. Il re della dolente città

si chiama Lucifero, e i demoni sono da Giacomino dipinti in quella forma

che se li figurava la fantasia del popolo, con le corna, con le mani

pelose, neri come il carbone. Egli li fa urlar come lupi, abbaiar come

cani, li arma di lance, di forche, di bastoni, di tizzoni accesi. Chi

attizza il fuoco, chi batte il ferro, chi strugge il bronzo, chi spezza

le ossa ai dannati; i quali poi colle mani e coi piedi legati sono

condotti innanzi al re della morte, e gittati quindi in un pozzo

profondo, ond'esce un fetore che ammorba tutto l'inferno. Ed accanto

alla tragedia anche un po' di commedia. Ad un dannato capita addosso uno

dei cuochi di Lucifero; ghermitolo, lo mette ad arrostire infilato in

uno spiedo, e lo condisce con acqua, sale, fiele, aceto e veleno,

servendolo poi come ghiotto boccone al signor dell'Inferno, il quale lo

trova mal cotto e lo rimanda al cuoco perchè lo arrostisca meglio in

quel fuoco che arde eternamente.

Tragedia e commedia insieme, dicevo, che nelle povere turbe intente ad

ascoltare quei canti, avranno un giorno suscitato brividi di terrore e

convulsioni di risa; e che a noi oggi fanno tristamente pensare quanto

in basso fosse caduto il pensiero, e quanto faticoso cammino abbia

dovuto fare la civiltà per giungere a redimere gli uomini da questa

morbosa condizione del loro spirito.

Il milanese Buonvicino, anch'egli frate, di quell'ordine degli Umiliati

la cui storia si collega così strettamente con l'Arte della Lana, una

delle glorie di Firenze, Buonvicino ci ha lasciato molte poesie, alcune

di argomento leggendario, altre di argomento morale, come i contrasti

tra la rosa e la viola, tra la mosca e la formica e tra i dodici mesi

dell'anno; ed una finalmente di genere civile, le cinquanta cortesie

della tavola. Fu già osservato non essere senza curiosità il vedere

questo frate, che fu maestro di grammatica, autore di una cronaca della

sua città e poeta religioso, farsi anche maestro di costumanze civili.

Volete voi sentire qualche precetto di quel galateo del secolo XIII,

qualcheduna di queste curiosità del banchetto, vecchie di quasi

settecent'anni? Se sei invitato a pranzo, dice Buonvicino, non correr

troppo presto a prendere il tuo posto a tavola; e poi sta pulitamente al

desco, cortese, adorno, allegro; non incrociare le gambe, non appoggiare

i gomiti, non mangiare troppo nè troppo poco, nè con fretta eccessiva;

non empirti soverchiamente la bocca. Se ti vien offerta la coppa per

bere, prendila con due mani per non versare il vino. Se mentre sei a

tavola sopravviene qualcheduno, guardati dall'alzarti. Cerca mangiando

di non far rumore coi denti. Se stranuti o se tossi, voltati dall'altra

parte. Non inzuppare il pane nel vino, non biasimar le vivande, non

guardare nel piatto degli altri, non ti stuzzicar i denti colle dita,

non toccare col pollice la sommità del bicchiere, e giù giù altri

precetti, altri consigli, altre regole per non esser, come egli dice,

villano.

E così questa letteratura dell'alta Italia, dopo aver intrattenute sulle

piazze le plebi avide di racconti, entrava col frate milanese anche

nella casa del cittadino, per insegnare a lui, alle sue donne, ai suoi

figliuoli le pulitezze del viver civile, annunziandoci l'avanzarsi di

quella società borghese, che già strappava al Medioevo gli ultimi

brandelli della sua mistica corona.

Abbiamo veduto quel che accadeva nel mezzogiorno e nel settentrione.

Avviciniamoci al centro.

Gli inni sacri latini furono moltissimi nel Medioevo, ed alcuni

improntati di molta forza. Chi non ricorda il _Dies irae_ coi suoi cupi

suoni, colle sue lugubri immagini, col suo metro stesso che sembra

martellare nell'anima il terribile ricordo della fine del mondo? Chi non

ricorda lo _Stabat mater_, quella pietosa poesia dell'amore materno,

dove il dolore è così vero, così grande ed espresso con tanta

semplicità?

Sotto l'influenza del movimento religioso che si operò in Italia nel

secolo XIII, l'inno latino passò alla forma volgare, e si ebbe così un

nuovo genere di poesia che si svolse principalmente nell'Umbria, la

patria di San Francesco e del Beato Jacopone da Todi, San Francesco,

l'innamorato di Dio e della natura, che chiamava fratelli il sole, i

lupi, gli uccelli, che amava la musica; il santo dalle idee

cavalleresche, che volle avere una dama a cui servire e si scelse la

povertà; il trovatore di Cristo, che chiamava i pii compagni dell'opera

sua _giullari_ del Signore e _paladini della Tavola rotonda_, dicono che

rapito in estasi dettasse ad un suo compagno quello che fu detto il

Cantico del Sole.

E vero giullare di Dio fu un seguace del poverello d'Assisi, Ser Jacopo

Benedetti da Todi, il quale narrasi avesse per moglie una bella, giovane

e ricca gentildonna, che recatasi un giorno ad una festa nuziale, fu

travolta cogli altri nella rovina della sala ove danzavasi; onde

trasportata a casa moribonda non potè nascondere al marito un pungente

cilizio, che, nascosto sotto le splendide vesti, le lacerava le carni.

Quella vista fu per Ser Jacopo come un ammonimento di Dio: da quel

giorno, donate ai poveri tutte le sue ricchezze, e copertosi di stracci,

si diede alla vita della penitenza, e tant'oltre si spinse da

compiacersi d'esser mostrato a dito, d'esser deriso, d'esser seguito da

una folla che gli urlava dietro a dileggio: Jacopone, Jacopone! Diventò

sua passione l'esser pazzo per amore di Dio, e fece pazzie incredibili,

come quella di mostrarsi in pubblico con un basto d'asino sulle spalle e

il morso in bocca, camminando carponi come le bestie, o di cospargersi

il corpo di trementina e avvoltolarsi nelle piume, che rimanendogli

appiccicate davano a quel disgraziato un aspetto del quale non saprebbe

immaginarsi il più ridicolo. Per questa passione dell'amore divino il

povero frate andò delirando anni ed anni, condannandosi ai più duri

patimenti. Per l'amore divino egli odiava sè stesso, godeva di essere

vilipeso, chiedeva a Dio tutti i mali, tutti i dolori, tutti i tormenti:

la febbre, l'idropisia, la podagra, la lebbra, il mal caduco, chiedeva

d'esser fatto cieco, sordo, e muto, e che il suo corpo fosse ridotto

fetente e che la sua sepoltura fosse nel ventre di un lupo! Rinnegava il

padre, i parenti, gli amici, aspirava a spogliarsi della sua umanità,

raccomandava la sua fama all'asino che raglia. Noi possiamo figurarci

quale poesia uscisse da quell'anima così profondamente esaltata: una

poesia che scoppia in parole, in accenti, in gemiti, in singhiozzi, che

è un'ebbrezza continua, quasi un furore erotico. Jacopone, poeta

popolare, porta nell'arte sua la sensualità del popolo, e veste

d'immagini sensibili, di colori infuocati il mistico amore dell'anima

sua. Egli si esalta fino a chiamare i suoi rapimenti _danza dello

spirito_, e grida questi, non dirò versi ma singulti di sfrenata

passione:

Ciascuno amante che ama il Signore

Venga alla danza cantando d'amore,

Di amore ardente il cor tutto infocato

Sia trasformato in grande fervore.

Infervorato dell'ardente foco,

Come impazzito che non trova loco,

Cristo abbracciando, non l'abbracci poco,

Ma in questo gioco se li strugga il core.

Lo cor si strugga com'al foco il ghiaccio,

Quando col mio Signor dentro m'abbraccio,

Gridando amor, d'amor sì mi disfaccio,

Con l'amor giaccio com'ebrio d'amore.

Pare davvero di essere, non sul limitare del manicomio, ma dentro

addirittura.

Pazzo o no, ad ogni modo, certo è che il frate di Todi ha impeti lirici

forti e sinceri; è certo ancora che il suo misticismo lo trascina a

guardare anche alle cose del mondo, a farsi severo giudice dei religiosi

e dei prelati del tempo suo, a chiamare al suo tribunale lo stesso papa

Bonifazio VIII. Il quale gettò in una tetra prigione lo sventurato, lo

fece incatenare, gli fece soffrire la fame; ed anche nel carcere, tra i

ferri, affamato il delirante asceta seguitò a cantare, e chiamò quei

tormenti la sua più grande consolazione.

L'arte di Jacopone è sicuramente ruvida e sbrigliata; ma come poeta

popolare (dice nel suo eccellente studio sul Todino il mio dotto e caro

amico Alessandro d'Ancona) “egli ha duplice importanza, perchè ci mostra

quali sentimenti fervevano ai suoi tempi nel seno delle plebi e qual

forma potevano assumere nel canto. Sia ch'ei tratti i misteri della

religione in forma lirica o drammatica, sia che esalti la povertà

francescana o vituperi i nemici di quella, egli ha una forza ingenita

che mal gli si potrebbe negare. Come quel gigante della favola che

acquistava vigore toccando la terra, Jacopone è poeta non per arte ma

per natura, ogni qualvolta attinga alle vivide fonti del sentir

popolare, e ripeta le voci che scorrono pei campi e mormorano nelle

selve dell'Umbria„.

Abbiamo lasciato la lirica d'arte agonizzante di clorosi in Sicilia; la

ritroviamo galvanizzata da Guittone d'Arezzo, che con faticoso sforzo

tenta di rinnovarla latineggiandola; la ritroviamo che filosofeggia a

Bologna, la città della dottrina, pensosa ed astrusa sulle labbra di

Guido Guinizelli.

Ma la Toscana ormai attira la nostra attenzione. Ecco tuttavia della

letteratura francese, apparisce quivi una schiera di poeti che insegnano

moralizzando, e vestendo d'allegorie i propri insegnamenti. Un Ser

Durante riduce in sonetti il Romanzo della Rosa, e scrive il suo

Tesoretto Brunetto Latini; altri da vecchi libri francesi mette insieme

l'_Intelligenza_, e Francesco da Barberino compone i due trattati dei

_Documenti d'amore_, e _del Reggimento e dei costumi di donna_.

Messer Francesco di Barberino di Valdelsa, un dotto giureconsulto, un

uomo d'alto affare, visse lungamente in Provenza, e là probabilmente

concepì queste due opere, che sono una specie di enciclopedia morale, e

che ci serbano curiose memorie dei costumi del tempo. Delle infinite

cose ch'egli insegna, lasciate ch'io ve ne dica alcune, o signore, di

quelle che riguardano la donna. È un altro Galateo anche questo, come

quello di Fra Buonvicino.

Il Barberino incomincia da dettare i suoi precetti per la fanciulla, e

vuole, con ragione, ch'ella stia sempre colla madre, che non vada mai

sola tra uomini, che tenga gli occhi bassi, che sappia tacere a tempo, e

quando parla, parli temperatamente e a voce bassa, che sia ordinata nel

mangiare e bene acconcia nel vestire. Vuole pure che, se ella sia

richiesta di canto, prima di acconsentire si faccia un poco pregare; che

rida senza far rumore, e che anche il pianto sia senza voce. Tutto

questo però è d'obbligo per la donzella figliuola d'imperatore o di re.

S'ella invece avrà la fortuna di essere figlia d'un semplice cavaliere o

d'un giudice o d'un notaio, allora le sarà lecito ridere e cantare e

andare attorno, e menare allegrezza in balli e canti; allora dovrà

imparare a cucire, a filare ed anche a fare un po' da cucina.

Una terribile questione si presenta al pensiero di messer Francesco.

Sarà bene che la fanciulla impari a leggere e a scrivere? Egli

candidamente confessa che non sa risolversi: ma dopo aver ragionato un

pezzetto su questo arduo argomento, conclude che nel dubbio è meglio

scegliere la via più sicura; e questa via più sicura è ch'ella impari

altre cose, e lasci andare il leggere e lo scrivere come inutile e

pericoloso.

Alla promessa sposa ordina il Barberino di star sempre nascosta, e che

le sembri noia il solo esser veduta, e che mostri paura d'ogni vista

umana. Se le accade di uscire alcuna volta colla madre, non deve

salutare alcuno, ma camminare tutta raccolta, cortese, soave,

Facendo piccol passi e radi e pari.

Che se poi alla fanciulla cominci a passare il tempo da marito, allora

occorre raddoppiar le cautele: non affacciarsi mai alla finestra, non

legger libri di novelle nè di canzoni, sceglier cibi adattati, e

finalmente raccomandarsi alla misericordia di Dio.

Rivolgendo i suoi insegnamenti alla donna maritata, il nostro autore

prende le mosse dalla cerimonia del matrimonio e vuole che la fanciulla

si faccia due o tre volte ripetere la domanda del consentimento prima di

rispondere, come vuole che mangi prima in camera sua, per mostrar poi di

non aver appetito al banchetto nuziale.

Potrei seguitare ancora per molto a riferirvi i precetti del Barberino,

ma la via lunga mi sospinge, ed i libri suoi, del resto, come quelli

degli altri rimatori di questo ciclo allegorico-morale, nella storia

dell'arte non segnano certo un progresso. Sono un ultimo strascico

dell'imitazione straniera, un limaccioso rivoletto che va a perdersi nel

fiume reale della nostra letteratura.

La quale s'avvia oramai per nuovi e fioriti sentieri, annunziatori della

vicina grandezza. Eccovi un gruppo di toscani, poeti giocosi e satirici:

i lontani antenati del Pistoja, del Berni, del Lasca. È l'arte borghese

che s'ingentilisce e si afferma. L'amore cavalleresco coi suoi inutili

sospiri, con le sue donne valenti e fini, tutte uguali tra loro, tutte

insignificanti, vuote, irrigidite, cede il passo ad altri ideali. Lo

scherzo comincia a diventare un elemento della vita, e la risata del

buonumore prorompe dalle labbra del cittadino del libero e fiorente

Comune, dove si vive d'allegria e di fiorini, dove si ingrassa

genialmente da epicurei e si muore stoicamente da eroi, dove si hanno i

presentimenti del mondo moderno e le virtù dell'antico. Curiosi tempi

delle zuffe sanguinose e feroci combattute per le vie della città, e dei

balli giulivi sulla piazze; dei lieti ritrovi, delle feste del maggio,

delle sollazzevoli brigate, ed insieme degli improvvisi corrucci, e

delle truci vendette.

A Siena, narrano gli storici, dodici giovani nobili e ricchi, avendo

sentito da un predicatore annunziar vicina la fine del mondo, decisero

prima che il mondo finisse di godersi quanto più potessero,

scioperatamente, la vita; si ritrassero in un palazzo con gran

moltitudine di servi e di cavalli, recando ognuno diciottomila fiorini,

e là in sontuosi pranzi e allegre cene, gittando dopo il banchetto dalla

finestra i ricchi vasi, i coltelli d'oro e d'argento, regalando

splendidamente ogni ospite che si presentasse al loro palazzo, cuocendo

le vivande colle punte de' garofani, consumarono in meno d'un anno

duecentomila fiorini d'oro.

Questa brigata

. . . . . . . . . . in che disperse

Caccia d'Ascian la vigna e la gran fronda.

E l'Abbagliato il suo seno proferse,

ebbe il suo poeta, Folgore da San Gimignano, il quale insegnò a quegli

scapestrati ciò che dovessero fare nei varii mesi dell'anno: di gennaio,

per esempio,

Uscir di fori alcuna volta il giorno,

Gittando della neve bella e bianca

A le donzelle che staran d'attorno;

di maggio

. . . . . rompere e fiaccar bigordi e lance.

E piover da finestre e da balconi

In giù ghirlande e in su melarance;

di luglio, mangiare

Di quella gelatina smisurata,

E starne arrosto e giovani fagiani,

Lessi, capponi, capretti sovrani,

E, cui piacesse, la manza e l'agliata.

Anche Firenze ebbe le sue allegre brigate, sebbene non così pazze come

quelle di Siena. Udite ciò che narra il vecchio Villani: “Negli anni di

Cristo 1283 si fece nella contrada di Santa Felicita oltr'Arno, onde

furono a capo i Rossi con loro vicinanza, una nobile e ricca compagnia,

vestiti tutti di robe bianche con uno Signore detto dello Amore. Per la

qual brigata non s'intendea se non in giuochi ed in sollazzi e balli di

donne, di cavalieri, popolani ed altra gente assai onorevole, andando

per la città con trombe e molti stromenti, stando in gioia ed allegrezza

a gran conviti di cene e desinari. La quale corte durò presso a tre

mesi, e fu la più nobile e nominata che mai si facesse in Firenze e in

Toscana.„

Or quello stesso Folgore che aveva insegnato ai Senesi i sollazzi dei

dodici mesi dell'anno, a un'allegra brigata di Fiorentini insegnò quello

che dovessero fare per ogni giorno della settimana; e la gaia settimana

in questo modo si chiude:

A la dimane, all'apparir del giorno

Vegnente, che domenica si chiama,

Qual più gli piace damigella o dama

Abbiane molte che gli sien d'attorno;

In un palazzo dipinto ed adorno

Ragionare con quella che più ama.

Qualunque cosa che desia e brama

Vegna in presente senza far distorno.

Danzar donzelli, armeggiar cavalieri,

Cercar Fiorenza per ogni contrada,

Per piazze, per giardini e per verzieri,

E gente molta per ciascuna strada,

E tutti quanti il veggian volentieri.

Ed ogni dì, di bene in meglio vada.

Come queste poesie di Folgore ci ritraggono la vita spensierata dei

giovani della fine del tredicesimo secolo, così altre poesie, nello

scherzo mordaci, ci diranno di quel tempo gli sdegni. Sentite con quali

tocchi vivi è disegnata da Rustico di Filippo questa caricatura:

Quando Dio messer Messerin fece,

Ben si credette far gran meraviglia,

Chè uccello e bestia ed uom ne soddisfece,

Che a ciascheduna natura s'appiglia.

Che nel gozzo, anitrocco il contraffece,

E nelle reni giraffa somiglia,

Ed uom sembra, secondo che si dece,

Nella piacente sua cera vermiglia.

Ancor rassembra corvo nel cantare,

Ed è diritta bestia nel savere,

E ad uom è somigliato al vestimento.

Quand'egli il fece, poco avea che fare,

Ma volle dimostrar lo suo potere,

Sì strana cosa fare ebbe in talento.

E sentite che satira profonda sia nascosta in questi consigli che ad un

_Gingillino_ del suo tempo dà Pucciarello da Firenze:

Per consiglio ti do di passa passa,

Voltar mantello a quel vento che viene:

Chi innalzar non si può, molto fa bene

Se lo suo capo flettendo s'abbassa.

E prendi a esempio arboscel che si lassa,

Quando inondazion gli sopravviene,

Ello s'inchina, e così si mantiene

Finchè la piena, dura ed aspra, passa.

Però quando ti vedi stare abbasso,

Sta cieco, sordo e muto, e sì non meno

Ciò ch'odi e vedi, taci e nota appieno,

Finchè Fortuna ti leva da basso:

Poi taglia, stronca, mozza, rompi e batti,

E fa che mai non torni a simil'atti.

Ma di questo genere giocoso-satirico della nostra antichissima

letteratura è principe un Senese, che veramente sugli altri com'aquila

vola. Cecco Angiolieri, che qualcheduno ha chiamato un capo ameno, e che

io direi piuttosto un grande infelice, ebbe un padre duro ed avaro, una

madre cattiva, una moglie brutta e vecchia, che consumava il suo tempo a

impiastricciarsi il viso col belletto ed a lisciarsi i capelli. Ed egli

che era nato poeta, spensierato, prodigo, allegro, egli, in quella casa

della tristezza e dell'avarizia, diventò un perverso figliuolo ed un

pessimo marito, non amò, com'ei stesso dice, che le donne, la taverna e

il giuoco; concepì odio per il padre e la madre, e dei suoi odii e dei

suoi amori cantò in modo che le sue parole sono qualche volta una

sacrilega bestemmia, qualche altra un pianto dirotto. Io ebbi, egli

dice, il dolore per padre, per madre la miseria, la malinconia per

balia; le mie fasce furono i malanni; tutto m'è andato sempre al

rovescio:

Ma sì mi posso un cotal vanto dare,

Che s'io toccassi l'or, piombo il farei;

E se andassi al mar, non crederei

Gocciola d'acqua potervi trovare:

unico mio rifugio sarebbe la morte:

Io ho sì tristo il cor di cose cento,

Che cento volte il dì penso morire,

Nell'Angiolieri c'è una mescolanza continua di dolore e di scherzo, di

lacrime e di spensieratezza, di tragico e di comico. Accanto a un

sonetto che è un capolavoro di poesia burlesca, schizza fuori una

quartina, una terzina, un verso che pare un muggito di bestia feroce.

Così, per esempio, egli mette in canzonatura un tale tornato di Francia

ricco e burbanzoso, e poi caduto in basso:

Quando Ner Piccolin tornò di Francia

Era sì caldo di molti fiorini,

Che gli uomin gli parevan topolini,

E di ciascun si facea beffe e ciancia;

Ed usava di dir: mala miscianza

Possa venire a tutti i miei vicini,

Quando sono appo me sì picciolini

Che mi fôra disnor la loro usanza.

Or è per lo suo senno a tal condotto,

Che non ha niun sì picciolo vicino

Che non si disdegnasse farli motto:

Ond'io metterei 'l cuor per un fiorino,

Ch'anzi che sian passati mesi otto,

S'egli avrà pur del pan, dirà: buonino!

Ed ecco quello stesso poeta che si è burlato così piacevolmente di Neri

Piccino, scrivere del proprio padre queste orribili parole:

E poi m'è detto ch'io nol debbo odiare;

Ma chi sapesse bene ogni sua traccia,

Direbbe: il cor gli dovresti mangiare.

Perdonatemi, o signore, se vi ho letto questi versi che nelle vostre

anime gentili debbono destare ribrezzo ed orrore. Ma io doveva pure

delinearvi la scapigliata e truce figura dell'Angiolieri, che è senza

dubbio uno dei poeti più caratteristici e più originali che abbia la

nostra letteratura del secolo XIII. E molte cose ho taciute, moltissime,

che pure avrebbero meglio lumeggiato quello strano uomo e quel poeta, il

quale alla distanza di tanti secoli fa pensare ad Enrico Heine. Molte

cose ho lasciate nel silenzio, ma non posso lasciare anche quello che è

il capolavoro del povero Cecco; un sonetto nel quale egli dice ciò che

vorrebbe essere e ciò che vorrebbe potere:

S'io fossi fuoco, io arderei lo mondo;

S'io fossi vento, io lo tempesterei;

S'io fossi mare, io lo allagherei;

S'io fossi Dio, lo manderei in profondo.

S'io fossi papa, allor sarei giocondo,

Che tutti li Cristian tribolerei;

S'io fossi imperator, sai che farei?

A tutti mozzerei lo capo a tondo.

S'io fossi morte, io anderei da mio padre;

S'io fossi vita, fuggirei da lui;

E similmente farei a mia madre.

S'io fossi Cecco, com'io sono e fui,

Torrei per me le giovani leggiadre,

Le brutte vecchie lascerei altrui.

Quali suoni si alternano in questi versi! Par di sentire uno scroscio di

fulmine, un urlo di turbine, a cui succeda lo sghignazzar d'un dannato.

I due motivi mescolandosi fanno come un'armonia diabolica, in mezzo alla

quale suonano stridule risa e colpi di singhiozzo. Ma il fatto è che lo

sventurato poeta piange qui lacrime cocenti; e che questo sonetto è una

delle più forti espressioni artistiche dell'odio che abbia la

letteratura italiana.

E se voi riflettete, o signori, che questa letteratura, quando

l'Angiolieri scriveva, non aveva, tutt'al più, che un'ottant'anni di

vita; se riflettete al cammino da lei percorso in così breve spazio di

tempo, vedrete come questo fatto prodigioso non possa trovare

spiegazione che nelle speciali condizioni del pensiero italiano; in

quelle condizioni che poterono ad una letteratura appena nascente dare

il suo scrittore più eccelso.

Ho nominato Dante Alighieri: Dante che si trova per un momento mescolato

a quei poeti giocosi e satirici, Dante che fu in corrispondenza poetica

coll'Angiolieri, Dante che scambiò con Forese Donati, il fratello di

Corso e di Piccarda, alcuni mordaci sonetti, rivendicati al gran padre

Alighieri da Isidoro del Lungo, il sapiente difensore della Cronaca

Diniana contro le jattanze indigene e straniere.

Correvano gli ultimi anni del secolo XIII. Firenze era, come altri

disse, la prima potenza denaresca d'Europa. I commerci, le industrie, le

feste, le arti, le rivoluzioni, le guerre, tutto contribuiva a fare di

questa nobil figliuola di Roma il centro del movimento economico,

politico ed artistico d'Italia. Qui fini ed arguti gli ingegni, forti i

cuori, operose le braccia; qui persistenti le tradizioni romane; qui una

forte costituzione democratica; qui il senno pratico e la leggiadria dei

costumi; qui una lingua ricca di suoni e di forme. In mezzo a codesta

società cresce Dante Alighieri; cresce disdegnoso ed altero, coll'anima

bollente di passioni, estatico un giorno davanti a un angelo dipinto da

Giotto, curvo domani sulle pergamene di un codice di Boezio o di Arnaldo

Daniello; intento oggi a guardare con occhi cupidi una bella donna che

passa, raggiante un'altra volta di gioia al cospetto di un'immagine

celeste che gli balena nella fantasia; sorridente ai versi che gli

dirige il suo Guido Cavalcanti o il suo Cino, livido di disprezzo quando

legge le insolenze di Cecco Angiolieri, al quale par che risponda egli,

il superbo giovine, quel verso scritto al senese da un altro fiorentino:

Tu mi pari più matto che gagliardo.

Gli albori della vita Italiana Conferenze tenute a Firenze nel 1890 · 第 21 / 30 段