difficile a noi sentire quello che fosse, nei suoi aspetti bizzarri e
multiformi, l'età delle febbri ascetiche e degli entusiasmi
cavallereschi, dei barbari e dei santi, dei feudatari e dei servi, delle
crociate e dei tornei; quella lunga e lugubre età nella quale il
pensiero umano sembra vicino al suo ultimo disfacimento, e che è pure
l'ingenuo tempo dei sogni e delle fole. Se una caratteristica possiamo
cogliere in quel caotico agitarsi di elementi tanto diversi, questa sola
sarà, che una puerilità universale ha invase le menti, che gli uomini
sono divenuti fanciulli. La ragione sembra essersi coperta del lenzuolo
funebre, per discendere nel sepolcro, dove dormirà molti secoli. I suoi
radianti fulgori sono spenti. Il mondo colle sue gioie, la natura colle
sue bellezze non parlano più al cuore degli uomini; le più alte
aspirazioni dello spirito sono giudicate un peccato; il cielo incombe
sulla terra, e nell'immane abbraccio la soffoca. Si è perduto quasi il
concetto della successione dei tempi: ai funerali di Alessandro il
Macedone si fanno assistere i frati colle croci e i turiboli; Catilina
sente la messa a Fiesole; Orfeo è un contemporaneo di Enea, Sardanapalo
un re della Grecia, Giuliano l'Apostata un cappellano del papa. Tutto in
quel mondo prende un colorito fantastico. Gli uomini dell'antichità come
i contemporanei, se appena si sollevino dal livello comune, hanno tosto
la loro leggenda, la loro storia poetica, che la tradizione abbellisce,
ingrandisce, trasforma, e dove s'abbracciano fraternamente gli
anacronismi più grossolani e le più strane invenzioni. Si confonde la
storia di San Gregorio Magno con gli incerti ricordi di Edipo; si crede
che il Barbarossa viva nascosto nel fondo di una foresta, e si aspetta
che torni per liberar Terrasanta; di Virgilio si fa un mago; si narra
che papa Gerberto ha stretto un patto col diavolo.
E pure da una tale prodigiosa credulità, da questo stato infantile
dell'umano intelletto, che caratterizza il Medioevo, derivarono appunto
i frutti della letteratura romanza. Come proprio dei fanciulli è l'amare
tutto ciò che sappia di meraviglioso; come in essi è prepotente il
desiderio dei racconti, tanto più graditi quanto più uscenti dai limiti
del verosimile, così un popolo fatto latino dalla conquista,
ringiovanito poi dal connubio colle fantasiose stirpi germaniche, e
dalla loro antichissima epica eccitato, innestava sull'epopea merovingia
l'epopea nuova, celebrando Clotario e Dagoberto, Carlo Martello e
Carlomagno. E così sulla terra di Francia risuonava il primo cauto
romanzo, che poi, traverso ai secoli, dispiegandosi, come albero
rigoglioso ed immenso, in mille e mille rami, toglieva argomento dalle
leggende intorno agli antenati di Carlo, intorno alla sua giovinezza,
alle sue guerre, ai prodi compagni delle sue imprese. Nè solo dalle
leggende Carolingie il trovèro francese attingeva materia pei suoi canti
infiniti. Tutto in quell'epoca di trasformazione, di inconsciente
poesia, di balda giovinezza de' cuori, prendeva un colorito uniforme;
tutto era guardato traverso un velo di fantastico tessuto: la guerra di
Troja, come le imprese di Alessandro Magno; le prodezze di Arturo, come
gli amori di Tristano, come i miracoli di Sant'Eulalia e di
Sant'Alessio. Si accoppiava quindi alla solennità religiosa feudale
della canzone di gesta, il cavalleresco romanzo d'avventura; si
intrecciava al canto epico il romanzo allegorico dell'amore
simboleggiato nella Rosa, mentre, quasi araldi dell'avvenire, ghignavano
beffardi il poema della Volpe e il procace Fabliau.
Tutta questa lussureggiante fioritura romanza sbocciava e si allargava
nella Francia settentrionale e centrale, dal settimo al tredicesimo
secolo.
E nella Francia meridionale intanto più presto che altrove si apriva uno
spiracolo di luce nel buio del Medioevo. Sotto quel limpido cielo, in
mezzo a quella inebbriante natura ed a quelle popolazioni facili ad ogni
impressione, avide di piaceri e di feste, agitate da un forte sentimento
della vita; in quelle città intelligenti e fiere, dove la libertà si
sviluppava così nobilmente, dove i pregiudizi occidentali erano
distrutti dalle intime relazioni coi Musulmani e cogli Ebrei, dove
regnavano sovrani lo spirito cavalleresco, l'amor della gloria, la
difesa del debole, il culto per la donna, la liberalità, la
magnificenza, nella Francia meridionale sorgeva un'altra letteratura,
che cantava l'amore, la gioia, la cortesia; che affratellava in una
specie di democrazia poetica il povero al ricco, il vassallo al signore;
che univa in nozze ideali il popolo all'aristocrazia. Il poeta
Provenzale, il trovatore, è sopratutto un artista, un artista lirico,
che spesso mette in musica le sue proprie poesie, e da sè stesso
cantandole, si accompagna col suono; che vive nei castelli dei principi
e dei nobili, ne rallegra i conviti e le feste, riceve doni di cavalli,
di bardamenti, di armi, di vesti; si aggira per le sale sontuose del
maniero feudale, sogguardato dalla bella castellana, che sa di essere
amata da lui, e se ne compiace nel suo segreto, ed aspira come un
profumo il suo canto. Fra codesti trovatori ci sono i più potenti baroni
della Provenza, ed insieme paggi, servi, soldati, giovani poveri e
avventurosi. C'è Guglielmo Conte di Poitiers gran corteggiatore di
donne, che oggi ama e domani abbandona; grande scettico che ride dei
vescovi, e corre in Terrasanta a capo di trecentomila crociati; prode
soldato che vive d'armi e d'amore, di canto e di cortesia. C'è Bernardo
di Ventadorn, il figliuolo dell'uomo che scaldava il forno nel castello
feudale, che ama prima la moglie del suo signore, e poi in Normandia la
celebre Eleonora di Poitiers, e alla corte di Tolosa una bella italiana,
Giovanna d'Este. C'è Goffredo Rudel che s'innamora, senza averla mai
vista, della contessa di Tripoli, traversa il mare per lei, giunge
malato e muore, muore felice perchè ha potuto per un istante contemplare
la bellissima donna e riceverne un dono. Ci sono cento e cento altri, di
questi cavalieri poeti, di questi guerrieri innamorati, di questi servi
ardimentosi, che dal secolo XI al XIII fanno eccheggiare delle loro
canzoni quella terra benedetta dalla natura.
Che cosa accadeva frattanto in Italia? Quando già le due letterature
della Francia erano giunte al loro più alto sviluppo, in Italia si
continuava a scriver latino. Sebbene anche qui si parlasse da tempo
immemorabile una lingua volgare, questa lingua che pur serviva alla
preghiera e all'amore, che era pure strumento ad esprimere i più cari ed
intimi sentimenti dell'anima, pareva sdegnosa di assorgere a più elevato
ufficio. La lingua della letteratura seguitava ad essere il latino, non
solo nel VII, nell'VIII, nel IX e nel X secolo, ma anche nell'XI e nel
XII.
Le ragioni di questo fatto sono complesse, ma si possono tutte
riassumere in una sola, nell'influenza esercitata sugli Italiani dal
grande nome di Roma. Per essi le memorie classiche fanno parte della
loro vita: ogni città pone la sua gloria nel ricongiungersi
all'antichità; Pisa, Genova, Verona si dicono fondate dai compagni di
Enea: Firenze si crede edificata da Cesare e chiamata la _piccola Roma_;
Padova si vanta di possedere le ceneri di Antenore; Venezia di essere
stata costruita e abbellita colle pietre, colle colonne, colle vasche
avanzate alla distruzione di Troja.
Roma, anche vinta, soggioga i suoi vincitori. Eruli, Ostrogoti,
Longobardi, si succedono, ma non penetrano la società, non la
trasformano: Teodorico invade Roma, ma la sua reggia resta più romana
che gota. Questa fu certo per noi una sventura politica. Mentre la
Gallia rinnovata dai suoi stessi invasori diventava la Francia, e la
Bretagna diventava l'Inghilterra, e l'Iberia la Spagna; noi soffrimmo
tutti i danni delle invasioni, senza che questi fossero compensati dalla
creazione di nessuna forza novella. Se Teodorico o Liutprando fossero
stati il Clovi dell'Italia, chi sa quale diversa condizione si sarebbe
preparata al nostro paese, chi sa quanti dolori, quanti martirii, quante
umiliazioni di meno registrerebbe la nostra storia. Ma così non accadde.
Noi fummo appena spruzzati del sangue barbarico, e rimanemmo Romani:
Romani nelle idee, nei sentimenti, nelle leggi ed anche nella lingua
come strumento letterario. Onde agli Italiani mancò quella infanzia
d'intelletto e di cuore che fu per altre genti latine fonte
d'ispirazione poetica. Là l'evoluzione letteraria si operò nel popolo e
per il popolo, e fu spontanea, viva, feconda. Noi avevamo tutto un
glorioso passato che ci gravava le spalle, che ci faceva esser maturi
quando gli altri eran fanciulli, che ci dava i pregi della virilità, ma
ci privava della vivacità infantile. Noi eravamo i continuatori di una
civiltà antica di secoli, non i cominciatori di una civiltà nuova. La
storia imperava tiranna su noi, e poco ci commovevano le prodezze dei
paladini o la rotta di Roncisvalle o le bianche mani d'Isotta. Noi non
avevamo, come gli altri popoli d'Europa, un eroe fantastico, nel quale
s'incarnasse idealmente la nazionalità italiana. I nostri eroi
seguitavano sempre ad essere i vecchi Scipioni. Noi eravamo pratici: le
nostre città marittime si arricchivano coi commerci, nelle nostre
Università si studiava il diritto romano, i nostri Comuni combattevano
per la loro libertà: pratici e sempre un po' increduli, sempre con un
po' di paganesimo nelle ossa. Il nostro scetticismo non ci concedeva di
creare leggende, e le leggende degli altri popoli accoglievamo
freddamente, non aggiungendovi nulla di nostro, anzi spogliandole spesso
del loro colorito poetico, riducendole in prosa, ed in prosa latina.
Perchè quello che accadeva per il contenuto, accadeva pure per la forma.
La lingua latina non era per gli Italiani quello che per gli altri
popoli, sui quali passò vincitrice l'aquila romana. Quei nostri padri
antichi amavano il latino come loro lingua nazionale: esso faceva parte
del loro sentimento di patria, era un ricordo della gloria passata, il
segnacolo della loro grandezza, il labaro delle memorie e delle
speranze. Gli Italiani del Medioevo scrivendo il latino, potevano
illudersi nella credenza di aver messi in fuga i Barbari; e abbandonare
quella lingua che aveva accompagnati nel loro giro trionfale i
conquistatori del mondo, che aveva risuonato solenne e terribile nel
Foro, che aveva servito alle immortali creazioni di Virgilio, doveva
parere come perdere un'altra volta la patria.
Questo tenersi stretti al latino era poi potentemente favorito in Italia
dalla Chiesa, che ne aveva fatto la sua lingua officiale, e non
permetteva intromissione di volgare nei suoi riti; era favorito dalle
magistrature e dagli scrittori. E così la chiesa, le leggi, la scienza,
le condizioni sociali e intellettuali, le memorie del passato e le
aspirazioni del presente, tutto cospirava a ritardare l'apparizione
della nuova letteratura.
Vero è che quella povera lingua dei poeti, degli storici, degli
ascetici, quella miserrima lingua della liturgia e delle leggi, era
piuttosto che un latino, un volgare latinizzato: vero è che già quasi
appartiene alla letteratura italiana il canto del nono secolo per
l'imprigionamento dell'imperatore Lodovico II, e quello dei soldati
modenesi del decimo; e che in latino volgare noi abbiamo una ricchissima
letteratura di poemi, di canti storici, di cronache, d'inni sacri. Ma,
insomma, il volgare schietto, la lingua parlata non osa ancor farsi
avanti, diventare lo strumento dell'arte nuova. Siamo già alla fine del
dodicesimo secolo, e nulla ancora apparisce.
Però, i semi si vanno gettando. Le due letterature della Francia saranno
quelle che determineranno il primo sviluppo della letteratura italiana.
Prima di arrischiarsi al loro volgare, gli Italiani scriveranno in
provenzale e in francese.
Numerosi legami unirono già anticamente la Gallia meridionale
all'Italia, e come l'Italia diede alla Provenza le sue istituzioni
politiche, così questa ci mandò un alito della sua poesia. Molti furono
i trovatori che nel secolo XII e nel successivo vennero in Italia,
aggirandosi per le corti feudali dei marchesi di Monferrato, dei
Malaspina, degli Estensi; visitando la Lombardia, la Marca Trevigiana,
Como, Verona, Firenze. Il Monferrato divenne una seconda Provenza. I
trovatori più famosi visitarono quella corte. Pier Vidal, dopo aver
percorsa la Catalogna, l'Aragona, la Castiglia, dopo avere sposata a
Cipro una greca ed avere sperato di assidersi sul trono imperiale di
Costantinopoli, arrivava nel Monferrato, ed ivi scriveva verso il 1195
una poesia, dove palpita un certo sentimento di nazionalità italiana.
Press'a poco nel tempo stesso si avviava verso l'Italia un altro celebre
trovatore, figliuolo di un povero cavaliere della Contea di Orange,
Rambaldo di Vaqueiras. Fermatosi a Genova, s'abbatteva in una donna, e
la richiedeva di amore, ma ne era respinto, e componeva intorno a ciò
una canzone bilingue, che può considerarsi come uno dei documenti più
antichi dove rimanga vestigio di un dialetto italiano: ve ne lesse due
strofe il professor Rajna parlandovi delle origini della lingua
italiana. — Rambaldo, proseguendo il suo viaggio, giungeva appresso alla
corte di Monferrato, dove lo attendeva la protezione del marchese
Bonifazio e l'amore della sua avvenente sorella Beatrice, ch'egli
cantava in molte poesie, sotto il nome di _Bel Cavaliere_, avendola una
volta furtivamente veduta esercitarsi colle armi del fratello.
Spuntò per le Provenza un giorno terribile. Serpeggiava là una di quelle
eresie medievali, che volevan ridurre gli uomini allo stato di angeli.
Se ne indignarono i difensori dell'ortodossia papale che aspiravano ad
essere i padroni delle coscienze; e contro i poveri Albigesi fu bandita
da Innocenzo III una crociata, alla quale accorsero migliaia di
avventurieri che avean tutto da guadagnare e niente da perdere. Costoro,
a cui il papa concedeva perdoni, indulgenze, e, più appetitoso premio,
l'affrancazione dai debiti, costoro che intravvedevano i ricchi castelli
da saccheggiare con tutto quello che tien dietro al saccheggio, si
rovesciarono sulla Provenza come torrente devastatore. In una sola città
si scannarono più di sessantamila persone, vecchi e giovani, uomini e
donne, persino bambini lattanti. Questi sgozzatori domandavano al Legato
del Papa come potessero distinguere i fedeli dagli eretici, e costui
rispondeva: ammazzateli tutti, che saprà dopo distinguerli Dio. Si
trucidava dappertutto, nelle case, per le vie, anche sui gradini degli
altari. Tutta la Provenza fu inondata di sangue, e su quella terra
insanguinata divamparono le tetre fiamme dei roghi che l'Inquisizione
accendeva.
I lieti cantori dell'amore, atterriti, fuggivano, e molti di essi
prendevano la strada d'Italia, dove si stabilivano come in patria
novella. Se prima essi accorrevano alle nostre terre in cerca di fortuna
e di amore, dopo la nefanda strage venivano frementi d'ira a cercar la
vendetta, e sperandolo vendicatore, si affollavano intorno a Federigo
II, tanto in Sicilia come negli altri luoghi dove egli teneva sua corte.
Ai Provenzali poi, che empivano dei loro canti d'amore o di sdegno
l'Italia, si accompagnavano non pochi italiani che scrivevano poesie
provenzali. Alberto Malaspina non solo accoglieva i poeti occitanici nei
suoi castelli di Lunigiana e del Tortonese, ma egli stesso tenzonava con
altri trovatori. Maestro Ferrari da Ferrara rallegrava dei suoi versi la
corte Estense e quella di Gherardo da Cimino. Lanfranco Cigala di Genova
in una fiera serventese rampognava il marchese Bonifazio di Monferrato
della sua instabilità politica; un altro genovese, il Calvo, gridava
contro le discordie della sua patria; un veneziano, Bartolomeo Zorzi,
difendeva contro Genova la sua Venezia; un piemontese, Nicoletto da
Torino, celebrava le imprese di Federigo II; un altro piemontese, Pier
della Carovana, esortava alla concordia le città strettesi nella seconda
lega Lombarda; un mantovano, Sordello, dopo avere rapita al marito
Cunizza, la sorella del terribile Ezzelino, dopo aver corse mille
avventure d'amore, assorgeva ai più alti argomenti politici, faceva
sentire la sua libera parola ai principi e ai popoli.
In tal guisa l'Italia tutta risuonava della poesia occitanica, la quale
imponeva la propria lingua ai poeti dei paesi dove essa si stabiliva; in
tal guisa trovatori della Provenza e trovatori italiani, si mescolavano
nelle nostre corti, cantavano le nostre donne, i fatti della nostra
storia, le imprese dei nostri principi. Ed al tempo stesso faceva
sentire la sua influenza tra noi anche la poesia della Francia
settentrionale; onde, come ci furono Italiani che scrissero in
provenzale, così ci furono pure altri Italiani che scrissero in una
lingua che è un francese italianizzato.
Il canto provenzale diede impulso alla nostra lirica; il canto francese
alla poesia narrativa e morale. La prima si sviluppò nell'Italia del
mezzogiorno e del centro; la seconda, nell'Italia settentrionale.
La più antica lirica italiana è quella, che, sorta circa nel secondo o
terzo decennio del secolo tredicesimo, si chiamò della scuola Siciliana,
perchè ebbe il suo focolare alla corte di Federigo II; e di essa fecero
parte non Siciliani soli, ma anche Pugliesi e Toscani: i più famosi, lo
stesso imperatore Federigo, Enzo suo figlio e Pier della Vigna suo
ministro.
Federigo II fu, giova qui ricordarsene, una delle più grandi figure
storiche del suo secolo. Egli promosse la scienza, protesse i dotti,
difese la libertà dei culti, emancipò i servi, fondò biblioteche ed
università. Questo imperatore che viveva di guerra, di amore e di
scienza, mezzo orientale e mezzo romano, chi crederebbe non dovesse
portare nella poesia tutto l'impeto delle sue passioni? Chi non
crederebbe che, pure ispirandosi ai canti dei trovatori, non dovesse
preferir quelli nei quali bolliva lo sdegno contro il suo terribile
nemico, il papato? E chi non crederebbe ancora che Pier della Vigna,
autore di versi latini ferventi d'ira contro i frati, non facesse
sentire nei suoi versi volgari qualche cosa delle passioni che gli
agitavano il petto? qualche cosa delle vicende a cui si trovò mescolato?
Eppure niente di questo. Federigo II come il suo ministro, come tutti
gli altri rimatori della sua scuola, non furono che languidi imitatori
della poesia amorosa dei Provenzali, e al pari di tutti gli imitatori,
riuscirono peggiori dei loro modelli. Misera cosa, invero, quella nostra
antichissima poesia, scarna, estenuata, gelida, anemica. Nessun impeto
di passione l'agita mai, niun accento individuale vi si può cogliere.
Tutte quelle migliaia e migliaia di rime somiglian tra loro, paiono una
processione interminabile di pallide ombre che ci sfili davanti nel
crepuscolo d'una giornata nebbiosa. La vita, la natura, l'amore, non
danno mai un sussulto di verità a quei verseggiatori noiosi e monotoni,
che spogliati di ogni personalità, scrivono tutti secondo un tipo
comune, girano e rigirano intorno all'eterno tema dell'amore con giuochi
di parole e di concetto, e con un frasario puramente di convenzione;
sbadigliano i loro sospiri a donne che non son donne ma larve; e paurosi
di ogni libero volo, si tengono strettamente afferrati ai loro modelli,
come vacillanti bambini alla gonna materna. L'arte della scuola Sicula
è, come ha detto un moderno, il balbettare infantile della decrepitezza;
e non poteva essere che così. Lo spirito cavalleresco onde era
sbocciata, come fiore a pomposi colori, la poesia provenzale, agonizzava
oramai in tutta l'Europa; la stessa arte trovadorica era giunta a un
periodo di estrema decadenza. La scuola Sicula al difetto
dell'imitazione aggiungeva dunque quello di essere un frutto fuor di
stagione, venuto troppo tardi e avvizzito prima di maturare.
Ma la spinta era data. Se Federigo e i poeti della sua corte amano di
trastullarsi fabbricando stentatamente le stanze delle loro canzoni
dietro le orme dei Provenzali, altri in quella stessa Sicilia risuonante
di quel vaniloquio poetico, porge l'orecchio alla natura immortale, e
compone versi d'amore vigorosamente sentito. La donna sbiadita,
incorporea, insignificante dei rimatori della scuola cortigiana, si
muterà così in una donna nelle cui vene corre vivido il sangue, sulle
cui guancie brillano accesi i colori della salute. La povera castellana
venuta di Provenza in Sicilia a morir d'etisia, cederà il posto alla
donna del popolo non aduggiata dalle ombre crepuscolari di nessuna
scuola, ma cresciuta sotto gli allegri e liberi raggi del sole, pioventi
su lei gioventù e robustezza: un po' troppo veramente plebea e
petulante, che non ha imparato certe raffinatezze e certe ipocrisie
dell'educazione; ma che si presenta sulla scena dell'arte italiana come
la prima che abbia fisonomia, atteggiamenti, parole, non presi in
prestito da nessuno.
Di un'arte popolare sviluppantesi nel mezzogiorno d'Italia insieme
all'arte cortigiana, ci restano varii documenti: il lamento di una donna
che vede partire l'amante per Terrasanta, il pianto di una fanciulla
abbandonata, e, più notabile degli altri, un contrasto tra un uomo e una
donna, dove scattano parole e concetti molto vivaci, dove parla una
passione irruente, senza sottintesi, senza mezzi termini, e che prova
non essere il _realismo_ un'invenzione del nostro secolo. Chi sia
l'autore di questa poesia non sappiamo. I critici che si sono occupati
di storia letteraria lo hanno chiamato ora Ciullo d'Alcamo ora Cielo dal
Camo, e ci hanno scritto intorno pagine e pagine senza fine. Non sono
molti anni che ci fu in Italia una vera alluvione di queste
Ciullomachie. Ma l'alluvione per fortuna è passata, e la poesia resta:
una poesia fresca di sentimento, rude nel suo contenuto e nella sua
forma dialettale, che non ha grande importanza per sè stessa, ma che ci
prova come accanto alla poesia artistica d'imitazione straniera,
un'altra ne sorgesse indigena e originale, la quale s'ispirava alla
realtà ed era eco del sentimento popolare.
Se nel centro d'Italia e nel mezzogiorno la nostra letteratura s'iniziò
con poesie amorose, diversi affatto furono gli atteggiamenti presi
dall'arte nascente nella parte settentrionale del nostro paese. Neppur
là, invero, dovevano mancare i canti d'amore, e qualche povero avanzo ne
è giunto fino a noi. Ma son poca cosa, e più triviale anche del
contrasto Alcamese, tanto triviale che non sarebbe lecito a me dirvene
neppur gli argomenti. Nel nord dell'Italia la più antica poesia preferì
il genere civile, morale, religioso, didattico: non fu lirica, ma
narrativa. Nella regione veneta si ebbe come uno strascico delle canzoni
di gesta francesi; e si imitò l'epopea della Volpe; Girardo Patecchio di
Cremona scrisse (non oso dire poetò) sulle noie della vita e sui
proverbi di Salomone; Ugoccione da Lodi diede ammaestramenti religiosi e
morali in un poemetto d'oltre, pur troppo! duemila versi; un altro
poemetto compose Pietro da Barsegapè sul vecchio e nuovo Testamento;
Giacomino da Verona descrisse l'Inferno e il Paradiso; Bonvesin da Riva
scrisse molte poesie di generi diversi.
Giacomino e Buonvicino furono i maggiori di questi poeti settentrionali,
che adoperarono una lingua avente a base i dialetti veneti, ma forbiti
con intenzione letteraria.
I due poemetti di Giacomino da Verona, frate dell'ordine di San
Francesco, furono certamente scritti per essere recitati al popolo, a
quel popolo stesso che tanto si piaceva delle storie romanzesche, e che
pendeva dalle labbra del giullare quando gli cantava le imprese di
Oliviero e di Rolando.
Il suo paradiso, o com'egli la chiama, la _Gerusalemme celeste_, ha
merli di cristallo, corridoi d'oro, porte di margherite, e alla sua
guardia sta un cherubino colla spada di fuoco. Per mezzo alla divina
città corre un bel fiume, le cui acque danno giovinezza eterna, sulle
cui rive verdeggiano alberi dalle foglie d'oro e d'argento, e crescono
fiori ch'empiono di dolce profumo tutto il paradiso.
Magra descrizione; ma come poteva essere altrimenti? Dove trovare i
mezzi per rappresentare ciò che trascende la natura e il pensiero? Lo
stesso più grande artista non ha a sua disposizione altri colori che
quelli della terra: e Giacomino, poveretto! era tutt'altro che un grande
artista.