qualche ripetizione di quelle parole medesime o press'a poco, noi siam
costretti a starcene in ascolto forse un secolo — un secolo che non ha
per buona sorte il potere d'invecchiarci — perchè il fatto si rinnovi. E
fortunati noi, che insieme col privilegio dell'eternità ci troviamo
avere pur quello, quind'innanzi ancor più necessario, di passare colla
rapidità del pensiero da un luogo all'altro! Per stavolta tuttavia
basterà che ci si trasporti a Roma, sotto le vôlte della basilica
inferiore di San Clemente, sepolta fra le macerie nel 1084 per le
devastazioni di Roberto Guiscardo, e ricomparsa alla luce vent'anni fa.
Fu dunque avanti quell'anno fatale che un cotal “Beno de Rapiza„,
insieme colla moglie Maria, fece ornare le pareti di pitture, che
rappresentano scene della vita del santo titolare, e la traslazione, a
quel che sembra, del corpo di San Cirillo. Tra queste pitture ce n'è
una, dove si vedono tre uomini adoperarsi a trascinare un fusto di
colonna, ed un quarto, rivestito di manto, in atto di comando. Accanto
alle figure si leggono parole che i personaggi hanno da pronunziare:
“Fàlite dereto codo palo, Carvoncelle! — Albertel, trái! — Fili de....
cani, traìte.„ Ho detto “fili de cani„; ma veramente l'espressione non
sarebbe questa; giacchè, ciò che nel secolo XI si poteva scrivere sulle
mura di una chiesa, ritraendo i fasti di un santo, non si potrebbe
sempre nel XIX ripetere in presenza di signore.
Da Roma un volo alla Sardegna; non già perchè vi ci attirino certe
famigerate Carte d'Arborea, che all'olfatto di chiunque abbia un po' di
naso danno odor di tutt'altro che di muffa. Ma di muffa, e di quella
buona, sa il privilegio che tra il 1080 e il 1085 il “judice Mariano de
Lacon„ concede agli “homines de Pisas, per ca„, egli dice, “li sso ego
amicu caru e itsos a mimi„, determinando che nessun comandante che vada
a reggere una certa terra “n'apat comiatu de levàrelis toloneum„. Come?
Si tratta di esenzioni di tributi? Ahimè: scappiam più che di fretta,
chè questi son discorsi proibiti per orecchie italiane!
Ritorniamocene alla terra ferma, e ripieghiamo le ali sopra non saprei
qual punto dell'Umbria, delle Marche, lì d'attorno. Poichè la Pasqua è
imminente, molti sentiranno il bisogno di accostarsi ad un
confessionale. Ed eccomi qui pronto a dar l'imbeccata al penitente o
alla penitente, pur sapendoli ben lontani dall'esser lordi di nessuno
tra certi peccatacci, di cui, s'io ridicessi tutto quel che mi sussurra
un mio suggeritore, dovrei fare la lunga enumerazione: “Domine, mea
culpa! Confessu so ad me senior Dominideu, et ad ma (t) donna sancta
Maria.... de omnia mea peccata ket io feci da lu battismu meo usque in
ista bora, in dictis, in factis, cogitatione, in locutione.... Me accuso
de lo Corpus Domini, k'io indignamente lu acceppi.... Me accuso de lo
genitore meo et de la genitrice mia, et de li proximi mei, ke ce non
abbi quella dilectione ke me senior Domnideo commandao, ecc., ecc.!„
Come si vede il volgare, è chiazzato di latino, cosa che nella chiesa
troppo ben si capisce. Viene ad aversi — e per ragioni non dissimili —
un impasto di linguaggio analogo al dialetto, che stando alle commedie
di Carlo Maria Maggi, solevano parlare nel secolo passato le dame
milanesi:
_Donna Quinzia._
Don Leli, che la sort
Sia tant inviperì
Contro la nostra Casa;
Che il noster sanguu tant limpid fin'adess
S'abbia da intorbidar con altra sfera,
L'è düra; ma giacchè col fier destin
Contrastar non si può,
Convien, stringend i ogg, mandarla giò.
(_Consigli di Meneghino_, Atto I, sc. I).
Finora non s'è avuto che prosa. Chiamiamo versi, per modo di dire,
quelli che si leggevano un tempo sopra l'arcata del coro del Duomo di
Ferrara:
Li mille cento trenta cenqe nato
Fo questo templo a San Gogio donato
Da Glelmo ciptadin per so amore;
E mea fo l'opra Nicolao scolptore.
Versi potranno esser chiamati con qualche maggior ragione quelli del
cosidetto Ritmo Cassinese: forse (pur troppo non s'è ancora trovato
l'appiglio per una datazione sicura) il più antico tra i nostri
documenti volgari che mostri in chi lo compose una certa quale
intenzione e pretesa letteraria. L'interpretazione dà molto filo da
torcere; ma nella somma non par dubbio che per via di un dialogo tra due
personaggi alquanto enimmatici, l'uno dei quali s'è mosso dall'oriente,
l'altro dall'occidente, si miri a staccar gli uomini dalla terra ed a
volgergli alle cose celesti:
Quillo d'oriente pria — altia l'occlu, sillu spia,
Addemandaulu tuttabia, — como era, como gia.
“Frate meu, de quillo mundu bengo:
Loco sejo et ibi me combengo.„
Quillu, auditu stu respusu, — cuscì bonu 'd amurus
Dice: “Frate, sedi josu! — non te paira despectusu;
Ca multu fora coleiusu — tia fabellare ad usu.
Hodie mai plu non andare,
Ca te bollo multu addemandare.„
Ma se qui si vuol “multu addemandare„, di rimanercene a sentire a noi
manca il tempo; chè ci arriva il suono di un altro dialogo assai più
animato, tra gente che desta molto più la nostra curiosità: il trovatore
Rambaldo di Vaqueiras — colui che “Trovò per Beatrice in Monferrato„, il
compagno d'avventure del prode e cavalleresco marchese Bonifazio — e una
popolana di Genova. Il trovatore prega d'amore costei nel tuono ch'egli
è solito usare colle nobili castellane: ma le risposte che riceve sono
ben diverse da quelle a cui è avvezzo. Ascoltiamo un momento. Tradurvi
il provenzale di Rambaldo avrebbe ad esser superfluo. O quando mai un
uomo innamorato, o che tale si finge, ha saputo dire a una donna
qualcosa di nuovo, che tutti e tutte non conosciate a menadito?
“Donna genta et eissernida,
Gaia e pros e conoissens,
Vaillam vostre cauzimens,
Quar jois e jovens vos guida,
Cortezia e pretz s sens
E totz bos ensenhamens;
Per q'ieus soi fizels amaire
Senes totz retenemens,
Francs, humils e mercejaire;
Tant fort me destreinh em vens
Vostr'amors que m'es plazens!
Per que sera jauzimens
S'eu sui vostre bevolens
E vostr'amics.„
“Jajar, voi semegliai mato,
Che cotal razon tegnei:
Mal vignai e mal audei!
Non avè sen per un gato:
Perchè trop me descbazei,
Che mala cossa parei
Nè non faria tal cossa,
Se sia figlio de rei.
Credi vo che e' sia mossa?
Per mia fè, non m'averei!
Se per amor vo restei,
Ogano morrè de frei.
Troppo son de mala lei
Li provenzal!„
E Firenze? — Oh, anche la voce di Firenze ci arriva presto. E qual voce!
“M. CC XI. Aldobrandino, Petro e Buonessegnia Falkoni no dino dare
katunu in tuto libre. lij. per livre diciotto d'imperiali mezani,
arrazione di trenta e cinque meno terza, ke demmo loro tredici di anzi
kalende luglio, e dino pagare tredici di anzi kalende luglio: se più
stanno, a .iiij. denari libre il mese, quando fusse nostra volontade.„
Sicuro: il più antico testo fiorentino è finora il frammento di un
registro di non sappiamo quali prestatori o banchieri, che vediamo
esercitare il mestiere loro, oltrechè in Firenze, a Bologna, per la
fiera di San Procolo, o come qui si dice, “San Brocoli.„ Come si vede,
si prelude assai bene alla condizione di cose per cui più tardi tante
mogli fiorentine “Era_n_ per la Francia nel letto disert_e_„, ma in pari
tempo la città cresceva a meravigliosa ricchezza. Che se di lontano
s'ode altresì lo scroscio della fragorosa rovina del Peruzzi e dei
Bardi, di sotto a quella rovina la prosperità di Firenze riuscirà bene a
sollevarsi.
Non seguitiamo più oltre la rassegna. Era opportuno tender l'orecchio ai
passi mattinieri che rompevano il silenzio della notte ed annunziavano
il giorno; ma ora l'oriente s'imporpora, la vita si ridesta, il rumore
si fa assordante ed altro ci vorrebbe per badare ad ogni cosa. L'Italia
tutta man mano si leva in piedi; ogni volgare, poco o tanto, o bene o
male, o in verso o in prosa, si vien cimentando. Una folla di gente,
sconosciuta per la massima parte, ma tra cui si riesce anche a coglier
dei nomi — quel Cielo da non so che, stato fino a ieri Ciullo d'Alcamo,
Patecchio da Cremona, Uguccione da Lodi, Pietro di Bescapè, fra
Bonvicino dalla Riva, fra Giacomino da Verona, il veneziano fra Paolino,
Ristoro d'Arezzo — ci si stringe dintorno e minaccia di soffocarci.
Ciascuno fa ressa, presentando scritture romane, umbre, toscane, venete,
lombarde, liguri, e che altro so io: svariatamente insomma dialettali,
come in generale sono stati dialettali i pochi saggi avuti finora.
Sta bene: i dialetti dunque si vengono scrivendo ogni giorno più. Ma noi
non ci si contenta di sapere di loro: si vuol anche saper della lingua.
— Per giungere ad essa la strada da percorrere era più lunga ed ardua
d'assai. La lingua, signori miei, è un ideale; e quanto sia faticosa per
l'uomo la ricerca di un ideale, tutti più o meno sappiamo per prova. E
anche la semplice rappresentazione delle cose riesce tutt'altro che
agevole. Come non avrebbe ad essere difficile render conto della lingua
al secolo XIII, se, dopo settecento anni di letteratura, ancora non siam
ben d'accordo cosa questa lingua abbia ad essere?
Cominciamo dal determinar bene la questione. Dicendo _lingua_ per
contrapposto ai _dialetti_, noi intendiamo l'universale di fronte al
particolare; l'unità di contro alla moltiplicità; in termini più chiari,
una forma di linguaggio che si adotti per gli usi del parlar colto e
dello scrivere dagli abitatori di tutta una regione, rinunziando per
cotali usi alla svariatezza delle proprie favelle domestiche.
Orbene: nell'Italia del medioevo un ufficio siffatto continuò per gran
tempo ad adempierlo il latino, e il latino soltanto. Volete avere
un'idea delle condizioni di allora? Ve la possono dare facilmente le
condizioni nostre stesse. Supponete l'Italia molto più ignorante che ora
non sia, e quindi, facendo astrazione dalla Toscana, mettete il latino
al posto dell'italiano. Era esso il linguaggio dei libri, delle scuole,
delle occasioni solenni; esso il linguaggio che ravvicinava e accomunava
da un capo all'altro dell'Italia, per non guardar fuori di casa nostra,
i nativi di qualsivoglia provincia. Ma poi bisognava bene che si avesse
sentore anche di un'unità di favella differente da questa. Le parlate,
varie quanto si vogliano, avevano pur sempre, nella massima parte almeno
della penisola colla Sicilia per giunta, un'affinità così stretta, da
sentirsi membri di una stessa famiglia. Era l'unità del genere, o della
specie; quell'unità che vi fa comprendere sotto la comune designazione
di uomo individui tanto differenti tra di loro. Così l'unità del
linguaggio esiste come a dire in ispirito, prima di essersi potuta
tradurre in atto.
Ma di cotale unità non s'ha meramente il sentore: si prova il bisogno.
Di un linguaggio che non sia già proprio di questa o quella città, ma
che possa dirsi comune, ogni paese che la natura o la storia abbian
foggiato veramente in un tutto, prova vivissima la necessità. Ora, se a
questa necessità provvedeva abbastanza il latino finchè l'Italia
sonnecchiava o alle funzioni più elevate della vita partecipavano
relativamente pochi, così non era più, una volta che la vita s'era fatta
ben altrimenti intensa, con carattere schiettamente laico ed
essenzialmente democratico.
Tutto ciò in un ordine astratto e mai definibile. Concretamente, s'ha il
gran rimescolio prodotto dai commerci, dalle istituzioni religiose,
civili e scientifiche, dalle leghe, dalle guerre, dalle paci. I frati
che lontano dalla loro patria si trovano a predicare a popolazioni cui
sarebbe vano rivolgere la parola in latino, i pellegrini che accorrono
alla tomba degli Apostoli e ad altri Santuari, la moltitudine raccolta
insieme alle fiere, i podestà che con un loro seguito vanno ad
esercitare fuor di casa l'ufficio di supremi reggitori, la folla dei
giovani che trae da ogni parte alla dotta Bologna e ivi s'affratella,
son tanti fattori di ravvicinamento tra le varie parlate, le quali
imparano così a conoscersi a vicenda e acquistano scambievole
familiarità. E i canti che anche allora probabilmente erravano da questa
a quella provincia, e i proverbi che erravan del pari, gli uni e gli
altri subendo bensì nel loro vagabondare una trasformazione, ma una
trasformazione imperfetta, portavano all'opera che si veniva compiendo
un contributo tutt'altro che disprezzabile. E un contributo stragrande
veniva a portarlo il latino stesso, in quanto dappertutto il volgare,
nella bocca, e più assai poi sotto la penna della gente più o meno
colta, tendeva a tenerglisi stretto a' panni. Ne seguivano convenienze
senza bisogno d'accordo: a quel modo che anche oggi il milanese e il
bergamasco di chi ha la familiarità coll'italiano, si assomigliano
maggiormente che il milanese e il bergamasco del popolo rozzo.
Questi non son che bagliori; bagliori, che rendono lo nostre antiche
scritture dialettali assai meno dissimili di quel che sarebbero se
fossero specchio ben fedele delle singole parlate. Ma di bagliori noi
non ci si contenta: vogliamo arrivare a veder la luce. E la luce, per
uno spiraglio, cominciò a penetrare ancor essa di buon'ora. La scuola
poetica, che si suole dir sicula, ma che abbraccia gente di ogni nostra
regione, fu la prima manifestazione letteraria comune a tutta Italia.
Ebbene: stretti com'erano gli uni e gli altri dal pensiero e dall'arte,
imitatori degli stessi modelli provenzali, raggruppati dattorno a una
medesima corte, cui appartenevano o guardavano, quei poeti ebbero ad
avvicinarsi molto tra di loro anche nell'espressione. Quindi, non una
piena uniformità, ma una minore difformità che non s'avesse fuori di
lui. Cosa incomparabilmente più facile da conseguirsi, in quanto, non
solo tutti poetavano unicamente d'amore, ma poetavano movendosi in una
cerchia di idee convenzionali singolarmente angusta.
Così l'apparenza di un linguaggio letterario comune incominciò ad
aversi; e quell'apparenza potè ancora per un certo tempo sembrare
realtà, e realtà da appagarsene pienamente, nientemeno che a Dante. Ma
egli s'ingannava; e il massimo sfatatore delle sue proprie convinzioni
aveva ad essere lui stesso.
Al rigoglio meraviglioso di vita civile, politica, economica che nel
secolo XIII prese ad agitare la Toscana, cominciò a corrispondere un
rigoglio non meno meraviglioso anche in fatto di arte. E l'arte della
parola ebbe ancor essa cultori in gran numero. Alle cause generali del
fenomeno, s'aggiungeva questa: che la Toscana capiva di avere nel suo
linguaggio uno strumento ben opportuno del pensiero; e a ragione
davvero, dacchè nessuna parlata italiana possiede un'egual somma di
pregi esteriori ed intrinseci. Di questa coscienza può esserci indizio
quell'arido frammento di un libro fiorentino di banco di cui v'ho letto
qualche linea. Già nel 1211 — anzi, già qualche decennio più addietro, a
dir poco, dacchè è troppo chiaro che il fatto non principia di lì —
Firenze osava bravamente servirsi del suo volgare per usi che hanno pure
un carattere pubblico. E a questa coscienza di forze corrispondeva
altrove una coscienza di debolezza. In quasi tutta l'Italia
settentrionale, vale a dire nella regione che per molti rispetti non
aveva nulla di certo da invidiare alla Toscana, i dialetti si sentivano
poco italiani — poco latini pertanto — e, vergognandosene in certo modo,
si sforzavano nelle scritture di conseguire coll'artifizio ciò che la
natura aveva loro tolto, e si venivano così ad accostare al tipo di cui
le parlate toscane erano l'esemplare più puro, e geograficamente il più
prossimo a loro. Il più prossimo ed ecco qui uscir fuori una ragione
molto importante ancor essa. La situazione centrale tornava essa pure di
grandissimo vantaggio per la Toscana, e la rendeva più atta d'ogni altra
provincia a esercitar l'impero su tutta la penisola.
La Toscana aveva dunque già molto in suo favore, e già tendeva ad
arrogarsi il predominio ed a vederlo accettato, quando apparve la gran
figura di Dante. Questi cominciò dall'essere, nonchè uomo del tempo suo,
uomo oso dir del passato. Scrivendo la _Vita Nuova_, — intorno al 1292,
— egli non si perita di riprovare coloro “che rimano sopra altra materia
che amorosa.„ Il povero volgare, in cambio di poter spaziare libero
dovunque, dovrebbe contentarsi di starsene chiuso dentro un recinto. Ma
le mura di quel recinto non tardarono ad esser scavalcate anche dallo
stesso Dante, che però, quando appresso, al principio dell'esilio, si
dette a comporre il _De vulgari eloquentia_, segnò confini d'assai più
vasti. Nè qui egli si fermò. Pochi anni più tardi, mosso tra l'altre
cose da un santo sdegno contro i “malvagi uomini d'Italia che commendano
lo volgare altrui„ — il provenzale e il francese — “e lo proprio
dispregiano„, si servirà nel _Convivio_ del volgare nostro per trattare
le più astruse e sottili quistioni scientifiche; e a proposito di questo
volgare proromperà, al termine di una lunga difesa o panegirico, in
quelle parole fatidiche: “Questo sarà luce nuova, sole nuovo, il quale
sorgerà ove l'usato tramonterà, e darà luce a coloro che sono in tenebre
e in oscurità per lo usato sole che a loro non luce.„ Il sole di cui si
presagisce il tramonto è il latino. Come si vede, il nuovo linguaggio ha
acquistato piena coscienza di sè. La fanciulla che finora se n'era stata
timida in gonnelle corte accanto alla madre, s'è accorta che quelle
gonnelle non fanno più per lei, e si rifiuta di portarle più a lungo. La
madre continuerà ad essere circondata di affetto e venerazione; ma si
rassegni ad esser matrona, e non presuma più di adempiere lei le parti
giovanili.
Che la predizione del _Convivio_ si avverasse prontamente, fu opera
dello stesso Dante, il quale giusto allora veniva innalzando uno dei
monumenti più portentosi dell'arte e del pensiero umano: la _Divina
Commedia_. Questa, imponendosi d'un tratto all'ammirazione universale
degl'italiani, decise, senza possibilità di opposizioni efficaci, la
questione della lingua. Ed essa veniva col fatto a risolverla in favore
del toscano non solo, ma proprio del fiorentino, sbaragliando e
dissipando, checchè Dante potesse forse ancora addurre in loro difesa,
le teoriche artifiziose e le troppo sottili distinzioni del _De vulgari
eloquentia_. Ho detto che la lingua è un ideale. La ricerca dell'ideale
aveva stavolta quel più lieto fine che possa mai avere nella vita. Si
rinunziava a cercare più oltre, per stendere le braccia ad una fanciulla
sfolgoreggiante di salute e leggiadria, che, se non era l'ideale, era
più e meglio di esso. Certo ci vollero ancora due secoli perchè la
decisione voluta dalla _Commedia_ avesse pieno effetto; nè cessarono mai
del tutto le resistenze, parte irragionevoli e meschine, ma parte anche
ragionevolissime, e tali da dover dissuadere noi pure dell'acquetarci
nella formola troppo angusta che alcuni — sia pure autorevolissimi —
propugnano. Ma, considerando bene, tutto ciò riguarda semplici
particolari. Quanto alla sostanza, nessun dubbio che la lingua
letteraria dell'Italia non sia stata, non sia, e non voglia quanto mai
desiderarsi che abbia ad essere anche in futuro, la favella di Firenze.
Abbia ad essere: poichè importa moltissimo che il nostro linguaggio non
perda il privilegio invidiabile di poter attingere alle fonti vive del
parlar popolare; e importa altrettanto che queste fonti siano quelle
medesime da cui esso sgorgò e di dove attinse in passato. Solo così il
linguaggio potrà mantenersi durevolmente limpido e fresco. Ora, un certo
qual pericolo sovrasta. L'Italia s'è ricomposta, ha conseguito una
capitale, e quella capitale non è, nè poteva esser Firenze. Essa è
invece la città su cui s'impernia tutta la vita italiana: come s'è
visto, insieme colla vita politica, colla civile, colla religiosa, anche
la vita linguistica. C'è luogo quindi a temere che il centro di gravità
tenda a spostarsi. Contro un pericolo siffatto non vedo quale altro
rimedio possa esserci all'infuori di un fervore di vita intellettuale,
che mantenga a Firenze, così mirabilmente disposta dalla natura e dalla
storia, il carattere di Atene italiana. A quest'opera, sommamente
salutare e benefica, non solo per la patria piccina, ma anche per la
grande, tutti possono efficacemente contribuire. Contribuisca anzitutto
ciascuno col coltivare la mente sua propria. E cooperatrice
efficacissima, anzi indispensabile senz'altro, è a dire la donna. Chè,
ivi non è coltura durevole e schietta, dove la donna non è colta; la
donna, prima educatrice delle nuove generazioni; stimolatrice insieme e
riposo dell'ingegno umano; allettamento e anima di quei ritrovi, per
opera dei quali il pensiero e la parola — ce lo dica la Francia del
passato — possono meglio che con qualsivoglia altro mezzo ingentilirsi e
affinarsi. Ma badi bene la coltura di non lasciarsi salire in groppa
quella odiosa strega che è la pedanteria. Se questo avesse a seguire,
bisognerebbe correre a sbarrare le strade e chiudere il passo anche a
lei. Meglio allora sempre per la donna rimanersene coi pregi che si
trova aver da natura.
APPENDICE.
Sarà, credo, opportuno, ch'io non lasci vagare stampata questa
mia conferenza, senza dire aperto cosa pensi di certe opinioni
messe fuori di recente, alle quali vedo farsi un'accoglienza, che
non avrei immaginato quando parlavo al pubblico della sala
Ginori.
Nel 1884, quell'insigne romanista che è Ernesto Monaci, sostenne,
in un articolo ingegnoso pubblicato nella _Nuova Antologia_ (15
agosto), che il vero focolare della nostra prima scuola poetica,
fosse, nonostante il nome consacrato dall'uso già ai tempi di
Dante, Bologna, non la Sicilia. Ivi si sarebbe primamente fissata
anche la nostra lingua letteraria. Alcuni anni appresso il prof.
Augusto Gaudenzi — uno studioso che dalla sua rocca della storia
del diritto può, bene armato e arredato, far proficue scorrerie
in altri dominii — prima in una rivista (_L'Università_, III, 204
seg.), poi soprattutto in un libro (_I suoni, le forme e le
parole dell'odierno dialetto della città di Bologna_, Torino,
Loescher, 1889), riprese la seconda parte dell'idea del Monaci,
determinandola in modo considerevolmente diverso; e alla teorica
mise per fondamento dati suoi proprii, e antiche scritture, di
cui egli stesso era stato ritrovatore sagace. Stando a lui, la
lingua letteraria avrebbe la sua culla nelle scuole di arte
notarile dell'Università bolognese.
Non è senza meraviglia che alle deduzioni del Gaudenzi ho visto
assentire, dando conto del libro, due cultori valentissimi degli
studi linguistici: il Salvioni (_Giornale storico della
letteratura italiana_, XVI, 378) e il Meyer-Lübke
(_Literaturblatt für germanische und romanische Philologie_, XII,
25). Almeno, che il Meyer-Lübke assenta, mi par chiaro da certe
frasi e dalla mancanza di ogni obbiezione; quanto al Salvioni, il
suo assenso è esplicito, con certi allontanamenti tuttavia.
Mentre cioè per il Gaudenzi la lingua prevalsa a Bologna fu la
toscana, per il Salvioni invece, più ragionevolmente di certo,
era un contemperamento delle varie parlate italiane. Con ciò egli
ritorna all'idea primitiva del Monaci; ma non si perita di dire
che il Gaudenzi “dimostra il fatto in modo ben più sicuro.„
Ora, dove stia codesta dimostrazione, per mia parte confesso
proprio di non capire. Se i testi del Gaudenzi sono assai
notevoli e se è da essere riconoscentissimi a chi ce li ha dati,
i ragionamenti che muovono da essi si trascinano innanzi a fatica
di congettura in congettura e non reggono a un esame, per poco
attento che sia. Bologna, gran fucina di coltura, ha di certo
anche nella storia della nostra lingua un'importanza
ragguardevole; ma ridurre dentro di essa soltanto la formazione
del volgare illustre, è un rimpicciolire il problema; quanto poi
al metterne per l'appunto la nascita nelle scuole di notariato è
un immiserire le cose in modo addirittura compassionevole. Nè si
capisce che si dia tanto peso a Guido Fava, che, se fu bolognese,
scrisse la maggior sua opera in Toscana, e non si pensi a
Buoncompagno, che, toscanissimo e insegnando lettere a Bologna,
tra tante sue opere non ce ne lasciò nessuna in volgare. Ai
documenti del Guadenzi basterebbe contrapporne due soli: da un
lato l'iscrizione di Ferrara, che molto tempo prima ci dà esempio
di un volgare scritto che non è davvero il ferrarese, pur
contenendo elementi dialettali, ed uno emiliano caratteristico;
dall'altro, i frammenti fiorentini del 1211, di cui s'è vista la
portata cronologica. E dov'è la ricca fioritura di carte volgari,
di cui, se la teoria del Gaudenzi fosse vera, noi avremo bene
diritto di far domanda, soprattutto alla sua Bologna? Se il
volgare deve per solito servire ai notai solo per le spiegazioni
verbali alle parti contraenti, non sappiam davvero che importanza
abbia da avere questo ordine di fatti per la fissazione della
lingua scritta.
Ben altro ci sarebbe a dire; ma rimetto l'esposizione a miglior
tempo. Intanto mi basta di aver levato la voce per mettere in
guardia contro di ciò che a me pare un errore non meno grave che
nuovo.
LE ORIGINI DELLA LETTERATURA ITALIANA
DI
ADOLFO BARTOLI