Così al quinto secolo dell'êra volgare il mondo presenta uno spettacolo

davvero invidiabile. Il bel sogno di una lingua universale, ben prima

che dall'inventore e dagli adepti del volapük vagheggiato da

intelligenze veramente sovrane, si poteva dire allora una realtà. La

favella che s'ode sul Tevere, s'ode sul Danubio, sulla Senna, sull'Ebro,

lungo le spiagge settentrionali dell'Africa; quella favella è intesa

negli stessi dominii dell'ellenismo, ai quali d'altronde sono state

sottratte le coste e le isole italiane, e le colonie galliche ed

iberiche, dove il latino non giunge, o non è civiltà, o sono civiltà

appartate e ignorate. E gli effetti di questa condizione di cose si

mantennero poi lunghissimamente, grazie sopra tutto al cristianesimo,

che nell'unità romana trovò una preparazione indispensabile all'opera

sua; e che, innestandosi su di essa, cooperò quanto mai a perpetuare il

latino, qual lingua del culto e della coltura, procacciandogli anche

nuove e ben ragguardevoli espansioni. E lingua del culto essa rimane

tuttavia per quella chiesa che chiama sè stessa “cattolica„, cioè

universale; e ad essere lingua della coltura non rinunzia che

lentissimamente, e ben a malincuore. È un danno di sicuro sotto certi

rispetti; ma è tuttavia una necessità inevitabile. L'amore della vetusta

e poderosa rocca dove gli antenati abbian gioito e sofferto, e dalle cui

feritoie abbiano respinto un tempo Dio sa quanti fieri assalti, non

persuaderà nessuna nostra gentildonna a ridurre là dentro la propria

vita, a meno di trasformare siffattamente ogni cosa da snaturarla

affatto. Da quelle mura, da quelle vôlte scende un gelo che mette un

brivido nelle ossa. Le seggiole, le cassapanche, gl'inginocchiatoi, i

letti su cui posarono le membra le castellane del secolo dodicesimo e

tredicesimo, paiono strumenti di tortura alle nipoti; le quali

d'altronde non trovano tra quelle pareti di che soddisfare a un'infinità

di bisogni, che l'età moderna ha creato ed imposto.

Questo mio discorrervi del latino e della sua propagazione, viene — ben

lo capite — dall'idea di uno stretto legame colla lingua che diciam

nostra, ed anzi in genere colle cosidette lingue romanze: l'italiano, il

francese, il provenzale, il catalano, lo spagnuolo, il portoghese, il

rumeno, e, se non vi adontate, anche l'umile romancio, che tutti, colla

loro stretta somiglianza, rendono ancora l'immagine dell'umanità romana,

e ce ne consentono sempre in parte i benefici. E un legame è così

potente da essersi sempre visto e conosciuto da chiunque, anche in età

tuttora inesperte, ebbe a fissare poco o tanto l'attenzione su questo

soggetto. Di tempo in tempo non mancarono tuttavia certuni, che, senza

proprio mettere fuor dell'uscio il latino, non disposto davvero a

tollerare un trattamento siffatto, lo accompagnarono fin presso la

soglia. Costoro si fecero paladini delle lingue che dal latino si dicono

sopraffatte, costringendo a prendere le loro parti quella sciagurata

creatura che è l'etimologia: una gran dama ridotta spesso a servire a

tutte le voglie. Così mentre vi parlo, quasi immagino di veder qui

apparire Pier Francesco Giambullari, a rintronarci gli orecchi

coll'etrusco, ch'egli beninteso, conosceva anche meno assai — ed è tutto

dire! — di quel che si conosca noi moderni. Ma le beffe toccategli da

Lasca forse lo avranno indotto, se non a mutar idea — giacchè un erudito

che consenta a disdirsi è un po' difficile da trovare — a credere

prudente il tener chiusa la bocca. A ogni modo poi a lui dovrebb'essere

difficile il ricomporre e dare un aspetto presentabile alle sue ossa,

ridotte chi sa in quale stato dentro alla sepoltura più che trisecolare

di Santa Maria Novella. Vero che il modo di risorgere pare averlo

trovato un contemporaneo di Pier Francesco, Gioacchino Perion, che

analogamente sostenne greca — facendosi puntello di Marsiglia, greca di

origine e per più secoli — la derivazione del francese, e l'anima del

quale dev'essere passata nel bollente abate Espagnolle “du clergé de

Paris„, che da alcuni anni scaraventa volumi dietro volumi nel viso di

quella che presume di essere la scienza moderna. Povero Perion! Egli non

deve tuttavia essere troppo contento di questo suo ritorno nel mondo.

Prima o poi bisognerà bene che si stanchi di non destar altro che risa e

che s'accorga di far la figura di un guerriero di Carlo Magno, che con

lancia e mazza tutto vestito di ferro, si gettasse nel fitto di una

nostra battaglia. Continui del resto, se così gli piace, il signor

Espagnolle a rallegrarci colle sue etimologie, degne di tener compagnia

a quelle che per il suo dialetto ebbe ad escogitare il “Varon Milanes„:

“Biot. _Nudo_, _povero_. È tratto dal greco Βιοτος (_sic_),

quale significa la vita e per questo si chiama Biot uno qual ha la vita

solamente....„ “Bobaa. Si usa co' figliuoli piccoli e significa _male_.

Credo veramente sia stato tolto dal greco, ancorchè sia alquanto

corrotto, imperciocchè Βολαῖ appresso i greci _dicuntur dolores

qui sentiuntur in partu_.„ Ma per verità faccio torto al Varon dandogli

un compagno siffatto; che egli è ben lontano dal farneticare quanto

l'abate parigino, del quale d'altronde non ha nemmeno per ombra la

sicumera e la spavalderia.

Abbandoniamo alla loro sorte questi timonieri, che in una notte cupa

guidano la nave a capriccio, dopo aver sdegnosamente gettato in mare la

bussola. Quanto a noi, teniamoci sulla terra dove ci troviam davanti una

strada, resa sempre più solida, sempre più ampia, dalle assidue fatiche

dei lavoratori che si succedono numerosissimi.

Rispetto dunque alla derivazione sostanzialmente latina delle lingue

romanze in generale, e dell'italiana segnatamente, cui nessuno contrasta

il vanto d'essere tra le sorelle quella che più da vicino ritrae le

sembianze materne, non può esserci dubbio se non in chi abbia la

disgrazia di esser cieco d'occhi o di mente. Gli è solo quando si viene

alle particolarità, che dei dissensi erano lecitissimi in addietro e che

in parte sono leciti ancora. Un tempo prevaleva il concetto che i nuovi

linguaggi fossero usciti da una corruzione prodottasi nel latino quando

sopraggiunsero le orde barbariche, e quando la civiltà romana si venne

offuscando e spegnendo. Era naturale, date le conoscenze d'allora, che

si immaginassero le cose in questa maniera; e coloro che pensavan così

ragionavan per solito con miglior logica di taluno, che sostenendo

invece parlato di già l'italiano dal popolo di Roma fin dai tempi della

repubblica, ebbe a scroccarsi (porta in pace la verità, ombra di

Leonardo Aretino!) fama di precursore. Forse che la corruzione del

latino non appariva evidente? Si ficchino gli occhi dentro alle

pergamene notarili del medioevo che ci son pervenute a decine e decine

di migliaia, e che paiono portarci la voce, nonchè d'ogni secolo, d'ogni

anno, d'ogni mese, e pressochè d'ogni giorno. Che sorta di latino è mai

quello! Per non dir nulla del vocabolario, la grammatica è ita tutta a

soqquadro; i casi, le terminazioni, i suoni, la sintassi, ballano una

ridda assolutamente pazza; nessuno sa più, o vuol più sapere quale sia

il suo ufficio, e in cambio di contentarsi di quello, adempie

indistintamente qualsivoglia funzione; insomma, suppergiù uno spettacolo

quale s'avrebbe se un bel giorno ciascuno di noi si destasse dimentico

affatto di ciò ch'egli è; e la moglie mettesse, non solo

metaforicamente, ma proprio anche in realtà, i calzoni del marito; e il

marito entrasse nelle gonnelle della moglie, e così vestito corresse

alla chiesa a dir messa; e il magistrato scendesse in toga a spazzare le

strade, per poi ritornarsene a render giustizia colla granata fra le

mani. O non è questo il caos donde avrà poi ad uscire il nuovo ordine?

Non è, nè poco nè punto. In fatto di lingue realmente parlate il caos

non esiste. Anche il più barbaro, anche il più incolto tra i linguaggi è

regolare nella sua struttura, e irregolare apparisce unicamente a chi

s'è fitto in capo l'idea di volerlo diverso da quel che è. Bensì avviene

— e ciò soprattutto per l'appunto nelle lingue colte, o per opera loro —

che si producano parziali disordini: ma questi non sono tali da turbar

l'armonia dell'insieme più di quel che facciano in musica certe

dissonanze. Perfino nei casi in cui due linguaggi si compenetrino e si

mescolino intimamente, l'uno assume il predominio, l'altro gli si

subordina, ed è un assetto, non uno scompiglio, che viene ad aversi. I

signori anarchici potranno mandare all'aria tutte le istituzioni

sociali; ma nel dominio della favella, del pari che nella natura,

bisognerà che si rassegnino a lasciar imperare dispoticamente la legge.

Però, nessun dubbio che il parlare dei nostri antichi, e nel sesto, e

nel settimo, e nell'ottavo secolo, e giù giù fino al milledugento, non

fosse in sè stesso regolarissimo, non altrimenti da quel che sia ora.

Variamente regolare: non conforme cioè da luogo a luogo, per l'appunto

com'è anche adesso; ma ciò fa meno che nulla, e di ciò s'avrà da toccare

più tardi. Era regolare il linguaggio che usciva dalle labbra dei

cittadini di Venezia, di Amalfi, di Genova, di Pisa, che insieme con

loro correva i mari, intrecciava commerci, stabiliva fattorie,

conquistava terre vicine e lontane; era regolare il linguaggio di

ciascuna delle città lombarde che si stringevono in lega contro il

Barbarossa; regolare il linguaggio delle generazioni oscuramente

gloriose che avevano fecondato e propagato i germi di quelle libertà

comunali, di cui allora s'intraprese la difesa e si conseguì il trionfo;

regolare il linguaggio del popolo di Milano, raccolto a combattere

dattorno al carroccio di Eriberto; e come parlavano una favella regolare

gl'Italiani che si rivendicavano comunque a grandezza e libertà e che

sapevano restituire ai molteplici frammenti della gemma lo splendore che

un tempo era stato nella gemma intera, una favella regolare parlavano

ben anche coloro che s'erano lasciati asservire dai Franchi, asservire

dai Longobardi, e che inermi s'erano ridotti via via in uno stato di

abbiezione.

Quanto alla confusione caotica offertaci dalle carte, non è già una

lingua, bensì unicamente l'effetto dello sforzo di servirsi di una

lingua, che si conosce come Dio vuole. Corrisponde al francese, che

parecchie volte ebbe a richiamare un sorriso sulle vostre labbra, o

signore, all'indirizzo di qualche mal capitato; al tedesco che a me

accade di usare trovandomi in regioni germaniche; all'italiano dei

visitatori stranieri delle nostre gallerie e dei nostri monumenti, e un

pochino altresì a quello che s'ode da bocche lombarde, piemontesi,

liguri, veneziane, napoletane e da quanti insomma, me compreso, non

ebbero fortuna di nascere in questa terra benedetta. Ma fate che il

tedesco parli tedesco, inglese l'inglese, bergamasco il bergamasco,

genovese il genovese, e ciascuno di loro discorrerà corretto, sì da

poter essere nel suo genere un vero testo di lingua. Non altrimenti quei

notai che ci fanno così inorridire coi loro spropositi, eran gente che

nella vita comune, quando nulla li costringeva ad usare un linguaggio

oramai loro estraneo e quando potevano esprimersi liberamente nel loro

particolare dialetto, non commettevano nessuna sgrammaticatura e non

avrebbero fatto la ben minima offesa alla più umile tra le lettere

dell'alfabeto. Sicchè quel loro scrivere ci dice solo due cose: da un

lato, la loro ignoranza del latino, e in genere il difetto d'ogni

coltura, una volta che il latino ne era il solo strumento; dall'altro,

la differenza ben ragguardevole che doveva esserci tra il latino e la

loro favella nativa.

Ma perchè mai costoro non ricorrevano dunque al partito così semplice di

scrivere come parlavano? Forse per quel benedetto vizio che trascina noi

tutti a far ciò che non sappiamo, e che ha per effetto di renderci

ballerini goffi, cantanti stonati, conferenzieri infelici! — Non per

questo, o signori; bensì per la ragione stessa per cui al contadino

lombardo, che, sapendo appena tenere la penna in mano, dall'America o

dall'Australia dà conto di sè alla famiglia, dotta al pari di lui, non

passa nemmeno per il capo di valersi del dialetto suo proprio. Dalla sua

penna il dialetto stillerà ciò non ostante sulla carta: ma suo malgrado

e in una forma mista, ibrida, che se non è italiana, è tuttavia lontana

altrettanto dall'essere schiettamente dialettale. Già, volendo scrivere

il dialetto, egli si troverebbe di fronte ad una difficoltà, da parer

forse lieve finchè solo ci si pensi, ma gravissima invece non appena si

provi: la difficoltà del rappresentare colle lettere i suoni che facili

e spontanei escono dalla bocca. Ma contro questo muro, così arduo da

scalare, egli non arriva nemmeno a dar di cozzo, perchè nella sua mente

scrittura e italiano son due cose da non potersi scindere; quei pochi

scarabocchi che imparò fanciullo nella scuola del villaggio, li imparò

tracciando parole italiane; ogni volta che si mise a decifrare qualcosa

di scritto o stampato — l'avviso esposto al pubblico sulla parete della

casa comunale, il vecchio volume delle Vite dei Santi o la storia di

Bertoldo, il _Secolo_ riportato di città dal suo vicino — fu sempre

coll'italiano ch'egli ebbe a combatterla. Così, un linguaggio che ha

adempiuto a funzioni letterarie mentre era vivo, continua ad adempierle

anche dopo morto; il cadavere mummificato del re defunto è lasciato sul

trono per generazioni e generazioni, e a lui i sudditi continuano a far

riverenza, finchè a poco a poco il bisogno di un signore effettivo e che

possa muovere braccia e gambe, non porti a ribellarsi a quel mero

simulacro. Figuriamoci quanto durevolmente, qui da noi soprattutto, vale

a dire in patria, si dovesse continuare a prestar omaggio al latino, che

aveva dietro di sè un passato così splendido di gloria! Poi, quel tanto

di coltura che rimaneva, e che per scarso che fosse in generale, era ben

lontano dal ridursi a ciò che s'immaginerebbe guardando solo ai notai,

si trovava nelle mani della Chiesa: della Chiesa, cui una lingua da

potersi dire universale riusciva indispensabile, e che questa lingua

aveva trovato nel latino da secoli. Per tal modo nel latino la vita

s'era spenta da un pezzo, e ancora nessuno s'era accorto della morte

sua. Bisognerà venire fino al tempo di Dante, perchè dell'atto di morte

si stenda la minuta, salvo l'esserci poi ancora per quasi due secoli chi

s'arrabbatti per buttare quella minuta sul fuoco. E per Dante stesso

gl'Italiani saranno “Latini,„ e “Volgare Latino„ il loro linguaggio

abituale.

Il loro linguaggio! Ma donde era mai uscito questo linguaggio, se le sue

origini sono latine, e nondimeno esso non è una degenerazione del latino

classico? — Per rispondere bisogna che prenda le cose più di lontano di

quel che sarebbe nei vostri desiderî. Ringraziatemi tuttavia ch'io non

le prenda più di lontano ancora! Quel titolo insidioso di _Origini_ me

ne darebbe il diritto; giacchè quando si discorre di origini ci si trova

nelle condizioni di chi salga un monte, di cui crede via via di vedere

la sommità. Si trascina lassù, e arrivatoci, vede sopra di sè un'altra

cima, che, superata, gli giocherà poi anch'essa il medesimo tiro. E il

monte per lo più è così alto, che il povero ascensore cade a terra

sfinito avanti che gli sia dato di scorgere la cima vera. E quand'anche

poi gli riuscisse alla fine di raggiungerne il piede, essa sorgerebbe

sopra di lui qual roccia inaccessibile, colla vetta perpetuamente

avvolta tra le nubi. Così in questo caso sarei nei miei diritti, se,

chiamato a discorrervi delle origini della lingua italiana, mi mettessi

a parlare delle origini del linguaggio umano.

Non è dunque discrezione il contentarsi ora (non me ne contentai prima!)

di muovere dagli ultimi tempi della Roma repubblicana e dai primordi

dell'imperiale, salvo lo spingere più addietro unicamente qualche

occhiata fugace? Siamo al periodo classico della letteratura latina: a

quello in cui rifulgono Cicerone, Cesare, Livio. Dando ascolto al

parlare di questi grandi, dovremmo subito avvertire una diversità dal

linguaggio delle loro storie, delle orazioni, delle epistole medesime.

La diversità viene in parte da quella tendenza che porta inevitabilmente

chi scrive, anche quando non vorrebbe, ad essere più raffinato che non

sia discorrendo; in parte si deve a ciò, che la lingua scritta è di sua

natura essenzialmente conservativa, e però tende a mantenere una

condizione di cose rispondente al parlare di un tempo trascorso; in

parte è l'effetto di una speciale elaborazione che le lingue subiscono

nella tradizione letteraria, e che già fino dal principio le condusse ad

essere fissate tanto o quanto differenti da quel che fossero nell'uso,

come son fissate le sembianze di una donna non troppo favorita dalla

natura per mano di un artista abile e compiacente. Quest'ultimo punto ha

davvero nella storia del latino un'importanza ragguardevole, sebbene

lontana dall'essere chiarita quanto si desidererebbe. In forza

dell'elaborazione letteraria si restituirono in tutta la loro pienezza

certi suoni, che nel parlare erano oscillanti, o divenuti addirittura

quasi muti. Colori sbiaditi, e anche pressocchè svaniti del tutto,

furono resi alla loro vivezza originaria. Si fece qualcosa di analogo a

quel che si farebbe quand'anche si cominciasse ora soltanto a scrivere

il fiorentino. Poichè si dice _la hasa_, ma _accasa_, _in casa_, si

scriverebbe _casa_ dovunque, come tutti facciamo, senza tener conto

della sorte toccata in certi incontri a quella prima lettera,

gravissimamente malata in Firenze, e morta di già a Pisa e a Livorno,

dove la gente bassa non ha più la _su' hasa_, ma soltanto la _su' asa_.

Sicchè, una prima distinzione dal latino scritto al parlato. Ma poi il

latino parlato era necessariamente vario di esso stesso. Tra il

fiorentino di quante tra voi, o signore gentili, son nate all'ombra del

Cupolone, e quello del popolino di “San Friano„, la differenza non è

piccola. Differenza di suoni, di forme, di vocaboli. O come mai non

sarebbe stato il medesimo a Roma, dove le disparità sociali non erano

minori davvero che presso di noi, e dove il patriziato e la plebe

continuarono a trovarsi a fronte, sicchè si può dire che tutta la storia

interna sia storia della lotta tra queste due classi? Però dal latino

scritto non differiva troppo profondamente quello della gente nobile e

colta; e perchè questa, conservatrice in tutto, tendeva a conservare

anche in fatto di lingua; e perchè la lingua letteraria s'era modellata

su quella de' suoi antenati; e anche perchè sul parlar suo i libri

esercitavano efficacia. Ma le differenze venivano via via aggravandosi

mano mano che si scendesse, e finivano per essere massime quando s'era

fra l'ultimo proletariato. Quindi una moltitudine infinita di varietà,

non altrimenti da quel che s'abbia fra di noi, dove qualcosa di

particolare, per quanto non s'avverta, viene ad esserci nel parlare

d'ogni famiglia, d'ogni singola persona. Queste innumerevoli varietà, e

neppure i loro estremi, non costituiscono neanche per ombra differenti

linguaggi; il latino tutte quante le abbraccia; per sfumature

insensibili noi passiamo da un verde cupo a un verde chiaro, ma il

colore fondamentale è sempre il medesimo.

Ebbene: le lingue cosidette romanze sono — con un arricchimento di voci

straniere e specialmente germaniche non dissimile da quello che s'era

avuto anche per l'addietro, segnatamente da fonte greca — la

continuazione non mai interrotta del latino parlato, e in generale, non

del latino aristocratico e neppure di quello dell'infima plebe, bensì

del popolo di condizione media, accessibile del resto così alle azioni

che vengon dall'alto come a quelle che muovon dal basso. Che proprio sia

così, dice la ragione, dacchè è l'uso dello scrivere, non già del

discorrere, che si viene affievolendo; e confermano mille e mille prove,

in quanto ogni spiraglio che s'apre per un verso o per l'altro sul

latino popolare, ci fa scorgere attinenze coi linguaggi neolatini ignote

al latino delle scritture. Questo latino popolare a poco a poco si venne

in sè stesso trasformando: lentamente prima, finchè la civiltà romana

stette in piedi, abbondarono le scuole, e la letteratura potè avere

un'efficacia ritardatrice; più rapidamente d'assai, una volta che tutto

ciò venne meno. Il fiume che prima si moveva tardo, prese a correre

precipitoso, trovandosi arrivato ad un forte pendio. In questo senso, e

non già in nessun altro, si può dire che la formazione dei nuovi

linguaggi venga a cadere tra il sesto secolo ed il nono od il decimo.

Ma questi linguaggi diversificano tra di loro. O come mai, se sgorgano

da una stessa sorgente? — Trasportato fuori di Roma, il latino dovette

sonare alquanto differente a seconda che se lo appropriavano popolazioni

avvezze ad una favella o ad un'altra: a quel modo che suona diverso

l'italiano, nonchè in bocca francese, inglese, tedesca, in quella dei

nativi di ogni nostra città, di ogni nostro villaggio. La continuità

dell'azione romana, la forte unità, ed i mille contatti, attenuarono per

un certo tempo gli effetti di questa condizione di cose, e poterono

anche dar luogo a una convenienza maggiore e più durevole assai di ciò

che a prima giunta si penserebbe; ma diversità s'ebbero e si mantennero.

Orbene: queste diversità, fattesi assai maggiori una volta che l'impero

cadde in isfacelo e l'unità fu spezzata e accresciuta dal tempo che

permette alla gocciola di scavare la pietra, sono la prima causa che ha

dato origine alla moltiplicità delle lingue e dei dialetti. Insieme se

n'ebbero bene anche altre; ma di fermarci a considerarle da vicino, a

noi manca qui il tempo.

Se v'ho inflitto il supplizio di questa esposizione, col cuore del

chirurgo che taglia le prime sue.... cioè, non sue gambe, non vorrò

certo che v'insudiciate col buttarvi a terra per accostare l'orecchio al

suolo, e sentire il rumore, qui tenue e confuso, più là invece ben

distinto, del torrente che scorre sotto invisibile; e nemmeno,

s'intende, vi farò correre il rischio di slogarvi i piedi e scorticarvi

le mani per venire colà, dove, tra un ammasso confuso di rottami di

rocce, spiando intentamente, si vede spumeggiare qualcosa nel fondo. In

altre parole, non verrò raccogliendo le tracce innumerevoli del volgare

dai monumenti stessi della latinità e dalle scritture dei primi secoli

del medioevo, dove il volgare si rivela, per lo più inconsciamente,

collo spropositare continuo, ma non di rado anche consciamente,

sopratutto nelle denominazioni dei luoghi.

Alla fine, se Dio vuole, un filo d'acqua esce fuori; un filo d'acqua

soltanto, ma più che bastevole per rivelare in modo non dubbio a tutti

quanti i sensi la presenza del sospirato elemento. È il 960, e siamo a

Capua, nel tribunale del giudice Arochisi. Davanti a lui stanno

Rodelgrino Aquinate, e Aligerno abate di Montecassino, contendendo per

la proprietà di certe terre tenute dal monastero. L'abate ha condotto

con sè dei testimoni: Teodemondo, diacono e monaco, Mario, chierico e

monaco, Gariperto, chierico e notaio. E ciascuno di costoro,

separatamente e successivamente, tenendo in mano una pergamena dove sono

indicati i confini delle terre contestate proferisce queste parole: “Sao

ke kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette

parte sancti Benedicti.„ Signori facciamo un inchino ben profondo. È

questa, nella sua gretta povertà, la prima proposizione risolutamente e

volutamente volgare, sia pure con uno sprazzo di latinità ancor essa, in

cui accadde d'imbattersi. La mascherina che finora aveva sempre falsata

la voce, ha avuto un momento di abbandono e ci si è manifestata per ciò

che essa è. Se prima si ostinava a parlare una favella non sua, e della

favella sua vera ci faceva accorti soltanto collo spropositare continuo,

coi costrutti, e con parole e frasi staccate, ora s'è proprio lasciata

andare per un momento a discorrere nel suo linguaggio nativo.

Gli albori della vita Italiana Conferenze tenute a Firenze nel 1890 · 第 18 / 30 段