davvero invidiabile. Il bel sogno di una lingua universale, ben prima
che dall'inventore e dagli adepti del volapük vagheggiato da
intelligenze veramente sovrane, si poteva dire allora una realtà. La
favella che s'ode sul Tevere, s'ode sul Danubio, sulla Senna, sull'Ebro,
lungo le spiagge settentrionali dell'Africa; quella favella è intesa
negli stessi dominii dell'ellenismo, ai quali d'altronde sono state
sottratte le coste e le isole italiane, e le colonie galliche ed
iberiche, dove il latino non giunge, o non è civiltà, o sono civiltà
appartate e ignorate. E gli effetti di questa condizione di cose si
mantennero poi lunghissimamente, grazie sopra tutto al cristianesimo,
che nell'unità romana trovò una preparazione indispensabile all'opera
sua; e che, innestandosi su di essa, cooperò quanto mai a perpetuare il
latino, qual lingua del culto e della coltura, procacciandogli anche
nuove e ben ragguardevoli espansioni. E lingua del culto essa rimane
tuttavia per quella chiesa che chiama sè stessa “cattolica„, cioè
universale; e ad essere lingua della coltura non rinunzia che
lentissimamente, e ben a malincuore. È un danno di sicuro sotto certi
rispetti; ma è tuttavia una necessità inevitabile. L'amore della vetusta
e poderosa rocca dove gli antenati abbian gioito e sofferto, e dalle cui
feritoie abbiano respinto un tempo Dio sa quanti fieri assalti, non
persuaderà nessuna nostra gentildonna a ridurre là dentro la propria
vita, a meno di trasformare siffattamente ogni cosa da snaturarla
affatto. Da quelle mura, da quelle vôlte scende un gelo che mette un
brivido nelle ossa. Le seggiole, le cassapanche, gl'inginocchiatoi, i
letti su cui posarono le membra le castellane del secolo dodicesimo e
tredicesimo, paiono strumenti di tortura alle nipoti; le quali
d'altronde non trovano tra quelle pareti di che soddisfare a un'infinità
di bisogni, che l'età moderna ha creato ed imposto.
Questo mio discorrervi del latino e della sua propagazione, viene — ben
lo capite — dall'idea di uno stretto legame colla lingua che diciam
nostra, ed anzi in genere colle cosidette lingue romanze: l'italiano, il
francese, il provenzale, il catalano, lo spagnuolo, il portoghese, il
rumeno, e, se non vi adontate, anche l'umile romancio, che tutti, colla
loro stretta somiglianza, rendono ancora l'immagine dell'umanità romana,
e ce ne consentono sempre in parte i benefici. E un legame è così
potente da essersi sempre visto e conosciuto da chiunque, anche in età
tuttora inesperte, ebbe a fissare poco o tanto l'attenzione su questo
soggetto. Di tempo in tempo non mancarono tuttavia certuni, che, senza
proprio mettere fuor dell'uscio il latino, non disposto davvero a
tollerare un trattamento siffatto, lo accompagnarono fin presso la
soglia. Costoro si fecero paladini delle lingue che dal latino si dicono
sopraffatte, costringendo a prendere le loro parti quella sciagurata
creatura che è l'etimologia: una gran dama ridotta spesso a servire a
tutte le voglie. Così mentre vi parlo, quasi immagino di veder qui
apparire Pier Francesco Giambullari, a rintronarci gli orecchi
coll'etrusco, ch'egli beninteso, conosceva anche meno assai — ed è tutto
dire! — di quel che si conosca noi moderni. Ma le beffe toccategli da
Lasca forse lo avranno indotto, se non a mutar idea — giacchè un erudito
che consenta a disdirsi è un po' difficile da trovare — a credere
prudente il tener chiusa la bocca. A ogni modo poi a lui dovrebb'essere
difficile il ricomporre e dare un aspetto presentabile alle sue ossa,
ridotte chi sa in quale stato dentro alla sepoltura più che trisecolare
di Santa Maria Novella. Vero che il modo di risorgere pare averlo
trovato un contemporaneo di Pier Francesco, Gioacchino Perion, che
analogamente sostenne greca — facendosi puntello di Marsiglia, greca di
origine e per più secoli — la derivazione del francese, e l'anima del
quale dev'essere passata nel bollente abate Espagnolle “du clergé de
Paris„, che da alcuni anni scaraventa volumi dietro volumi nel viso di
quella che presume di essere la scienza moderna. Povero Perion! Egli non
deve tuttavia essere troppo contento di questo suo ritorno nel mondo.
Prima o poi bisognerà bene che si stanchi di non destar altro che risa e
che s'accorga di far la figura di un guerriero di Carlo Magno, che con
lancia e mazza tutto vestito di ferro, si gettasse nel fitto di una
nostra battaglia. Continui del resto, se così gli piace, il signor
Espagnolle a rallegrarci colle sue etimologie, degne di tener compagnia
a quelle che per il suo dialetto ebbe ad escogitare il “Varon Milanes„:
“Biot. _Nudo_, _povero_. È tratto dal greco Βιοτος (_sic_),
quale significa la vita e per questo si chiama Biot uno qual ha la vita
solamente....„ “Bobaa. Si usa co' figliuoli piccoli e significa _male_.
Credo veramente sia stato tolto dal greco, ancorchè sia alquanto
corrotto, imperciocchè Βολαῖ appresso i greci _dicuntur dolores
qui sentiuntur in partu_.„ Ma per verità faccio torto al Varon dandogli
un compagno siffatto; che egli è ben lontano dal farneticare quanto
l'abate parigino, del quale d'altronde non ha nemmeno per ombra la
sicumera e la spavalderia.
Abbandoniamo alla loro sorte questi timonieri, che in una notte cupa
guidano la nave a capriccio, dopo aver sdegnosamente gettato in mare la
bussola. Quanto a noi, teniamoci sulla terra dove ci troviam davanti una
strada, resa sempre più solida, sempre più ampia, dalle assidue fatiche
dei lavoratori che si succedono numerosissimi.
Rispetto dunque alla derivazione sostanzialmente latina delle lingue
romanze in generale, e dell'italiana segnatamente, cui nessuno contrasta
il vanto d'essere tra le sorelle quella che più da vicino ritrae le
sembianze materne, non può esserci dubbio se non in chi abbia la
disgrazia di esser cieco d'occhi o di mente. Gli è solo quando si viene
alle particolarità, che dei dissensi erano lecitissimi in addietro e che
in parte sono leciti ancora. Un tempo prevaleva il concetto che i nuovi
linguaggi fossero usciti da una corruzione prodottasi nel latino quando
sopraggiunsero le orde barbariche, e quando la civiltà romana si venne
offuscando e spegnendo. Era naturale, date le conoscenze d'allora, che
si immaginassero le cose in questa maniera; e coloro che pensavan così
ragionavan per solito con miglior logica di taluno, che sostenendo
invece parlato di già l'italiano dal popolo di Roma fin dai tempi della
repubblica, ebbe a scroccarsi (porta in pace la verità, ombra di
Leonardo Aretino!) fama di precursore. Forse che la corruzione del
latino non appariva evidente? Si ficchino gli occhi dentro alle
pergamene notarili del medioevo che ci son pervenute a decine e decine
di migliaia, e che paiono portarci la voce, nonchè d'ogni secolo, d'ogni
anno, d'ogni mese, e pressochè d'ogni giorno. Che sorta di latino è mai
quello! Per non dir nulla del vocabolario, la grammatica è ita tutta a
soqquadro; i casi, le terminazioni, i suoni, la sintassi, ballano una
ridda assolutamente pazza; nessuno sa più, o vuol più sapere quale sia
il suo ufficio, e in cambio di contentarsi di quello, adempie
indistintamente qualsivoglia funzione; insomma, suppergiù uno spettacolo
quale s'avrebbe se un bel giorno ciascuno di noi si destasse dimentico
affatto di ciò ch'egli è; e la moglie mettesse, non solo
metaforicamente, ma proprio anche in realtà, i calzoni del marito; e il
marito entrasse nelle gonnelle della moglie, e così vestito corresse
alla chiesa a dir messa; e il magistrato scendesse in toga a spazzare le
strade, per poi ritornarsene a render giustizia colla granata fra le
mani. O non è questo il caos donde avrà poi ad uscire il nuovo ordine?
Non è, nè poco nè punto. In fatto di lingue realmente parlate il caos
non esiste. Anche il più barbaro, anche il più incolto tra i linguaggi è
regolare nella sua struttura, e irregolare apparisce unicamente a chi
s'è fitto in capo l'idea di volerlo diverso da quel che è. Bensì avviene
— e ciò soprattutto per l'appunto nelle lingue colte, o per opera loro —
che si producano parziali disordini: ma questi non sono tali da turbar
l'armonia dell'insieme più di quel che facciano in musica certe
dissonanze. Perfino nei casi in cui due linguaggi si compenetrino e si
mescolino intimamente, l'uno assume il predominio, l'altro gli si
subordina, ed è un assetto, non uno scompiglio, che viene ad aversi. I
signori anarchici potranno mandare all'aria tutte le istituzioni
sociali; ma nel dominio della favella, del pari che nella natura,
bisognerà che si rassegnino a lasciar imperare dispoticamente la legge.
Però, nessun dubbio che il parlare dei nostri antichi, e nel sesto, e
nel settimo, e nell'ottavo secolo, e giù giù fino al milledugento, non
fosse in sè stesso regolarissimo, non altrimenti da quel che sia ora.
Variamente regolare: non conforme cioè da luogo a luogo, per l'appunto
com'è anche adesso; ma ciò fa meno che nulla, e di ciò s'avrà da toccare
più tardi. Era regolare il linguaggio che usciva dalle labbra dei
cittadini di Venezia, di Amalfi, di Genova, di Pisa, che insieme con
loro correva i mari, intrecciava commerci, stabiliva fattorie,
conquistava terre vicine e lontane; era regolare il linguaggio di
ciascuna delle città lombarde che si stringevono in lega contro il
Barbarossa; regolare il linguaggio delle generazioni oscuramente
gloriose che avevano fecondato e propagato i germi di quelle libertà
comunali, di cui allora s'intraprese la difesa e si conseguì il trionfo;
regolare il linguaggio del popolo di Milano, raccolto a combattere
dattorno al carroccio di Eriberto; e come parlavano una favella regolare
gl'Italiani che si rivendicavano comunque a grandezza e libertà e che
sapevano restituire ai molteplici frammenti della gemma lo splendore che
un tempo era stato nella gemma intera, una favella regolare parlavano
ben anche coloro che s'erano lasciati asservire dai Franchi, asservire
dai Longobardi, e che inermi s'erano ridotti via via in uno stato di
abbiezione.
Quanto alla confusione caotica offertaci dalle carte, non è già una
lingua, bensì unicamente l'effetto dello sforzo di servirsi di una
lingua, che si conosce come Dio vuole. Corrisponde al francese, che
parecchie volte ebbe a richiamare un sorriso sulle vostre labbra, o
signore, all'indirizzo di qualche mal capitato; al tedesco che a me
accade di usare trovandomi in regioni germaniche; all'italiano dei
visitatori stranieri delle nostre gallerie e dei nostri monumenti, e un
pochino altresì a quello che s'ode da bocche lombarde, piemontesi,
liguri, veneziane, napoletane e da quanti insomma, me compreso, non
ebbero fortuna di nascere in questa terra benedetta. Ma fate che il
tedesco parli tedesco, inglese l'inglese, bergamasco il bergamasco,
genovese il genovese, e ciascuno di loro discorrerà corretto, sì da
poter essere nel suo genere un vero testo di lingua. Non altrimenti quei
notai che ci fanno così inorridire coi loro spropositi, eran gente che
nella vita comune, quando nulla li costringeva ad usare un linguaggio
oramai loro estraneo e quando potevano esprimersi liberamente nel loro
particolare dialetto, non commettevano nessuna sgrammaticatura e non
avrebbero fatto la ben minima offesa alla più umile tra le lettere
dell'alfabeto. Sicchè quel loro scrivere ci dice solo due cose: da un
lato, la loro ignoranza del latino, e in genere il difetto d'ogni
coltura, una volta che il latino ne era il solo strumento; dall'altro,
la differenza ben ragguardevole che doveva esserci tra il latino e la
loro favella nativa.
Ma perchè mai costoro non ricorrevano dunque al partito così semplice di
scrivere come parlavano? Forse per quel benedetto vizio che trascina noi
tutti a far ciò che non sappiamo, e che ha per effetto di renderci
ballerini goffi, cantanti stonati, conferenzieri infelici! — Non per
questo, o signori; bensì per la ragione stessa per cui al contadino
lombardo, che, sapendo appena tenere la penna in mano, dall'America o
dall'Australia dà conto di sè alla famiglia, dotta al pari di lui, non
passa nemmeno per il capo di valersi del dialetto suo proprio. Dalla sua
penna il dialetto stillerà ciò non ostante sulla carta: ma suo malgrado
e in una forma mista, ibrida, che se non è italiana, è tuttavia lontana
altrettanto dall'essere schiettamente dialettale. Già, volendo scrivere
il dialetto, egli si troverebbe di fronte ad una difficoltà, da parer
forse lieve finchè solo ci si pensi, ma gravissima invece non appena si
provi: la difficoltà del rappresentare colle lettere i suoni che facili
e spontanei escono dalla bocca. Ma contro questo muro, così arduo da
scalare, egli non arriva nemmeno a dar di cozzo, perchè nella sua mente
scrittura e italiano son due cose da non potersi scindere; quei pochi
scarabocchi che imparò fanciullo nella scuola del villaggio, li imparò
tracciando parole italiane; ogni volta che si mise a decifrare qualcosa
di scritto o stampato — l'avviso esposto al pubblico sulla parete della
casa comunale, il vecchio volume delle Vite dei Santi o la storia di
Bertoldo, il _Secolo_ riportato di città dal suo vicino — fu sempre
coll'italiano ch'egli ebbe a combatterla. Così, un linguaggio che ha
adempiuto a funzioni letterarie mentre era vivo, continua ad adempierle
anche dopo morto; il cadavere mummificato del re defunto è lasciato sul
trono per generazioni e generazioni, e a lui i sudditi continuano a far
riverenza, finchè a poco a poco il bisogno di un signore effettivo e che
possa muovere braccia e gambe, non porti a ribellarsi a quel mero
simulacro. Figuriamoci quanto durevolmente, qui da noi soprattutto, vale
a dire in patria, si dovesse continuare a prestar omaggio al latino, che
aveva dietro di sè un passato così splendido di gloria! Poi, quel tanto
di coltura che rimaneva, e che per scarso che fosse in generale, era ben
lontano dal ridursi a ciò che s'immaginerebbe guardando solo ai notai,
si trovava nelle mani della Chiesa: della Chiesa, cui una lingua da
potersi dire universale riusciva indispensabile, e che questa lingua
aveva trovato nel latino da secoli. Per tal modo nel latino la vita
s'era spenta da un pezzo, e ancora nessuno s'era accorto della morte
sua. Bisognerà venire fino al tempo di Dante, perchè dell'atto di morte
si stenda la minuta, salvo l'esserci poi ancora per quasi due secoli chi
s'arrabbatti per buttare quella minuta sul fuoco. E per Dante stesso
gl'Italiani saranno “Latini,„ e “Volgare Latino„ il loro linguaggio
abituale.
Il loro linguaggio! Ma donde era mai uscito questo linguaggio, se le sue
origini sono latine, e nondimeno esso non è una degenerazione del latino
classico? — Per rispondere bisogna che prenda le cose più di lontano di
quel che sarebbe nei vostri desiderî. Ringraziatemi tuttavia ch'io non
le prenda più di lontano ancora! Quel titolo insidioso di _Origini_ me
ne darebbe il diritto; giacchè quando si discorre di origini ci si trova
nelle condizioni di chi salga un monte, di cui crede via via di vedere
la sommità. Si trascina lassù, e arrivatoci, vede sopra di sè un'altra
cima, che, superata, gli giocherà poi anch'essa il medesimo tiro. E il
monte per lo più è così alto, che il povero ascensore cade a terra
sfinito avanti che gli sia dato di scorgere la cima vera. E quand'anche
poi gli riuscisse alla fine di raggiungerne il piede, essa sorgerebbe
sopra di lui qual roccia inaccessibile, colla vetta perpetuamente
avvolta tra le nubi. Così in questo caso sarei nei miei diritti, se,
chiamato a discorrervi delle origini della lingua italiana, mi mettessi
a parlare delle origini del linguaggio umano.
Non è dunque discrezione il contentarsi ora (non me ne contentai prima!)
di muovere dagli ultimi tempi della Roma repubblicana e dai primordi
dell'imperiale, salvo lo spingere più addietro unicamente qualche
occhiata fugace? Siamo al periodo classico della letteratura latina: a
quello in cui rifulgono Cicerone, Cesare, Livio. Dando ascolto al
parlare di questi grandi, dovremmo subito avvertire una diversità dal
linguaggio delle loro storie, delle orazioni, delle epistole medesime.
La diversità viene in parte da quella tendenza che porta inevitabilmente
chi scrive, anche quando non vorrebbe, ad essere più raffinato che non
sia discorrendo; in parte si deve a ciò, che la lingua scritta è di sua
natura essenzialmente conservativa, e però tende a mantenere una
condizione di cose rispondente al parlare di un tempo trascorso; in
parte è l'effetto di una speciale elaborazione che le lingue subiscono
nella tradizione letteraria, e che già fino dal principio le condusse ad
essere fissate tanto o quanto differenti da quel che fossero nell'uso,
come son fissate le sembianze di una donna non troppo favorita dalla
natura per mano di un artista abile e compiacente. Quest'ultimo punto ha
davvero nella storia del latino un'importanza ragguardevole, sebbene
lontana dall'essere chiarita quanto si desidererebbe. In forza
dell'elaborazione letteraria si restituirono in tutta la loro pienezza
certi suoni, che nel parlare erano oscillanti, o divenuti addirittura
quasi muti. Colori sbiaditi, e anche pressocchè svaniti del tutto,
furono resi alla loro vivezza originaria. Si fece qualcosa di analogo a
quel che si farebbe quand'anche si cominciasse ora soltanto a scrivere
il fiorentino. Poichè si dice _la hasa_, ma _accasa_, _in casa_, si
scriverebbe _casa_ dovunque, come tutti facciamo, senza tener conto
della sorte toccata in certi incontri a quella prima lettera,
gravissimamente malata in Firenze, e morta di già a Pisa e a Livorno,
dove la gente bassa non ha più la _su' hasa_, ma soltanto la _su' asa_.
Sicchè, una prima distinzione dal latino scritto al parlato. Ma poi il
latino parlato era necessariamente vario di esso stesso. Tra il
fiorentino di quante tra voi, o signore gentili, son nate all'ombra del
Cupolone, e quello del popolino di “San Friano„, la differenza non è
piccola. Differenza di suoni, di forme, di vocaboli. O come mai non
sarebbe stato il medesimo a Roma, dove le disparità sociali non erano
minori davvero che presso di noi, e dove il patriziato e la plebe
continuarono a trovarsi a fronte, sicchè si può dire che tutta la storia
interna sia storia della lotta tra queste due classi? Però dal latino
scritto non differiva troppo profondamente quello della gente nobile e
colta; e perchè questa, conservatrice in tutto, tendeva a conservare
anche in fatto di lingua; e perchè la lingua letteraria s'era modellata
su quella de' suoi antenati; e anche perchè sul parlar suo i libri
esercitavano efficacia. Ma le differenze venivano via via aggravandosi
mano mano che si scendesse, e finivano per essere massime quando s'era
fra l'ultimo proletariato. Quindi una moltitudine infinita di varietà,
non altrimenti da quel che s'abbia fra di noi, dove qualcosa di
particolare, per quanto non s'avverta, viene ad esserci nel parlare
d'ogni famiglia, d'ogni singola persona. Queste innumerevoli varietà, e
neppure i loro estremi, non costituiscono neanche per ombra differenti
linguaggi; il latino tutte quante le abbraccia; per sfumature
insensibili noi passiamo da un verde cupo a un verde chiaro, ma il
colore fondamentale è sempre il medesimo.
Ebbene: le lingue cosidette romanze sono — con un arricchimento di voci
straniere e specialmente germaniche non dissimile da quello che s'era
avuto anche per l'addietro, segnatamente da fonte greca — la
continuazione non mai interrotta del latino parlato, e in generale, non
del latino aristocratico e neppure di quello dell'infima plebe, bensì
del popolo di condizione media, accessibile del resto così alle azioni
che vengon dall'alto come a quelle che muovon dal basso. Che proprio sia
così, dice la ragione, dacchè è l'uso dello scrivere, non già del
discorrere, che si viene affievolendo; e confermano mille e mille prove,
in quanto ogni spiraglio che s'apre per un verso o per l'altro sul
latino popolare, ci fa scorgere attinenze coi linguaggi neolatini ignote
al latino delle scritture. Questo latino popolare a poco a poco si venne
in sè stesso trasformando: lentamente prima, finchè la civiltà romana
stette in piedi, abbondarono le scuole, e la letteratura potè avere
un'efficacia ritardatrice; più rapidamente d'assai, una volta che tutto
ciò venne meno. Il fiume che prima si moveva tardo, prese a correre
precipitoso, trovandosi arrivato ad un forte pendio. In questo senso, e
non già in nessun altro, si può dire che la formazione dei nuovi
linguaggi venga a cadere tra il sesto secolo ed il nono od il decimo.
Ma questi linguaggi diversificano tra di loro. O come mai, se sgorgano
da una stessa sorgente? — Trasportato fuori di Roma, il latino dovette
sonare alquanto differente a seconda che se lo appropriavano popolazioni
avvezze ad una favella o ad un'altra: a quel modo che suona diverso
l'italiano, nonchè in bocca francese, inglese, tedesca, in quella dei
nativi di ogni nostra città, di ogni nostro villaggio. La continuità
dell'azione romana, la forte unità, ed i mille contatti, attenuarono per
un certo tempo gli effetti di questa condizione di cose, e poterono
anche dar luogo a una convenienza maggiore e più durevole assai di ciò
che a prima giunta si penserebbe; ma diversità s'ebbero e si mantennero.
Orbene: queste diversità, fattesi assai maggiori una volta che l'impero
cadde in isfacelo e l'unità fu spezzata e accresciuta dal tempo che
permette alla gocciola di scavare la pietra, sono la prima causa che ha
dato origine alla moltiplicità delle lingue e dei dialetti. Insieme se
n'ebbero bene anche altre; ma di fermarci a considerarle da vicino, a
noi manca qui il tempo.
Se v'ho inflitto il supplizio di questa esposizione, col cuore del
chirurgo che taglia le prime sue.... cioè, non sue gambe, non vorrò
certo che v'insudiciate col buttarvi a terra per accostare l'orecchio al
suolo, e sentire il rumore, qui tenue e confuso, più là invece ben
distinto, del torrente che scorre sotto invisibile; e nemmeno,
s'intende, vi farò correre il rischio di slogarvi i piedi e scorticarvi
le mani per venire colà, dove, tra un ammasso confuso di rottami di
rocce, spiando intentamente, si vede spumeggiare qualcosa nel fondo. In
altre parole, non verrò raccogliendo le tracce innumerevoli del volgare
dai monumenti stessi della latinità e dalle scritture dei primi secoli
del medioevo, dove il volgare si rivela, per lo più inconsciamente,
collo spropositare continuo, ma non di rado anche consciamente,
sopratutto nelle denominazioni dei luoghi.
Alla fine, se Dio vuole, un filo d'acqua esce fuori; un filo d'acqua
soltanto, ma più che bastevole per rivelare in modo non dubbio a tutti
quanti i sensi la presenza del sospirato elemento. È il 960, e siamo a
Capua, nel tribunale del giudice Arochisi. Davanti a lui stanno
Rodelgrino Aquinate, e Aligerno abate di Montecassino, contendendo per
la proprietà di certe terre tenute dal monastero. L'abate ha condotto
con sè dei testimoni: Teodemondo, diacono e monaco, Mario, chierico e
monaco, Gariperto, chierico e notaio. E ciascuno di costoro,
separatamente e successivamente, tenendo in mano una pergamena dove sono
indicati i confini delle terre contestate proferisce queste parole: “Sao
ke kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette
parte sancti Benedicti.„ Signori facciamo un inchino ben profondo. È
questa, nella sua gretta povertà, la prima proposizione risolutamente e
volutamente volgare, sia pure con uno sprazzo di latinità ancor essa, in
cui accadde d'imbattersi. La mascherina che finora aveva sempre falsata
la voce, ha avuto un momento di abbandono e ci si è manifestata per ciò
che essa è. Se prima si ostinava a parlare una favella non sua, e della
favella sua vera ci faceva accorti soltanto collo spropositare continuo,
coi costrutti, e con parole e frasi staccate, ora s'è proprio lasciata
andare per un momento a discorrere nel suo linguaggio nativo.