Ma non diversamente da tutti gli altri ideali anche quello della povertà

assoluta doveva rompere contro non pochi ostacoli. E l'ordine religioso,

che più tenacemente degli altri gli restò fido, ebbe a patire i più

crudeli disinganni, e ne andò travolto in dissensi e lotte funeste, le

quali composte per poco dall'autorevole voce di San Francesco, non

tardarono a divampare alla di lui morte, e più ancora al tempo del

generalato di frate Elia. Questi, già stato vicario di San Francesco nel

governo dell'ordine, volle erigere in onore di lui un tempio che per

mole e splendore vincesse tutti. E radunate le offerte, che piovevano in

gran copia da ogni parte della Cristianità, dette così vigoroso impulso

ai lavori, che in breve tempo sorse quella mole grandiosa, detta a

ragione il tempio dell'arte rinata. Ivi infatti l'architettura seppe

trarre dallo stile gotico nuovi e meravigliosi effetti; ivi Cimabue

dipinse quegli affreschi, che segnarono il principio della riscossa

contro le tradizioni bizantine e gli detter fama di _tener lo campo

nella pittura_; ivi Giotto tentò più arditi voli, _sì che la fama di

colui oscura_. Ma le meraviglie dell'arte nuova non sedussero gli

entusiasti della povertà, che se avessero potuto avrebbero colle loro

stesse mani distrutto quell'insigne monumento, dove tante ricchezze di

marmi o d'oro eran profuse. E fieramente rimproveravano a frate Elia di

essersi allontanato dalla regola di San Francesco, che vieta

rigorosamente il lusso così nella cella dei frati come nella casa del

Signore; e di avere accettato lasciti e doni, vietati ai seguaci del

santo mendico, e allentati i freni della disciplina, permettendo ai

frati di non vestire il saio di tela di sacco, sdruscito e rattoppato, e

di aver gettato via il bastone del pedestre pellegrino, per cavalcare su

ben pasciute e ben bardate giumente. Così si formarono nel sodalizio

francescano due partiti, l'uno degl'intransigenti, l'altro dei moderati;

l'uno che volea rispettata la regola nella sua rigidità, l'altro che

permetteva temperamenti secondo i bisogni e le convenienze dell'ordine.

La lotta fra i due partiti fu lungamente e fieramente combattuta. Il

moderato rimproverava all'intransigente di mirare alla rovina

dell'ordine, il quale se avesse acconsentito a seguitare la vita oscura

dei primi tempi, sarebbe stato ben presto sopraffatto dagli ordini

rivali, non guardanti così per la sottile. E il partito intransigente di

rimando ritorceva il rimprovero contro i suoi avversarii, accusandoli di

togliere all'ordine il suo carattere proprio, e quell'aureola di

santità, di povertà e di umiltà, principale cagione delle sue fortune. I

moderati che alla salute dell'ordine del convento principalmente

intendevano, presero il nome di _Conventuali_, gl'intransigenti, quando

le dottrine dell'abate Gioacchino furon da loro conosciute ed adottate,

presero altro nome. Perchè secondo le divinazioni a cui accennammo del

profeta calabrese il mondo deve passare per tre età, la prima fu il

regno del Padre, la seconda è quella del Figlio, la terza sarà dello

Spirito Santo. Nella prima dominava l'antica legge, legge del terrore e

dell'odio tra i popoli di cui un solo era l'eletto e gli altri

consacrati all'ira di Jeova; nella seconda domina la nuova legge di

carità e di fratellanza, ma più a parole che a fatti; nella terza infine

la nuova legge riporterà il suo pieno trionfo e sarà intesa non secondo

la lettera ma nel vero suo spirito. Gli uomini, che pur vivendo nella

seconda età anticipano nei loro costumi e coi loro voti la futura,

debbono a ragione dirsi _spirituali_. E spirituali si chiamarono

gl'intransigenti francescani.

Non occorre dire che questi intransigenti si misero con molto amore a

studiare e commentare le opere principali di Gioacchino. E uno di loro,

fra Gherardo di San Donnino, non senza la collaborazione di un generale

stesso dell'ordine, fra Giovanni da Parma, le ripubblicò a nuovo con

introduzione e commenti addimandandole con nome non ignoto a Gioacchino,

l'_Evangelo eterno_, vale a dire l'Evangelo inteso nel suo vero spirito,

e che non perirà come quello letterale dell'età seconda. Questi nuovi

intransigenti, che mescolavano le dottrine della povertà assoluta con le

mistiche dell'abate Gioacchino, miravano come si vede ben più alto degli

antichi. Perchè Gioacchino avea profetato essere per cessare nella terza

età tutte le distinzioni tra clero e laicato, e tutti i figli d'Adamo

dover comporre una società sola informata alla più austera castità e

alla povertà più rigorosa. Dalle quali profezie gl'intransigenti

minoriti non tardarono a inferire che fra non molto la regola loro,

distendendosi ed imperando su tutti, avrebbe trasformato la cristianità

intera in un vasto cenobio francescano. Fortuna per noi che il profeta

calabrese e i suoi seguaci non ebbero la vista lunga, e che il loro

sogno non s'avverasse nè nel 1260, l'anno fatale indicato da Gioacchino,

nè per i secoli che gli successero; e non è probabile per fermo che sia

mai per avverarsi.

Ammesse queste idee apocalittiche, non parrà strano che dal labbro dei

minoriti uscissero contro il clero le stesse rampogne che correvano di

bocca in bocca fra gli eretici del tempo. E la Chiesa se ne insospettì,

nè solo condannò l'Evangelo eterno, ma fece rinchiudere il suo autore in

una perpetua prigione, e il generale frate Giovanni, deposto dal suo

ufficio, fece relegare come in esilio in un lontano ed ignorato

monastero. Ma non per questo furono soppresse le idee spiritualistiche,

le quali ebbero nuovi e arditi difensori in frate Pier di Giovanni Olivi

per la Provenza, e per l'Italia in frate Ubertino da Casale, quello

stesso ricordato da Dante, là ove dice il vero religioso francescano non

essere

... nè da Casal nè d'Acquasparta

Là onde vengono tali alla scrittura

Che l'uno la fugge, l'altro la coarta.

Dante librandosi sui due partiti opposti, lo spirituale rappresentato da

Ubertino, e il moderato dal generale Matteo d'Acquasparta (più tardi

cardinale e legato del papa a Firenze) li condanna entrambi. E

giustamente mette le surriferite parole in bocca a Bonaventura, perchè

questo santo francescano, successo nel generalato a fra Giovanni da

Parma, fu capo d'un terzo partito, che accettava in parte le dottrine

sulla povertà assoluta, ma respingeva affatto le idee Gioacchinitiche e

le conseguenze che ne derivavano. A questo partito si accostarono in

Italia alcuni degl'intransigenti medesimi, i quali, sebbene anch'eglino

avessero fede nelle profezie di Gioacchino, le mettevano in seconda

linea, e quello su cui fortemente insistevano era soltanto la stretta

osservanza della regola. E non che pretendere che tutto il mondo

abbracciasse l'assoluta povertà, confessavano invece che una gran parte

dei minoriti stessi non si sarebbe mai piegata ad adottarle. Domandavan

quindi d'essere riconosciuti come una corporazione a parte, e sottratti

al dominio dei conventuali. Così la pensavano alcuni frati di Toscana

capitanati da frate Enrico di Ceva, ed altri di Romagna guidati da fra

Liberato e frate Clareno. E par che tutti fossero conosciuti sotto il

nome di fraticelli, in quanto per umiltà e nello spirito della regola

francescana si credevano ancor _minori_ dei _minori_, e portavano degli

abiti corti o di rozzo panno, e vivevano una vita austera di stenti e di

sacrifizii.

In seguito alla quale scissura l'ordine francescano andò diviso non più

in due ma in tre parti: i moderati o Conventuali, i seguaci dell'Olivi o

Spirituali, e i seguaci di frate Enrico e di fra Liberato o fraticelli.

Il destino di questi partiti fu diverso. Quando dopo alternative di

trionfo e di disfatte gl'intransigenti furono percossi fieramente da

papa Giovanni XXII, che ordinò di sottoporli all'Inquisizione e di

punire i ricalcitranti col rogo, la maggior parte dei frati si disdisse.

Non in tutti era la stoffa eroica dei quattro di Marsiglia, arsi vivi

nel 1317 per non aver voluto sconfessare le loro dottrine, e a poco a

poco le credenze spiritualistiche cessarono nel primo ordine

francescano, ma si conservarono intere nel terzo, i cui membri vivendo

nel seno delle proprie famiglie erano meno esposti ai sospetti ed alle

minacce.

I terziari in Francia si chiamavano anche beghini e in Italia bizochi o

pinzocheri, e d'allora in poi gli spirituali si tramutarono in beghini,

nè altro nome di lì innanzi fu loro dato, nè altro si trova nei processi

inquisitori che furono aperti contro di loro. È strana la storia delle

parole beghino, pinzochero e bigotto, e vale la pena per il proposito

nostro di toccarla almeno di volo. Al principio si dicevano beghine le

donne raccolte nei ricoveri fondati al tempo delle Crociate da Ugo Le

Bégue. Non prestavano voti solenni, e ciascuna abitava la propria

casetta di una o due camere, nè si riunivano se non in determinate ore

per le preci da recitare in comune. Anche oggi esistono simili case nel

Belgio, disposte in bell'ordine intorno a un oratorio centrale, e si

dicono anche oggi _beguinages_. Nel secolo XIII dopo la creazione degli

ordini mendicanti, quando si pensò a restringere il numero delle

corporazioni religiose cresciuto a dismisura, le beghine e i beghini

surti sul loro esempio si ascrissero all'ordine terziario o di San

Francesco o di San Domenico. E poichè il numero degli ascritti al

francescano era maggiore, beghino divenne presso a poco sinonimo di

terziario francescano, come in Italia e in Toscana le parole di

oscurissima etimologia bizochi e pinzocheri. Più tardi si diffusero

presso i beghini e i bizochi le idee poco ortodosse degli spirituali

minoriti nel mezzogiorno della Francia e in Italia, e degli Almariciani

o fratelli del libero spirito nel Belgio e nella vicina Germania, e

allora beghina e bizoco o pinzochero divenne presso a poco sinonimo di

eretico, come appare dalle bolle di scomunica di Bonifacio VIII, di

Clemente V e di Giovanni XXII. E la stessa sorte toccò al nome

_begutten_, o _begotten_ trasformazione tedesca dello stesso vocabolo

beghine. Oggi bigotta, beghina e pinzochera non vuol dire più la

terziaria o francescana o domenicana che sia, nè l'eretica spirituale o

begarda, ma invece si adopera per indicare la donnicciuola più

superstiziosa che religiosa, che vive più in chiesa che in casa, e

snocciolando rosarii non è mai stanca di biascicar preci senza

intenderle.

Più fortunosa ancora è la storia della parola fraticello. Al principio,

come vedemmo, s'applicava per antonomasia a quella parte dei

Francescani, che volean vivere conforme alla più rigida regola, ed erano

tenuti in tale voce di santità, che due di loro, frati Liberato e il

Clareno furono beatificati dalla Chiesa, e le loro idee sulla necessità

della separazione delle due parti rivali dopo molte persecuzioni

trionfarono alla fine nel 1368 per opera di Paolo dei Trinci, il vero

fondatore dei frati dell'osservanza. In seguito fraticelli furono detti

quegli eretici che al paro dei beghini credevano: il papa non potere nè

dichiarare nè attenuar la regola, perchè, dicevano, la regola è

intangibile come il Vangelo di Cristo, e fu rivelata a San Francesco

dallo stesso Spirito Santo. Infine, quando Giovanni XXII per tagliare il

male dalla radice, con bolla del 1323 dichiarò solennemente non essere

la povertà nè la sola nè la vera virtù evangelica, furon detti

fraticelli coloro che resistendo al papa sostenevano non essere a lui

lecito di revocare le sentenze dei suoi predecessori, e cadere in

iscomunica e non dovergli obbedire in nessun modo quando tanto osi.

Questi fraticelli, non ostante le più attive persecuzioni, di cui avanza

un noto ricordo nella descrizione del supplizio di fra Michele da Calci,

perdurarono per molto tempo, ed a Firenze principalmente attecchirono

così tenacemente che il Comune fu obbligato d'inserire nei suoi statuti

uno speciale capitolo contro di loro. Tutto questo movimento vi mostra

di nuovo a chiare note come sia breve il passo dal più rigido ascetismo

all'eresia.

E la stessa conclusione s'ha da trarre ove s'attenda ad un'altra eresia

medioevale, quella degli _apostolici_ fondati da Gherardo Segalelli e

continuata da fra Dolcino da Novara. Questi eretici pensavano la vita

degli ordini mendicanti non essere conforme a quella degli apostoli, che

non si riunivano in cenobi, nè formavano una vera comunità, ma ciascuno

di essi senza pane e senza tetto andava per la sua via di città in città

predicando l'Evangelo. Nè vestivano di nero ma di bianco, nè si radevano

la barba ma la portavano lunga ed incolta, e nei loro pellegrinaggi non

impedivano che le donne si accompagnassero con loro, anzi parecchi di

essi menavan seco le mogli e i figliuoli. Per queste ragioni il

Segalelli, e più ancora fra Dolcino, pur accettando le idee

Gioacchinitiche, sostenevano non essersi inaugurata cogli ordini

mendicanti un'êra nuova della storia, ma in essi invece dover finire

l'antica, alla cui corruzione tutti, i minoriti non meno degli altri,

prendevano larga parte. E non dubitavano di profetare che fra non molto

s'inaugurerà una quarta età del mondo col trionfo dei nuovi apostoli,

che il nemico dei papi, Federico d'Aragona, salendo sul soglio

imperiale, dovea porre a capo di tutti i Cristiani. A differenza degli

altri eretici contemporanei gli Apostolici sembra non inculcassero nè

tenessero in gran pregio il celibato. E il loro stesso capo fra Dolcino,

convertita in Trento un'educanda _umiliata_ a nome Margherita, la fece

sua sposa e l'ebbe sempre al suo fianco intrepida ed amorevole compagna.

Non fa d'uopo dire che la setta degli Apostolici fu perseguitata non

meno vigorosamente delle altri rivali. E quattro dei più riottosi e lo

stesso capo, il Segalelli, furono bruciati vivi nel 1300, e frate

Dolcino potè appena campare con tremila dei suoi negli aspri e

invalicabili gioghi di Val Sesia, dove per parecchi anni tenne testa

alla crociata che a nome di Clemente V il vescovo di Vercelli gli aveva

bandita contro. Senonchè alla fine i Crociati non potendo sopraffare gli

eretici col ferro, si decisero di prenderli per fame, facendo il vuoto

intorno a loro e distruggendo per larga distesa i campi e i villaggi,

dove avrebbero potuto rifornirsi di viveri. Così i giorni di resistenza

erano contati, ed a ragione Dante con postuma profezia cantava:

Or di' a fra Dolcin dunque che s'armi

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Sì di vivanda che stretta di neve

Non rechi la vittoria al Novarese.

La vittoria infatti, dopo tanti rovesci non si fece lungamente aspettare

ai Crociati, che dato l'ultimo assalto, molti degli eretici passarono a

fil di spada, ed altri trassero prigioni, tra i quali lo stesso fra

Dolcino e Margherita, che anche negli ultimi momenti non volle da lui

separarsi. Ed entrambi senza proferire un grido patirono le più crudeli

torture, ed ebbero le carni a brani a brani dilacerate da tenaglie

roventi, e più morti che vivi furono dati alle fiamme.

Nello stesso anno 1260 in cui erano sorti gli Apostolici, e da tutti si

aspettava trepidando la tremenda catastrofe profetata da Gioacchino, un

altro moto ebbe principio, quello dei Flagellanti. Anche prima di quel

tempo s'erano adoperate le fustigazioni sulla nuda carne dapprima

soltanto come pena pubblica per certe specie di misfatti, e poscia come

specie di espiazione o mortificazione volontaria. E fin dal 1233 si

narra di gente che, uscendo dalle prediche di Sant'Antonio da Padova si

percuoteva sulle pubbliche vie per penitenza dei proprii peccati.

Numerose torme di devoti vestite di bianco andavano in processione da

una città all'altra, flagellando le nude spalle, e cantando pie _laudi_

non nel latino della Chiesa, ma negl'idiomi volgari. Dovunque

capitavano, ogni negozio e pubblico e privato era sospeso, i partiti

politici facevano tregua e promettevano di riconciliarsi in perpetuo, e

di null'altro si davan cura e uomini e donne fuorchè del far penitenza

in attesa delle terribili calamità che doveano precedere il rinnovarsi

del mondo. Il _pœnitentiam agite_ o volgarmente penitenzagite era

stato anche il grido del Segalelli, e non tarderà molto che la Chiesa

avrà in sospetto queste insolite e spasmodiche esplosioni del sentimento

religioso, e se non i primi, certo i posteriori flagellanti furono

accusati di eresia e sottoposti anch'essi all'Inquisizione.

Intorno allo stesso tempo infine si propagò un'altra setta ereticale,

quella dei Guglielmiti che riguarda più da presso voi, mie longanimi

uditrici, come l'unico esempio che s'abbia in quell'età di sovvertimento

religioso iniziato dal sesso gentile. A capo di questa setta fu una

donna di sangue regale a nome Guglielma, figlia della regina Costanza di

Boemia e venuta in Milano per diffondere la sua dottrina. Ai suoi fedeli

si annunziava come l'incarnazione dello Spirito Santo, sceso anche lui

come il Figliolo sulla terra per fondare la nuova religione spirituale,

che dovrà tenere dietro al Cristianesimo. La banditrice di queste

dottrine, fornita di parola eloquente e di non comune coltura, seppe

guadagnare alla sua causa parecchi seguaci, fra i quali alcuni preti e

una Menfreda o Maifreda parente a quel che pare dei Visconti. Forse a

cagione del nobile lignaggio e delle potenti amicizie e delle condizioni

politiche del Milanese non fu molestata Guglielma finchè visse, e nel

1281 quando morì le furono resi solenni onoranze. Ma quando Maifreda

pensò di succederle nell'apostolato, e non dubitò di celebrare la messa

e di spezzare il pane eucaristico ai suoi fedeli, l'Inquisizione se ne

mescolò. E non solo Maifreda e un suo compagno, Andrea Seranita,

perirono sul rogo, ma furono bruciate e disperse al vento le ossa di

Guglielma, che da più di diciotto anni riposavano in ricco mausoleo

nell'abbazia di Chiaravalle.

Ed ora dopo che i nomi e le dottrine di tante sette ereticali abbiamo

ricordate, ci sia lecito domandare qual valore ha tutto questo moto

religioso nella storia dell'umanità? Che non fosse un moto superficiale

lo prova il fatto della sua lunga durata e dei terribili espedienti a

cui si dovè ricorrere per distruggerlo. Noi guardiamo il Medio Evo sotto

una falsa luce quando lo presentiamo come l'êra della più rigida ed

universale unità di fede che siasi data al mondo. Tutto al contrario

quando la fede è viva, come fu nel Medio Evo, quando il problema

religioso agita migliaia di anime, le soluzioni che se ne porgono, non

sono nè possono essere uniformi. Anche nella religione come in tutte le

opere dello spirito, più ancora che in quelle della natura, la lotta è

una condizione di vita. Ed aspra e terribile fu la lotta che sostennero

le diverse sette ereticali, e nessuna dette quartiere all'altra, e tutte

produssero a dovizia e martiri ed eroi. Perchè dunque il movimento

religioso del Medio Evo non perdurò? Perchè le sette ereticali l'una

dopo l'altra, disparvero pressochè tutte in un oblio tanto più profondo,

quanto più rigogliosa ed agitata fu la loro vita? La ragione principale

a prescindere da parecchie altre che carità per voi mi vieta di esporre,

sta in quello che dissi fin dal principio, che cioè la maggior parte

delle sette ereticali del Medio Evo era informata ad uno spirito

d'intolleranza ed esagerazione ascetica e qualunque di esse fosse stata

vittoriosa, avrebbe mosso alla famiglia, allo Stato e alla coltura una

guerra più rovinosa e implacabile che alla Chiesa stessa. Per dirla in

una parola sola, l'eresia medioevale, procedendo a ritroso del progresso

dello spirito umano, ragion voleva che nel rifiorire dell'umanesimo, non

che prosperare, andasse ferita a morte. All'intristire delle sette

ereticali del Medio Evo una sola eccezione si conosce, e ci è porta

dalla Chiesa valdese, la quale però solo per questo seppe sfuggire al

fato inesorabile della storia che, messi da parte i vecchi ideali di

povertà e di astinenza, non dubitò di attingere nuovo spirito e

indirizzo nuovo dalla nascente Riforma.

LE ORIGINI DELLA LINGUA ITALIANA

DI

PIO RAJNA

L'argomento che mi rassegno a trattare tocca signore e signorine più da

vicino di quel che forse non credano. No davvero — guai a me se neppur

ci pensassi! — per via dell'opinione, tutta mascolina, che attribuisce

alla donna una predilezione particolare per l'esercizio di quel prezioso

strumento che è la lingua. I motivi miei sono di natura ben differenti.

Mi s'affaccia quel luogo della _Vita Nuova_ (§ XXV), dove Dante afferma

che “lo primo che si mosse a dire siccome potea volgare si mosse perchè

volle fare intendere le sue parole a donna„ — alla donna del suo cuore —

“alla quale era malagevole ad intendere le parole latine.„ Che se qui

s'ha a fare con un'idea personale, dove la critica inesorabile anche coi

grandi e coi massimi, trova che al vero è frammisto l'errore, Dante non

immagina nè argomenta — ripete ed osserva — quando per bocca di Guido

Guinizelli designa coll'epiteto di “materno„ il nostro linguaggio,

insieme con uno de' suoi stretti parenti d'oltralpe:

O frate, disse, questo ch'io ti scerno

Col dito (e additò uno spirto innanzi)

Fu miglior fabbro del parlar materno.

(_Purg._, XXVI, 115.)

“Parlar materno„: quello che il bambino impara dalle labbra di chi, dopo

avergli dato la vita, “vegghia „, per dirla ancor con Dante, “a studio

della culla„ sua, ne regge i primi passi, ne desta con pazienza

instancabile le facoltà intellettive. Così la nuova favella ci viene

innanzi doppiamente illuminata dal sole dell'amore: dell'amore nella più

intensa e nella più santa delle sue manifestazioni.

Dichiaratamente nelle parole della _Vita Nuova_, tacitamente eppure in

modo altrettanto sicuro in quell'epiteto di “materno„, che suppone di

necessità qualcosa che materno non sia, di fronte al volgare sta la

lingua latina. Se ne sta maestosa, superba di una nobiltà due volte

millenaria, che nell'ordine suo non ha assolutamente l'uguale. La sua

storia è la storia stessa di Roma. Al pari di Roma e insieme con lei il

latino prese le mosse da principii umili ed oscuri, e a poco a poco

arrivò ad una grandezza da sbalordire. Non era già nemmeno all'origine

il linguaggio di Roma soltanto. Prima ancora che presso alle rive del

Tevere sorgessero sul Palatino i tugurii destinati a diventare un giorno

i palazzi dorati degl'imperatori, la favella che qui aveva a rimbombare

sonava in altre parti del Lazio, più salubri e più fertili. E il Lazio

continuò sempre a parlar latino, e il latino non cessò mai di chiamarsi

così, vale a dire per l'appunto “lingua del Lazio„. Ma cosa importa mai

ciò? Solo in quanto era la lingua di Roma, il latino si venne estendendo

fuori del suo proprio territorio. La conquistatrice del mondo fu Roma,

non il Lazio, che al pari del resto dovett'essere domato e conquistato

ancor esso. E il latino che si propagò, fu il latino quale s'era venuto

foggiando e modificando dentro nella città, la quale, alla stessa

maniera come nel rimanente, dettò la legge anche per ciò che riguarda il

linguaggio. Però il parlare elegante fu detto “sermo urbanus„, parlar

cittadino, intendendo per “urbs„ la città per eccellenza: Roma, e

nient'altro che Roma.

È una storia meravigliosa quella della conquista romana: compiuta passo

passo attraverso a fiere dissensioni interne ed a rivolgimenti non

pochi, con una tenacia ed una coerenza rare a trovarsi negli individui,

e che qui viene ad aversi in un popolo, per una serie interminabile di

generazioni. Ma non è troppo meno meravigliosa neppure la storia della

propagazione del latino. La conquista linguistica tien dietro alla

politica: la rafferma, e le mette il suggello. E le due conquiste hanno

un'intima analogia. Politicamente, la conquista viene ad essere come un

immenso dilatarsi della città, e l'effetto suo finale si riassume nella

qualità di cittadino romano conferita alle genti che s'erano via via

soggiogate, soffocando a poco a poco il sentimento, così vivo un tempo,

delle molteplici nazionalità. _Urbem fecisti qui prius orbis erat_, — tu

facesti città ciò che prima era il mondo, — dice al principio del quinto

secolo un Gallo, Rutilio Namuziano (1, 66), con un gioco di parole che

racchiude un concetto sublime. E nell'ordine linguistico, abbiamo il

linguaggio di questa nostra medesima città che si va facendo comune a

una immensa estensione di terre, e che colla sua voce tonante prima

impedisce che s'odano, e poi riduce ad ammutire una moltitudine infinita

di parlate, e non già unicamente di parlate rozze ed incolte. Solo il

greco, grazie alla portentosa civiltà di cui era stato ed era tuttavia

strumento ed espressione, potè mantenersi prospero, pur dovendo

rassegnarsi ancor esso a vedersi mozzati quei rami che sporgevano ben

rigogliosi sul suolo occidentale.

Questa meravigliosa unificazione della favella fu possibile appunto per

via della trasformazione che il sentimento della nazionalità venne a

subire dovunque, se non in tutti; le genti più disparate si condussero a

parlare a somiglianza dei Romani, non solo perchè ciò riusciva

praticamente utile sotto molti rispetti, ma anche per il motivo che il

chiamarsi Romano — Romano, si badi bene, non Latino, nè altra cosa — era

per ciascuno argomento d'orgoglio. Dentro ad ogni animo s'avevano, più o

meno in confuso, sentimenti analoghi a quelli coi quali ineggia a Roma

Claudiano, un nativo della greca Alessandria; a Roma “della quale„, egli

dice (_De cons. Stil._, III, 131), “nulla in terra di più eccelso

ricopre il cielo;.... madre dell'armi, madre delle leggi, che stende su

tutti il suo impero, prima culla al diritto. Quest'è colei che nata in

angusti confini, mosse all'uno e all'altro polo, e allargò le mani

quanto è il corso del sole;.... quest'è colei che sola accolse nel suo

grembo i vinti, e carezzò il genere umano con un unico nome, madre, non

signora; e chiamò concittadini coloro che aveva soggiogato; e le cose

lontane congiunse con vincolo pio. All'opera sua pacificatrice noi tutti

dobbiamo che in paese straniero siam come in patria: che ci è lecito

mutar sede; che.... penetrare in ciò ch'era un tempo spaventosa

solitudine, è divenuto un gioco; che ora beviamo il Rodano, ora

l'Oronte; che tutti siamo un sol popolo.„ _Quod cuncti gens una sumus!_

Del linguaggio Claudiano non parla: ma quanto sia grande l'efficacia sua

nel fare che si senta di essere un popolo solo, sa l'Italia unita, e

meglio ancora sapeva l'Italia divisa e fatta a minuzzoli.

Gli albori della vita Italiana Conferenze tenute a Firenze nel 1890 · 第 17 / 30 段