revocare in dubbio, altri potrebbe scoprire qualche non lontana analogia
tra il movimento ereticale e la riforma degli ordini monastici,
principalmente in quel torno di tempo, di che io debbo intrattenervi,
vale a dire nel corso dei secoli decimosecondo e decimoterzo. In primo
luogo gli ordini monastici non dissimulavano la loro posizione al clero
secolare, il quale nella confusione ognor crescente del principato
civile con la dignità ecclesiastica, sempreppiù si allontanava dai
precetti del Vangelo; e non solo il papa aveva un dominio temporale, ma
molti vescovi, specie in Germania, erano anche principi dell'impero; e
non di rado quella mano che doveva levarsi a benedire collo stesso segno
di croce amici ed inimici, brandiva la spada contro gli stessi fedeli.
Di siffatto tralignamento mondano e del fasto e della corruzione del
clero si facevano denunziatori e giudici principalmente i fondatori di
nuovi ordini religiosi che predicavano doversi le anime schive e
disdegnose ritrarre nel silenzio dei chiostri, per praticare quelle
virtù evangeliche, che nel fragore delle armi e nel lusso di una vita
mondana e vescovi e prelati avevano smarrite. L'ostilità tra il clero
secolare e i nuovi ordini religiosi, principalmente al sorgere dei frati
mendicanti, crebbe a tal segno che un eminente professore
dell'Università parigina, Guglielmo di Sant'Amore, pubblicò contro di
loro un'amara invettiva, intitolata: “Dei pericoli dei tempi novissimi„,
dove rimbeccando i novatori, sosteneva il vero flagello della Chiesa
essere appunto quei sodalizi frateschi, che scemando il prestigio delle
antiche istituzioni, tornavano come minaccia ed offesa permanente alle
più alte autorità ecclesiastiche. Il papa Alessandro IV impose silenzio
all'audace polemista, e solennemente condannò il libro pericoloso, ma la
lotta non ismise per questo, e più tardi fu rinnovata con ben altro
successo.
Ma oltre a questo carattere polemico, un altro tratto è da rilevare
nelle riforme degli ordini religiosi, che con rapida vicenda si
succedevano tra il secolo decimosecondo e il decimoterzo; ed è il
rigoroso ascetismo. L'ordine principale della Cristianità, fondato nel
secolo VI da San Benedetto, non avea portato quei frutti che il pio
fondatore ne sperava. Certo a nessuno può cadere in mente di negare i
meriti dell'ordine benedettino, che in tempi di buia ignoranza seppe
conservare la tradizione della coltura, e glorificò il lavoro manuale
quando da tutti era tenuto a vile, e più volte difese i vinti dalle
prepotenze dei barbari vincitori; ma non si può d'altra parte
contrastare che avendo quell'ordine accumulate enormi ricchezze, deviò
siffattamente dalla semplicità ed operosità primitiva che non mancavano
nell'ordine stesso voci di severe rampogne, e molti tentativi di riforma
si alternarono a brevi intervalli.
Tralascio le riforme di San Romualdo che nel 1012 fondò l'ordine dei
Camaldolesi, e quella di San Brunone che nel 1085 fondò l'ordine dei
Certosini, perchè l'uno e l'altro, pur conservando la regola di San
Benedetto, fecero ritorno alla disciplina più austera degli antichi
eremiti della Tebaide. Ma anche quelli che più strettamente si tennero
all'istituzione benedettina, come Guglielmo di Aquitania che fondò la
celebre abbazia di Clugny nel 909, e più tardi San Bernardo che nel 1115
aperse quella ancor più celebre di Chiaravalle, intendevan tutti di
richiamare i loro confratelli ad una più rigida osservanza della Regola.
Nè diverso fu il pensiero del calabrese abate Gioacchino, che ancor più
severa riforma aveva inaugurata nelle alpestri solitudini di San
Giovanni in Fiore, e maggiori e più copiosi frutti se ne imprometteva,
perchè nell'ardente fantasia vedeva prossima una terza età del mondo, in
cui non solo l'ordine benedettino, ma la cristianità tutta andrebbe
radicalmente riformata.
Di queste teorie gioachinitiche discorreremo a suo tempo. Per ora
tornando al nostro proposito, dico che i due caratteri del movimento
riformatore dei cenobii, l'opposizione contro il clero non pure secolare
ma regolare e il rigido ascetismo, sono altresì le molle più potenti
dell'eresia medioevale. Perchè non s'ha da credere che l'eresia
medioevale nella maggior parte delle sue forme si opponga alla Chiesa
stabilita per vendicare, poniamo, o la libertà della coscienza o
l'autonomia dello Stato, o per ridare alla natura ed alla vita quei
diritti, che l'ascetismo le aveva tolti. Tutto al contrario l'eresia
medioevale è più ascetica dello stesso Cattolicismo. E per questo lo
combatte e l'assale da più parti, perchè non lo crede abbastanza
agguerrito contro i tre nemici dell'anima, il mondo, il demonio e la
carne. Questa comunanza d'intendimenti tra i riformatori e gli eretici,
per quanto parziale e momentanea, rende ragione del fatto stranissimo
che alcune eresie prendano le mosse da movimenti al principio non
ereticali, anzi protetti e incoraggiati dalla Chiesa. Così i Patarini,
che negli editti di Federico II sono accomunati colla peggior genìa di
eretici, nel secolo XI non erano altro se non il clero minore milanese,
che sotto l'inspirazione dei papi insorgeva contro gli abusi e le
rilassatezze del clero maggiore. Anche oggi si chiama a Milano dai
Patari una contrada, dove abbondano i patari, o rivenduglioli di roba
usata. L'italiano _rigattiere_ non esprime tutto il disprezzo che si
collega col _patari_ o _patee_. E appunto patari o patarini furono
denominati i membri del basso clero che ardivano di muover guerra
all'alto, nome che sulla bocca degli uni poteva suonare scherno o
dileggio, ma sulla bocca degli altri era titolo di gloria o per lo meno
di cristiana umiltà. Certo è che il basso clero accusava l'alto di due
vizii capitali: il concubinato e la simonia. Intorno alla prima di
queste due accuse bisogna però bene intendersi, perchè non è da credere
che tutto l'alto clero milanese conducesse vita dissoluta. Per lo
contrario molti sacerdoti credevano di aver menato moglie
legittimamente, e di non essere divenuti per questo peggiori degli
altri. Perchè il celibato dei preti non è un articolo di fede, ma una
misura disciplinare, dalla quale la Chiesa stessa talvolta si allontana,
come anche oggi rispetto ai sacerdoti di rito greco. E a qualunque
tempo, più meno antico, questa misura rimonti, certo è che la Chiesa
milanese per lunga consuetudine se n'era dipartita, e si contava in
Lombardia sì gran numero di preti ammogliati, che lo stesso Leone IX
riconosceva non esser lecito mettere sul lastrico tante povere donne,
non di altro colpevoli se non di aver seguito un uso inveterato del loro
paese. Ed anche sull'altro capo d'accusa bisognava osservare, che la
simonia (così chiamata da quel Simone Mago, che voleva comprare a
contanti la dignità apostolica) era un male non della Chiesa milanese
soltanto ma di tutta la Cristianità. I beneficii ecclesiastici davano
così larghi profitti, che quanti avevano il diritto di conferirli,
volendo prendervi qualche parte, li solevano dare al migliore offerente;
nè dopo secoli di lotta si riuscì a sradicare il male. Ma se la Chiesa
milanese poteva addurre in suo favore vecchie consuetudini ed esempi di
tutti i paesi, non aveano torto i papi a imporre al clero quello che
credevano più utile nell'interesse della cristianità. E potevan ben
pretendere che la milizia di Cristo non da altre cure fosse distratta,
nè altre famiglie riconoscesse fuor del consorzio dei fedeli a lei
affidato, e che i beneficii ecclesiastici fossero dati al più degno non
al migliore offerente. Al che aggiungete la Chiesa romana mal soffrire
che l'arcivescovo di Milano, divenuto come a dire principe della città,
aspirasse ad un'autonomia non conciliabile con la rigida gerarchia del
cattolicesimo, e non vi parrà strano che sia scoppiata terribile la
lotta tra il clero minore, obbediente ai cenni di Roma, e il clero
maggiore forte delle sue clientele e degli antichi diritti.
Molte vittime caddero dalle due parti e tra gli altri i capi stessi dei
patarini Arialdo ed Erlembardo, che ben presto furono levati sugli
altari. Ma cessato il moto patarinico, e fiaccata la potenza degli
arcivescovi milanesi, non cessarono per questo gli scandali, e almeno
per la simonia le cose continuarono come prima, che per isvellere il
male dalla radice bisognava togliere al clero i lauti beneficii, e la
potestà secolare con quelli congiunta, a cominciare dalle somme cime
sino agli ultimi gradini della gerarchia. Quest'audace riforma fu
proclamata altamente da Arnaldo da Brescia e dagli Arnaldisti, i veri
continuatori del movimento patarinico. Ma ormai le sorti erano mutate, i
nuovi Patarini non obbedivano ai cenni di Roma come gli antichi, e furon
dichiarati eretici, e il loro capo, non che levato sugli altari, fu
gettato nel Tevere. Nè io negherò che in qualche punto dommatico gli
Arnaldisti non si allontanassero dalla fede, come nel sostenere che la
dignità sacerdotale immediatamente si perda quando chi l'eserciti ne sia
indegno, e che i sacramenti somministrati da un prete concubinario o
simoniaco non abbiano valore; ma anche su questo punto i Patarini
antichi non pensavano diversamente dai nuovi, e certo è che gli uni e
gli altri volevano informata la vita del clero a più rigoroso ascetismo.
Quello che i Patarini chiedevano al clero, altri eretici, o i cosìdetti
Catari, lo volevano esteso a tutti i fedeli. Ben per tempo il nome di
Patarini si scambiò con quello di Catari o Catarini come si diceva
presso di noi. Ma originariamente ed etimologicamente i due nomi erano e
sono distinti. I Catari sono una setta venutaci dalla Bulgaria (e però
furono detti anche bulgari o _bougres_), di cui si sentì per la prima
volta parlare nell'alta Italia quando non erano ancora cominciate le
agitazioni patariniche, e si dicevano Catari dal greco καθαρὸς (puro)
che da noi divenne _catàro_ o anche _cazàro_ e in Germania si trasformò
in _Ketzer_, usato d'allora in poi a significare _eretico_ per
antonomasia. I Catari si chiamavano così in quanto si vantavano di non
esser lordi delle colpe che osavan rimproverare alla Chiesa cattolica.
Ammettevano anch'essi essere tre i nemici dell'uomo, il mondo, la
carne e il demonio, ma i due primi credevano fossero creati
dall'ultimo. Imperocchè seguendo l'antica dottrina manichea, ponevano
due spiriti eterni e lottanti fra di loro, lo spirito del bene, o Dio
buono, e lo spirito del male, o Demonio. Ciascuno dei due Dii avrebbe
creato a modo suo, il Dio buono le anime nella loro purità nativa a lui
rassomiglianti, il Dio malvagio invece i corpi e tutte le cose visibili.
Insegnavano inoltre, seguendo le antiche tradizioni pitagoriche, che un
bel giorno le creature del buon Dio deviarono dal dritto sentiero e
precipitando dal cielo vestirono la carne, dando così principio a
quell'iliade di mali che non avrà mai fine, finchè non sarà dato loro di
ritornare al Cielo onde partirono. E concludevano: l'unico mezzo di
conseguire sì eccelso fine essere questo, sequestrarsi dal mondo, opera
del malvagio Dio, e mortificare la carne fonte di ogni corruzione. Nè
soltanto ai preti ma benanco a tutti i fedeli interdicevano il
matrimonio, perchè mettere al mondo nuovi figliuoli è come costringere
le anime a rientrare un'altra volta nella prigione della carne. Se tale
strana religione avesse potuto attecchire, la conseguenza sarebbe stata
questa, che il primo giorno del suo trionfo sarebbe stato l'ultimo della
umanità, perchè la generazione, che accettando in buona fede il
catarismo, ne avesse seguite scrupolosamente le massime, non avrebbe
avuto discendenti, e si sarebbe verificato così quel suicidio cosmico,
che qualche filosofo contemporaneo ha osato di spacciare come una grande
novità. Pur troppo in fatto di stranezze e di pazzie si può dire con
l'Ecclesiaste: _nulla di nuovo sotto il sole_.
Il Catarismo è certamente agli antipodi del Cristianesimo, perchè l'uno
è rigorosamente dualista, l'altro monoteista; l'uno proscrive il
matrimonio, l'altro lo proclama un sacramento: l'uno infine crede di
compiere ed inverare l'Ebraismo, l'altro condanna il vecchio Testamento,
e crede il Dio terribile e vendicativo degli Ebrei non essere se non il
Dio malvagio degli antichi Parsi. Ed è molto strano come in pieno Medio
Evo, quando la fede era più viva, e la Chiesa aveva riportato o stava
per riportare, le più splendide vittorie sugli avversarii suoi, è
strano, ripeto, come una credenza così anticristiana, e che per giunta
fa violenza alla natura umana, abbia potuto trovare tanti proseliti.
Eppure è così. Il Catarismo si diffuse in tutta l'Europa, e l'Italia
nostra, tenuta da noi stessi per il paese meno adatto alle innovazioni
religiose, ne era per così dire il centro. Tutte le classi partecipavano
alla nuova fede, e le donne non meno degli uomini. Di qui, da Firenze,
partì una donna coraggiosa ed intrepida alla volta di Orvieto, ove una
calda parola trasse molti alla nuova fede. E cosa più strana ancora, un
altro paese che rivaleggiava coll'Italia per il favore dato al
Catarismo, fu appunto quella Provenza, dove fioriva il culto della nuova
lingua e della nuova poesia, e dove tutti i trovatori cantavano e
sfinivano di amore anche quando non ne sentivan punto. In mezzo a tanto
sorriso di cielo e a cosiffatta gaiezza di vita pur trovò modo di
prosperare la più tetra ed ascetica delle religioni, la quale si diffuse
così largamente nelle diocesi di Tolosa, di Carcassona e di Albi, che il
nome stesso di albigese divenne a così dire sinonimo di cataro. E fu
duopo di lunga e sanguinosa crociata, e di una inquisizione ancor più
terribile della guerra stessa, per ispiantare l'eresia da quel paese
dove aveva messe sì profonde radici. Le ragioni di questo fatto
meraviglioso sono molte, ma non temiate che io abusi della pazienza
vostra per isvolgerle tutte. La principale è questa, che i Catari non
ostante le opposizioni si credevano cristiani, più cristiani ancora, dei
cattolici. E sapevano a mente il nuovo Testamento, e lo traducevano in
volgare perchè tutti l'intendessero. Ed ogni loro opinione avvaloravano
con citazioni bibliche per ridurre al silenzio gli avversari loro. Essi
credevano anzi di interpretare nel vero spirito i precetti evangelici.
Così nell'Evangelo è detto essere _più agevole che un cammello passi per
la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio,_ ed essi
esagerando e frantendendo aggiungevano: nessuna eccezione potersi dare,
e poniamo anche che il ricco adoperi buona parte delle sue sostanze a
benefizio degli altri, non tornerà per questo nel grembo di Dio buono,
perchè la povertà assoluta è di rigore, e possedere e amare le ricchezze
torna lo stesso come attribuire un pregio alle cose di questo mondo, che
quale opera del malvagio Dio non ne hanno alcuno. E se nell'Evangelo è
scritto: _voi avete udito che fu detto agli antichi: non uccidere, ma io
vi dico che chiunque s'adira contro a suo fratello senza ragione, sarà
sottoposto a giudizio,_ essi aggiungevano: non potersi uccidere in
nessun modo, nè in guerra, nè in nome della legge, e la Chiesa che
bandisce crociate e condanna al rogo i suoi nemici, non seguire i
precetti di Cristo, che dice: _Amate i vostri nemici, benedite coloro
che vi benedicono, fate bene a coloro che vi odiano e pregate per coloro
che vi fanno torto e vi perseguitano._ Inoltre questi astuti eretici non
tutte le loro dottrine svelavano a tutti, ma solo quelle che più
facilmente s'accoglievano, e che servivano a staccarli dalla Chiesa, il
resto poi veniva da sè. Nè a tutti i seguaci della lor fede chiedevano
gli stessi sacrifizii, ma sapevano ben distinguere tra perfetti e
credenti, i quali ultimi potevano ben dirsi Catari senza rinunziare alla
loro famiglia o alla loro proprietà. Con tali espedienti la fede catara
appariva meno ostica, e guadagnava ogni giorno seguaci, massime per le
virtù eroiche e gli atti di coraggio degli intrepidi _perfetti_, che
perseguitati da tutte le parti non cedevano, e piuttosto che smentire la
loro fede, salivano animosamente il rogo. Una condotta austera, una vita
di stenti e di abnegazioni continue è il miglior mezzo per guadagnare le
anime. Si racconta il caso di una fanciulla caduta in sospetto d'eresia,
a cui fu ingiunto di assistere al supplizio dei correligionari suoi.
Quando il capo di essi, Arnaldo di nome, entrando nelle fiamme, aperse
le braccia per benedire i suoi fratelli, la fanciulla svincolatasi dagli
sgherri che le stavano ai fianchi, si lanciò nel rogo, sagrificando alla
nuova fede la sua bella e fiorente giovinezza.
Non meno disposti a dare la vita alla fede loro si mostravano altri
eretici, che hanno ben poco di comune coi Catari, i Valdesi, così
chiamati da Pietro Valdo, un mercante di Lione che seguendo il precetto
di Cristo, _se vuoi essere perfetto, va, vendi ciò che hai e donalo ai
poveri,_ distribuì le male accumulate ricchezze tra i suoi concittadini,
e vestito un povero saio andò accattando di porta in porta, e predicando
dappertutto la parola del Signore. Questo movimento al principio non era
anticattolico, tanto che ad uno dei seguaci di Pietro Valdo, a Durando
di Huesca, fu agevole di staccarsi dal novatore e farsi riconoscere e
benedire da papa Innocenzo III come capo di un nuovo sodalizio
cattolico. Nè alcuna parte del domma o della liturgia cattolica il Valdo
voleva attaccare, ma solo tornare la Chiesa alla sua purità primitiva.
Senonchè per questo capo i Valdesi non usavan diverso linguaggio dei
Catari e Arnaldisti. Da quel giorno, essi dicevano, che Silvestro ebbe
l'infausta donazione di Costantino (spuria donazione a cui allora tutti
prestavan fede), da quel giorno l'avidità di ricchezze non fu mai
satolla, nè mai si estinse la sete di dominio, e la Chiesa vestita di
porpora, e incoronata di gemme prese le sembianze della gran peccatrice
dell'Apocalisse (17.1). Queste roventi parole uscivano talvolta anche da
labbra ortodosse, e i Ghibellini tutti solevano adoperarle da Pier delle
Vigne al nostro Dante di cui è nota la terzina:
Ahi Costantin di quanto mal fu matre
e l'altra ancor più vibrata:
Di voi, Pastor, s'accorse il Vangelista.
Ma i Ghibellini, più che una setta ereticale, formavano un partito
politico, perchè il non credere alla necessità del potere temporale, non
era allora e non è oggi un'eresia, e perfino nelle lotte più ardenti tra
la Chiesa e l'Impero i Papi non osarono mai di sollevare all'altezza di
un domma religioso una questione sostanzialmente politica.
I Valdesi però eran più radicali dei Ghibellini, e benchè si dicessero e
credessero nel cuor loro sinceri cattolici, pure interpretavano la
parola evangelica in senso molto più rigido ed unilaterale che non fosse
consentito dalla tradizione cattolica, e si attribuivano il diritto di
predicarla senza averne ricevuto alcun mandato dalle autorità
ecclesiastiche. Ben per tempo quindi furono ripresi dal vescovo di Lione
e dal papa Alessandro III, e più tardi Lucio III li scomunicò, nè
Innocenzo III revocò il decreto del suo predecessore. Espulsi così dalla
Chiesa, i Valdesi non potevano continuare se non a patto di scegliere
nel proprio seno chi facesse le veci dei sacerdoti cattolici. E così
semprepiù allontanandosi dall'ortodossia, proclamavano aver la facoltà
di spezzare il pane eucaristico chiunque di loro sia di cuor puro, e in
luogo della confessione auricolare valer meglio una confessione in
pubblico a tutta la comunità dei fedeli; non essere necessario un luogo
speciale per rivolgere la sua preghiera al Cielo; e infine anticipando
la riforma, negavano potersi il sacrifizio eucaristico applicare ai
defunti, e toglievano di mezzo il purgatorio. Per tal guisa l'eresia
valdese tornava non meno pericolosa della catara, e si diffondeva da per
tutto con maggiore facilità.
Contro tutte queste eresie, la catara, l'arnaldistica, la valdese, non
valevano più nè le vecchie armi delle scomuniche e degli interdetti, nè
le nuove ancor più terribili della tortura, del rogo. Più si
perseguitavano gli eretici, e più si ringagliardiva la loro fede, e
molti andavano incontro alla morte lieti e cantando degli inni, come nei
primi tempi delle persecuzioni cristiane. Per vincere o almeno svigorire
la propaganda di questi intrepidi e convinti novatori, bisognava opporle
un'altra propaganda non meno operosa ed efficace. Non era più il caso di
chiudersi nel silenzio degli eremi o nella quiete dei conventi. Per
combattere le dottrine degli eretici bisognava imitarne le pratiche e le
virtù ed accettare la povertà evangelica da loro inculcata, e ramingare
come loro, accattando dovunque la vita e dovunque predicando la parola
del Vangelo. Così nacquero gli ordini mendicanti. Il primo a bandire
come suprema regola la povertà assoluta fu San Francesco di Assisi, il
fondatore di un nuovo sodalizio di frati, che per umiltà si dissero
minori, ma ben presto per i servigi resi alla Chiesa apparvero maggiori
fra tutti. E certo il prestigio di questi nuovi apostoli della povertà
fu tale, che anche altri ordini religiosi ebbero ad adottarne le
massime. E si dichiararono mendicanti i seguaci di San Domenico o frati
predicatori, che da principio avevano abbracciata la regola agostiniana;
mendicanti i diversi ordini, che da Alessandro IV furono riuniti in un
solo sotto il nome di Eremiti di Sant'Agostino; mendicanti infine i
Carmelitani, il cui ordine fondato nel 1156 dal crociato Bertoldo, nel
1245 trasformò i suoi romitaggi in cenobii. Nella vita povera ed umile
parve in quei giorni consistere la perfezione evangelica, e si faceva a
gara a chi potesse condurla con maggior rigore.