Che cosa è, secondo tale dottrina, la vita terrena? Non altro che un

avviamento e una preparazione alla vita eterna. Qual è il fine

dell'uomo? Raggiungere, conformando la vita terrena alla legge di Dio,

la eterna felicità; al qual ultimo fine debbono essere coordinate le

istituzioni tutte del viver civile e politico, leggi, magistrature,

principati. Chi è che ha la retta cognizione della legge divina e

l'officio di bandirla e di farla trionfare? La Chiesa, e quando la

Chiesa sarà tutta accentrata nel papa, il papa. Voi vedete subito come

si deduca l'ultima conseguenza: il papa, illuminato dalla verità,

assistito dallo Spirito Santo, dee governare il mondo e i suoi principi,

come la mente governa il corpo: ogni diritto che contrasti col suo, il

quale s'immedesima con quello dell'intero genere umano, chiamato da

Cristo ad aver parte nel regno dei cieli, è un diritto irrazionale e

illegittimo. Il papa deporrà il principe che, a suo giudizio, non aiuti

i sudditi suoi al conseguimento di quell'unico fine, e disporrà dei

regni della terra, delle insegne e degli onori reali nel modo che al

conseguimento di quell'unico fine gli parrà più conforme e dicevole. Io

non dico già che in quella rivendicazione di alta sovranità civile e

politica per parte dei papi non entrassero molte volte la cupidigia e la

frode; ma dico che quella rivendicazione stessa non sarebbe stata

possibile senza il concorso di fatti e di condizioni che i papi non

avevano creati, e senza il suffragio di principii che erano tenuti

universalmente per veri. Per certo Gregorio VII e alcuni dei successori

suoi ebbero piena fede nel diritto che asserivano.

Ma i papi, non solo esercitarono un diritto di alta sovranità sui

principi temporali; furono principi temporali essi medesimi, ed ebbero

un regno, la cui storia, intralciata e lunga, è intimamente congiunta

con la storia della loro autorità spirituale. Chi dice che il dominio

temporale nocque molte volte all'ufficio del supremo apostolato, e lo

involse in interessi disonesti e biechi, non dice se non il vero; ma

erra chi crede che l'acquisto di quel dominio sia stato necessariamente

e sempre frutto di arti frodolente, di audaci menzogne e di sfacciate

usurpazioni. Arti e menzogne ed usurpazioni ci furono come in ogni altra

cosa umana; ma s'ha a dire di quell'acquisto ciò che dello sconfinamento

dell'autorità papale ricordato pur ora: esso fu cominciato, poi

promosso, da fatti storici ineluttabili e da più ineluttabili credenze e

dottrine.

Le origini prime di quello che poi fu detto Stato della Chiesa sono

molto antiche. Cristo insegnò il disprezzo dei beni di quaggiu;

consigliò a chi aveva fede in lui di distribuire ogni suo avere ai

poveri e di seguirlo, e disse espresso che il suo regno non era di

questo mondo. La Chiesa primitiva non ebbe ricchezze, ma visse di

oblazioni, le quali servivano a sostentamento dei ministri, dei

pellegrini, dei poveri, e alle spese del culto. Il trionfo della fede,

l'organarsi e l'assodarsi della gerarchia, dovevano, anche per questo

rispetto, mutare profondamente la condizione delle cose. Le singole

chiese arricchirono, e quelle stesse ragioni che fecero di Roma la

principal Chiesa dell'orbe cristiano, fecero pure di Roma la Chiesa più

ricca. La famosa donazione di Costantino è una favola; ma gli è fuor di

dubbio che Costantino fu assai liberale con la Chiesa di Roma,

arricchita da lui di templi, di suppellettili preziose, di fondi rustici

e urbani. L'esempio di Costantino fu imitato dai successori suoi, e da

innumerevoli privati cui era stata concessa facoltà di donare, o di

lasciare per testamento i loro beni alla Chiesa. Molte fra le più ricche

famiglie di Roma gareggiarono in quest'opera, guidate da un pensiero che

non poteva non sembrare in tutto ragionevole e giusto a coloro che

avevano la fede e l'entusiasmo della fede; giacchè chi meglio della

Chiesa avrebbe potuto far dei beni di quaggiù un uso conforme agli

ammaestramenti degli Evangeli? chi meglio di lei adoperare a buono e

legittimo fine ciò che di solito è fomite e strumento di peccato? Così è

che allo sfasciarsi dell'impero d'Occidente il patrimonio di San Pietro,

com'ebbe a chiamarsi, comprende vastissime possessioni, non solo in

Italia, ma in Gallia ancora, in Dalmazia, in Africa, in Asia. Anche le

altre Chiese maggiori avevano allora patrimonii più o meno cospicui,

sebbene senza paragone minori di quello che aveva la Chiesa di Roma.

I papi amministravano il patrimonio, riscotevano le copiosissime

rendite, ma non avevano sopra di esso diritto di sovranità, diritto che

spettava, secondo le regioni ov'erano poste le terre, o ai re franchi o

all'imperatore d'Oriente. Se non che, date le condizioni generali dei

tempi; dato il progressivo e irreparabile sfiacchimento della potestà

degl'imperatori bizantini in Italia, e il crescere della potestà dei

pontefici, non era possibile che o prima o poi questi non pensassero a

sostituire all'apparente sovranità degl'imperatori la reale sovranità

propria. E una sostituzione così fatta ebbe favore dalle popolazioni

italiane, che minacciate e strette da nemici formidabili, e non protette

da sovrani di nome e per giunta lontani, non vedevano chi meglio del

papa, che avevano in casa, potesse farsi tutore degl'interessi e delle

ragioni loro. La sovranità spirituale dei pontefici attirava dunque a

sè, naturalmente ed irresistibilmente, anche questa sovranità temporale.

Il primo nucleo di uno Stato della Chiesa, propriamente detto, procurò,

e sembra strano a dire, Liudprando, il re di quei Longobardi che tante

noie diedero ai papi, e contro a cui i papi invocarono l'aiuto

vittorioso dei Franchi. Nel 728 Liudprando cesse e donò poco tempo dopo

che se n'era fatto padrone, la città di Sutri agli apostoli Pietro a

Paolo, non tenendo conto alcuno dell'imperatore a cui essa apparteneva

di diritto. Era papa allora Gregorio II, il quale, avendo il popolo

cacciato il duca, che appunto rappresentava in Roma l'imperatore, fu

davvero signore di quello che dicevasi ducato romano. Nel 741 lo stesso

Liudprando fece dono a papa Zaccaria di parecchie altre città. Maggiore

accrescimento ebbe pochi anni più tardi il nascente Stato della Chiesa

per la donazione di Pippino, e per quelle di Desiderio e di Carlo Magno;

così che, nei primi anni del secolo IX, esso comprendeva, oltre l'antico

ducato romano, l'esarcato di Ravenna quasi intero, la Pentapoli e una

parte rilevante del ducato di Toscana. Il patrimonio di San Pietro

cresceva, ma non cresceva di pari passo la signoria dei pontefici sopra

di esso, presa in mezzo e premuta da altri diritti. Gl'imperatori

franchi, a cominciare da Carlo Magno, si riserbarono l'alta sovranità, e

la esercitarono, sebbene non sia possibile sempre vedere entro quali

limiti si contenesse, e come si conciliassero le due potestà

degl'imperatori e dei papi. Certo ai papi quella soggezione doveva

tornare assai poco gradita, ed essi dovevano porre ogni studio a

scemarla. In ciò ebbero aiutatori efficaci gli stessi degeneri

successori di Carlo Magno: Carlo il Calvo non esercitò più su Roma e le

altre terre del patrimonio che una parvenza di autorità.

Fu molto disputato circa il tempo in cui cominciò ad aver corso la

famosa favola della donazione di Costantino, e le contrarie opinioni non

si sono mai potute mettere d'accordo. Chi la vuole immaginata a tempo di

Carlo, chi di Pippino, e chi prima e chi dopo. L'opinione più probabile

è forse quella che la fa sorgere ai tempi di Niccolò I, degno precursore

di Gregorio VII; di quel Niccolò di cui il cronista Reginone, suo

contemporaneo, ebbe a dire che comandò ai re ed ai tiranni, e come

signore del mondo impose loro la sua volontà. Nessun mezzo si sarebbe

potuto escogitare più acconcio di quella favola a sopraffare l'ultimo

resto dell'incomoda sovranità imperiale, mentre lo scadimento stesso di

quella sovranità agevolava e favoriva la diffusione della favola e le

permetteva d'acquistar credito. Convertendosi alla fede di Cristo, e

ricevendo il battesimo, Costantino aveva ceduto in perpetuo a papa

Silvestro, ed ai suoi successori, Roma, l'Italia e tutto l'Occidente, e

in conformità di tale cessione aveva trasferita in Bisanzio la sede

dell'impero. Come dunque s'arrogavano quei nuovi imperatori un qualsiasi

diritto di sovranità sopra le terre della Chiesa? Non erano piuttosto

essi, che si atteggiavano a sovrani, i feudatari dei pontefici, e non

dovevano riconoscere da questi, insieme con la corona imperiale, anche

la investitura? Liudprando, Pippino, Desiderio, Carlo Magno, non

donarono nulla alla Chiesa, ma le restituirono ciò che indebitamente e

malvagiamente le era stato tolto. Più tardi s'andò anche più in là, e fu

considerata come una restituzione la stessa donazione di Costantino.

L'apocrifo atto acquistò grandissima autorità e fu ai papi di

grandissimo giovamento. Invano, nel 999, l'imperatore Ottone III lo

dichiarava menzogna sfacciata: durante tutto il medio evo esso fu tenuto

in conto di autentico, e allegato ogni qual volta se ne offerse

opportunità. Su di esso, e su le donazioni egualmente autentiche di

Lodovico il Pio, di Ottone I e di Arrigo II, si fondava nel 1059 Niccolò

II per dare in feudo a Roberto Guiscardo la Puglia, la Calabria e la

Sicilia, quest'ultima ancora da strappare ai Greci ed ai Saraceni, e per

investire del principato di Capua Riccardo conte di Aversa. Dante

rimproverava con aspre parole a Costantino la _dote_ funesta che aveva

pervertita la Chiesa di Cristo; ma solo due secoli più tardi l'Ariosto

poteva por quella dote nel mondo della luna, ove tutto è raccolto

Ciò che si perde, o per nostro difetto,

O per colpa di tempo o di fortuna.

La donazione o, se così vogliamo chiamarla, restituzione che la contessa

Matilde, la gloriosa amica e fautrice di Gregorio VII, fece de' suoi

dominii alla Chiesa accrebbe di molto ancora il patrimonio di questa.

Gli è assai probabile che Matilde abbia inteso donare i soli suoi

possessi allodiali, non quelli che teneva in feudo dall'imperatore, e di

cui non poteva disporre; ma è certo da altra banda che l'atto di lei fu

cagione di nuove dispute e di nuove contese fra imperatori e papi.

Innocenzo III riuscì ad aver ragione anche in ciò, e fu signore di uno

Stato affatto indipendente, e come tale riconosciuto dallo stesso

imperatore, Stato che comprendeva, oltre il territorio che da Ceprano si

distende sino a Radicofani, il ducato di Spoleto, la marca d'Ancona,

l'antico esarcato di Ravenna sino al Po, la contea di Brettinoro, i

dominii della contessa Matilde.

Abbiam veduto i papi crescere a poco a poco; acquistar diritto di

preminenza su tutti gli altri vescovi; assicurarsi la libertà; mutarsi

di vicarii di Pietro in vicarii di Cristo; attrarre sempre più a sè la

potestà diffusa nel corpo della Chiesa; assumere quasi carattere di

divinità; stendere sul mondo un'autorità formidabile, la quale, essendo

tutta spirituale in principio, si fa arbitra d'interessi e di diritti

affatto temporali, si sovrappone ad ogni autorità laica, e la nega, o

l'ammette solo come un'emanazione di sè stessa. Abbiam veduto le

ricchezze affluire nella Chiesa, e i papi amministrare vastissime

possessioni, diventare feudatari dei re, emanciparsi da ogni esterna

sovranità, cingere da ultimo la corona dei principi secolari e

indipendenti. Abbiam veduto tutto ciò aver suo principio in Roma,

crescere in Roma, intorno a Roma e per Roma. Molti fatti, molte idee,

molte forze concorsero a formare il papato; ma, se Roma non fosse stata,

nemmeno il papato sarebbe stato, o come ho avvertito, sarebbe stato un

papato assai diverso da quello che fu.

Ebbene, qui s'offre all'attenzione vostra un fatto assai strano. In Roma

sempre ebbero i papi i più acerbi nemici loro; in Roma corsero i più

gravi pericoli; Roma fu il trono e la gogna loro, il luogo della loro

glorificazione e del loro martirio. Niccolò Machiavelli ebbe a fare

l'osservazione che i papi, i quali fuori di Roma avevano grandissima e

indisputata autorità, ne avevano pochissima in Roma. Tale osservazione,

verissima, era già stata fatta assai prima, in pieno medio evo. Quello

stesso Gregorio VII che si condusse a' piedi un imperatore, non fu egli

assalito in chiesa da Cencio nel bel mezzo delle funzioni del Natale,

percosso, trascinato pei capelli? E quanti papi prima di lui, e dopo di

lui, non furono in Roma, e nello stesso loro palazzo, e nelle chiese

maggiori, assaliti, oltraggiati, percossi, spogliati delle insegne del

pontificato, minacciati di morte? Quanti non si salvarono con patti

vergognosi o con fughe precipitose? Quell'Urbano II che poteva con una

parola sollevare l'Europa in armi, e precipitarla contro gl'infedeli al

riscatto di Terra Santa, nulla poteva in Roma, e fu più d'una volta

ridotto a campar di elemosine. Pasquale II fu preso a sassate durante la

processione di Pasqua, e costretto a fuggirsene. Lucio II morì d'una

sassata che lo colse mentre tentava di espugnare il Campidoglio. Persino

Innocenzo III dovette cercare scampo nella fuga. E chi potrebbe noverare

tutti i papi cui Roma chiuse superbamente in sul viso le porte?

L'eterna Città fece pagar caro ai pontefici il vanto e il beneficio che

venivano loro da lei. Era in essa un fermento inestinguibile, uno

spirito prevaricatore e protervo che veniva d'alto e di lontano, e mai

non chetava. La ribellione vi ribolliva e rimuggiva in perpetuo, e fu

per secoli la forma ordinaria della sua vita. Roma ricordava d'aver

signoreggiato il mondo; Roma ricordava d'essere stata la fonte d'ogni

diritto e d'ogni sovranità, e voleva continuare ad essere, e non voleva

obbedire, e non obbediva a lungo mai a nessuna potestà, nemmeno a quelle

ch'essa stessa creava. L'impero era lei,

_Roma caput mundi regit orbis frena rotundi:_

quel popolo s'inebbriava ancora al suono terribile del suo nome e

sognava sogni smisurati. Roma voleva l'impero e voleva il papato; ma

come ornamenti suoi li voleva, nè l'imperatore nè il papa riceveva come

signori assoluti. Li voleva entrambi, perchè a costituire la suprema

sovranità che credeva suo dritto, era necessario il concorso di

entrambi; ma come l'una delle due potestà minacciava di crescer troppo e

di soperchiare, essa aiutava l'altra. Però, tra l'impero e il papato noi

vediamo per secoli una Roma sempre in sommovimento, sempre in armi,

vinta spesso, non domata mai, che pugna per salvare l'autonomia propria,

e si afferma comune, e si afferma repubblica, e non dà pace nè a sè

stessa, nè altrui. Da tale sua condizione vien fuori una storia

meravigliosa ed oscura, quale nessun'altra città nel mondo ebbe o avrà

mai; storia di violenze, di errori, di tradimenti, di entusiasmi, di

vittorie, di sconfitte, di peripezie d'ogni maniera, senza fine e senza

tregua. Simile a quel vortice spaventoso del mare di cui favoleggiò

l'età di mezzo, pel quale passavano a mano a mano le acque tutte che

sono sulla faccia della terra, Roma riceveva dentro di sè le forze

tumultuanti del mondo, e fra le sue mura esse venivano agli urti

supremi, alle supreme battaglie.

La storia del comune di Roma è in parte oscura, in parte disforme da

quella degli altri comuni italiani, sorti in condizioni molto diverse

dalle sue. Le vecchie istituzioni, sebbene alterate, sebbene affralite,

durarono in essere sotto i Goti ed i Greci; ma si perdettero nel tempo

della lotta contro i Longobardi, quando popolo e papa si allearono

contro il comune avversario, e insieme si adoperarono a scuotere il

giogo degl'imperatori d'Oriente. Il senato si dilegua e sorge un comune

nuovo in cui al potere civile prevale il militare. In sul principiare

del secolo VIII si menziona per la prima volta il ducato romano. Il

territorio della città si è allargato, e il popolo si sforza d'avere un

duca di sua elezione, e ci riesce. L'antico prefetto imperiale sparisce

ancor esso, o muta officio e carattere, diventa un giudice criminale. Il

potere civile si fonde col militare, e sono entrambi nelle mani del

duca, che abita sul Palatino e ha sotto di sè una popolazione spartita

in quattro classi, e l'esercito, che è formato del fiore della

cittadinanza e prende parte nella elezione del papa. Il papa non è

sovrano; ma ha sotto di sè numerosi officiali, dirige una vasta

amministrazione, fruisce d'ingenti entrate, esercita il potere civile

quante volte gliene è data opportunità, e l'autorità sua di tanto cresce

di quanto l'imperiale scema.

Con la distruzione del regno dei Longobardi le cose mutarono in parte, e

in parte rimasero come per lo innanzi. Alla sovranità nominale

degl'imperatori d'Oriente si sostituì la sovranità reale di Carlo Magno,

e il papa fu, sotto di esso, capo dello Stato, ma più di nome che di

fatto. A limitare il potere suo c'era da un lato il messo imperiale,

c'era dall'altro la nobiltà, la quale formava l'esercito, e moveva a suo

grado il popolo, ed era, per dir così, l'elemento primo ed incoercibile

della repubblica. Leone III, quello stesso Leone che a Carlo Magno,

quasi in segno di sudditanza, mandava le chiavi della tomba di San

Pietro, e il gonfalone di Roma, e chiedeva un messo imperiale che

venisse a ricevere il giuramento di fedeltà dei Romani, operando come

signore di Roma, durò gran fatica a reggersi e a serbarsi illeso in

mezzo al furore delle fazioni che straziavano la città, e fu ascritto a

miracolo. Gli avversarii suoi lo assaltarono nel bel mezzo di Roma, lo

rovesciarono da cavallo, tentarono, dicesi, di strappargli la lingua e

gli occhi; e v'è chi afferma che ci riuscirono, e che per grazia di Dio

riacquistò l'una e gli altri.

Era incominciato quel terribile giuoco delle fazioni che, per secoli,

doveva insanguinar la città, riempierla di tumulto e d'orrore. Cresceva

fra quelle tragiche mura una nobiltà la più superba, la più tracotante

che mai siasi veduta, al papa tanto più infesta, quanto più fiacco ed

incerto il potere imperiale che poteva, se non domarla, frenarla. Col

dissolversi dell'impero franco, l'audacia sua giunse al colmo, adescata

ed aizzata da quella stessa istituzione del papato che avrebbe dovuto

esser principio di pace e di ordine. Non v'era famiglia di patrizii che

non agognasse di vedere un de' suoi coronato della tiara; e non v'era

pontefice che non si facesse puntello e scudo delle armi de' suoi

partigiani. La repubblica, una repubblica turbolenta e malvagia di

nobili combattenti fra loro, crebbe di bel nuovo sui papi. Roma fu in

balìa di donne senza pudore e senza pietà, e i papi furono loro

creature, poi del secondo Alberico, sin verso il mezzo del secolo

decimo, degni di chi li poneva sul trono come di chi li rovesciava. La

Chiesa non ricorda tempi più tristi di questi, nè maggiori vergogne. Il

papato in quella burrasca non naufragò perchè troppe altre forze lo

sorreggevano.

Intanto, aiutato da quello Alberico, che più cose nuove ordinò, il

popolo cominciava a levarsi a fronte della nobiltà, di cui era stato

insino allora strumento; ad affermar sue ragioni; a far armi; recando

nuovo fomite di dissidio, in quel tumulto; accelerando, con sue

mutazioni, le peripezie e le catastrofi; avviluppando più sempre quella

intricata matassa di cupidigie, di gelosie, di odii, di torti e di

diritti. Con Ottone I la spenta sovranità imperiale prese a rivivere, ma

insidiata, combattuta. Ai 3 di gennaio del 964 nobili e popolo insorgono

a furia, e benchè vinti rimangono poi padroni della città. L'imperatore

indi a poco si parte; Leone VIII, eletto per volere dell'imperatore,

fugge. Segue una inenarrabile storia di subiti mutamenti, di

usurpazioni, di pugne, di rappresaglie, di stragi. Roma diviene il campo

dove le due parti contrarie, la nazionale e l'imperiale, combattono una

guerra micidiale e fraudolente, non mai finita. Ciascuna elegge il suo

papa, e si sforza di tor di mezzo il papa della parte avversaria.

Benedetto VI fu strangolato in carcere; dopo otto mesi di pontificato,

Giovanni XIV morì in Castel Sant'Angelo, non si sa bene se di fame o di

veleno; il cadavere di Bonifacio VII fu crivellato di lanciate,

trascinato ignudo per le vie, gettato e abbandonato dinanzi al così

detto cavallo di Costantino; Giovanni XV e Gregorio V furono cacciati da

Giovanni Crescenzio il quale signoreggiò Roma molt'anni, finchè fu vinto

e fatto decapitare da Ottone III.

Là le vittorie imperiali abbassavano per qualche tempo la frazione

contraria, non fondavano stabilmente la pace e l'ordine. Il patriziato,

in cui erano penetrati numerosi elementi feudali, cresce, benchè diviso,

d'insolenza e di forza. Roma si copre di torri e di propugnacoli; il

Colosseo, le terme, gli archi, i templi dell'antichità diventano

fortezze e ripari. Si leva sull'altre famiglie nobili la famiglia dei

conti di Tuscolo, arbitri molt'anni del papato e di Roma. E il disordine

aumenta, aumenta la corruzione: nel 1015 tre pontefici si contendono la

tiara.

Se non che in quegli anni di perpetuo scompiglio era cresciuto di forze,

e aveva acquistato coscienza del suo diritto anche il popolo, e nel 1143

insorse e imitò l'esempio d'altri comuni vendicatisi a libertà. Dichiarò

cessato il potere temporale dei papi e restaurata la repubblica;

ricostituì il senato; ma vietò quasi del tutto ai nobili di sedervi;

riavocò a sè ogni sovranità usurpata da altrui. Due anni dopo venne in

Roma Arnaldo da Brescia, e infervorò vie più gli animi, predicando

contro la corruzione dei chierici, richiamando la Chiesa alle

istituzioni e ai costumi dei tempi apostolici e Roma all'antica sua

gloria. Arnaldo morì per questo peccato, e le sue ceneri furono gettate

nel Tevere, e quel sogno di rinnovata repubblica si dileguò con esse.

Ma riapparve più tardi e i papi non ebbero così presto quieto e sicuro

dominio sulla città riottosa. Quel sogno era la visione di un passato

incancellabile; era la figurazione di una speranza che sempre rinasceva

negli animi, li consolava e incitava. Leone IV la significò in un verso,

quando sulla porta principale della nuova città che da lui prese il nome

faceva scrivere:

_Roma caput orbis, splendor, spes, aurea Roma._

Come la stessa città delle genti, quel sogno sembrava immortale: esso

turbò i sonni a molti pontefici; esso accese e sollevò gli animi di Cola

di Rienzo e di Stefano Porcari. Francesco Petrarca n'era irradiato

quando ricordava

L'antiche mura ch'ancor teme ed ama

E trema 'l mondo quando si rimembra

Del tempo andato e indietro si rivolve.

Dileguato quel sogno, Roma quetò, e non fu più per secoli, se non un

comune amministrativo. Essa obbedì ai pontefici; ma come la potestà loro

cresceva su di essa, così scemava sul mondo; e intanto per essi e per

lei maturavano nel remoto dei tempi novelli destini.

GLI ORDINI RELIGIOSI E L'ERESIA

DI

FELICE TOCCO

_Signore e Signori,_

Di settimana santa è bene entrare in chiesa e riandare col pensiero la

storia delle più antiche eresie, non fosse altro per sapere se resti in

noi qualche vestigio degli antichi errori. E se fastidio vi prenderà di

questa corsa vertiginosa per l'ampio giro di più che due secoli, non

incolpate me, vittima innocente, ma chi scelse insieme e il subbietto

della conferenza e il conferenziere, cadendo senza dubbio in eresia

doppia e doppiamente infelice. E dico male subbietto, chè l'argomento

nostro non ne ha uno, ma due non che disparati siffattamente opposti che

molti di voi si saranno dimandati con meraviglia a quale bell'umore sia

caduto in mente di metterli insieme. Nè avete torto perchè gli ordini

religiosi furono sempre tenuti per il più saldo presidio di quella

stessa Chiesa, che l'eresia tendeva da più parti di sovvertire, anzi

alcuni di questi ordini sursero appunto per combattere corpo a corpo e

perseguitare a morte gli eretici. Nè fa d'uopo citare i frati

predicatori o domenicani, che in grazia di un bisticcio etimologico non

disdegnavano di chiamarsi cani del Signore, _domini canes_, e quali

bracchi, fiutanti da lontano l'eresia, sono infatti effigiati in uno dei

grandi affreschi del Cappellone degli Spagnuoli.

Gli albori della vita Italiana Conferenze tenute a Firenze nel 1890 · 第 15 / 30 段