avviamento e una preparazione alla vita eterna. Qual è il fine
dell'uomo? Raggiungere, conformando la vita terrena alla legge di Dio,
la eterna felicità; al qual ultimo fine debbono essere coordinate le
istituzioni tutte del viver civile e politico, leggi, magistrature,
principati. Chi è che ha la retta cognizione della legge divina e
l'officio di bandirla e di farla trionfare? La Chiesa, e quando la
Chiesa sarà tutta accentrata nel papa, il papa. Voi vedete subito come
si deduca l'ultima conseguenza: il papa, illuminato dalla verità,
assistito dallo Spirito Santo, dee governare il mondo e i suoi principi,
come la mente governa il corpo: ogni diritto che contrasti col suo, il
quale s'immedesima con quello dell'intero genere umano, chiamato da
Cristo ad aver parte nel regno dei cieli, è un diritto irrazionale e
illegittimo. Il papa deporrà il principe che, a suo giudizio, non aiuti
i sudditi suoi al conseguimento di quell'unico fine, e disporrà dei
regni della terra, delle insegne e degli onori reali nel modo che al
conseguimento di quell'unico fine gli parrà più conforme e dicevole. Io
non dico già che in quella rivendicazione di alta sovranità civile e
politica per parte dei papi non entrassero molte volte la cupidigia e la
frode; ma dico che quella rivendicazione stessa non sarebbe stata
possibile senza il concorso di fatti e di condizioni che i papi non
avevano creati, e senza il suffragio di principii che erano tenuti
universalmente per veri. Per certo Gregorio VII e alcuni dei successori
suoi ebbero piena fede nel diritto che asserivano.
Ma i papi, non solo esercitarono un diritto di alta sovranità sui
principi temporali; furono principi temporali essi medesimi, ed ebbero
un regno, la cui storia, intralciata e lunga, è intimamente congiunta
con la storia della loro autorità spirituale. Chi dice che il dominio
temporale nocque molte volte all'ufficio del supremo apostolato, e lo
involse in interessi disonesti e biechi, non dice se non il vero; ma
erra chi crede che l'acquisto di quel dominio sia stato necessariamente
e sempre frutto di arti frodolente, di audaci menzogne e di sfacciate
usurpazioni. Arti e menzogne ed usurpazioni ci furono come in ogni altra
cosa umana; ma s'ha a dire di quell'acquisto ciò che dello sconfinamento
dell'autorità papale ricordato pur ora: esso fu cominciato, poi
promosso, da fatti storici ineluttabili e da più ineluttabili credenze e
dottrine.
Le origini prime di quello che poi fu detto Stato della Chiesa sono
molto antiche. Cristo insegnò il disprezzo dei beni di quaggiu;
consigliò a chi aveva fede in lui di distribuire ogni suo avere ai
poveri e di seguirlo, e disse espresso che il suo regno non era di
questo mondo. La Chiesa primitiva non ebbe ricchezze, ma visse di
oblazioni, le quali servivano a sostentamento dei ministri, dei
pellegrini, dei poveri, e alle spese del culto. Il trionfo della fede,
l'organarsi e l'assodarsi della gerarchia, dovevano, anche per questo
rispetto, mutare profondamente la condizione delle cose. Le singole
chiese arricchirono, e quelle stesse ragioni che fecero di Roma la
principal Chiesa dell'orbe cristiano, fecero pure di Roma la Chiesa più
ricca. La famosa donazione di Costantino è una favola; ma gli è fuor di
dubbio che Costantino fu assai liberale con la Chiesa di Roma,
arricchita da lui di templi, di suppellettili preziose, di fondi rustici
e urbani. L'esempio di Costantino fu imitato dai successori suoi, e da
innumerevoli privati cui era stata concessa facoltà di donare, o di
lasciare per testamento i loro beni alla Chiesa. Molte fra le più ricche
famiglie di Roma gareggiarono in quest'opera, guidate da un pensiero che
non poteva non sembrare in tutto ragionevole e giusto a coloro che
avevano la fede e l'entusiasmo della fede; giacchè chi meglio della
Chiesa avrebbe potuto far dei beni di quaggiù un uso conforme agli
ammaestramenti degli Evangeli? chi meglio di lei adoperare a buono e
legittimo fine ciò che di solito è fomite e strumento di peccato? Così è
che allo sfasciarsi dell'impero d'Occidente il patrimonio di San Pietro,
com'ebbe a chiamarsi, comprende vastissime possessioni, non solo in
Italia, ma in Gallia ancora, in Dalmazia, in Africa, in Asia. Anche le
altre Chiese maggiori avevano allora patrimonii più o meno cospicui,
sebbene senza paragone minori di quello che aveva la Chiesa di Roma.
I papi amministravano il patrimonio, riscotevano le copiosissime
rendite, ma non avevano sopra di esso diritto di sovranità, diritto che
spettava, secondo le regioni ov'erano poste le terre, o ai re franchi o
all'imperatore d'Oriente. Se non che, date le condizioni generali dei
tempi; dato il progressivo e irreparabile sfiacchimento della potestà
degl'imperatori bizantini in Italia, e il crescere della potestà dei
pontefici, non era possibile che o prima o poi questi non pensassero a
sostituire all'apparente sovranità degl'imperatori la reale sovranità
propria. E una sostituzione così fatta ebbe favore dalle popolazioni
italiane, che minacciate e strette da nemici formidabili, e non protette
da sovrani di nome e per giunta lontani, non vedevano chi meglio del
papa, che avevano in casa, potesse farsi tutore degl'interessi e delle
ragioni loro. La sovranità spirituale dei pontefici attirava dunque a
sè, naturalmente ed irresistibilmente, anche questa sovranità temporale.
Il primo nucleo di uno Stato della Chiesa, propriamente detto, procurò,
e sembra strano a dire, Liudprando, il re di quei Longobardi che tante
noie diedero ai papi, e contro a cui i papi invocarono l'aiuto
vittorioso dei Franchi. Nel 728 Liudprando cesse e donò poco tempo dopo
che se n'era fatto padrone, la città di Sutri agli apostoli Pietro a
Paolo, non tenendo conto alcuno dell'imperatore a cui essa apparteneva
di diritto. Era papa allora Gregorio II, il quale, avendo il popolo
cacciato il duca, che appunto rappresentava in Roma l'imperatore, fu
davvero signore di quello che dicevasi ducato romano. Nel 741 lo stesso
Liudprando fece dono a papa Zaccaria di parecchie altre città. Maggiore
accrescimento ebbe pochi anni più tardi il nascente Stato della Chiesa
per la donazione di Pippino, e per quelle di Desiderio e di Carlo Magno;
così che, nei primi anni del secolo IX, esso comprendeva, oltre l'antico
ducato romano, l'esarcato di Ravenna quasi intero, la Pentapoli e una
parte rilevante del ducato di Toscana. Il patrimonio di San Pietro
cresceva, ma non cresceva di pari passo la signoria dei pontefici sopra
di esso, presa in mezzo e premuta da altri diritti. Gl'imperatori
franchi, a cominciare da Carlo Magno, si riserbarono l'alta sovranità, e
la esercitarono, sebbene non sia possibile sempre vedere entro quali
limiti si contenesse, e come si conciliassero le due potestà
degl'imperatori e dei papi. Certo ai papi quella soggezione doveva
tornare assai poco gradita, ed essi dovevano porre ogni studio a
scemarla. In ciò ebbero aiutatori efficaci gli stessi degeneri
successori di Carlo Magno: Carlo il Calvo non esercitò più su Roma e le
altre terre del patrimonio che una parvenza di autorità.
Fu molto disputato circa il tempo in cui cominciò ad aver corso la
famosa favola della donazione di Costantino, e le contrarie opinioni non
si sono mai potute mettere d'accordo. Chi la vuole immaginata a tempo di
Carlo, chi di Pippino, e chi prima e chi dopo. L'opinione più probabile
è forse quella che la fa sorgere ai tempi di Niccolò I, degno precursore
di Gregorio VII; di quel Niccolò di cui il cronista Reginone, suo
contemporaneo, ebbe a dire che comandò ai re ed ai tiranni, e come
signore del mondo impose loro la sua volontà. Nessun mezzo si sarebbe
potuto escogitare più acconcio di quella favola a sopraffare l'ultimo
resto dell'incomoda sovranità imperiale, mentre lo scadimento stesso di
quella sovranità agevolava e favoriva la diffusione della favola e le
permetteva d'acquistar credito. Convertendosi alla fede di Cristo, e
ricevendo il battesimo, Costantino aveva ceduto in perpetuo a papa
Silvestro, ed ai suoi successori, Roma, l'Italia e tutto l'Occidente, e
in conformità di tale cessione aveva trasferita in Bisanzio la sede
dell'impero. Come dunque s'arrogavano quei nuovi imperatori un qualsiasi
diritto di sovranità sopra le terre della Chiesa? Non erano piuttosto
essi, che si atteggiavano a sovrani, i feudatari dei pontefici, e non
dovevano riconoscere da questi, insieme con la corona imperiale, anche
la investitura? Liudprando, Pippino, Desiderio, Carlo Magno, non
donarono nulla alla Chiesa, ma le restituirono ciò che indebitamente e
malvagiamente le era stato tolto. Più tardi s'andò anche più in là, e fu
considerata come una restituzione la stessa donazione di Costantino.
L'apocrifo atto acquistò grandissima autorità e fu ai papi di
grandissimo giovamento. Invano, nel 999, l'imperatore Ottone III lo
dichiarava menzogna sfacciata: durante tutto il medio evo esso fu tenuto
in conto di autentico, e allegato ogni qual volta se ne offerse
opportunità. Su di esso, e su le donazioni egualmente autentiche di
Lodovico il Pio, di Ottone I e di Arrigo II, si fondava nel 1059 Niccolò
II per dare in feudo a Roberto Guiscardo la Puglia, la Calabria e la
Sicilia, quest'ultima ancora da strappare ai Greci ed ai Saraceni, e per
investire del principato di Capua Riccardo conte di Aversa. Dante
rimproverava con aspre parole a Costantino la _dote_ funesta che aveva
pervertita la Chiesa di Cristo; ma solo due secoli più tardi l'Ariosto
poteva por quella dote nel mondo della luna, ove tutto è raccolto
Ciò che si perde, o per nostro difetto,
O per colpa di tempo o di fortuna.
La donazione o, se così vogliamo chiamarla, restituzione che la contessa
Matilde, la gloriosa amica e fautrice di Gregorio VII, fece de' suoi
dominii alla Chiesa accrebbe di molto ancora il patrimonio di questa.
Gli è assai probabile che Matilde abbia inteso donare i soli suoi
possessi allodiali, non quelli che teneva in feudo dall'imperatore, e di
cui non poteva disporre; ma è certo da altra banda che l'atto di lei fu
cagione di nuove dispute e di nuove contese fra imperatori e papi.
Innocenzo III riuscì ad aver ragione anche in ciò, e fu signore di uno
Stato affatto indipendente, e come tale riconosciuto dallo stesso
imperatore, Stato che comprendeva, oltre il territorio che da Ceprano si
distende sino a Radicofani, il ducato di Spoleto, la marca d'Ancona,
l'antico esarcato di Ravenna sino al Po, la contea di Brettinoro, i
dominii della contessa Matilde.
Abbiam veduto i papi crescere a poco a poco; acquistar diritto di
preminenza su tutti gli altri vescovi; assicurarsi la libertà; mutarsi
di vicarii di Pietro in vicarii di Cristo; attrarre sempre più a sè la
potestà diffusa nel corpo della Chiesa; assumere quasi carattere di
divinità; stendere sul mondo un'autorità formidabile, la quale, essendo
tutta spirituale in principio, si fa arbitra d'interessi e di diritti
affatto temporali, si sovrappone ad ogni autorità laica, e la nega, o
l'ammette solo come un'emanazione di sè stessa. Abbiam veduto le
ricchezze affluire nella Chiesa, e i papi amministrare vastissime
possessioni, diventare feudatari dei re, emanciparsi da ogni esterna
sovranità, cingere da ultimo la corona dei principi secolari e
indipendenti. Abbiam veduto tutto ciò aver suo principio in Roma,
crescere in Roma, intorno a Roma e per Roma. Molti fatti, molte idee,
molte forze concorsero a formare il papato; ma, se Roma non fosse stata,
nemmeno il papato sarebbe stato, o come ho avvertito, sarebbe stato un
papato assai diverso da quello che fu.
Ebbene, qui s'offre all'attenzione vostra un fatto assai strano. In Roma
sempre ebbero i papi i più acerbi nemici loro; in Roma corsero i più
gravi pericoli; Roma fu il trono e la gogna loro, il luogo della loro
glorificazione e del loro martirio. Niccolò Machiavelli ebbe a fare
l'osservazione che i papi, i quali fuori di Roma avevano grandissima e
indisputata autorità, ne avevano pochissima in Roma. Tale osservazione,
verissima, era già stata fatta assai prima, in pieno medio evo. Quello
stesso Gregorio VII che si condusse a' piedi un imperatore, non fu egli
assalito in chiesa da Cencio nel bel mezzo delle funzioni del Natale,
percosso, trascinato pei capelli? E quanti papi prima di lui, e dopo di
lui, non furono in Roma, e nello stesso loro palazzo, e nelle chiese
maggiori, assaliti, oltraggiati, percossi, spogliati delle insegne del
pontificato, minacciati di morte? Quanti non si salvarono con patti
vergognosi o con fughe precipitose? Quell'Urbano II che poteva con una
parola sollevare l'Europa in armi, e precipitarla contro gl'infedeli al
riscatto di Terra Santa, nulla poteva in Roma, e fu più d'una volta
ridotto a campar di elemosine. Pasquale II fu preso a sassate durante la
processione di Pasqua, e costretto a fuggirsene. Lucio II morì d'una
sassata che lo colse mentre tentava di espugnare il Campidoglio. Persino
Innocenzo III dovette cercare scampo nella fuga. E chi potrebbe noverare
tutti i papi cui Roma chiuse superbamente in sul viso le porte?
L'eterna Città fece pagar caro ai pontefici il vanto e il beneficio che
venivano loro da lei. Era in essa un fermento inestinguibile, uno
spirito prevaricatore e protervo che veniva d'alto e di lontano, e mai
non chetava. La ribellione vi ribolliva e rimuggiva in perpetuo, e fu
per secoli la forma ordinaria della sua vita. Roma ricordava d'aver
signoreggiato il mondo; Roma ricordava d'essere stata la fonte d'ogni
diritto e d'ogni sovranità, e voleva continuare ad essere, e non voleva
obbedire, e non obbediva a lungo mai a nessuna potestà, nemmeno a quelle
ch'essa stessa creava. L'impero era lei,
_Roma caput mundi regit orbis frena rotundi:_
quel popolo s'inebbriava ancora al suono terribile del suo nome e
sognava sogni smisurati. Roma voleva l'impero e voleva il papato; ma
come ornamenti suoi li voleva, nè l'imperatore nè il papa riceveva come
signori assoluti. Li voleva entrambi, perchè a costituire la suprema
sovranità che credeva suo dritto, era necessario il concorso di
entrambi; ma come l'una delle due potestà minacciava di crescer troppo e
di soperchiare, essa aiutava l'altra. Però, tra l'impero e il papato noi
vediamo per secoli una Roma sempre in sommovimento, sempre in armi,
vinta spesso, non domata mai, che pugna per salvare l'autonomia propria,
e si afferma comune, e si afferma repubblica, e non dà pace nè a sè
stessa, nè altrui. Da tale sua condizione vien fuori una storia
meravigliosa ed oscura, quale nessun'altra città nel mondo ebbe o avrà
mai; storia di violenze, di errori, di tradimenti, di entusiasmi, di
vittorie, di sconfitte, di peripezie d'ogni maniera, senza fine e senza
tregua. Simile a quel vortice spaventoso del mare di cui favoleggiò
l'età di mezzo, pel quale passavano a mano a mano le acque tutte che
sono sulla faccia della terra, Roma riceveva dentro di sè le forze
tumultuanti del mondo, e fra le sue mura esse venivano agli urti
supremi, alle supreme battaglie.
La storia del comune di Roma è in parte oscura, in parte disforme da
quella degli altri comuni italiani, sorti in condizioni molto diverse
dalle sue. Le vecchie istituzioni, sebbene alterate, sebbene affralite,
durarono in essere sotto i Goti ed i Greci; ma si perdettero nel tempo
della lotta contro i Longobardi, quando popolo e papa si allearono
contro il comune avversario, e insieme si adoperarono a scuotere il
giogo degl'imperatori d'Oriente. Il senato si dilegua e sorge un comune
nuovo in cui al potere civile prevale il militare. In sul principiare
del secolo VIII si menziona per la prima volta il ducato romano. Il
territorio della città si è allargato, e il popolo si sforza d'avere un
duca di sua elezione, e ci riesce. L'antico prefetto imperiale sparisce
ancor esso, o muta officio e carattere, diventa un giudice criminale. Il
potere civile si fonde col militare, e sono entrambi nelle mani del
duca, che abita sul Palatino e ha sotto di sè una popolazione spartita
in quattro classi, e l'esercito, che è formato del fiore della
cittadinanza e prende parte nella elezione del papa. Il papa non è
sovrano; ma ha sotto di sè numerosi officiali, dirige una vasta
amministrazione, fruisce d'ingenti entrate, esercita il potere civile
quante volte gliene è data opportunità, e l'autorità sua di tanto cresce
di quanto l'imperiale scema.
Con la distruzione del regno dei Longobardi le cose mutarono in parte, e
in parte rimasero come per lo innanzi. Alla sovranità nominale
degl'imperatori d'Oriente si sostituì la sovranità reale di Carlo Magno,
e il papa fu, sotto di esso, capo dello Stato, ma più di nome che di
fatto. A limitare il potere suo c'era da un lato il messo imperiale,
c'era dall'altro la nobiltà, la quale formava l'esercito, e moveva a suo
grado il popolo, ed era, per dir così, l'elemento primo ed incoercibile
della repubblica. Leone III, quello stesso Leone che a Carlo Magno,
quasi in segno di sudditanza, mandava le chiavi della tomba di San
Pietro, e il gonfalone di Roma, e chiedeva un messo imperiale che
venisse a ricevere il giuramento di fedeltà dei Romani, operando come
signore di Roma, durò gran fatica a reggersi e a serbarsi illeso in
mezzo al furore delle fazioni che straziavano la città, e fu ascritto a
miracolo. Gli avversarii suoi lo assaltarono nel bel mezzo di Roma, lo
rovesciarono da cavallo, tentarono, dicesi, di strappargli la lingua e
gli occhi; e v'è chi afferma che ci riuscirono, e che per grazia di Dio
riacquistò l'una e gli altri.
Era incominciato quel terribile giuoco delle fazioni che, per secoli,
doveva insanguinar la città, riempierla di tumulto e d'orrore. Cresceva
fra quelle tragiche mura una nobiltà la più superba, la più tracotante
che mai siasi veduta, al papa tanto più infesta, quanto più fiacco ed
incerto il potere imperiale che poteva, se non domarla, frenarla. Col
dissolversi dell'impero franco, l'audacia sua giunse al colmo, adescata
ed aizzata da quella stessa istituzione del papato che avrebbe dovuto
esser principio di pace e di ordine. Non v'era famiglia di patrizii che
non agognasse di vedere un de' suoi coronato della tiara; e non v'era
pontefice che non si facesse puntello e scudo delle armi de' suoi
partigiani. La repubblica, una repubblica turbolenta e malvagia di
nobili combattenti fra loro, crebbe di bel nuovo sui papi. Roma fu in
balìa di donne senza pudore e senza pietà, e i papi furono loro
creature, poi del secondo Alberico, sin verso il mezzo del secolo
decimo, degni di chi li poneva sul trono come di chi li rovesciava. La
Chiesa non ricorda tempi più tristi di questi, nè maggiori vergogne. Il
papato in quella burrasca non naufragò perchè troppe altre forze lo
sorreggevano.
Intanto, aiutato da quello Alberico, che più cose nuove ordinò, il
popolo cominciava a levarsi a fronte della nobiltà, di cui era stato
insino allora strumento; ad affermar sue ragioni; a far armi; recando
nuovo fomite di dissidio, in quel tumulto; accelerando, con sue
mutazioni, le peripezie e le catastrofi; avviluppando più sempre quella
intricata matassa di cupidigie, di gelosie, di odii, di torti e di
diritti. Con Ottone I la spenta sovranità imperiale prese a rivivere, ma
insidiata, combattuta. Ai 3 di gennaio del 964 nobili e popolo insorgono
a furia, e benchè vinti rimangono poi padroni della città. L'imperatore
indi a poco si parte; Leone VIII, eletto per volere dell'imperatore,
fugge. Segue una inenarrabile storia di subiti mutamenti, di
usurpazioni, di pugne, di rappresaglie, di stragi. Roma diviene il campo
dove le due parti contrarie, la nazionale e l'imperiale, combattono una
guerra micidiale e fraudolente, non mai finita. Ciascuna elegge il suo
papa, e si sforza di tor di mezzo il papa della parte avversaria.
Benedetto VI fu strangolato in carcere; dopo otto mesi di pontificato,
Giovanni XIV morì in Castel Sant'Angelo, non si sa bene se di fame o di
veleno; il cadavere di Bonifacio VII fu crivellato di lanciate,
trascinato ignudo per le vie, gettato e abbandonato dinanzi al così
detto cavallo di Costantino; Giovanni XV e Gregorio V furono cacciati da
Giovanni Crescenzio il quale signoreggiò Roma molt'anni, finchè fu vinto
e fatto decapitare da Ottone III.
Là le vittorie imperiali abbassavano per qualche tempo la frazione
contraria, non fondavano stabilmente la pace e l'ordine. Il patriziato,
in cui erano penetrati numerosi elementi feudali, cresce, benchè diviso,
d'insolenza e di forza. Roma si copre di torri e di propugnacoli; il
Colosseo, le terme, gli archi, i templi dell'antichità diventano
fortezze e ripari. Si leva sull'altre famiglie nobili la famiglia dei
conti di Tuscolo, arbitri molt'anni del papato e di Roma. E il disordine
aumenta, aumenta la corruzione: nel 1015 tre pontefici si contendono la
tiara.
Se non che in quegli anni di perpetuo scompiglio era cresciuto di forze,
e aveva acquistato coscienza del suo diritto anche il popolo, e nel 1143
insorse e imitò l'esempio d'altri comuni vendicatisi a libertà. Dichiarò
cessato il potere temporale dei papi e restaurata la repubblica;
ricostituì il senato; ma vietò quasi del tutto ai nobili di sedervi;
riavocò a sè ogni sovranità usurpata da altrui. Due anni dopo venne in
Roma Arnaldo da Brescia, e infervorò vie più gli animi, predicando
contro la corruzione dei chierici, richiamando la Chiesa alle
istituzioni e ai costumi dei tempi apostolici e Roma all'antica sua
gloria. Arnaldo morì per questo peccato, e le sue ceneri furono gettate
nel Tevere, e quel sogno di rinnovata repubblica si dileguò con esse.
Ma riapparve più tardi e i papi non ebbero così presto quieto e sicuro
dominio sulla città riottosa. Quel sogno era la visione di un passato
incancellabile; era la figurazione di una speranza che sempre rinasceva
negli animi, li consolava e incitava. Leone IV la significò in un verso,
quando sulla porta principale della nuova città che da lui prese il nome
faceva scrivere:
_Roma caput orbis, splendor, spes, aurea Roma._
Come la stessa città delle genti, quel sogno sembrava immortale: esso
turbò i sonni a molti pontefici; esso accese e sollevò gli animi di Cola
di Rienzo e di Stefano Porcari. Francesco Petrarca n'era irradiato
quando ricordava
L'antiche mura ch'ancor teme ed ama
E trema 'l mondo quando si rimembra
Del tempo andato e indietro si rivolve.
Dileguato quel sogno, Roma quetò, e non fu più per secoli, se non un
comune amministrativo. Essa obbedì ai pontefici; ma come la potestà loro
cresceva su di essa, così scemava sul mondo; e intanto per essi e per
lei maturavano nel remoto dei tempi novelli destini.
GLI ORDINI RELIGIOSI E L'ERESIA
DI
FELICE TOCCO
_Signore e Signori,_
Di settimana santa è bene entrare in chiesa e riandare col pensiero la
storia delle più antiche eresie, non fosse altro per sapere se resti in
noi qualche vestigio degli antichi errori. E se fastidio vi prenderà di
questa corsa vertiginosa per l'ampio giro di più che due secoli, non
incolpate me, vittima innocente, ma chi scelse insieme e il subbietto
della conferenza e il conferenziere, cadendo senza dubbio in eresia
doppia e doppiamente infelice. E dico male subbietto, chè l'argomento
nostro non ne ha uno, ma due non che disparati siffattamente opposti che
molti di voi si saranno dimandati con meraviglia a quale bell'umore sia
caduto in mente di metterli insieme. Nè avete torto perchè gli ordini
religiosi furono sempre tenuti per il più saldo presidio di quella
stessa Chiesa, che l'eresia tendeva da più parti di sovvertire, anzi
alcuni di questi ordini sursero appunto per combattere corpo a corpo e
perseguitare a morte gli eretici. Nè fa d'uopo citare i frati
predicatori o domenicani, che in grazia di un bisticcio etimologico non
disdegnavano di chiamarsi cani del Signore, _domini canes_, e quali
bracchi, fiutanti da lontano l'eresia, sono infatti effigiati in uno dei
grandi affreschi del Cappellone degli Spagnuoli.