peggiorando, perchè su questo sdrucciolo era difficile fermarsi. Il
beneficio di Costantino fu pagato a caro prezzo. Non solo si videro
imperatori favorir l'eresie e promuovere le contese; ma se ne videro di
quelli che usurparono il posto e l'ufficio dei vescovi. Riappariva
l'imperatore _pontifex maximus_ sotto sembianze cristiane. Costanzo, che
convoca concilii, che decreta in materia religiosa come in materia
civile, che impone simboli, quasi fosse il legittimo interprete dello
Spirito Santo, e che nel sinodo di Milano del 355 getta in viso ai padri
stupiti ed esterrefatti il memorabile placito: _Canone è la mia
volontà_; Costanzo, cui il più perseguitato dei vescovi, Atanasio di
Alessandria, dà il nome di Anticristo, che tre secoli innanzi era stato
dato a Nerone, è imperatore e papa ad un tempo, e caccia in esilio
l'altro papa Liberio, quando questi ardisce di levarglisi a fronte e di
contrastargli. Tali, ed altre simili intrusioni e soperchierie, erano
del resto provocate continuamente dalle stesse fazioni che tenevano in
subbuglio la Chiesa, e non meno dagli avversarii che dai propugnatori
dell'ortodossia, i quali tutti, quando più non isperavano di vincere
colle ragioni, o coi sofismi e le calunnie, volentieri si volgevano per
aiuto a chi aveva la forza e non era malcontento di adoperarla. Le
fazioni cercavano di aver dalla loro l'imperatore, e l'imperatore,
com'era naturale (e non sempre forse fu male), cercava di assodare e
rendere assoluto il dominio suo facendosi arbitro delle coscienze,
avocando a sè la suprema autorità spirituale.
Il papato corse allora grave pericolo; ma tante erano del rimanente le
condizioni che il favorivano, tanti gli aiuti che gli venivano da ogni
banda, e tanta avvedutezza e costanza ebbero i vescovi di Roma, che il
pericolo fu superato e la vittoria ottenuta. Già il concilio di Sardica,
sino dall'anno 347, aveva riconosciuta e proclamata la preminenza del
vescovo di Roma; nel sinodo di Costantinopoli, del 381, il vescovo di
Roma fu dichiarato primo in dignità, quello di Costantinopoli secondo.
Verso la fine del secolo VI, e dopo, a più riprese, gl'imperatori
bizantini tentarono di dichiarare ecumenico veramente il loro patriarca,
che già più volte aveva usurpato quel nome e di sostituirlo al papa di
Roma, troppo lontano e troppo riottoso; ma ogni loro conato fu inutile.
Valentiniano, dopo la breve riscossa che il paganesimo ebbe con Giuliano
l'Apostata, ripristinò la libertà dei culti; ma con Teodosio il
cristianesimo diventò stabilmente religione dello Stato. La chiesa
d'Occidente, in opposizione con quella d'Oriente, sempre più tendeva ad
escludere da ogni giurisdizione sua il potere civile, ed a rendere
autonomo il supremo ministero ecclesiastico. Gli avvenimenti incalzavano
e favorivano quella tendenza. Per un complesso di cause e di condizioni
che non tocca a me rintracciare, l'organismo dello Stato in Occidente
s'andava sempre più indebolendo, e s'avviava alla morte; e di quanto lo
Stato s'indeboliva, di tanto s'afforzava la Chiesa, sempre più
emancipata da quella incomoda soggezione. Tutte le menti e le volontà e
le virtù che altrove oramai non avevano modo di esercitarsi, voltavansi
spontaneamente alla Chiesa, si raccoglievano in lei. Ciò che era vivo
cercava la vita, e la vita era nella Chiesa, e la morte dello Stato era
necessariamente accelerata dal defluir delle forze verso la Chiesa.
Questo non era un caso nuovo nella storia. A poco a poco la gerarchia
ecclesiastica s'instaura, le chiese per la pietà dei fedeli
straordinariamente arricchiscono, la monarchia spirituale dei papi si
fonda. Leone I, che meritò il nome di Grande, ebbe immensa autorità;
fece, nel 453, tornare addietro Attila; mitigò, nel 455, gli orrori
della irruzione di Genserico. I barbari distruggevano l'impero
d'Occidente; ma, convertiti già al cristianesimo, rispettavano la
Chiesa, s'inchinavano dinanzi al suo pontefice. Mentre Teodorico
sconfiggeva Odoacre, e si apparecchiava a farsi padrone d'Italia,
Gelasio I rispondeva alle prepotenze dell'imperatore Anastasio con una
lettera famosa, ove l'autorità dei vescovi è separata risolutamente
dall'autorità dei principi, anzi è fatta maggiore con argomenti che i
successori di lui non mancheranno di ripetere. E quando, nel 524, il
pontefice Giovanni, primo di questo nome, andò, forzato da Teodorico, a
Costantinopoli, per farvi cessare la persecuzione contro gli Ariani,
l'imperatore Giustino mosse, col popolo, solennemente a riceverlo, gli
si gettò ai piedi, e volle essere di bel nuovo incoronato da lui.
Intorno a quel tempo ancora, senza che si possa dire con precisione
quando, cominciò l'uso di serbare al solo vescovo di Roma il nome di
papa, nome che per lo innanzi non aveva significato alcuno di
prerogativa, e soleva darsi a tutti i vescovi indistintamente, ed anche
ai semplici chierici. Così pure il nome di pontefice, che fu da prima
comune a tutti i vescovi, diventò proprio dei vescovi di Roma, e
significativo del loro primato.
Ma la potestà dei papi non cresceva e non si assodava senza molte
vicissitudini e scadimenti repentini, così volendo la turbata e violenta
condizione dei tempi. Le elezioni suscitavano cupidigie, si lasciavano
dietro rancori, e non sempre eran libere, e spesso furono occasione di
turbolenze e di scandali.
Nei primi secoli la elezione del papa spettava, come quella di tutti i
vescovi in generale, al clero ed al popolo; ma i principi non tardarono
a intromettervisi in varii modi, indicando norme e procedure,
arrogandosi di decidere in caso di contestazione, pretendendo di
confermare l'eletto, o, a dirittura, di designar colui su cui dovevano
raccogliersi i voti.
Ai tempi di Atalarico e di Amalasunta la confermazione regia costava
3000 monete d'oro. Teodato da prima restituì la libertà della elezione,
poi impose Silverio. Nè per questo rispetto, come per altri, fu la
dominazione greca migliore di quella dei Goti. Non solo gl'imperatori
s'ingerirono nelle elezioni, ma deposero i papi non graditi da loro.
Silverio fu deposto ed esiliato, e in esilio morì, credesi, di fame. La
condizione dei papi non fu allora migliore di quella dei patriarchi di
Costantinopoli, anzi fu peggiore per più rispetti: le elezioni si fecero
senza nemmeno più consultare i Romani.
Vennero i Longobardi, e s'impadronirono della più gran parte d'Italia:
gl'imperatori d'Oriente non v'ebbero quasi più che una parvenza di
dominio, e la Chiesa fu sottratta anche una volta al loro pessimo giogo.
Ma tutto ciò non avvenne in un giorno. Salì sulla cattedra di Pietro un
papa, riconosciuto come uno dei maggiori che la Chiesa abbia avuto,
Gregorio Magno, soprannominato il _Console di Dio_, il quale spese la
vita in riforme d'ogni maniera, e nella costante rivendicazione dei
diritti inerenti al suo ministero. Egli s'oppose vigorosamente alla
pretensione del patriarca di Costantinopoli di fregiarsi del titolo di
ecumenico; tenne testa all'imperatore, che non senza riposti
intendimenti favoriva quella pretensione; e fra Greci e Longobardi, fra
pericoli e difficoltà d'ogni sorta, seppe procacciare alla Chiesa una
notabile indipendenza. Sotto i successori suoi le cose mutarono di bel
nuovo in peggio, di bel nuovo gravò su Roma e la Chiesa il despotismo
degl'imperatori; ma durante la lunga e fastidiosa contesa pel culto
delle immagini, tutto l'Occidente s'oppose all'Oriente, e i papi
insorsero contro la prepotenza degli autocrati di Bisanzio. Vero è che
alle prepotenze di costoro tennero dietro quelle dei Longobardi, più
infesti assai perchè più vicini.
Non è punto facile formarsi un giusto concetto dell'autorità dei
pontefici in questo tempo e del rispetto ond'essi godevano. Il mutare
continuo delle fortune, il cozzare violento dei più disparati interessi,
la ruina degli ordini appena instaurati, eran cagione che la stessa
istituzione del papato non potesse acquetarsi in una forma stabile di
diritto e di consuetudine. I principii ideali erano abbastanza
determinati e saldi, ma spesso erano offesi e manomessi nella persona
reale del pontefice che gl'incarnava. Si venerava il papa astratto; si
deponeva, s'ingiuriava, si mutilava il papa concreto; e la ruvidezza
delle coscienze, e la barbarie dei costumi, non lasciavano scorgere la
mostruosità della contraddizione. Quello stesso Liutprando, che menava
per la briglia il cavallo del papa Zaccaria, aveva forzato Gregorio III
e i Romani a invocare contro di lui l'aiuto di Carlo Martello e dei
Franchi.
I Franchi vennero, con Pippino prima, con Carlo Magno poi, e distrussero
il regno dei Longobardi e posero fine all'odiata loro dominazione. Il
giorno di Natale dell'anno 800, Carlo Magno ricevette in Roma, nella
basilica del principe degli apostoli, dalle mani di Leone III, la corona
imperiale. Cessava così ogni ragione degl'imperatori bizantini sopra
Roma e sopra l'Italia; risorgeva dopo tre secoli l'Impero d'Occidente.
Leone III non poteva immaginare allora che l'impero e il papato dovevano
diventare nemici più tardi, e riempiere il mondo dello scandalo e del
rumore delle loro secolari contese.
Non ridirò le vicende e le fortune del papato nel tempo degl'imperatori
franchi, e poi nel tempo degli Ottoni, storia avviluppata e lunga, sopra
alcun punto della quale bisognerà ch'io ritorni. La restaurazione
dell'impero non era senza pericoli del papato, perchè non era possibile
che gl'imperatori non chiedessero, o non usurpassero, diritti e
prerogative tali da menomare più o meno l'autorità e la libertà dei
pontefici. E cominciò Carlo Magno a darne l'esempio, Carlo Magno, di cui
il papa fu un vero e proprio vassallo. Ma non era possibile, da altra
banda, che il danno crescesse oltre a certa misura, e che l'impero
sopraffacesse durevolmente il papato, perchè l'impero era e rimaneva,
essenzialmente, una finzione, e il papato era una cosa viva e reale, e
piena di forza. L'autorità imperiale si dissolveva come appena mancasse
un uomo di grande e vigoroso animo per tenerla insieme e sorreggerla,
mentre l'autorità papale era assai più nella istituzione che negli
uomini. E a crescer forza alla istituzione vennero in buon punto, verso
il mezzo del IX secolo, le famose Decretali del falso Isidoro, che a
nuove pretensioni dei papi recarono il suffragio di antiche, simulate
risoluzioni, e furono di sì gran peso e di tanta efficacia allora e poi,
che da esse appunto si suole far cominciare una nuova età nella storia
del papato. Così, a dispetto dei rigori degli Ottoni, a dispetto delle
brutture e delle violenze per cui è celebre quel tristo periodo della
storia di Roma che va sotto il nome di pornocrazia, l'autorità dei
pontefici andò, sebbene interrottamente, crescendo. Scomunica ed
interdetto erano diventati armi terribili. Il 18 giugno del 1053 i
Normanni vinsero a Civitate Leone IX, che in armi s'era mosso contro di
loro, e lo fecero prigioniero; ma come udirono ch'egli si piegava a
levare l'interdetto con cui li aveva colpiti, gli si gettarono ai piedi,
e gli fecero ressa d'attorno per baciargli le mani. Poco dopo si
compieva, per opera di Cerulario, la separazione, già cominciata con
Fozio, della Chiesa greca dalla latina; ma l'autorità dei pontefici, se
veniva a mancare in Oriente, cresceva sempre più in Occidente.
E ad assicurare vie meglio tale autorità una grande innovazione fu
introdotta nel 1059 da Niccolò II, inspirato in ciò e in altro da
quell'Ildebrando che doveva esser papa a sua volta col nome di Gregorio
VII. Da tempo immemorabile la elezione dei pontefici era, come abbiamo
veduto, occasion di raggiri, di soprusi, di turbamenti d'ogni maniera. I
pontefici non potevano sperare indipendenza e libertà piena per sè e per
la Chiesa, se prima non liberavano da qualsiasi ingerenza straniera la
propria elezione. Guidato da tale pensiero, Niccolò II fece votare dal
Concilio Lateranense di quell'anno un decreto, in virtù del quale la
elezione del pontefice fu deferita al collegio dei cardinali, mentre
all'imperatore, al rimanente del clero, al popolo, non fu lasciato altro
diritto che quello dell'approvazione. L'importanza e la forza di tale
provvedimento furono subito avvertite da chi n'era leso. Non molto dopo,
al decreto conciliare fu contrapposta una falsificazione dettata
evidentemente da spirito imperiale, falsificazione che assegnava
all'imperatore un posto fra i _præduces_, o promotori della elezione.
E il 22 di aprile dell'anno 1073 fu eletto dai Cardinali, consenziente
tutto il clero, plaudente il popolo, Gregorio VII, il quale era già
stato l'amico e il consigliere di parecchi pontefici, e il vero
operatore delle riforme consentite da loro. Gregorio VII meditò la
monarchia universale teocratica. Volle sciolto il clero, sciolte le
corporazioni religiose da ogni dipendenza dalle potestà laiche, e proibì
le investiture; strinse con mano vigorosa tutte in un fascio le forze
della Chiesa; scomunicò Enrico IV; svincolò i sudditi suoi dal debito di
fedeltà. Pensava e dichiarava che il potere dei re è frode diabolica;
che colui a cui era stata concessa potestà di aprire e di serrare le
porte del cielo doveva essere giudice della terra; che il papa ha
diritto di deporre gli imperatori; che le insegne imperiali appartengono
a lui solamente; che i popoli tutti devono prostrarglisi ai piedi.
Gregorio VII e i primi successori suoi fecero della potestà dei papi la
potestà massima del medio evo, una potestà che accoglieva dentro di sè,
e da cui scaturiva, come da sorgente, ogni autorità ecclesiastica, ogni
autorità laica.
In fatto, la Chiesa allora è tutta nel papa, o è un'emanazione del papa.
I vescovi hanno perduto ogni autonomia, e non serbano altra autorità che
quella che è delegata loro dal pontefice, di cui sono fatti gli
strumenti. La infallibilità è dei pontefici, e non dei concilii, i quali
non hanno altro officio che di approvare. Innocenzo III non si contenta
più di chiamarsi, come i suoi predecessori, vicario di Pietro, ma vuol
essere chiamato vicario di Cristo, e afferma che ciò che il pontefice
vuole e opera, vuole e opera come Dio, non come uomo. Si vede subito
quali conseguenze possono essere tratte da un'affermazione così fatta.
La volontà del papa è la volontà stessa di Dio, e perciò non è lecito
contraddirla nè discuterla. Agostino Trionfo, nella sua _Summa de
potestate ecclesiastica_, composta a richiesta di Giovanni XXII, giunse
a dire che non si può appellare dal giudizio del papa al giudizio di
Dio, essendo l'appello solamente possibile da un giudice inferiore a uno
maggiore, e papa e Dio essendo una cosa sola.
Per ciò che spetta alla potestà laica l'ordine è a dirittura invertito.
A tempo degli Ottoni noi vediamo il pontefice dipendere dall'imperatore,
e porgere all'imperatore, il quale, in sostanza, è arbitro delle
elezioni, il giuramento di fedeltà. Ora è l'imperatore che dipende dal
papa, è fatto una creatura del papa. Innocenzo III ripete ciò che aveva
detto Gregorio VII, ciò che ripeterà qualche anno più tardi Innocenzo
IV: la potestà laica non può essere legittima se non derivi dalla
ecclesiastica. L'imperatore non può ricevere la corona se non dal papa,
e non è imperatore se da lui non la riceve. I regni sono dati dal papa
in feudo a chi li governa. La relazione vicendevole dei due poteri è
chiarita con la famosa comparazione dei due luminari, del sole ch'era il
papa, della luna ch'era l'imperatore. Queste dottrine trionfavano.
Ottone IV, incoronato da Innocenzo III, si fece chiamar re dei Romani
per la grazia di Dio e del papa; Pietro d'Aragona riceveva in feudo il
suo regno e si riconosceva tributario e vassallo della Chiesa; Giovanni
Senza Terra deponeva la corona per riprenderla, in più legittima forma,
dalle mani del legato Pandolfo. L'inquisizione e i nuovi ordini
monastici aiutavano potentemente l'assolutismo dei papi.
Questo assolutismo, la commistione dei due poteri e dei due reggimenti
ch'esso portava con sè, ebbero avversari ardenti e risoluti, suscitarono
biasimi e rampogne senza fine. Basta ricordar l'Alighieri, che oppose
all'eccessive pretensioni dei papi il suo trattato _De Monarchia_, e in
molti luoghi del poema avventa contr'esse i fulmini dell'ira sua. Certo,
quella commistione fu causa di molte sciagure o di pervertimenti
irreparabili; ma lo storico imparziale deve pur riconoscere ch'essa era
necessaria e inevitabile. Le pretensioni di pontefici come Gregorio VII
ed Innocenzo III sono la logica conseguenza di certe premesse, dalle
quali si svolgono come la pianta dal seme.
Gesù Cristo aveva in mente e voleva la separazione delle due potestà,
spirituale e temporale, quando pronunziava le memorabili parole: _Date a
Cesare ciò che è di Cesare; date a Dio ciò che è di Dio_. Dopo lui,
molti vollero, e molti si adoperarono a ottener quel medesimo, finchè ai
giorni nostri fu proclamata, come provvedimento ottimo di ragione e di
diritto, la separazione totale della Chiesa e dello Stato. Se non che,
tale separazione, quanto è facile in teorica, altrettanto è difficile in
pratica, e se potrà effettuarsi ora, o in avvenire, certo non poteva
effettuarsi in passato. Notisi che gli stessi concetti fondamentali sono
qui molto difficili da fermare e da circoscrivere; che non si può dire,
con precisione dove finisca lo spirituale e dove il temporale cominci; e
che essendo, così dell'uno come dell'altro, subbietto ed obbietto
l'uomo, di necessità debbono spirituale e temporale entrar l'uno
nell'altro. Ond'è che noi vediamo, o la potestà laica cercare di
sopraffar la ecclesiastica, o questa cercare di sopraffar quella. Non
sempre, del resto, ci fu frode o violenza: più d'una volta l'una potestà
consentì, o a dirittura chiese l'ingerenza dell'altra; più di una volta
sì fatta ingerenza fu resa necessaria dalla condizione dei tempi, dalle
storiche vicende.
Giustiniano, il quale pure usurpò non pochi diritti e offici dei papi,
volle, nondimeno, che i vescovi dirigessero la elezione dei più cospicui
officiali della diocesi; che vigilassero il loro operato e l'uso che si
faceva del pubblico denaro; che soprintendessero alle fabbriche e alle
prigioni; avessero in tutela i minori. Promulgando la prammatica
sanzione, egli conferì loro anche la elezione della più parte degli
ufficiali provinciali e la vigilanza dei loro atti.
Sopraggiunti tempi calamitosi, nella confusione e nella ruina degli
ordinamenti antichi, la potestà civile dei vescovi, e più quella dei
papi, dovettero andare necessariamente crescendo. Quando l'Italia,
abbandonata alle proprie sue forze dagl'imperatori d'Oriente, ebbe a
difendersi, come potè, dalle violenze dei Longobardi, spesso ogni
autorità si raccolse nei vescovi, come in coloro che soli erano in grado
di assumerla. “Sono tante le faccende pubbliche,„ scriveva Gregorio
Magno ai patriarchi dell'Oriente “cui deve attendere qui chi ha nome di
vescovo, da lasciar dubbio se egli abbia officio di pastore d'anime o di
principe secolare„. Lo stesso Gregorio, che per tutto il tempo del suo
papato dovette accudire, com'egli pur dice, ai chierici, ai monasteri,
ai poveri, al popolo e, per giunta, ai Longobardi, lo stesso Gregorio fu
principe e papa ad un tempo, e con ragione poteva egli scrivere in altra
sua lettera: “Sono già ventisette anni che in questa città noi viviamo
tra le spade dei Longobardi; e non è da dire quanto tributo debba ogni
giorno questa Chiesa porgere loro, perchè ci sia conceduto di vivere.
Avvertirò solo che come in Ravenna è un tesoriere imperiale che provvede
alle spese quotidiane, così in questa città sono io fatto tesoriere loro
per ogni occorrenza.„ Estraniandosi sempre più Roma dall'impero,
Gregorio III fece restaurare a proprie spese le mura della città.
In questi fatti non è usurpazione di poteri, ma naturale accessione,
richiesta dagli avvenimenti. Se i papi avessero voluto allora attendere
al solo ufficio pastorale, astenendosi da ogni ingerenza nei civili
negozii, avrebbero aggravato i pericoli e i mali ond'erano afflitte in
più particolar modo le popolazioni d'Italia. La nuova potestà veniva
loro, più che da altro, dallo scadimento e dalla defezione della potestà
laica ordinaria. Più tardi fu la stessa potestà laica quella che nei
pontefici riconobbe un'autorità diversa dalla spirituale. Come nei primi
secoli della Chiesa si videro più d'una volta le parti chiamar giudici
delle loro contese gl'imperatori, attribuendo loro, per la speranza di
vincere, un'autorità spirituale che quelli non avevano; così più tardi
si videro principi chiamar giudici i papi in cause civili e politiche,
attribuendo loro, per la speranza medesima, una autorità che quelli non
avrebbero dovuto avere. Esempio memorabile a tale riguardo è quel di
Pippino, seguito poi da altri in gran numero. L'anno 751, Pippino,
figlio di Carlo Martello, e maggiordomo di quell'ombra di re che fu
Childerico III, mandò a Roma il vescovo Burgardo e il cappellano
Folrado, con missione d'interrogare il papa Zaccaria circa i re di
Francia, “i quali non avevano più in quel tempo regal potestà; se ciò
fosse bene o non fosse„. Non v'è dubbio che il papa avrebbe dovuto
rispondere alla subdola domanda con affermare esplicitamente il diritto
del re legittimo; ma premuto ogni giorno più dai Longobardi, non potendo
sperare aiuto se non dai Franchi, e non lo potendo ottenere se non a
patto di avere amico Pippino, fece atto di cattivo sacerdote, ma di buon
politico, e mandò a rispondere a Pippino “esser meglio che il nome di Re
si desse a colui il quale aveva la potestà, anzichè a colui che non
avendo la potestà, riteneva il nome„. E così “per non turbar l'ordine,
per l'apostolica sua autorità ordinò che Pippino fosse re„. Childerico
fu deposto, e Pippino, unto re dai vescovi di Gallia, ne tolse il luogo.
Tre anni dopo, Stefano III, volendo assicurar meglio il fatto, e dargli
maggior solennità, consacrò di bel nuovo Pippino, e insieme con lui la
moglie Bertrada, e i figliuoli Carlo e Carlomanno, conferendo a quello e
a questo il titolo di patrizii dei Romani; e benedisse i signori Franchi
presenti, ammonendoli sotto minaccia d'interdetto e di scomunica, di non
più mai eleggersi un re d'altra schiatta. Passato mezzo secolo, Carlo
Magno riceveva da un altro pontefice la corona del rinnovato impero.
Come dunque non avrebbero i papi attribuito a sè medesimi il diritto di
creare i principi e disporre dei regni, se tale diritto era ammesso ed
invocato da coloro appunto che avrebbero dovuto negarlo e combatterlo? e
che cosa si poteva ragionevolmente opporre ai papi, e alle pretensioni
loro sopra l'impero, quando, in sostegno di quelle pretensioni medesime,
i papi recavano innanzi il fatto irrecusabile che per opera loro era
avvenuta la traslazione della sovranità imperiale, prima dai Greci ai
Franchi, e poi dai Franchi ai Tedeschi? Che i papi, da altra banda,
cercassero di approfittarsi di ogni occasione favorevole per accrescere
la potestà propria, è cosa naturale, e consentanea alla umana natura. Ma
non si creda che quel crescere della potestà papale oltre i confini che
pareva le dovessero essere più legittimamente assegnati, fosse sola
conseguenza degli avvenimenti storici e di storiche congiunture, della
debolezza degli uni e dell'avidità degli altri; era pure, come ho
accennato, conseguenza logica, logico svolgimento di certi principii, di
certe idee, consustanziali alla stessa dottrina cristiana.