Sotto parecchi degl'imperatori che seguirono le cose andarono

peggiorando, perchè su questo sdrucciolo era difficile fermarsi. Il

beneficio di Costantino fu pagato a caro prezzo. Non solo si videro

imperatori favorir l'eresie e promuovere le contese; ma se ne videro di

quelli che usurparono il posto e l'ufficio dei vescovi. Riappariva

l'imperatore _pontifex maximus_ sotto sembianze cristiane. Costanzo, che

convoca concilii, che decreta in materia religiosa come in materia

civile, che impone simboli, quasi fosse il legittimo interprete dello

Spirito Santo, e che nel sinodo di Milano del 355 getta in viso ai padri

stupiti ed esterrefatti il memorabile placito: _Canone è la mia

volontà_; Costanzo, cui il più perseguitato dei vescovi, Atanasio di

Alessandria, dà il nome di Anticristo, che tre secoli innanzi era stato

dato a Nerone, è imperatore e papa ad un tempo, e caccia in esilio

l'altro papa Liberio, quando questi ardisce di levarglisi a fronte e di

contrastargli. Tali, ed altre simili intrusioni e soperchierie, erano

del resto provocate continuamente dalle stesse fazioni che tenevano in

subbuglio la Chiesa, e non meno dagli avversarii che dai propugnatori

dell'ortodossia, i quali tutti, quando più non isperavano di vincere

colle ragioni, o coi sofismi e le calunnie, volentieri si volgevano per

aiuto a chi aveva la forza e non era malcontento di adoperarla. Le

fazioni cercavano di aver dalla loro l'imperatore, e l'imperatore,

com'era naturale (e non sempre forse fu male), cercava di assodare e

rendere assoluto il dominio suo facendosi arbitro delle coscienze,

avocando a sè la suprema autorità spirituale.

Il papato corse allora grave pericolo; ma tante erano del rimanente le

condizioni che il favorivano, tanti gli aiuti che gli venivano da ogni

banda, e tanta avvedutezza e costanza ebbero i vescovi di Roma, che il

pericolo fu superato e la vittoria ottenuta. Già il concilio di Sardica,

sino dall'anno 347, aveva riconosciuta e proclamata la preminenza del

vescovo di Roma; nel sinodo di Costantinopoli, del 381, il vescovo di

Roma fu dichiarato primo in dignità, quello di Costantinopoli secondo.

Verso la fine del secolo VI, e dopo, a più riprese, gl'imperatori

bizantini tentarono di dichiarare ecumenico veramente il loro patriarca,

che già più volte aveva usurpato quel nome e di sostituirlo al papa di

Roma, troppo lontano e troppo riottoso; ma ogni loro conato fu inutile.

Valentiniano, dopo la breve riscossa che il paganesimo ebbe con Giuliano

l'Apostata, ripristinò la libertà dei culti; ma con Teodosio il

cristianesimo diventò stabilmente religione dello Stato. La chiesa

d'Occidente, in opposizione con quella d'Oriente, sempre più tendeva ad

escludere da ogni giurisdizione sua il potere civile, ed a rendere

autonomo il supremo ministero ecclesiastico. Gli avvenimenti incalzavano

e favorivano quella tendenza. Per un complesso di cause e di condizioni

che non tocca a me rintracciare, l'organismo dello Stato in Occidente

s'andava sempre più indebolendo, e s'avviava alla morte; e di quanto lo

Stato s'indeboliva, di tanto s'afforzava la Chiesa, sempre più

emancipata da quella incomoda soggezione. Tutte le menti e le volontà e

le virtù che altrove oramai non avevano modo di esercitarsi, voltavansi

spontaneamente alla Chiesa, si raccoglievano in lei. Ciò che era vivo

cercava la vita, e la vita era nella Chiesa, e la morte dello Stato era

necessariamente accelerata dal defluir delle forze verso la Chiesa.

Questo non era un caso nuovo nella storia. A poco a poco la gerarchia

ecclesiastica s'instaura, le chiese per la pietà dei fedeli

straordinariamente arricchiscono, la monarchia spirituale dei papi si

fonda. Leone I, che meritò il nome di Grande, ebbe immensa autorità;

fece, nel 453, tornare addietro Attila; mitigò, nel 455, gli orrori

della irruzione di Genserico. I barbari distruggevano l'impero

d'Occidente; ma, convertiti già al cristianesimo, rispettavano la

Chiesa, s'inchinavano dinanzi al suo pontefice. Mentre Teodorico

sconfiggeva Odoacre, e si apparecchiava a farsi padrone d'Italia,

Gelasio I rispondeva alle prepotenze dell'imperatore Anastasio con una

lettera famosa, ove l'autorità dei vescovi è separata risolutamente

dall'autorità dei principi, anzi è fatta maggiore con argomenti che i

successori di lui non mancheranno di ripetere. E quando, nel 524, il

pontefice Giovanni, primo di questo nome, andò, forzato da Teodorico, a

Costantinopoli, per farvi cessare la persecuzione contro gli Ariani,

l'imperatore Giustino mosse, col popolo, solennemente a riceverlo, gli

si gettò ai piedi, e volle essere di bel nuovo incoronato da lui.

Intorno a quel tempo ancora, senza che si possa dire con precisione

quando, cominciò l'uso di serbare al solo vescovo di Roma il nome di

papa, nome che per lo innanzi non aveva significato alcuno di

prerogativa, e soleva darsi a tutti i vescovi indistintamente, ed anche

ai semplici chierici. Così pure il nome di pontefice, che fu da prima

comune a tutti i vescovi, diventò proprio dei vescovi di Roma, e

significativo del loro primato.

Ma la potestà dei papi non cresceva e non si assodava senza molte

vicissitudini e scadimenti repentini, così volendo la turbata e violenta

condizione dei tempi. Le elezioni suscitavano cupidigie, si lasciavano

dietro rancori, e non sempre eran libere, e spesso furono occasione di

turbolenze e di scandali.

Nei primi secoli la elezione del papa spettava, come quella di tutti i

vescovi in generale, al clero ed al popolo; ma i principi non tardarono

a intromettervisi in varii modi, indicando norme e procedure,

arrogandosi di decidere in caso di contestazione, pretendendo di

confermare l'eletto, o, a dirittura, di designar colui su cui dovevano

raccogliersi i voti.

Ai tempi di Atalarico e di Amalasunta la confermazione regia costava

3000 monete d'oro. Teodato da prima restituì la libertà della elezione,

poi impose Silverio. Nè per questo rispetto, come per altri, fu la

dominazione greca migliore di quella dei Goti. Non solo gl'imperatori

s'ingerirono nelle elezioni, ma deposero i papi non graditi da loro.

Silverio fu deposto ed esiliato, e in esilio morì, credesi, di fame. La

condizione dei papi non fu allora migliore di quella dei patriarchi di

Costantinopoli, anzi fu peggiore per più rispetti: le elezioni si fecero

senza nemmeno più consultare i Romani.

Vennero i Longobardi, e s'impadronirono della più gran parte d'Italia:

gl'imperatori d'Oriente non v'ebbero quasi più che una parvenza di

dominio, e la Chiesa fu sottratta anche una volta al loro pessimo giogo.

Ma tutto ciò non avvenne in un giorno. Salì sulla cattedra di Pietro un

papa, riconosciuto come uno dei maggiori che la Chiesa abbia avuto,

Gregorio Magno, soprannominato il _Console di Dio_, il quale spese la

vita in riforme d'ogni maniera, e nella costante rivendicazione dei

diritti inerenti al suo ministero. Egli s'oppose vigorosamente alla

pretensione del patriarca di Costantinopoli di fregiarsi del titolo di

ecumenico; tenne testa all'imperatore, che non senza riposti

intendimenti favoriva quella pretensione; e fra Greci e Longobardi, fra

pericoli e difficoltà d'ogni sorta, seppe procacciare alla Chiesa una

notabile indipendenza. Sotto i successori suoi le cose mutarono di bel

nuovo in peggio, di bel nuovo gravò su Roma e la Chiesa il despotismo

degl'imperatori; ma durante la lunga e fastidiosa contesa pel culto

delle immagini, tutto l'Occidente s'oppose all'Oriente, e i papi

insorsero contro la prepotenza degli autocrati di Bisanzio. Vero è che

alle prepotenze di costoro tennero dietro quelle dei Longobardi, più

infesti assai perchè più vicini.

Non è punto facile formarsi un giusto concetto dell'autorità dei

pontefici in questo tempo e del rispetto ond'essi godevano. Il mutare

continuo delle fortune, il cozzare violento dei più disparati interessi,

la ruina degli ordini appena instaurati, eran cagione che la stessa

istituzione del papato non potesse acquetarsi in una forma stabile di

diritto e di consuetudine. I principii ideali erano abbastanza

determinati e saldi, ma spesso erano offesi e manomessi nella persona

reale del pontefice che gl'incarnava. Si venerava il papa astratto; si

deponeva, s'ingiuriava, si mutilava il papa concreto; e la ruvidezza

delle coscienze, e la barbarie dei costumi, non lasciavano scorgere la

mostruosità della contraddizione. Quello stesso Liutprando, che menava

per la briglia il cavallo del papa Zaccaria, aveva forzato Gregorio III

e i Romani a invocare contro di lui l'aiuto di Carlo Martello e dei

Franchi.

I Franchi vennero, con Pippino prima, con Carlo Magno poi, e distrussero

il regno dei Longobardi e posero fine all'odiata loro dominazione. Il

giorno di Natale dell'anno 800, Carlo Magno ricevette in Roma, nella

basilica del principe degli apostoli, dalle mani di Leone III, la corona

imperiale. Cessava così ogni ragione degl'imperatori bizantini sopra

Roma e sopra l'Italia; risorgeva dopo tre secoli l'Impero d'Occidente.

Leone III non poteva immaginare allora che l'impero e il papato dovevano

diventare nemici più tardi, e riempiere il mondo dello scandalo e del

rumore delle loro secolari contese.

Non ridirò le vicende e le fortune del papato nel tempo degl'imperatori

franchi, e poi nel tempo degli Ottoni, storia avviluppata e lunga, sopra

alcun punto della quale bisognerà ch'io ritorni. La restaurazione

dell'impero non era senza pericoli del papato, perchè non era possibile

che gl'imperatori non chiedessero, o non usurpassero, diritti e

prerogative tali da menomare più o meno l'autorità e la libertà dei

pontefici. E cominciò Carlo Magno a darne l'esempio, Carlo Magno, di cui

il papa fu un vero e proprio vassallo. Ma non era possibile, da altra

banda, che il danno crescesse oltre a certa misura, e che l'impero

sopraffacesse durevolmente il papato, perchè l'impero era e rimaneva,

essenzialmente, una finzione, e il papato era una cosa viva e reale, e

piena di forza. L'autorità imperiale si dissolveva come appena mancasse

un uomo di grande e vigoroso animo per tenerla insieme e sorreggerla,

mentre l'autorità papale era assai più nella istituzione che negli

uomini. E a crescer forza alla istituzione vennero in buon punto, verso

il mezzo del IX secolo, le famose Decretali del falso Isidoro, che a

nuove pretensioni dei papi recarono il suffragio di antiche, simulate

risoluzioni, e furono di sì gran peso e di tanta efficacia allora e poi,

che da esse appunto si suole far cominciare una nuova età nella storia

del papato. Così, a dispetto dei rigori degli Ottoni, a dispetto delle

brutture e delle violenze per cui è celebre quel tristo periodo della

storia di Roma che va sotto il nome di pornocrazia, l'autorità dei

pontefici andò, sebbene interrottamente, crescendo. Scomunica ed

interdetto erano diventati armi terribili. Il 18 giugno del 1053 i

Normanni vinsero a Civitate Leone IX, che in armi s'era mosso contro di

loro, e lo fecero prigioniero; ma come udirono ch'egli si piegava a

levare l'interdetto con cui li aveva colpiti, gli si gettarono ai piedi,

e gli fecero ressa d'attorno per baciargli le mani. Poco dopo si

compieva, per opera di Cerulario, la separazione, già cominciata con

Fozio, della Chiesa greca dalla latina; ma l'autorità dei pontefici, se

veniva a mancare in Oriente, cresceva sempre più in Occidente.

E ad assicurare vie meglio tale autorità una grande innovazione fu

introdotta nel 1059 da Niccolò II, inspirato in ciò e in altro da

quell'Ildebrando che doveva esser papa a sua volta col nome di Gregorio

VII. Da tempo immemorabile la elezione dei pontefici era, come abbiamo

veduto, occasion di raggiri, di soprusi, di turbamenti d'ogni maniera. I

pontefici non potevano sperare indipendenza e libertà piena per sè e per

la Chiesa, se prima non liberavano da qualsiasi ingerenza straniera la

propria elezione. Guidato da tale pensiero, Niccolò II fece votare dal

Concilio Lateranense di quell'anno un decreto, in virtù del quale la

elezione del pontefice fu deferita al collegio dei cardinali, mentre

all'imperatore, al rimanente del clero, al popolo, non fu lasciato altro

diritto che quello dell'approvazione. L'importanza e la forza di tale

provvedimento furono subito avvertite da chi n'era leso. Non molto dopo,

al decreto conciliare fu contrapposta una falsificazione dettata

evidentemente da spirito imperiale, falsificazione che assegnava

all'imperatore un posto fra i _præduces_, o promotori della elezione.

E il 22 di aprile dell'anno 1073 fu eletto dai Cardinali, consenziente

tutto il clero, plaudente il popolo, Gregorio VII, il quale era già

stato l'amico e il consigliere di parecchi pontefici, e il vero

operatore delle riforme consentite da loro. Gregorio VII meditò la

monarchia universale teocratica. Volle sciolto il clero, sciolte le

corporazioni religiose da ogni dipendenza dalle potestà laiche, e proibì

le investiture; strinse con mano vigorosa tutte in un fascio le forze

della Chiesa; scomunicò Enrico IV; svincolò i sudditi suoi dal debito di

fedeltà. Pensava e dichiarava che il potere dei re è frode diabolica;

che colui a cui era stata concessa potestà di aprire e di serrare le

porte del cielo doveva essere giudice della terra; che il papa ha

diritto di deporre gli imperatori; che le insegne imperiali appartengono

a lui solamente; che i popoli tutti devono prostrarglisi ai piedi.

Gregorio VII e i primi successori suoi fecero della potestà dei papi la

potestà massima del medio evo, una potestà che accoglieva dentro di sè,

e da cui scaturiva, come da sorgente, ogni autorità ecclesiastica, ogni

autorità laica.

In fatto, la Chiesa allora è tutta nel papa, o è un'emanazione del papa.

I vescovi hanno perduto ogni autonomia, e non serbano altra autorità che

quella che è delegata loro dal pontefice, di cui sono fatti gli

strumenti. La infallibilità è dei pontefici, e non dei concilii, i quali

non hanno altro officio che di approvare. Innocenzo III non si contenta

più di chiamarsi, come i suoi predecessori, vicario di Pietro, ma vuol

essere chiamato vicario di Cristo, e afferma che ciò che il pontefice

vuole e opera, vuole e opera come Dio, non come uomo. Si vede subito

quali conseguenze possono essere tratte da un'affermazione così fatta.

La volontà del papa è la volontà stessa di Dio, e perciò non è lecito

contraddirla nè discuterla. Agostino Trionfo, nella sua _Summa de

potestate ecclesiastica_, composta a richiesta di Giovanni XXII, giunse

a dire che non si può appellare dal giudizio del papa al giudizio di

Dio, essendo l'appello solamente possibile da un giudice inferiore a uno

maggiore, e papa e Dio essendo una cosa sola.

Per ciò che spetta alla potestà laica l'ordine è a dirittura invertito.

A tempo degli Ottoni noi vediamo il pontefice dipendere dall'imperatore,

e porgere all'imperatore, il quale, in sostanza, è arbitro delle

elezioni, il giuramento di fedeltà. Ora è l'imperatore che dipende dal

papa, è fatto una creatura del papa. Innocenzo III ripete ciò che aveva

detto Gregorio VII, ciò che ripeterà qualche anno più tardi Innocenzo

IV: la potestà laica non può essere legittima se non derivi dalla

ecclesiastica. L'imperatore non può ricevere la corona se non dal papa,

e non è imperatore se da lui non la riceve. I regni sono dati dal papa

in feudo a chi li governa. La relazione vicendevole dei due poteri è

chiarita con la famosa comparazione dei due luminari, del sole ch'era il

papa, della luna ch'era l'imperatore. Queste dottrine trionfavano.

Ottone IV, incoronato da Innocenzo III, si fece chiamar re dei Romani

per la grazia di Dio e del papa; Pietro d'Aragona riceveva in feudo il

suo regno e si riconosceva tributario e vassallo della Chiesa; Giovanni

Senza Terra deponeva la corona per riprenderla, in più legittima forma,

dalle mani del legato Pandolfo. L'inquisizione e i nuovi ordini

monastici aiutavano potentemente l'assolutismo dei papi.

Questo assolutismo, la commistione dei due poteri e dei due reggimenti

ch'esso portava con sè, ebbero avversari ardenti e risoluti, suscitarono

biasimi e rampogne senza fine. Basta ricordar l'Alighieri, che oppose

all'eccessive pretensioni dei papi il suo trattato _De Monarchia_, e in

molti luoghi del poema avventa contr'esse i fulmini dell'ira sua. Certo,

quella commistione fu causa di molte sciagure o di pervertimenti

irreparabili; ma lo storico imparziale deve pur riconoscere ch'essa era

necessaria e inevitabile. Le pretensioni di pontefici come Gregorio VII

ed Innocenzo III sono la logica conseguenza di certe premesse, dalle

quali si svolgono come la pianta dal seme.

Gesù Cristo aveva in mente e voleva la separazione delle due potestà,

spirituale e temporale, quando pronunziava le memorabili parole: _Date a

Cesare ciò che è di Cesare; date a Dio ciò che è di Dio_. Dopo lui,

molti vollero, e molti si adoperarono a ottener quel medesimo, finchè ai

giorni nostri fu proclamata, come provvedimento ottimo di ragione e di

diritto, la separazione totale della Chiesa e dello Stato. Se non che,

tale separazione, quanto è facile in teorica, altrettanto è difficile in

pratica, e se potrà effettuarsi ora, o in avvenire, certo non poteva

effettuarsi in passato. Notisi che gli stessi concetti fondamentali sono

qui molto difficili da fermare e da circoscrivere; che non si può dire,

con precisione dove finisca lo spirituale e dove il temporale cominci; e

che essendo, così dell'uno come dell'altro, subbietto ed obbietto

l'uomo, di necessità debbono spirituale e temporale entrar l'uno

nell'altro. Ond'è che noi vediamo, o la potestà laica cercare di

sopraffar la ecclesiastica, o questa cercare di sopraffar quella. Non

sempre, del resto, ci fu frode o violenza: più d'una volta l'una potestà

consentì, o a dirittura chiese l'ingerenza dell'altra; più di una volta

sì fatta ingerenza fu resa necessaria dalla condizione dei tempi, dalle

storiche vicende.

Giustiniano, il quale pure usurpò non pochi diritti e offici dei papi,

volle, nondimeno, che i vescovi dirigessero la elezione dei più cospicui

officiali della diocesi; che vigilassero il loro operato e l'uso che si

faceva del pubblico denaro; che soprintendessero alle fabbriche e alle

prigioni; avessero in tutela i minori. Promulgando la prammatica

sanzione, egli conferì loro anche la elezione della più parte degli

ufficiali provinciali e la vigilanza dei loro atti.

Sopraggiunti tempi calamitosi, nella confusione e nella ruina degli

ordinamenti antichi, la potestà civile dei vescovi, e più quella dei

papi, dovettero andare necessariamente crescendo. Quando l'Italia,

abbandonata alle proprie sue forze dagl'imperatori d'Oriente, ebbe a

difendersi, come potè, dalle violenze dei Longobardi, spesso ogni

autorità si raccolse nei vescovi, come in coloro che soli erano in grado

di assumerla. “Sono tante le faccende pubbliche,„ scriveva Gregorio

Magno ai patriarchi dell'Oriente “cui deve attendere qui chi ha nome di

vescovo, da lasciar dubbio se egli abbia officio di pastore d'anime o di

principe secolare„. Lo stesso Gregorio, che per tutto il tempo del suo

papato dovette accudire, com'egli pur dice, ai chierici, ai monasteri,

ai poveri, al popolo e, per giunta, ai Longobardi, lo stesso Gregorio fu

principe e papa ad un tempo, e con ragione poteva egli scrivere in altra

sua lettera: “Sono già ventisette anni che in questa città noi viviamo

tra le spade dei Longobardi; e non è da dire quanto tributo debba ogni

giorno questa Chiesa porgere loro, perchè ci sia conceduto di vivere.

Avvertirò solo che come in Ravenna è un tesoriere imperiale che provvede

alle spese quotidiane, così in questa città sono io fatto tesoriere loro

per ogni occorrenza.„ Estraniandosi sempre più Roma dall'impero,

Gregorio III fece restaurare a proprie spese le mura della città.

In questi fatti non è usurpazione di poteri, ma naturale accessione,

richiesta dagli avvenimenti. Se i papi avessero voluto allora attendere

al solo ufficio pastorale, astenendosi da ogni ingerenza nei civili

negozii, avrebbero aggravato i pericoli e i mali ond'erano afflitte in

più particolar modo le popolazioni d'Italia. La nuova potestà veniva

loro, più che da altro, dallo scadimento e dalla defezione della potestà

laica ordinaria. Più tardi fu la stessa potestà laica quella che nei

pontefici riconobbe un'autorità diversa dalla spirituale. Come nei primi

secoli della Chiesa si videro più d'una volta le parti chiamar giudici

delle loro contese gl'imperatori, attribuendo loro, per la speranza di

vincere, un'autorità spirituale che quelli non avevano; così più tardi

si videro principi chiamar giudici i papi in cause civili e politiche,

attribuendo loro, per la speranza medesima, una autorità che quelli non

avrebbero dovuto avere. Esempio memorabile a tale riguardo è quel di

Pippino, seguito poi da altri in gran numero. L'anno 751, Pippino,

figlio di Carlo Martello, e maggiordomo di quell'ombra di re che fu

Childerico III, mandò a Roma il vescovo Burgardo e il cappellano

Folrado, con missione d'interrogare il papa Zaccaria circa i re di

Francia, “i quali non avevano più in quel tempo regal potestà; se ciò

fosse bene o non fosse„. Non v'è dubbio che il papa avrebbe dovuto

rispondere alla subdola domanda con affermare esplicitamente il diritto

del re legittimo; ma premuto ogni giorno più dai Longobardi, non potendo

sperare aiuto se non dai Franchi, e non lo potendo ottenere se non a

patto di avere amico Pippino, fece atto di cattivo sacerdote, ma di buon

politico, e mandò a rispondere a Pippino “esser meglio che il nome di Re

si desse a colui il quale aveva la potestà, anzichè a colui che non

avendo la potestà, riteneva il nome„. E così “per non turbar l'ordine,

per l'apostolica sua autorità ordinò che Pippino fosse re„. Childerico

fu deposto, e Pippino, unto re dai vescovi di Gallia, ne tolse il luogo.

Tre anni dopo, Stefano III, volendo assicurar meglio il fatto, e dargli

maggior solennità, consacrò di bel nuovo Pippino, e insieme con lui la

moglie Bertrada, e i figliuoli Carlo e Carlomanno, conferendo a quello e

a questo il titolo di patrizii dei Romani; e benedisse i signori Franchi

presenti, ammonendoli sotto minaccia d'interdetto e di scomunica, di non

più mai eleggersi un re d'altra schiatta. Passato mezzo secolo, Carlo

Magno riceveva da un altro pontefice la corona del rinnovato impero.

Come dunque non avrebbero i papi attribuito a sè medesimi il diritto di

creare i principi e disporre dei regni, se tale diritto era ammesso ed

invocato da coloro appunto che avrebbero dovuto negarlo e combatterlo? e

che cosa si poteva ragionevolmente opporre ai papi, e alle pretensioni

loro sopra l'impero, quando, in sostegno di quelle pretensioni medesime,

i papi recavano innanzi il fatto irrecusabile che per opera loro era

avvenuta la traslazione della sovranità imperiale, prima dai Greci ai

Franchi, e poi dai Franchi ai Tedeschi? Che i papi, da altra banda,

cercassero di approfittarsi di ogni occasione favorevole per accrescere

la potestà propria, è cosa naturale, e consentanea alla umana natura. Ma

non si creda che quel crescere della potestà papale oltre i confini che

pareva le dovessero essere più legittimamente assegnati, fosse sola

conseguenza degli avvenimenti storici e di storiche congiunture, della

debolezza degli uni e dell'avidità degli altri; era pure, come ho

accennato, conseguenza logica, logico svolgimento di certi principii, di

certe idee, consustanziali alla stessa dottrina cristiana.

Gli albori della vita Italiana Conferenze tenute a Firenze nel 1890 · 第 14 / 30 段