indipendente dai Normanni solo il ducato di Napoli, — ducato durato 500
anni, molto più a lungo di ciascuna delle dinastie che l'hanno seguito;
— giacchè il ducato di Gaeta era già caduto in mani normanne. Non era
legittima aspettazione, ragionevole ambizione, che oramai tutta questa
regione si costituisse a regno, e il duca Ruggiero diventasse re? Poichè
egli ebbe represso di nuovo l'insolenza ribelle dei Baroni, e in
un'assemblea a Melfi ottenuto l'assenso a un Editto che restava un
ordine qual si sia in un paese disertato tutto da moti di violenza
continua e instabile, se ne tornò in Sicilia sul finire del 1029. Quivi
maturò dentro di sè il pensiero di farsi re. Chi dei re di Europa più
potente di lui? I suoi Baroni di Sicilia ve lo incoraggiavano. Ma che
contrasto non avrebbe trovato nel Papa! Ed ecco che al fortunato muore
Onorio, e la successione n'è contestata tra Innocenzo II e Anacleto.
Quando i papi erano due, s'era sicuri di ottenere dall'uno quello che
s'era sicuri di vedersi rifiutato dall'altro. Anacleto furò le mosse ad
Innocenzo, o forse questi che contava appoggiarsi sulla Germania e n'era
stato riconosciuto, come altresì dalla Francia e dall'Inghilterra, non
avrebbe potuto attenersi al partito che l'altro seguì. Certo, Innocenzo
lasciò intendere che non avrebbe secondato Ruggiero nella sua ambizione
regia; onde questi trovò soltanto canonica l'elezione di Anacleto, come
Anacleto trovò legittima l'ambizione del duca. Sicchè vennero a
colloquio in Avellino nell'estate del 1130; e il 27 settembre tra il
Papa e il Duca fu concluso in Benevento un concordato che non solo
conferiva al Normanno nome e diritti di re, ma altresì gli accordava che
si sarebbe potuto far coronare re da arcivescovi del regno a sua scelta.
E Napoli sarebbe stata anche sua, e Capua, e delle milizie di Benevento
avrebbe usato a sua posta. Sarebbe bisognato solo ch'egli e i suoi
successori avessero riconosciuto il regno della Sede pontificia e
pagatogliene censo. Ruggiero tornato a Palermo convocò i Baroni
siciliani a parlamento, comunicò l'accordo col Papa, e ne chiese il
parere: tutti assentirono. E il cardinal Conti, legato del Papa, vi
lesse un breve, già combinato in Benevento tra Anacleto e Ruggiero, in
cui quello, indirizzandosi a questo, gli annunciava che per la virtù
della potenza sua e la sua munificenza verso la Chiesa egli s'era
risoluto di farlo re, lui e i suoi successori, di Sicilia, di Calabria e
di Puglia; e tali li faceva in forza dell'autorità sua; ed elevava la
Sicilia a prima provincia del regno. Poi confermava tutte le concessioni
fatte dai suoi predecessori ai predecessori del Re: tra le quali v'era
pure la legazione di Sicilia, accordata da Urbano II al Gran Conte.
Ripeteva il dono di Napoli e del Principato di Capua. E v'era espresso
il patto che il Re dovesse mantenere fede al Papa, e pagare alla Chiesa
romana un tributo annuo di seicento _schifat_. Non vi si diceva però,
che il Re sarebbe decaduto, se non avesse mantenuto il patto; bensì che
sarebbe caduto in anatema chi vi si fosse opposto.
La cerimonia della coronazione fu celebrata in Palermo nella vecchia
cattedrale dal cardinal Conti il 25 dicembre del 1130. Una infinita
folla accorse da ogni parte a goderne lo spettacolo. La magnificenza ne
fu meravigliosa; ma io ne dirò questo solo: non un sacerdote, ma un
laico, il principe Roberto II di Capua, mise la corona sul capo al Re.
Ruggiero regnò altri ventiquattro anni. Il suo impero si distese sulle
coste di Africa. L'Oriente attirò anche lui. E che avesse sopra l'Italia
ambizioni più larghe del territorio, sopra cui regnò, lo prova il titolo
che talora aggiunse agli altri suoi, _Italiæ rex_: titolo contro di cui
i Pisani nel 1136 protestarono non con vane parole, ma con una flotta,
quantunque senza felice successo. Non fu uomo minore del padre e dello
zio; anzi maggiore per sapienza di governo e larghezza di mente. Un
cronista lo dice con verità provvido, sapiente, discreto, di sottile
ingegno, di gran consiglio, inclinato a usare piuttosto la ragione che
la forza. E fu certo il più gran re dei suoi tempi; poichè Guglielmo
d'Inghilterra era morto nel 1087, prima che Ruggiero nascesse.
A me è stato chiesto di esporvi le origini di quella che fu prima la
monarchia di Sicilia e di Puglia, poi delle due Sicilie, poi Napoletana;
io non oltrepasserò il mio soggetto: pure quel nome che m'è venuto sulle
labbra di Guglielmo il Conquistatore mi ferma, e mi consiglia a fermarmi
ancora per un momento. Anche Guglielmo era Normanno, un bastardo di
Roberto I, il quinto duca di Normandia. Intraprese la conquista, come fu
chiamata, dell'Inghilterra nel 1066, quando già Roberto Guiscardo s'era
fatto duca di Puglia e di Calabria. Si racconta anzi, che si sentisse
punto di emulazione a udire le alte gesta del Guiscardo. Ora perchè la
monarchia inglese, che fu l'opera di Guglielmo, ha avuto una storia
tanto diversa da quella della monarchia napoletana, che dove nella prima
è tutta l'unità e la potenza di un poema epico, nella seconda è tutta la
sconnessione e la fiacchezza di una serie di episodi? Certo,
nell'undecimo e nel duodecimo secolo la monarchia napoletana era assai
più potente, e risplendeva d'ogni pregio di forza e di civiltà assai più
dell'inglese. Come e quando la relazione s'è invertita? La monarchia
inglese ha avuto variazioni e molte nella sua dinastia, contese civili,
feroci e lunghe nella sua storia; la monarchia napoletana n'ha avuto di
dinastie sei, e tutte di diversa nazione: Svevi, Angioini, Aragonesi,
Spagnuoli, Borboni. Perchè in quella la dinastia, per effetto delle
mutazioni stesse cui si è piegata, si è mantenuta; in questa nessuna
dinastia ha gittato radici? Perchè?
E poichè questa dimanda sulla vita e sull'efficacia delle dinastie, mi è
occorsa alla mente, ditemi ancor questo. Nel principio dell'undecimo
secolo, quando quell'omicida del Butterico venne per il primo co' suoi
fratelli e con seguito di cavalieri in Italia, e fu primissima origine
dei fatti onde nacque nel primo terzo del duodecimo secolo la monarchia
napoletana, viveva nel settentrione d'Italia a cavaliere delle Alpi un
picciolissimo conte, un Umberto Biancamano, il cui primario possesso era
il contado di Salmorene nel Viennese, un contado, che contava,
nientemeno, ventidue castelli. Vi aggiunse forse, del suo vivente, dal
1003 al 1056, in tutto o in parte, i contadi di Noyon, di Moriana, di
Savoia, di Bellay, il Ciablese e la Tarantasia. Nessuno potrebbe oggi
misurarvi per l'appunto i suoi dominî; ma, certo, la loro estensione
doveva appena pareggiare quella d'una delle provincie che fecero parte
del regno di Ruggiero. Nel 1130, quando questi fu coronato Re nel duomo
di Palermo, i discendenti di Umberto erano, sì, più potenti signori di
un secolo innanzi, ma di gran lunga, di gran lunga meno potenti di lui.
Il quinto successore di Umberto, conte sin dal 1103, Amedeo III,
possedeva in soprappiù solo una parte della Contea di Torino, e altresì
un tratto di terra, forse il Bugey, donato da Enrico IV imperatore al
marchese Pietro e al conte Amedeo II nel 1074 per avergli conceduto il
passo: e in quello stesso anno ripigliava per poco la città di Torino
che gli si era ribellata. Che differenza tra i possessi di cotesto conte
alpigiano, malamente connessi insieme, attraversati e separati da
altissimi monti, diversi per qualità di popolazione, con quel mirabile
complesso dei possessi isolani e continentali del re Ruggiero? Questi
assunse il titolo di Re d'Italia; fu il primo dei principi del
mezzogiorno a farlo, ma non fu l'ultimo; però nè egli nè alcuni dei suoi
successori compì l'impresa cui il titolo accennava. Perchè? E perchè
invece la compirono i discendenti di Umberto, tra i cui ascendenti v'era
forse stato qualcuno che l'avesse preso prima di Ruggiero, ma eran parsi
per tanto tempo poi così lontani dal potervi pretendere? Certo, l'unità
regia d'Italia doveva esser fatta dall'uno o dall'altro dei due regni
che si costituirono a così grande diversità di data, l'uno dalla
dinastia normanna nel 1130, l'altro da quella di Savoia nel 1713; ed è
curioso che al Duca di Savoia, così si chiama fin dal 1416, il titolo di
Re venisse dall'acquisto della Sicilia, appunto perchè il Ruggiero aveva
di quest'isola fatto un regno. Nell'Italia Centrale e neanche nella
Valle del Po, per diverse ragioni, si sarebbe potuto aggruppare,
addensare un nocciolo di forza, sufficiente a compire l'impresa di una
nuova unità politica dell'Italia come si sia. Dove il soverchio di
vigoria aveva esausto i potenti comuni del medio evo, dove ogni vita
politica s'era via via assiderata ed estinta, dove ogni possanza di armi
era venuta meno. Ma se è così, perchè dal regno del settentrione è
venuta l'unità all'Italia, e il regno del mezzogiorno n'è stato
disfatto? Perchè?
Questi e molti altri perchè mi si affollano alla mente, e il rispondervi
sarebbe soggetto di maggior interesse, che non è stato forse quello di
cui vi ho discorso. Ma richiedono che di questo si fosse discorso prima;
e a ogni modo vogliono esser trattati in pieno e con penetrante e
imparziale esame. Troverete, di certo, altri che ve li esponga così; e a
me non resta se non di pregarvi a benedire la storia tale e quale si è
fatta e si è conclusa; poichè dalla triturazione di tanti uomini e cose
n'è uscito infine questo; che in voi io non saluto e ringrazio Toscani,
nè voi avete sopportato in me un napoletano: ma un italiano, per
desiderio vostro, vi ha parlato, e Italiani, per bontà loro, l'hanno
udito.
LE ORIGINI DEL PAPATO E DEL COMUNE DI ROMA
DI
ARTURO GRAF
_Signore e Signori_,
Nel gennaio dell'anno 1077 seguiva in Italia uno dei fatti più
memorabili che narrino le storie del mondo. Per tre giorni di seguito,
nella corte del Castel di Canossa, un imperatore tedesco aspettava,
vestito del saio dei penitenti, a capo scoperto, a piè nudi, che il
papa, dal quale era stato scomunicato e maledetto, volesse ammetterlo
alla sua presenza, largirgli l'assoluzione e il perdono.
Quell'imperatore aveva nome Enrico IV; quel papa Gregorio VII.
Com'era possibile ciò? per quali ragioni, per quali vie era cresciuta
così formidabilmente la potestà di colui che pur si diceva servo dei
servi di Cristo? Gregorio sognò di far soggette alla potestà dei
pontefici tutte le potestà della terra; quale forza d'idee, quale
concorso di eventi, suscitaron quel sogno, e per poco non fecero che
diventasse realtà?
Per intenderlo bisogna risalire alle origini, bisogna rifar nello
spirito il corso della storia. Nella quale nulla è di miracoloso e
d'inesplicabile; ma concatenazione infinita di cause e di effetti, e
logico esercizio di forze ineluttabili.
Vediamo prima di tutto perchè e come sorgesse il papato, quella
preminenza, cioè, che il vescovo di Roma acquistò sopra gli altri
vescovi; e perchè e come sorgesse e si fermasse in Roma, e quivi, e non
altrove, dovesse sorgere e fermarsi. Sarò parco nel ricordo dei fatti,
come l'indole e la misura del mio dire richiedono, e mi studierò di
trarne fuori l'anima che li fa muovere e ne dà ragione.
Per lungo tempo le comunità cristiane particolari, le singole Chiese,
trionfando delle persecuzioni, anzi traendo da esse nuovo vigore e vita
novella, s'andarono moltiplicando per entro al mondo pagano, senza che
l'una prevalesse, a dir proprio, alle altre. Ciò non dimeno le comunità
di più antica fondazione, o fondate in città più cospicue, e in specie
quelle che avevano, o si credeva avessero avuto, a primo istitutore
alcuno degli apostoli, dovevano di necessità esser tenute in maggior
concetto e primeggiare in qualche maniera. Il desiderio della
cattolicità, ossia della universalità, della quale è già cenno, sino
forse dal primo secolo, in una epistola di Sant'Ignazio, vescovo di
Antiochia; il bisogno di opporre a comuni nemici una comune difesa, e di
serbare intera, incorrotta, uniforme la dottrina di Cristo, nel che era
la forza e la salvezza di tutti; tendevano già per sè stessi, con lento
ed inconsapevole lavoro, a costituire certe forme di preminenza, tanto
più durature e capaci d'incremento quanto più utili. Le comunità non
vivevano vita separata; vivevano anzi in una perpetua comunione di
pensieri, di parole e di opere, ricorrendo le une alle altre, ogni qual
volta nascesse un dubbio in materia di dottrina o di disciplina, ogni
qual volta avessero bisogno di consiglio o di aiuto. Così stringevano
fra loro vincoli d'interesse e di fratellanza, e, come avviene,
tendevano spontaneamente a raccogliersi e ordinarsi intorno ad un
centro.
In origine il primato spettò di pien diritto a Gerusalemme, dove il
Redentore aveva insegnato ed era morto, e dove gli apostoli avevano
ricevuto lo Spirito Santo prima di separarsi e muovere all'opera della
predicazione. Se la storia fosse governata da preconcetti ideali,
inflessibili ed inviariabili, Gerusalemme avrebbe dovuto essere la
Chiesa madre dell'orbe cristiano, e la natural sede del pontificato;
invece di fronte a lei sorsero: Antiochia, ch'era stata il centro della
predicazione di San Paolo; Alessandria, che aveva ricevuto la nuova fede
da San Marco: Roma, che due apostoli avevano consacrata col sangue, ed
era la metropoli del mondo. Il primato di Costantinopoli era ancora di
là da venire. Per un certo tempo Roma non fu maggiore delle altre Chiese
maggiori; ma non tardò molto a crescere sopra tutte le altre. E così
doveva avvenire.
Fu veramente San Pietro in Roma? vi sofferse egli veramente il martirio?
È questo un dubbio che diede materia a infinite dispute, un dubbio che
la critica sino a questi giorni non potè risolvere, e che forse non
potrà risolvere mai. Se non vi fu, dovette certo desiderare di andarvi,
perchè le forze del cristianesimo nascente già tendevano verso Roma, a
cui tutto tendeva; perchè il mondo non poteva esser fatto seguace di
Cristo, se prima al mite giogo di Cristo non si piegava la città ch'era
capo del mondo, e perchè all'entusiasmo dei primi cristiani un tale
trionfo doveva sembrare sopra tutti gli altri glorioso e magnifico. Sia
come si voglia, certo è che, in Roma, la credenza alla venuta e
all'insegnamento del principe degli apostoli nella città, appar viva
sino dal principio del secondo secolo, e che se questa era leggenda, era
leggenda necessaria, di cui si scorgono immediatamente gli effetti. La
Chiesa fondata da San Pietro e da San Paolo doveva non solo, per
ragionevole presunzione, possedere la dottrina nella maggior sua
integrità e purezza, ma avere ancora sopra tutte l'altre Chiese quello
stesso primato che sopra tutti gli altri apostoli Cristo aveva conferito
a San Pietro. I Papi furono dunque legittimi successori di San Pietro,
appunto perchè successori di lui furono papi.
Il sentimento di questo primato s'andò facendo sempre più vivo ed
universale, e più saldo il proposito di farlo valere. Ireneo, vescovo di
Lione, e martire nei primi anni del secolo terzo, risolutamente
affermava in un suo scritto contro gli eretici Valentiniani, che tutte
le Chiese debbono conformarsi alla Chiesa di Roma in ragione della
preminenza che le spetta, e non molti anni dopo Cipriano, vescovo di
Cartagine, diceva in una delle sue epistole: “V'è un solo Dio, e un solo
Cristo, e una sola Chiesa, e una sola cattedra, fondata per le stesse
parole del Signore su Pietro„; e chiamava in un'altra epistola sua la
Chiesa di Roma “radice e matrice della Chiesa cattolica„. Già Vittore I
(192-202) aveva asserita la sua prerogativa; mezzo secolo più tardi,
Stefano I (253-257), escludendo dalla comunion dei fedeli alcuni
vescovi, che in certa question di battesimo, non consentivano con le
dottrine di Roma, derivava il suo diritto dal diritto di Pietro, in cui
era fondata la Chiesa, e di cui egli era il legittimo successore. La
tomba del principe degli apostoli diventò come il Palladio, nonchè di
Roma cristiana, del papato.
La dimora e il martirio di San Pietro in Roma, o la opinione di quella
dimora e di quel martirio, dovevano, senza dubbio, conferire
potentemente al primato della Chiesa di Roma e del vescovo di essa; ma
non credo che per sè potessero produrlo ed assicurarlo. Il soggiorno,
l'insegnamento, la morte di Gesù in Gerusalemme, non bastarono a
conferir quel primato a Gerusalemme, anzi non bastarono nemmeno, nel
tempo che seguì, a riscattarla dalla dominazione degli infedeli. Se San
Pietro avesse insegnato e fosse morto in alcun'altra città dell'Oriente
e dell'Occidente; e poniam pure che fosse delle maggiori, quella città
non sarebbe divenuta per questo, ecclesiasticamente parlando, madre
delle altre, e non sarebbe divenuta sede del papato. A tale officio era
serbata Roma. Senza Roma, assai probabilmente non vi sarebbe stato
papato, o sarebbe stato un papato assai diverso da quello che fu; e
senza papato, o con un papato diverso, è assai dubbio se vi sarebbe
stata cattolicità. Sembra strano a dire, ma non è men vero che ad
instaurare la Chiesa cattolica, e a fondare pei secoli la potestà dei
papi, ci volle tutta la forza di Roma pagana.
Ho già detto che le forze cristiane tendevano a Roma naturalmente,
perchè Roma era il cuore e il capo del mondo; perchè tutto, da tutte le
parti del vastissimo impero, tendeva a Roma, e concorreva in Roma. Si
ricordi come le altre religioni erano confluite verso la città
imperiale, desiderose di assidervisi e di acquistarvi come un nuovo
lustro e una nuova consacrazione. I cristiani detestavano Roma, figurata
nell'Apocalisse come la bestia dalle sette teste, e la chiamavano col
nome ingiurioso di Babilonia; ma non sapevano e non volevano staccarsi
da lei. Dove tanti elementi e tante forze concorrevano, la vita si
faceva più intensa ed operosa, e l'organismo di quella Chiesa
vigoreggiava e cresceva, come vigoreggia e cresce nell'organismo animale
un membro in cui più operose e più intense si raccolgano le energie
della vita.
Roma era la sede dell'impero, e doveva, anche per ciò, diventare la
suprema sede del cristianesimo: l'imperatore che avversava e
perseguitava la nuova religione, l'imperatore doveva, senza volerlo,
suscitare il papa. In fatto era naturale che il vescovo il quale si
trovava in più immediata opposizione con Cesare, e che di Cesare, più da
vicino, sfidava i decreti e la maestà, dovesse acquistare, nel concetto
dello universe genti cristiane, una maggiore importanza, una maggior
dignità, e l'una e l'altra tanto maggiori, quanto meno efficaci contro
la Chiesa governata da lui gli editti di Cesare. Al qual proposito è pur
da notare che la ostilità degli imperatori giovò anche in altro modo al
papato; giacchè se gl'imperatori fossero stati sin dal principio
cristiani, e amici e tutori dei vescovi di Roma, assai probabilmente, o
prima o poi, in una o in un'altra maniera, si sarebbero mutati di amici
e tutori in padroni, avrebbero usurpato molte attribuzioni e molti
offici di quei vescovi, avrebbero, con altre parole, ucciso il papato
sul nascere. Più e più fatti dei tempi posteriori, e l'esempio
memorabile dei patriarchi di Costantinopoli, divenuti schiavi e
strumenti degl'imperatori loro, non lascian dubbio di ciò.
Ma sopratutto conferì Roma alla istituzione e perpetuazione del papato
con quel carattere di universalità che le era proprio, con quel suo
vanto di eternità, che così spesso risuona sulle labbra degli scrittori
pagani, e per quel convincimento suo proprio e di altri, anzi di tutti,
allora e dopo, attraverso ai secoli, attraverso a tutti i rivolgimenti,
le vicissitudini, le ruine della storia, che in lei, e solamente in lei,
fosse la sorgente prima di ogni diritto e di ogni sovranità. Roma
_caput_ _terrarum_ e _caput rerum_, doveva pur essere _caput Ecclesiæ_.
La cattolicità religiosa non sarebbe stata possibile senza quell'altra
cattolicità, civile e politica, che da Roma, e nel suo nome s'era
diffusa nel mondo. La religione di Cristo, non nazionale, come la
giudaica, non chiusa entro i termini di una patria, non legata
necessariamente a un ciclo storico, ma liberale e universale, preposta
per tutti i tempi a tutte le patrie e a tutti i popoli, ebbe, a dispetto
degli oltraggi e delle persecuzioni, grandissimo aiuto e grandissimo
incremento da quella Roma intorno a cui e sotto alla cui potestà s'erano
congregate e fuse le genti. La religione di Cristo presuppone un
concetto capitale e nuovo, quello di umanità; e tale concetto appunto
Roma aveva suscitato ed elaborato, e tradotto ancora, per quanto
concedevano i tempi, in un fatto. Senza Roma il Cristianesimo non
avrebbe potuto sorgere, o, sorto, non avrebbe potuto diffondersi.
Tanto è ciò vero che gli stessi cristiani cominciarono, appena
sopravvenuti tempi migliori, a considerare Roma come un proprio
istrumento della Provvidenza, e a dire che a lei era stato commesso da
quella il glorioso officio di preparare il mondo alla venuta del
Redentore, e di spianare le vie alla diffusione della nuova dottrina.
Prudenzio, nato verso il mezzo del quarto secolo, Prudenzio che giudica
Roma la più magnifica delle opere della Provvidenza, dice nel suo poema
contro Simmaco: O Roma, vuoi tu sapere perchè sei salita tant'alto? e
perchè tutto il mondo soggiaccia al tuo freno? Dio, volendo consociar
tutti i popoli, e stringere in un concorde amore tutti gli animi, li
fece soggetti al tuo impero, perchè non possono le genti congiungersi
degnamente con Cristo, se prima un unico spirito non le congiunga fra
loro. In conformità di tali idee scrisse Paolo Orosio i sette libri
delle sue storie _contro i pagani_, sforzandosi di provare che tutta la
storia passata di Roma, la sua gloria e la sua potenza, altro non erano
che una preparazione del Cristianesimo. Questo concetto ebbe ancora il
medio evo, e si vede espresso da Dante in quei noti versi del secondo
canto dell'_Inferno_, dove, ricordata Roma e ricordato l'impero, dice:
La quale e il quale, a voler dir lo vero,
Fûr stabiliti per lo loco santo
U' siede il successor del maggior Piero;
e soggiunge che Enea, nell'inferno, ove gli era stato concesso di
penetrare,
Intese cose che furon cagione
Di sua vittoria e del papale ammanto.
Ancora il nome di Roma doveva favorire potentemente l'opera della
propagazione della fede, alla quale per secoli attesero i papi con
instancabile zelo; perchè i popoli, assuefatti a ricevere da Roma la
legge politica, dovevano essere naturalmente proclivi a ricevere da lei
anche la legge religiosa; e tutti sanno quanto il nome e la maestà della
metropoli del mondo potesse sullo spirito degli stessi barbari invasori.
Da altra banda, i popoli da sì lungo tempo piegati alla signoria
politica di Roma, dovevano facilmente ancora piegarsi alla signoria
ecclesiastica che in lei si veniva formando, e, senza quasi avvedersene,
aiutarla e promuoverla. Tale e tanto fu quel glorioso nome di Roma, che
valse, per secoli, a dar sembianza, e persino qualche spirito di vita, a
un fantasma, a quello che il Petrarca diceva _nome vano senza soggetto_,
al restaurato impero d'Occidente: come non avrebbe esso giovato a un
organismo pien di vigore e di vita qual era il papato?
Così è che, per tutte queste ragioni, la potestà dei romani pontefici
andò di mano in mano crescendo, finchè divenne preminenza incontestata
ed assoluta; ma fu instaurazione lenta e lunga, turbata da numerose
vicende e da gravi peripezie. Il maggiore pericolo a quella preminenza
venne (chi il crederebbe!) dai primi imperatori che abbracciarono il
cristianesimo. Nota è la storia di Costantino, sebbene non al tutto
palesi e chiare sieno le ragioni del suo operare. Vinto Massenzio,
Costantino promulgò l'anno 313 il famoso editto di Milano, che sanciva
la piena libertà religiosa, senza favorire delle due religioni nemiche,
la pagana e la cristiana, più l'una che l'altra. E in questa parità si
durò dieci anni, e furono molti, perchè non era condizione che potesse
durare a lungo. Appena ebbe maturato nell'animo il proposito di dare
all'impero maggiore unità e salvezza, Costantino fu condotto a
vagheggiare quella uniformità religiosa di cui per lo innanzi non si era
curato. Vinto Licinio, egli, che pur si fregiava del pagano titolo di
_pontifex maximus_, egli che non si fece battezzare se non presso a
morte, cominciò a favorire il cristianesimo, a perseguitare il
paganesimo. In sulle prime non s'immischiò nelle facende interne della
Chiesa di cui s'era fatto tutore; ma non andò molto che vi s'intromise
assai più del dovere, e convocò sinodi, fra i quali il famoso ecumenico
di Nicea, esiliò vescovi, e li ripristinò nell'ufficio ond'erano stati
privati. La potestà laica invadeva il dominio della potestà
ecclesiastica, e, come sempre, dalla commistione e dalla confusione
delle due potestà nascevano turbazioni e disordini, onde s'aveva a
risentire tutta la compagine della Chiesa.