La potenza dei Papa era sul crescere, anzi per raggiungere il sommo dei

suoi ideali e delle sue speranze: che già Ildebrando, quel meraviglioso

uomo che nel 1073 divenne lui Papa e si chiamò Gregorio VII, governava

sin da Vittore II, cioè da diciotto anni, la Chiesa. E nella sua mente

piena d'ardore, di coraggio e di costanza aveva, secondo la inclinazione

e la scienza dei tempi, maturato il concetto, che la Chiesa,

indipendente nella sua azione, nei suoi dignitari, nei suoi beni da ogni

autorità imperiale o regia, dovesse sola esser fonte di tutto, e

soprapporsi a tutto, come autorità ch'essa era, proveniente senza

intermezzo da Dio. Non mai era stata tentata rivoluzione maggiore di

questa; e più disperata di riuscita nella integrità, almeno, del suo

disegno. Poniamo che il Papato ne avesse il diritto, dove avrebbe

trovato la forza sufficiente a incuterne il rispetto? Era un disegno

squilibrato, ma in questo squilibrio necessario tra l'ideale sognato e

il reale resistente fu l'attrattiva sua.

Però prima di vederlo codesto uomo smisurato apparir sulla scena nostra,

— la minore, del resto, delle scene in cui apparve, — dobbiamo ricordare

la maggior impresa, che intanto Roberto compiva. Un altro suo fratello

era giunto, nel 1057, da Normandia, il minore di tutti, Ruggero, con tre

sorelle, per giunta, e la madre. Anch'egli bell'uomo e da far colpo; se

non superava Roberto in valore, lo superava in bontà di cuore e

amabilità di tratto. Da prima, ebbero i due fratelli qualche dissapore;

poi, nel 1060, Roberto si risolvette a dare al fratello il comando di

una parte del suo esercito, e commettergli la conquista definitiva della

Calabria. Insieme posero l'assedio a Reggio: e la città, quantunque si

difendesse bravamente, fu presa. E così Roberto era giunto all'estremo

punto della penisola; ma egli era già stato dal Papa investito

dell'isola di rimpetto. Ruggero non ne era in minor desiderio di lui. La

Sicilia era allora in mano dei Saraceni, che v'avevano posto piede nel

827, più di due secoli innanzi, e l'avevan tolta ai Greci, che l'avean

tolta ai Goti, come questi a' Romani, e i Romani di nuovo a' Greci e a'

Fenicii, e gli uni e gli altri, rivaleggiando, ai Siculi indigeni o

piuttosto venuti d'Italia; e chi sa a qual altro popolo questi invasori

primissimi l'avranno sottratta!

L'impresa fu tentata prima da Ruggero solo nel settembre del 1060,

seguito da non più di dugento cavavalieri. Mal riuscita, fu ritentata

nel febbraio del 1061 da lui e da Roberto insieme, sollecitati da un

Saraceno due volte infedele. Non la narrerò, quantunque sia piena

d'interesse; e mi contenterò di dire, che Palermo, città che durante il

dominio Saraceno era diventata la principale dell'isola, dopo resistito

a fortissimi attacchi, si arrese nel 1072. La Chiesa vi surrogò la

Moschea, come due secoli prima la Moschea vi aveva surrogata la Chiesa:

ma come nella prima mutazione non erano stati esterminati i Cristiani e

Greci, così ora nella seconda non furono esterminati i Maomettani e

Saraceni. Anzi questi rimasero numerosi nell'isola, e diventarono per

soprappiù istrumento e forza di governo ai principi Normanni e Svevi.

Però, per quanto la tolleranza meriti lode, se anche si prescinda da'

fini politici, anzichè morali che la dettarono, se nelle vicende che

seguirono i Maomettani ebbero gran parte a mantenere il regno ai

principi Normanni e Svevi, si può dubitare se la prevalenza lasciata

talora a' Musulmani nel governo e nell'esercito, giovasse a dar solidità

allo Stato che i Normanni crearono e gli Svevi ereditarono.

Colla presa di Palermo non fu tutta compita l'occupazione dell'isola nè

questa tranquillata tutta. Ma oramai la conquista e la pacificazione

erano un processo sicuro; e dei Greci, dei Longobardi, — come vi si

chiamavano tutti gl'Italiani, — dei Saraceni che non fossero tornati in

Africa, degl'indigeni si sarebbe a mano a mano fatto un popolo solo;

giacchè è propria qualità delle isole il macerare insieme le stirpi che

le abitano, anche se molte e diverse. Intanto i due fratelli, per

principiare, presero tra loro quest'accordo, che sarebbero loro

appartenuti in comune, metà per uno, Palermo, Messina e Val Demone nel

settentrione dell'isola; e a Ruggiero la metà delle altre regioni

dell'isola o conquistate o tuttora da conquistare; e l'altra metà

insieme al lor nipote Serlone e ad un altro parente degli Altavilla,

Arisgoto di Pozzuoli. Non era combinazione da durare un pezzo. Serlone,

del resto, un valoroso, a breve andare morì ucciso con perfidia da un

Saraceno; Ruggiero ne piangeva; Guiscardo gli gridò: “Piangere, si

conviene alle donne; agli uomini vendicarsi.„ Questo tratto dipinge la

diversa natura dei due.

E Roberto e Ruggiero, aumentati ciascuno di potere, crebbero altresì di

titoli. Ruggiero, già Conte di Calabria sin dal 1062, quantunque la

possedesse solo a metà con Roberto, s'intitolò altresì Conte di Sicilia

e vi rimase a finir la conquista; l'altro, Roberto, al suo titolo di

Duca di Puglia e di Calabria, — perchè il Conte di Sicilia apparisse

vassallo con questo secondo titolo, come lo era con quello di Conte di

Calabria, — aggiunse l'altro di Duca di Sicilia e tornò sul continente.

Quivi, nel 1071 egli aveva, dopo lungo assedio, ritolto Bari a' Greci;

ma gli bisognò, tornato da Palermo, riconquistare Trani, e rimettere a

dovere i Baroni ribollenti sempre, come quelli che venuti uguali in

Italia, non vedevano perchè dovessero omaggio e obbedienza a un di loro,

quale era Roberto, e neanche al più nobile di tutti nella regione natia.

Allora tumultuavano, perchè Roberto voleva che facessero la dote alla

sua figliuola che andava sposa a Ugo margravio d'Este. Continuava così

Guiscardo ad elevarsi colle parentele. L'anno innanzi ne aveva sposata

un'altra all'imperatore d'Oriente.

E ingrossava insieme lo Stato. Sin dal 1058 aveva con un pretesto

repudiata Alderade, la compagna de' suoi poveri anni, e chiesta in

moglie a Gisolfo Principe di Salerno la sorella Sigelgaite, donna di

alto animo, che nelle imprese del marito prese non piccola parte. Tre

virtù, dice un cronista, erano in lui: ricchezza, chè nessuno era più

ricco; pietà, che nessuno era più pio; cavaliere, che nessuno era più

cavaliere; e tre virtù in lei, nobiltà di sangue, bellezza di forme e

intelligenza di spirito. Il fratello ne accordò la mano per paura; ma

l'esser diventato cognato di Guiscardo non lo salvò. Chè questi nel 1078

gli tolse colle insidie e colle armi il Principato di Salerno e lo

sbandì. Aveva già nel 1073 occupato con improvviso assalto Amalfi, e tra

le due date Sorrento. Così il terzo ducato Longobardo cadeva; e insieme

con esso due dei ducati minori.

E colla fortuna gli cresceva l'ardire. Quando l'ultimo duca di Benevento

morì nel 1078 senza figliuoli, si rifecero vive le pretensioni opposte

del Papa e dei Normanni sulla città. Il Guiscardo, che fidava per le sue

nelle armi, vi pose, senz'altro, l'assedio. Ma il Papa, ch'era Gregorio

VII, aveva anch'egli un'arme sua, molto affilata a quei tempi: lo

scomunicò. Il Guiscardo non si sentiva nella guerra contro il Papa

confortato dal consenso de' suoi; il fratello Ruggiero si profondeva in

attestazioni di devozione al Papa; Riccardo di Capua, ammalato per modo,

che morì nell'anno, gli chiedeva l'assoluzione, e restituiva alla Chiesa

tutto il mal tolto. Il Guiscardo scese a patti. Nel giugno del 1078 Papa

e Duca vennero a colloquio in Aquino. Il Duca si riconobbe vassallo del

Papa e promise di difenderne i possessi contro chi si sia; e il Papa lo

investì per vessillo — il che, si dice, fu fatto per la prima volta —

dei ducati di Puglia, di Calabria, di Sicilia, di Salerno, di Amalfi, a

patto che ne pagasse censo. Così si confermò tra il Papa e i Normanni e

i lor successori, se ne avrebbero avuti, una relazione, che già s'è

vista nascere; e che lungo quasi tutta la storia della monarchia, di cui

vi espongo l'origine, sarà gravida di guai.

Papa Gregorio non era per sè nemico ai Normanni. L'impresa di Sicilia,

come impresa di Cristiani contro a Musulmani e intesa a render l'isola

ai primi, gli andava, di certo, a genio. Era un caso di quel ripiglio di

spirito cristiano, che già si vedeva da più anni in Ispagna, e che in

breve avrebbe divampato nelle Crociate. D'altronde, egli ritrovava nei

Normanni una forza incomoda forse perchè molto vicina, ma anche, perchè

molto vicina, adatta a prontamente soccorrerlo contra l'autorità

imperiale, tra la quale e la papale imperversava più che mai la guerra

per la libertà della collazione dei beneficî ecclesiastici, così

ostinatamente pretesa da una parte, così ostinatamente negata

dall'altra. Nel 1078 Errico IV si andava già rilevando dalla umiliazione

subita a Canossa due anni innanzi, e i fatti andavano provando che la

vittoria, quivi ottenuta da Gregorio, non era stata in realtà tanta

quanta era parsa. In questa rete di circostanze confuse, certo il meglio

era per Gregorio e il Guiscardo di ritornare amici; e perchè a Guiscardo

avrebbe dovuto parere fantastico lo sperare che Gregorio avrebbe finito

col coronare lui imperatore d'Occidente in Roma?

Intanto meditava diventarlo in Oriente. Gliene dava occasione questo,

che la sua figliuola Elena, maritata nel 1097 a Costantino, figliuolo

primogenito di Michele VII, era stata rinchiusa in un monastero da un

Niceforo Botoniate, che, impossessatosi di Costantinopoli, aveva fatto

prigione lei, il marito, il suocero, già per opera di altri sbalzato dal

trono. Il Guiscardo mosse con una gran flotta a liberar la figliuola, a

buttar giù Niceforo, a metter sul trono dei Comneni non quel povero

Michele, ma sè. Gregorio VII ve l'incoraggiava. Prese Corfù; pose

l'assedio a Durazzo in Albania; ma non vi entrò che nel febbraio del

1082; chè prima ebbe a vincere nell'ottobre del 1081 una sanguinosa

battaglia. I Greci eran venuti ad affrontarlo comandati da un Comneno,

Alessio, che già aveva scacciato Niceforo e s'era alleato coi Veneziani,

perchè sciogliessero l'assedio di Durazzo da mare, mentr'egli l'avrebbe

sciolto da terra. Alla vittoria del Guiscardo aveva avuta una piccola

parte Sigelgaite: colla lancia levata ricacciava nelle file dei

combattenti i guerrieri fuggenti di Puglia. Ma Alessio non s'era

sgomento; raccoglieva nuove forze a difesa. E i Baroni di Puglia, sempre

insofferenti del giogo, minacciavano allearsi con lui contro il lor

duca; e Gregorio oramai implorava da Roma che ritornasse, venisse in

soccorso della Chiesa minacciata. Difatti Errico non cessava di creargli

antipapi, e nel 1081 discendeva armato in Italia. Anche qui un'altra

donna difendeva principalmente Gregorio, Matilde di Toscana, la gran

Contessa. Il Guiscardo si persuase che gli bisognava ritornare in

Italia; però, non ismise il disegno di un impero normanno di Oriente;

lasciò a compierlo Boemondo, l'unico figliuolo avuto da Alderade.

L'impresa infine fallì. Il Guiscardo tornato nelle Puglie ebbe prima a

reprimervi insurrezioni di Baroni; poi a correre in aiuto al Papa.

Errico aveva occupato Roma nel 1084; s'era fatto incoronare imperatore

da un suo Papa; aveva tratto il popolo dalla sua; e Gregorio s'era

dovuto rinchiudere in Castel Sant'Angelo. Guiscardo nel maggio s'accostò

a Roma con un esercito di seimila cavalli e trentamila fanti;

l'imperatore fuggì. Entrato in città non senza pericolo, ne fece

scempio: le rovine di Roma sono in gran parte opera sua. Gregorio

liberato lo seguì al suo ritorno nelle Puglie, e andò a morire il 25

maggio 1085 a Salerno. Dette a sè morendo questa testimonianza ch'egli

avesse amato la giustizia e odiato l'iniquità, e perciò morisse esule.

Che si risichi di morire esule, amando la giustizia, è vero; ma ch'egli

avesse amato la giustizia sempre, è forse men vero.

A breve andare lo seguì il Guiscardo, un uomo di ferro dietro l'altro.

Egli aveva ripigliato il suo disegno dell'impero di Oriente. Nel

settembre del 1084 era ripartito da Brindisi con una flotta di

centoventi navi; conduceva seco i suoi tre figliuoli Boemondo, Ruggiero

e Guido. Fece rotta per Corfù; ebbe a difendersi contro la flotta

veneziana che gl'impediva il passaggio; pure approdò e riconquistò

l'intera isola. Si proponeva di marciare contro Costantinopoli nella

primavera del 1085. Ma ecco che nei dintorni di Corfù lo coglie una

febbre così micidiale che n'è ucciso in pochi giorni, il 17 luglio 1085.

Sigelgaite ne raccolse il cadavere in una nave; e sbattuta dalla

tempesta, salvò a mala pena sè e il morto. Pure, venuta infine a

spiaggia, ne seppellì il cuore ed i visceri ad Otranto; il corpo

imbalsamato nella chiesa della Santa Trinità di Venosa, dov'erano già i

fratelli di lui. Esercito e flotta tornarono, ma come quello era stato

grandemente scemato dalla peste, così questa fu dalla bufera.

Roberto Guiscardo fu, certo, uno dei più grandi uomini del suo tempo e

fondò la potenza normanna. Ma v'ho detto via via, dove fossero le

magagne di questa potenza; e n'avete potuto vedere infine un'altra; nata

da avventure, resta troppo passionata di avventure. Egli lasciava un

solo fratello, Ruggiero; di Alderade un figliuolo, di Segelgaite due.

Aveva nominato erede il primo dei due ultimi, Ruggiero. Fu nuova

magagna. Ruggiero non aveva forza d'animo e di sangue pari al padre, e

la successione gliela contese Boemondo. Nel 1088, Ruggiero, il conte di

Calabria e di Sicilia, lo zio li rappattumò: Ruggiero sarebbe stato il

Duca di Puglia; Boemondo avrebbe ritenuto una parte di Calabria,

Taranto, Otranto e alcune altre terre. In più altre occasioni Ruggiero

zio venne in aiuto a Ruggiero nipote per confermargli lo stato contro

ribellioni incessanti di Baroni o di città. Nel 1091 gli conquistò

Capua, contro il popolo, che n'aveva cacciato Riccardo II, succeduto a

Giordano, figliuolo di Riccardo I. Il nipote gli accordò in compenso

quella metà di Palermo e di altre città che aveva ereditata da suo padre

Roberto. Così Ruggiero zio rimaneva solo padrone dell'isola di Sicilia e

della inferiore Calabria, il cui possesso aveva unito nelle sue mani

prima. E la conquista della Sicilia aveva compito in quello stesso anno

colla reddizione di Val di Noto; v'eran bisognati trent'anni. S'era

d'allora in poi o prima cominciato a chiamare il Gran Conte; e di ogni

vincolo di vassallaggio della contea di Sicilia al Ducato di Paglia non

fu più parlato. Bramoso di gloria e di possanza tentò in quello stesso

anno l'impresa di Malta, non per appropriarsela, ma per liberare i molti

prigionieri cristiani che i Saraceni vi tenevan rinchiusi. Pacificato il

paese soggetto a lui e al nipote, al che bisognò all'uno e all'altro

riprovarsi ancora più volte, morì nel 1101, anch'egli, come il

Guiscardo, a 70 anni.

Non era stato, a me pare, minor uomo di lui. Non men valoroso nè meno

uomo di guerra, aveva sortito natura più intellettuale e gentile. Una

cronista, Anna Comneno, dice di lui, ch'egli parlasse con una grazia

meravigliosa; avesse concetti rapidi e profondi: si mostrasse sempre

gaio, affabile a tutti. Un tratto suo basti di allorchè egli stava

ritentando l'impresa di Sicilia. Aveva ripassato lo stretto con

dugentocinquanta cavalieri, quando gli giunse notizia di una persona

giunta per lui in Calabria. Era Giuditta figliuola del Conte di

Grentemesnil, che discendeva dai duchi di Normandia. Ruggiero, che aveva

appena trent'anni, si era già qualche anno innanzi innamorato della

fanciulla. Ed ora essa memore di lui e ricordata da lui, se n'era venuta

in Calabria colla sua sorella Emma. Il Conte non fu più visto nel campo;

corse all'amata subito. E la sposò in Mileto con splendide feste,

quantunque fosse tuttora povero lui. L'amava molto allora, e l'amò molto

sempre; pure non s'indugiò troppo con lei; ritornò dall'amata ai nemici.

Giuditta gli premorì di molti anni; gli era premorto altresì

giovanissimo un figliuolo Guglielmo: e otto anni prima, con infinito

dolor suo, un altro figliuolo Giordano. Morta Giuditta, egli aveva

sposato una Eremburge figliuola del Conte di Mortone, e dopo morta

questa, nel 1091, un'Adelasia figliuola di Bonifacio Marchese di

Monferrato, della quale rimanevan figliuoli un Simone di otto anni, un

Ruggiero di sei. Sicchè la parte dei dominî normanni, meglio composta

insieme e più solida, doveva ora essere esposta a una delle più

difficili prove, la reggenza di una donna. Pure condotta sino al 1105 a

nome di Simone, poi, questo morto, a nome di Ruggiero, fu reggenza

tranquilla; il che prova in che ferma condizione il Gran Conte lasciasse

l'isola, e che buona e intelligente donna fosse Adelasia. Nel 1112

Ruggiero assunse il governo. Egli era stato allevato con cura, tra dotti

arabi e cristiani; e i primi, che erano allora avanti a tutti in

cognizione di scienze, gliene avevano arricchita la mente. Aveva

mostrato per tempo un vivace spirito e un'insolita voglia d'imparare;

caritatevole per modo che nessuno ricorreva a lui invano. Donava tutto

il denaro che si trovava addosso; e se più non ne aveva, non dava requie

alla madre insino a che non ne lo provvedesse; insieme, indole maschia,

guerriera, e già vivente il padre, soleva dire al fratello Simone:

“Lasciami la corona e le armi e io in ricambio ti farò Vescovo o Papa di

Roma.„

Intanto nel 1111 era morto così Ruggiero suo cugino, il figliuolo del

Guiscardo, come altresì l'altro figliuolo Boemondo, il quale, uno,

com'egli fu, degli eroi della prima crociata, s'era fondato in Antiochia

un principato. Al primo era succeduto il figliuolo Guglielmo: al secondo

anche il figliuolo, chiamato del pari Boemondo. Le condizioni dei

possessi dei Normanni sul continente erano sin dal principio del secolo

tristi. La potenza dei duchi sfatata, e scarsa a contenere i Baroni

impazienti di ogni soggezione. La sovranità eminente del papa rimaneva

senza efficacia nelle mani dei successori di Gregorio VII, Vittore III

(1086-88), Urbano II (1088-1098), Pasquale II (1099-1117), Gelasio II

(1118), Calisto II (1119-1123), sbattuti e raminghi essi stessi. Se però

ad altri questo era male, a Ruggiero di Sicilia era bene. Gli dava

occasione di mescolarsi delle cose del continente, come aveva fatto suo

padre, ma con più frutto. Già nel 1121 era passato in Calabria con un

esercito e aveva abbattuto castella di ribelli e ripreso città; sicchè

il duca Guglielmo gli fece cessione dei suoi diritti eventuali sul

paese. Poichè Boemondo II se ne rimaneva in Palestina nella sua

Antiochia, nè si dava cura dei suoi stati d'Italia, Ruggiero ne prese

cura lui e se gli appropriò. Più tardi ricomprò a Guglielmo di Puglia

con una notevole somma di denaro il diritto di successione al ducato,

nel caso che morisse senza figliuoli. E il 26 giugno del 1027 Guglielmo

morì appunto senza figliuoli. Ruggiero che in quei giorni apparecchiava

una spedizione contro i Musulmani di Spagna dopo riuscitagliene a male

un'altra contro i Musulmani d'Africa, desistette; chè trovò di maggiore

importanza assicurarsi il possesso del ducato di Puglia, al quale non

aveva se non quel tanto di diritto, che poteva dargli il contratto

stipulato con Guglielmo. Bisognava l'assenso dei Baroni e delle città, e

prevedeva che in quelli e in queste avrebbe trovato grandi ripugnanze. E

in fatti ne trovò; ma più colle buone che colle tristi, più colla

persuasione che colle armi le vinse; e i Baroni delle Puglie e delle

Calabrie lo proclamarono Duca.

Il che non piaceva punto a papa Onorio II succeduto (nel 1124) a Calisto

II. La Germania, divisa in sè medesima, non dava in quel momento paura:

vi spuntava la guerra tra guelfi e ghibellini. D'altronde nel 1125

Calisto aveva a Vormazia concluso un concordato coll'imperatore Enrico V

circa i diritti rispettivi della Chiesa e dell'Impero nella collazione

dei benefizi ecclesiastici; un componimento equo, parrebbe, considerati

i tempi, ma che appunto perchè moderato, s'attrasse i vituperi di chi

voleva che nulla cedesse la Chiesa e di chi voleva che nulla cedesse

l'Impero, e se gli attrae tuttora ai giorni nostri da chi vuol

persuadere, che si deva ritenere sconfitto quello dei due, che non

ottenne tutto. Checchè sia di ciò, il Papato aveva oramai maggiore agio

a riguardare alle cose del mezzogiorno; e a condurvisi secondo gli

interessi propri. I quali Onorio credeva che fossero chiaramente questi:

impedire che troppo grosso Stato si costituisse vicino al suo, mantenere

in condizione di vassallo il Ducato di Puglia. Ora Ruggiero offendeva

l'uno o l'altro, unendo alla Contea di Sicilia tutti i possessi normanni

del continente, e intitolandosi duca di Puglia e di Calabria da sè, anzi

mutando, come fece appena tornato in Sicilia coll'assenso dei baroni

siciliani, quello di Gran Conte in quello di Duca dell'Isola. Non

bisognava indugiare: Onorio II si recò, quindi, in Capua e scomunicò il

temerario; Ruggiero gli mandò ambasciatori a calmarlo; Onorio glieli

rimandò via. E venne a Troja e scomunicò da capo, e predicò la crociata

contro di lui, e condonò i peccati a tutti quelli che avessero preso le

armi contro di lui; anzi provocò a ucciderlo. E fece meglio. Convocò i

Baroni, e chiese loro, con infocate parole, d'insorgergli contro, e

n'ebbe promessa dai più potenti, e persino da Rainulfo di Alife cognato

di Ruggiero. Nè ad altre ambascierie di Ruggiero dava ascolto, e nemmeno

la profferta di riconoscere il Ducato di Puglia da lui, lo piegò. Già

questa condotta prudente di Ruggiero mostra che forza avessero a quei

tempi armi tanto spuntate oggi, che non si adopererebbero senza dar

cagione di riso. Una donna venne a Ruggiero in aiuto, una donna morta,

ma santa. Il corpo di sant'Agata, che quel Maniace, nominato dianzi,

aveva rapito da Catania e portato in Costantinopoli, un prete calabrese

e un francese lo riportarono da Costantinopoli a Catania appunto allora.

Poteva una santa ritornare nei dominii di uno scomunicato, se la

scomunica fosse stata legittima e valida? Di certo, no. Il disfavore

quindi, che dall'inimicizia del papa proveniva a Ruggiero nelle menti

popolari, fu contrastato e dissipato dal favore che gli dimostrava una

santa. E Ruggiero non indugiò a giovarsi dell'inaspettato aiuto: ripassò

lo stretto, nel 1028: riconquistò più città, ed avanzò sempre, sinchè si

trovò di fronte all'esercito del papa al fiume Bradano nella pianura di

Pado Petroso. Mentre i due avversari esitavano a venire alle mani,

l'esercito del papa si dileguava: poichè s'era al colmo della state, mal

tolleravano le fatiche del campo soldati e Baroni. Il papa vistosi a mal

partito, senza darsi per inteso dei Baroni, che aveva attirati a così

brutto gioco, mandò a offrire a Ruggiero che l'avrebbe rilevato dalla

scomunica e investito del Ducato di Puglia a Benevento. Accettato con

gioia. E Onorio si ritrasse verso Benevento, e Ruggiero seguì. Ma nella

città questo prudente non volle entrare. Dovette il papa venirne fuori,

e presso il ponte maggiore compiere l'investitura solenne.

Gli albori della vita Italiana Conferenze tenute a Firenze nel 1890 · 第 12 / 30 段