Giacchè i Vikingi amavano di uscire di casa e andare a risiedere persino

in regioni ignote e selvaggie, come non avrebbero sentita la voglia di

prender dimora in regioni relativamente civili alle cui spiaggie

approdavano o per i cui fiumi s'internavano? Una delle prime di queste

era la Francia nella sua costa settentrionale, lì dove era a quei tempi

chiamata Neustria. Risalivano la Senna: bruciavano a dritta e a manca.

Parigi gli attirava. Vi penetrarono nel 857; ne bruciarono le chiese: ne

misero a ruba le case: la città si riscattò a denaro, ma v'eran rimasti

cinque anni. Ventotto anni dopo vi tornarono forti di settecento navi.

Il fiume n'era ricoperto per un tratto di due miglia. Ma la città,

istruita dalle precedenti invasioni, s'era afforzata. Fu variamente,

gagliardamente attaccata, ma anche gagliardamente difesa. Così l'anno

dopo. Come alla battaglia di Regillo, Castore e Polluce erano apparsi in

aiuto a' Romani, così a' Parigini venne in aiuto tutto un esercito

celeste. Il capo dei Vikingi stanco accondiscese ad andar via per

denaro; gliene fu dato: andò. Ma non tutti i suoi lo seguirono; parecchi

restarono; e ritentarono gli assalti. Nè si mossero, sinchè Carlo il

Grosso non si fu avvicinato con un esercito, non già per usarlo a

cacciarli via colla forza, ma per pagare la ritirata anche a questi.

Eran rimasti dieci mesi; ma non perchè Parigi avea lor resistito, se ne

tornavano a casa. Anzi si spandevano per le regioni a settentrione di

Parigi, e vi si stanziavano. Già nel principio del decimo secolo la

popolazione v'era di Vikingi in gran parte. Anzi la difendevano contro

altri Vikingi, meglio che i Franchi non avevano fatto contro loro. Nel

911 un Rollo, o Rollone, — uomo di tale corporatura che non c'era

cavallo che lo reggesse, ond'era costretto ad andare sempre a piedi,

sicchè ne aveva avuto soprannome di _camminatore_, — chiese a Carlo il

Semplice licenza di stabilirvisi addirittura, e l'ebbe. Così quella

parte di Neustria che i Vikingi occuparono con lui, mutò nome, e si

chiamò quind'innanzi Normandia; giacchè i Vikingi eran detti altresì

Northmen, uomini del Nord, o, come noi diciamo, senza più intendere il

nome, Normanni.

La cessione di quel tratto di terra lungo la Senna dall'Epta e dall'Eure

al mare non fu fatta da Carlo volentieri: ma l'arcivescovo di Rouen non

potette ottenere da Rollone a miglior patto che si ritirasse dai confini

della Borgogna, dov'era giunto, e vi aveva vinto il Duca. Già questo

patto, così duramente imposto, mostra in quali condizioni fosse allora

la Francia. Mentre i Normanni la disertavano a settentrione, facevan

peggio i Saraceni a mezzo giorno. La debolezza del Principe,

l'indisciplina e l'insubordinatezza dei grandi, la mala sicurezza di

tutti vi avevano disciolto ogni ordine. La leggenda — quella stessa che

l'Ariosto ha verseggiata — fece poi di tutti i Carli della dinastia

Carolingia, dal Magno al Semplice, uno solo; e dei Normanni e dei

Saraceni un sol popolo, i Pagani; sicchè questi e non quelli fu cantato

ponessero l'assedio a Parigi. Una storia piena di confusione e di

disordine fu dalla leggenda confusa e disordinata peggio. Ma Rollone

sapeva chi egli era, e che forza sarebbe stata la sua. Quando in

Saint-Clair venne a colloquio con Carlo, gli porse la mano, ed

essendoglisi fatto segno, che dovesse baciargli il piede, vi si ricusò.

Dette però ordine a un Normanno di farlo in sua vece; e questi tirò

tanto in su il piede del Re, che lo gittò rovescioni per terra. Ecco

come il nuovo nasce, e tratta il vecchio; è insolente di sua natura.

Intanto i Vikingi, i Normanni, i Pagani bianchi, _Fiun Gail_, i Pagani

neri, _dubh Gail_, i Madjus, com'eran variamente chiamati da popolazioni

cristiane o musulmane, s'eran già cominciati a convertire al

cristianesimo. Il loro sentimento religioso non era forte: come prima

non s'eran mai proposto di propagare la fede di Odino, così parvero

abbracciare la fede di Cristo piuttosto per ragion politica, che per

salvare le anime. L'arcivescovo di Rouen riuscì a battezzare Rollone e i

suoi seguaci, e Rollone mutò il nome in Roberto. A ogni modo nè la fede

mutata nè la nuova sede assicurata e tranquilla tolse ai Normanni

l'antica voglia di vagare per mare e per terra in cerca di nuove

avventure. Una di queste ci preme.

Nel quinto secolo d. C. un cittadino di Siponto, la Manfredonia di ora,

ai piedi del Gargano, ebbe tanta grazia da Dio, che in una grotta non

discosto dalla cima del monte vide l'arcangelo Michele, quel medesimo

che, nella battaglia coll'angelo Lucifero, lo incalzò per modo colla

spada di fuoco da precipitarlo addirittura in inferno. L'8 maggio 493

l'arcangelo apparve di nuovo al vescovo di Siponto Lorenzo e gli ordinò

che dedicasse quella grotta a lui. Fu fatto; e maravigliosa accoglienza

trovò il nuovo culto in tutto l'Occidente. In Normandia gli fu

consacrata una cappella presso Avranches, su una roccia bagnata dal

mare, e ogni anno un infinito numero di pellegrini vi accorreva a

venerare l'arcangelo. Era naturale, che in molti sorgesse il desiderio

di peregrinare al proprio luogo in cui era apparso, al luogo che la

pietà dei fedeli aveva arricchito di doni, ed era perciò diventato preda

a vicenda di Longobardi, di Saraceni, di Greci. Vi si poteva passare chi

volesse andare in Terra Santa: e questo, il maggiore dei pellegrinaggi,

non era stato mai smesso. Covava negli animi per Terra Santa il foco che

divamperà di lì a un secolo.

Ora, un Normanno dei principali, Gisalberto Butterico, poco oltre il

1000, s'avviò pellegrino al Gargano. Non lasciava la patria senza

cagione; aveva ucciso il visconte Guglielmo, seduttore di una sua

figliuola; voleva scansare la pena che Riccardo II, il terzo successore

di Rollone, gli avrebbe di certo inflitta, poichè portava amore

all'ucciso. Menava seco i suoi quattro fratelli, Rainulfo, Asclittino,

Osmundo e Rodolfo, e altri compaesani, di molti. Bisogna accennare,

nelle mani di chi stesse a quei tempi la regione che costoro

attraversavano.

Quanta parte dell'antica popolazione, vissuta qui mentre l'Impero Romano

durò, scampasse agli strazi delle invasioni barbariche, non si può dire;

e neanche se e quanti Goti sopravvivessero alle guerre e alle conquiste,

Bizantina prima, Longobarda poi. Certo alla popolazione Romana più o

meno numerosa e alla gente gota, s'erano oramai sovrapposti Longobardi,

Greci, Saraceni. Questi ultimi cacciati sin dal 916 dal loro nido al

Garigliano, dove erano rimasti asserragliati trentaquattro anni, non

avevano mai smesso di molestare l'una o l'altra parte del territorio

napoletano, ma non erano riusciti a stabilirvisi; occupavano, sì, a

riprese città persino importanti, ma combattuti da indigeni, da Greci,

da Longobardi, non vi duravano; però, restano tuttora — nè tutti sulle

spiaggie — nomi di luoghi che li ricordano e attestano una più o meno

lunga dimora. Venivano per lo più dalla Sicilia, già conquistata da essi

via via a cominciare dalla prima metà del nono secolo, o di più lontano,

dall'Africa, e trovavano alleati nelle discordie cristiane, alimentate

dal numero dei principati Longobardi, dalla condizione incerta e

mutevole dei possessi Greci, dalle ambizioni e dalle ingordigie di

tutti: e tra tutti e più legittime, ma non meno disordinatrici, le

gelosie di più di un comune, rivendicatosi o desideroso di rivendicarsi

a libertà. Già, quanto a' principati Longobardi dopo morto Pandolfo

Capodiferro nel 981, il ducato di Benevento si era disciolto da capo in

tre; un ducato di Benevento, sminuito, un principato di Capua e uno di

Salerno. Dal primo s'eran distaccate altresì le contee dei Marsi e di

Chieti, che prima gli erano appartenute, ed avevan già fatto parte del

Ducato di Spoleto. Dalla spiaggia del Tirreno i dominî di questi

principati si distendevano entro terra sino alle falde del Gargano e

alla catena Appennina: ma qui si trovavano a contesa coi Greci, che,

possedendo la spiaggia Adriatica, e, di giunta, la Calabria, gli

affrontavano da Oriente e da Mezzogiorno. E a' principali Longobardi il

possesso stesso della spiaggia Tirrena era interrotto da ducati minori,

il cui magistrato supremo era elettivo, e che riconoscevano una cotal

sovranità preeminente all'imperatore di Costantinopoli; quantunque

l'elezione non uscisse di solito da una famiglia, e la preminenza

imperiale fosse diventata in tutto una forma vuota di effetto. Tali

erano Gaeta, Napoli, Amalfi, Sorrento.

D'altra parte i Greci avean diviso il lor _tema_ d'Italia come lo

chiamavano per ricordo dell'antico potere, in due governi: quel di

Puglia e quel di Calabria; e davano nome di _Catopano_ al governatore

del primo — o che questo sia una corruttela di capitano o che voglia

dire _sopra tutto_, — di Stratego a quel del secondo.

Felice, come vedono, condizione di popolo doveva essere questa; ma

peggio di una realtà così intricata e violenta doveva aduggiarlo

un'ombra. Due secoli prima, papa Leone III, coi suffragi del popolo di

Roma, aveva, a parer suo, ritornato in vita l'impero Romano nella

persona di Carlo Magno, incoronandolo e segnandolo colle sue mani di

sacerdote. Una confusione di idee aveva dato motivo a una creazione

siffatta; e le tenne dietro una gran confusione di fatti. Chi guardi al

successo, potrebbe sospettare, che appunto il Papato sperava di pescare

nel torbido; ma queste astuzie a lunga vista sono per lo più congetture

vane. Bisogna cercare il motivo del Papa in tutt'altro, e, certo, in

ciò, che l'Impero restaurato da Roma per le mani del sacerdozio si

sarebbe surrogato all'impero di tutt'altra origine che s'intitolava da

Bisanzio, e sarebbe stato del sacerdozio Romano e della sua primazia un

appoggio continuo e sicuro. A ogni modo quell'impero d'Occidente,

rinnovato prima nei Franchi, e trasmesso da quello ai Tedeschi,

pretendeva diritti almeno su tutte le terre già appartenute all'impero

Romano, finito nel 476. Ma a quali diritti? Non si sapeva, e il Papa lo

sapeva meno di tutti. Certo, a quelli, che secondo il suo vigor d'animo

e di braccio, ciascun imperatore avesse saputo mantenere, esercitare o

rinnovar colla spada. Intanto, nelle provincie di cui parliamo, questa

mal definita autorità imperiale era riconosciuta dai ducati Longobardi;

mentre era sconosciuta dai minori ducati e dai Greci, che avevano una

loro propria autorità imperiale, la Bizantina.

Quando quei Normanni venivano, appunto queste due autorità imperiali

eran per cozzare di nuovo; e contro la Bizantina cozzavano già i popoli

delle Puglie. Pare che di tutti cotesti reggitori i peggiori fossero i

Greci; giacchè erano anche i più civili, e quando _al mal volere e alla

possa s'aggiunge l'argomento della mente, nessun riparo_, dice ancora

Dante, _vi può far la gente_. Melo e il suo cognato Datto, due cittadini

Baresi, erano a capo di molto popolo insorti contro essi nel 1009; ma

davanti al catapano Bizantino, venuto da Costantinopoli con molto

esercito, non avevan potuto tenere il campo, e s'eran dovuti rinchiudere

in Bari; poi Bari stessa fu presa; ed essi fuggirono a mala pena, e

s'ebbero a ricoverare Melo, in Capua, Datto in Monte Cassino. Benedetto

VIII, un Papa dei buoni, eletto nell'anno stesso che vide la sconfitta

di cotesti due patrioti, li favoriva; com'egli cacciò i Saraceni da

Luni, così avrebbe voluto cacciare i Greci dalla spiaggia Adriatica. A

questa impresa gli parvero buono aiuto quei Normanni nominati dianzi.

Gli si erano presentati in Roma; egli aveva assolto Butterico

dell'omicidio commesso. Le lor persone aitanti, le lor sembianze

guerriere gli davano luogo a sperar bene. Gli mandò a Melo: e, questi,

raccolto di nuovo un esercito, riaccese la guerra. Il 1017 egli e i

Normanni vinsero nel maggio il catapano Andronico, ma ne furono

sconfitti nel giugno; non però per modo, che, se ebbero a desistere dal

marciare a Bari, non potessero persistere a conquistar terre più a

settentrione, nella Puglia, e sconfiggere alla loro volta un catapano

Contoleone venuto di fresco. Seguirono altre zuffe; la contesa finì per

allora, come un'altra più celebre, a Canne. Quivi, nel 1018, l'esercito

di Melo, di cui i Normanni erano il principal nerbo, e l'esercito

Bizantino, un'accozzaglia di assoldati di nazioni barbare, anzichè di

Greci, — e v'era persino dei Russi, che si batterono meglio di tutti, —

comandata da Basilio Botojanne, si affrontarono. A' Normanni non bastò

il valore smisurato per vincere; il numero li soverchiò. Molti rimasero

morti nella battaglia: chi fu fatto prigione; altri si rifugiarono

presso duchi, e conti Longobardi. Melo corse a Bamberga a chiedere

soccorso ad Enrico II imperatore. Trovò alla corte di questo anche il

Papa e il normanno Rodolfo. L'imperatore dette a Melo per cominciare il

titolo di Duca di Puglia, non potendo dargli la Puglia stessa: ma Melo

nell'aprile del 1020 morì. Il Papa tornò a Roma: Rodolfo restò

aspettando. E l'Imperatore per parte sua aspettava d'avere composte le

cose in Germania, dove anch'egli aveva un suo proprio ribelle, per fare

la spedizione d'Italia; giacchè i progressi dei Bizantini, vincitori a

Canne, erano tali da mettere l'autorità imperiale in pericolo di restare

nel mezzogiorno senza terre che la riconoscessero, e minacciavano

persino il Papa in Roma. Nel 1021 Enrico II fu in grado di scendere nel

suo regno d'Italia. Celebrato il Natale in Ravenna, se ne spiccò

dividendo il suo esercito in tre parti, l'una comandata da lui, le altre

due da due arcivescovi. Dei duchi Longobardi uno solo gli era rimasto

fedele, Landolfo V di Benevento; punì gli altri due; Pandolfo cacciò da

Capua, e installò in sua vece un altro Pandolfo, Conte di Teano; a

Guaimaro di Salerno chiese il figliuolo in ostaggio. Poi prese a gran

fatica Troja, — città poco innanzi fondata da Greci con questo vanitoso

nome; — e infine si risolvette a tornarsene a casa. La peste gli

decimava l'esercito, sorte comune degli eserciti forestieri nell'Italia

meridionale per più secoli. Se non gli disfacevano gli uomini, li

disfacevano le febbri. Dei Normanni altresì tornò in patria la maggior

parte; ma molti restarono. E sopratutto restò l'impressione del lor

valore nella fantasia dei popoli che gli avevano visti combattere, come

in essi stessi quella del paese in cui avevan combattuto, e perso e

vinto battaglie. Non avevan potuto, di certo, in quella prima prova,

appropriarselo, ma se fossero stati più, pensavano, l'avrebbero fatto;

ed era terra grassa e promettente. Intanto, i duchi e i principi

Longobardi si ripartirono tra di sè quelli che non andaron via.

Servivano come soldati di ventura alle lor guerre reciproche. Le quali

nessuno, credo, narrerà mai tutte; e io non ne narrerò nessuna. Chè

tutta questa non è storia, ma stoppa. Preme soltanto ricordare che a un

Normanno valoroso, per nome Rainulfo, il Duca Sergio di Napoli, nel

1029, dette una sua figliuola per moglie, la vedova contessa di Gaeta, e

per dote un territorio tra Napoli e Capua, la Contea di Aversa. Nel bel

mezzo dei suoi possessi il conte Rainulfo elevò un castello. Così un

primo Normanno si stabilì, si afforzò, mise radici.

Signori, se v'è storia, la quale provi che gli uomini fanno le cose, e

non le cose gli uomini; e che dottrine molto recenti le quali disperdono

la persona umana nell'ambiente in cui vive, son false, è quella che io

v'ho narrata sinora e sto per narrarvi; giacchè si vede la mano

dell'uomo, per il volere e l'arbitrio che la dirige, fazionarla essa.

Nel Cotentin, in Normandia, non lontano da Coutances in quello ch'è ora

il dipartimento della Manica, viveva un cavaliere, Tancredi di

Altavilla. Ebbe due mogli: l'una, Moriella, gli dette cinque figliuoli,

Guglielmo, Drogone, Umfredo, Goffredo, Serlone; l'altra, Trasenda,

sette, Roberto, Mangero, Guglielmo, Alfredo, Umberto, Tancredi, Ruggero.

La sostanza famigliare, non che bastare ai figliuoli, appena bastava al

padre. E il padre dette a ciascuno una spada e un cavallo; e gli mandò

con Dio; cercassero per il mondo gloria e fortuna. I tre primi,

Guglielmo, ch'ebbe soprannome Braccio di ferro, Drogone e Umfredo

giunsero verso il 1038 alla corte del giovine Guaimaro di Salerno,

succeduto al padre, che aveva già prima adoperato guerrieri Normanni.

Avevan condotti seco trecento cavalieri. Presero servizio

coll'imperatore greco Michele, che voleva ritogliere la Sicilia agli

Arabi. Fecero questo patto: avrebbero ricevuto in compenso metà della

preda e della terra. E da prima l'impresa riusciva; quel Guglielmo

faceva prodigi: ma Giorgio Maniace, il generale greco, non teneva il

patto. Sicchè i tre figliuoli di Tancredi si partirono da lui in

collera, e venuti sul continente, cercarono prender vendetta dei Greci.

Al che furono aiutati da un Arduino Longobardo, anch'egli offeso da

Maniace, e dal conte Rainulfo d'Aversa. La guerra cominciò nel 1041, e,

per difesa che i Greci facessero, dovettero pure abbandonare a' Normanni

e ad Arduino quasi tutte le città possedute da loro, e il Gargano per

giunta. Nel 1042 i Normanni elessero a lor capo Guglielmo Braccio di

ferro, e questi già si chiamò Conte di Puglia; e della nuova contea si

lasciò investire da Guimaro di Salerno e da Rainulfo di Aversa; dei

quali il primo, diventato molto potente, si fece in questa congiuntura

Principe Duca, e il secondo s'ebbe il Gargano e i dintorni. Ad Arduino

spettò, secondo i patti, la metà degli acquisti. Dodici altri Normanni,

che Rainulfo aveva messo insieme con Guglielmo a capo dell'impresa,

ottennero ciascuno un particolar dominio. Questi accordi conclusero in

Melfi, che sarebbe rimasta città comune a tutti.

Guglielmo morì nel 1046; i Normanni gli elessero a successore il

fratello Drogone; e Guimaro ne confermò la scelta. Davvero di dove

questi traesse il diritto d'investire e di confermare, non si vede: ma

egli s'era impossessato di Amalfi e di Capua, e aveva fatto d'un suo

fratello il Duca di Sorrento, e come aveva dato in moglie a Guglielmo la

figliuola di questo, così dava in moglie a Drogone la figliuola sua. Una

minor forza, dunque, cercava nella ricognizione d'una forza maggiore, la

ricognizione del diritto suo; e forse, questa maggior forza del Duca di

Salerno ritrovava la sua legittimità propria e quella degli altri,

nell'autorità imperiale che aveva inizialmente investito lui. Del che,

però, non si sarebbe mostrato persuaso l'imperatore Enrico III, quando

nel 1047 venne in Campania: giacchè lo costrinse a render Capua al

principe spossessato e a rinunciare al titolo di Duca. Invece investì di

sua mano Drogone e Rodolfo, succeduto a Rainolfo di Aversa e suo nipote.

Così la casa dei Normanni s'allarga; ma per ora son dominî distaccati i

loro; cresciuti sì di numero, ma sconnessi. E ora, una inimicizia

inaspettata scoppia. I primi Normanni eran venuti coll'assenso del Papa;

ma ora lor diventa avversa la politica papale. Leone IX, Papa sin dal

1048, non poteva di certo prevedere, ch'essi avrebbero costituito,

accanto allo Stato della Chiesa, uno Stato forte: il che al papato non è

mai piaciuto; e ora vedeva, che eran già più forti di quanti principi e

popoli esistevano prima di loro nello Stato attiguo. Forse, anzi certo,

neanche l'Imperatore li gradiva, come quelli che non avevano aspettato

l'investitura sua per intitolarsi Conti: e tra l'Imperatore ed il Papa

correvano allora intelligenze strette. A ogni modo il pomo della

discordia parve fosse Benevento. L'Imperatore aveva fatto dono al Papa

di questa città; ma del territorio di essa n'aveva investito Drogone.

Così il primo ducato Longobardo pagava la pena di aver parteggiato, alla

calata dell'Imperatore, per i Greci contro lui ed il Papa. E Drogone,

quanto a sè, avrebbe ben voluto che i suoi Normanni non facessero danno

ai cittadini; ma non eran facili a tenere a segno. Entravano in città, e

la taglieggiavano e in ogni altra maniera la offendevano. Drogone, non

che essere in grado d'impedirlo, fu ucciso lui a tradimento in una

chiesa, mentre Leone IX raccoglieva un esercito contro di lui. La

campagna che seguì, ebbe questa fine che il Papa, quantunque si

collegasse con Argiro, — un figliuolo di Melo, che mutata parte più

volte, era riuscito a diventar Catapano Bizantino e a ritogliere Bari a'

Normanni, — il Papa, dico, fu vinto e fatto prigione presso Civitella,

il 18 giugno 1053. Non mai prigioniero fu fatto segno di maggiori onori;

ma in compenso dovette a' vincitori accordare la signoria della Puglia,

della Calabria e della Sicilia. Di dove gli veniva il diritto di dare

roba non sua? Questo diritto papale di dare, come si accordava col

diritto imperiale di dare? Non se lo chiedevano. Andava negli spiriti

sorgendo e radicandosi l'idea di una doppia autorità universale, senza

che insieme sorgesse nessun preciso concetto dei limiti tra le due, o

che l'una su ciò consentisse coll'altra.

Umfredo, fratel di Drogone e suo successore alla contea di Puglia, e

Riccardo, Conte di Aversa, avean capitanato i Normanni in questa felice

impresa. Intanto era disceso di Normandia un altro dei fratelli di

Umfredo; però del secondo letto, Roberto. Questi più alto della persona,

che la più parte dei suoi compagni di Normandia, colla bionda

capigliatura disciolta, largo di spalle, voce sonora e imperiosa, pareva

nato a comandare; e di fatti col valore smisurato congiungeva una

qualità, non meno necessaria, l'astuzia; onde appunto ebbe soprannome

Guiscardo. Visse più anni piuttosto da bandito che da cavaliere, — se le

due parole a quei tempi avevano diverso senso, — in un castello di san

Marco, a mura di legno, non lontano da Bisignano, in provincia di

Cosenza. Di quivi si calava a far preda, occupando con agguati città o

assalendo cittadini e forestieri. Drogone il fratello glielo aveva

donato, e insieme concessogli il diritto di conquistarsi la Calabria. Un

altro Normanno, un Girardo, gli offrì una sua zia in moglie e dugento

cavalieri in aiuto. Roberto accettò tutto, zia e cavalieri; e, chiesto

licenza a Drogone, sposò Alderade, che così si chiamava la zia. Così

uniti si assoggettarono gran parte del paese. Intanto nel 1055 moriva

Umfredo, e lasciava figliuoli in età non adatta al comando. Il principio

di eredità non era già così prevalso come fece poi; si sceglieva il

successore nella famiglia; ma non era già ammesso che il principato si

dovesse necessariamente trasmettere di padre in figliuolo o figliuola.

Sicchè i Normanni elessero Roberto a successore di Umfredo; e Roberto,

senza darsi pensiero d'essere designato dal padre morente a tutore del

figliuol minorenne Abelardo, nominò sè Duca di Puglia e di Calabria.

Nicolò II glielo confermò; e il Guiscardo gli si obbligò a difender la

Chiesa. Fu più difficile ottener l'obbedienza dei Baroni: nè gli costò

poco o breve sforzo. Così si costituì tra i Normanni un principato già

grosso: ma quella conferma chiesta a' Papi, e ottenuta, di un possesso

acquistato con le armi, che pareva investirlo di diritto, in realtà lo

rendeva vacillante e gli scalzava la base di diritto proprio.

E si vide subito. Ho nominato dianzi un Riccardo Conte di Aversa. Pure,

a Rainulfo era succeduto Rodolfo: come ora invece di questo è conte

Riccardo? In un semplicissimo modo, parrebbe; Rodolfo era, bensì, morto

nel 1047; ma Riccardo non ne era il figliuolo. Egli era bensì cognato

del Guiscardo e nipote di Rainulfo; ma non eran titoli questi che

rendessero il suo titolo alla contea migliore di ogni altro. Però

nessuno più bello di lui; nessuno di più gentile aspetto; nessuno

cavaliere più ardito. E a' Normanni questi eran titoli che superavano

ogni altro. E l'elessero. Se non che egli era in carcere; ve l'aveva

gittato Drogone per punirlo, dopo averlo vinto, della gran molestia che

dava, battagliando, a vicini e a lontani. Ora, doveva per prima cosa

uscirne. Guaimaro glielo ottenne; ma non appena Conte Riccardo si vide

padrone di Aversa, volle conquistar Capua. E ci riuscì nel 1058 malgrado

i Capuani. E così finì il secondo ducato Longobardo.

Nè qui Riccardo si fermò. Un suo genero e vassallo Guglielmo di

Monstarola gli si ribellò, e si rifugiò da papa Alessandro II e lo

riconobbe a suo signore. Riccardo mosse nel 1066 contro Roma stessa e

osò intimare guerra al Papa. E il Papa ricorse per aiuto a re Errico di

Germania, che fu poi Errico IV, l'Errico di Canossa, ancor sedicenne. Il

Re non si mosse; però il suo scudiere, Duca Goffredo di Lorena e di

Toscana, fece sua la causa del Papa. Ma poichè nè Goffredo si sentiva

abbastanza forte per mettere alla ragione Riccardo, nè Riccardo era

abbastanza sicuro di potergli resistere, fu conclusa una pace. E qui si

vede come la potenza dei Papi s'intromettesse già tra i Baroni del paese

vicino e si facesse fomite di ribellioni e guarantigia di ribelli.

Gli albori della vita Italiana Conferenze tenute a Firenze nel 1890 · 第 11 / 30 段