Contro queste usurpazioni e queste riscosse era solo a lottare Umberto

II, figlio di Amedeo, rimasto giovanissimo a governare quegli Stati,

retti fino allora da mani così gagliarde e da esperienze così provette.

E cominciò allora un secolo di contestazione e di lotte, nelle quali la

casa di Savoia, ora avanzando, ora retrocedendo, non perdette mai il

rispetto alle sue tradizioni e la fede nel suo avvenire cisalpino. Non

abbandonò le prische sedi, poichè nelle valli savoiarde e svizzere

battagliò lungamente, mutando ed acquistando terre e castella; ma tenne

l'occhio fiso al dominio italiano, che dopo il matrimonio con Adelaide

Manfredi, era diventato il pernio della potenza e la seconda patria

della dinastia Umbertina.

Per molti lustri, il successo rimane dubbio, i contrasti son fieri; v'è

un'epoca, in cui la famiglia si spezza in due rami, e sembra che

scompaia l'unità della tradizione dinastica. Ma la virtù e la sagacia

suppliscono a qualche difetto di fortuna o di energia. Non sempre giova

affrontare la bufera alpina a viso eretto. Questa vi avvolge e vi

trascina giù pei burroni. Se invece, curvandovi, lasciate passare

l'uragano, rimanete al vostro posto e potete rizzarvi più forte e più

sicuro di prima.

È quello che hanno fatto tante volte i principi di Savoia, riprendendo,

da Susa o da Ivrea, il cammino verso quelle pianure che l'uragano

flagellava innanzi al loro passi. Finchè poi, una serie di principi

vigorosi e fortunati, Tommaso I, Pietro II, Amedeo V ricuperavano,

aumentandolo, l'antico patrimonio della contessa Adelaide; preparando

quella grandezza militare e politica, di cui toccò il vertice più tardi

il grande Emanuele Filiberto.

Fu però negli anni più aspri e più laboriosi di questa fondazione

politica che si svolsero i primi germi del programma, a cui la casa di

Savoia avrebbe dovuto i suoi trionfi italiani. Vi sono in ciò dei

presagi storici, che possono sembrare combinazioni all'osservatore

superficiale, ma che forzano il pensatore alla meditazione.

È infatti Umberto II, che, proprio nel più fitto della guerra di

successione, riconosce l'indipendenza di Asti e stringe accordi con essa

per combattere predominî feudali. È Amedeo III che, dopo il 1130,

concede a Susa il primo statuto di franchigie comunali. È Umberto III

che, nel 1175, prepara i primi accordi tra Federico Barbarossa e le

libere città lombarde. Poi, nel 1215, Tommaso I stringe, per la prima

volta, accordi politici con Milano contro il marchese di Monferrato. E

finalmente, cinquant'anni dopo, Pietro II si trova in Svizzera di fronte

a Rodolfo, allora semplice conte di Habsburg, e duramente lo batte;

singolare e provvidenziale contesa, che cominciava proprio tra il primo

fondatore della casa d'Austria e il ristauratore della casa di Savoia,

quella secolare rivalità di cui abbiamo visto forse l'ultimo atto nella

guerra del 1866.

Vanti non piccoli questi, della dinastia che ci regge; poichè, se è

facile mostrare generosità e benevolenza, durante i periodi in cui la

fortuna accarezza, lo accentuare, nell'epoca dei pericoli, quelle idee e

quei propositi che poi governeranno l'epoca della prosperità, è

previdenza che non a tutti sorride, — è saviezza che molti avrebbero

dimenticata, sotto il pretesto della sventura.

Ora, è proprio la sventura il crogiuolo in cui s'affinano le anime

grandi. Ed è questa l'aristocrazia specialissima della famiglia, di cui

studiamo le origini; aristocrazia che innalza il carattere di Umberto

Biancamano quando s'incammina a Zurigo, custode della detronizzata

Ermengarda, e che innalza il carattere di Carlo Alberto, quando

s'incammina ad Oporto, per salvare colla dignità della stirpe l'avvenire

d'Italia.

Quelle disposizioni dei primi Umberti a favore dei Comuni, appena usciti

dall'infanzia feudale; quel desiderio di creare in pieno medio evo

solidarietà politiche colla Lombardia o colla Toscana; quell'istinto che

metteva contro Rodolfo d'Habsburg i soldati d'un principe di Savoia,

preannunciano fin dai secoli oscuri le qualità che renderanno popolare,

nei tempi moderni, la dinastia: vale a dire, la fede nei principi

liberali, l'accortezza nelle alleanze, il proposito dell'indipendenza,

la virtù militare, che non odia i nemici, ma non li conta.

Se questa non è legge istorica, non sappiamo qual sia; e in verità è

difficile pensare che altri istituti, altre compagini umane possano

vantare fra le loro origini e la fine dei loro svolgimenti eguale

coerenza di tradizioni.

Umberto Biancamano, nel secolo XI protegge i suoi nemici contro

l'abitudine del saccheggio. Pietro II nel secolo XIII adotta per motto

suo: _la sovranità viene da Dio, quando è esercitata a beneficio dei

popoli_. Vittorio Amedeo II nel secolo XVII spezza il suo collare

dell'Annunciata per dividerne i brani fra il popolo afflitto dalla

carestia. Umberto I nel secolo XIX si tuffa nei contagi omicidi per dare

ai popolani sofferenti quel conforto che viene dalla calma, dal

coraggio, dalla fiducia.

L'unità dei pensieri e l'unità d'istinti non potrebbero avere, io credo,

più perfetta dimostrazione.

*

Del resto, ad altre dimostrazioni e ad altre unità si presterebbe

l'argomento, se volessimo discendere dai primi agli ultimi della

famiglia Umbertina, o risalire dagli ultimi ai primi.

Ma, dopo avermi tollerato come istorico, non vorrei mi accusaste di

scendere a cortigiano. Ora, i cortigiani che sono ordinariamente

accaniti ad inventare le origini delle dinastie, sono, anche più

ordinariamente, accaniti a parteciparne le decadenze.

Dio mi tolga dunque, ora e sempre, dal numero e dall'abbiezione.

Discorrere delle Case sovrane è stato difficile, finchè le ragioni

dell'intelletto erano soverchiate dalla prepotenza dei privilegi.

Allora, nessuna logica correggeva gli eccessi; poichè il mondo si

divideva in dominati e dominatori; e, secondo l'influsso di questa

situazione personale, la storia diventava o adulazione o calunnia.

Il regime liberale, rendendo ai principi l'affetto dei popoli, ha reso

nel tempo stesso agli scrittori l'indipendenza e l'imparzialità del

giudizio.

Oggidì che il sovrano s'è sprofondato nelle moltitudini e vive della

loro vita, adularlo sarebbe ipocrisia, offenderlo sarebbe viltà.

Però lo scrivere di regnanti non è facile ancora, per quanto la

difficoltà abbia mutato natura. Non è facile, perchè avviene talvolta

che i cortigiani impauriti e le democrazie soddisfatte si uniscano in un

solo e intollerante grido di plauso, attraverso al quale sembri

importuna la voce severa di chi ama e teme.

Questa difficoltà è assai minore, com'è minore il pericolo, quando si

tratti di famiglie dinastiche la cui storia rimonti alle origini della

civiltà.

In questi casi la voce dei secoli può sostituire efficacemente quelle

voci contemporanee, che diventassero troppo fioche o troppo obliose; e

nella ricca e varia indole dei numerosi antenati possono i regnanti

contemporanei trovare quel senso della misura che è la suprema saggezza

dei reggitori di popoli.

Perciò mi fu grato parlarvi delle origini d'una famiglia gloriosa nei

fasti della patria; i cui principi seppero essere quasi tutti energici

senza tirannia, buoni senza debolezza, amanti di libere istituzioni

senza sminuire la dignità del loro sangue.

Se questa famiglia avesse illustrato col suo dominio qualunque altro

popolo d'Europa, i suoi ricordi desterebbero sempre nello storico il

sentimento dell'ammirazione.

Ma quando nello storico si confondono il cittadino ed il suddito,

l'ammirazione si tramuta in un complesso di affetti maggiori e diversi.

L'indagine del passato non basta più a soddisfare l'intelletto; che

vorrebbe lanciarsi nell'avvenire e cercarvi il segreto delle

inquietudini e delle speranze patriottiche.

Le une e altre autorizza la storia nel suo viaggio di lungo corso.

Ma se il progresso politico non è ridotto ad una formola menzognera,

questa storia dovrebbe quind'innanzi subire meno che nel passato la

legge dei violenti ed il capriccio dei casi; dovrebbe quind'innanzi

riposar meno sul contrasto che sull'armonia degli interessi molteplici.

Ora, chi pensi quante volte questi interessi hanno trovato efficace

difesa presso popoli pieni di fiducia e presso principi degni

d'inspirarla può dare nell'avvenire il passo alle speranze sulle

inquietudini.

Poichè — voi me lo insegnate, o signore, — quando l'amore può essere nel

tempo stesso un orgoglio, diventa il più forte e il più durevole dei

sentimenti umani.

LE ORIGINI DELLA MONARCHIA A NAPOLI

DI

RUGGERO BONGHI

_Signore e signori,_

Dante Alighieri, lo rammentate, dice, non ricordo ben dove:

Sempre a quel ver che ha faccia di menzogna,

Dee l'uom chiuder le labbra quanto puote,

Perocchè senza colpa fa vergogna.

Se questo precetto va seguito sempre, io avrei dovuto pregare gli

ordinatori di queste letture, di volermi assegnare soggetto diverso da

quello, che, ben mio malgrado, mi son visto imporre; giacchè esso è tale

che, considerato sì nelle sue cause remote e sì nei suoi effetti lungo i

secoli, ha tanto di meraviglioso, che, quando io ve n'abbia discorso

parrà a voi piuttosto favola che storia; un soggetto, per soprappiù, che

s'aggira intorno a cosa mai esistita sino a tempi tanto prossimi che

molti di noi hanno convissuto più o meno con essa, eppure tanto passata,

che duriamo fatica a ricordarla noi, e dureremo anche maggior fatica a

imprimerla nella memoria o nella fantasia dei nostri figliuoli: la

monarchia napoletana.

Di fatti, chi di voi, cui non fosse noto, penserebbe, che, per

raccontarvi le origini di questa monarchia perita per sempre, io deva

forzarvi a riportare la vostra immaginativa sin su all'ottavo secolo

d.C. e trarvi meco sino alle coste della Norvegia: e mostrarvele,

queste, pullulanti di navi, e le navi spiccarsene di qua, di là, e

scorazzar per i mari che bagnano le spiaggie della Danimarca, della

Germania, dell'Inghilterra, della Francia, e cacciarsi nei fiumi, che vi

mettono foce, e penetrare più che possono, entro terra, e mettervi a

ruba e a sacco ogni cosa, e uccidervi o portar via uomini, rapire o

violare e trucidare donne, fanciulli, e tornare a casa, ricche di preda

e di gloria? Eppure, o signore, è così. Portano un illustre nome nella

storia cotesti pirati del settentrione: Vikingi, checchè questo nome

voglia dire, abitanti o assalitori di rade. Alle lor vittime parevano

corsari del mare; essi se ne dicevano re. E re erano. Per due o tre

secoli i popoli rivieraschi non ebbero difesa contro di loro. Nè quelli

soli delle regioni nominate dianzi. Giacchè entrarono nell'Atlantico, e

visitarono a quel gentil loro modo le spiaggie occidentali della

Francia, della Spagna; entrarono nel Mediterraneo e visitarono le

nostre. Udite questa. Sentirono in una delle loro scorrerie parlare di

Roma, della ricca, della grande Roma: a Roma, a Roma, fu il loro grido

subito. Quivi avrebbero messe le mani sulla maggior somma di ricchezza

al mondo. Quando, costeggiando le spiaggie orientali della Spagna e le

meridionali della Francia, furono giunti, discendendo quelle

dell'Italia, a Luni, vi fecero sosta poco discosto dalla foce della

Magra, sui confini della Liguria e della Etruria, cui aveva già reso

celebre e prosperoso il porto suo, quello che ora è detto della Spezia.

Era ancora città popolosa e ricca, quantunque fosse già sul declinare,

quando verso il principio della seconda metà del nono secolo cotesti

Vikingi vi approdarono. E a essi, una città che dopo scorsi cinque altri

secoli Dante avrebbe portato a esempio delle città _ite_, anzi di quelle

che non ci dovevano far parere _cosa nuova nè forte_,

Udir come le schiatte si disfanno

Poscia che le cittadi termine hanno,

a essi parve Roma: tanto grande n'era il porto. Li comandava un Hasting,

e si traeva dietro un dugento navi di quelle ch'essi chiamavano

_suckhar_, serpenti, _trakur_, dragoni, nomi di agguato e di spavento.

Ai Lunesi la notizia di così triste arrivo pervenne mentre celebravano

nella cattedrale la festa del Natale e ne furono, sì, sgomenti, ma non

tanto che non corressero a chiuder le porte e s'armassero a difesa.

Hasting mandò loro a dire che non nutriva nessuna cattiva intenzione,

lui; sbalestrato dai venti, aspettava di potere andar via; per ora

implorava soltanto che gli si lasciasse vettovagliare la ciurma, e per

sè, poichè si sentiva morire, il battesimo; nient'altro. S'ebbe vino,

pane, ogni cosa; e, quanto al battesimo, entrasse pure in città e

venisse in chiesa a farvisi battezzare. Si lasciò portare: non era in

grado, diceva, di camminare; tanto si sentiva in fin di vita; e non

v'era segno di verace e tormentosa agonia che non desse. Fu cerimonia

solenne; il vescovo volle celebrare la funzione lui; gli fece da compare

il conte. Ed egli scongiurava: “Pochi giorni mi restano, seppellitemi

qui, in questo luogo che m'è sì caro; seppellitemi da cristiano.„ Fu

riportato alla nave. A breve andare, si sparse voce che, diffatti, egli

era morto. I suoi lo allogarono nella bara, rivestito del giaco e colla

spada al fianco; e fecero così gran corrotto, e con così alti lamenti e

grida che più non avrebbero fatto se fosse morto davvero. E se ne

andarono colla bara alle porte della città, e quivi, piangendo,

scongiurando, chiesero che lor si aprissero, e si desse riposo al

cadavere del lor capitano, del lor padre, del loro fratello colà dov'era

risorto a vita di spirito. E i cittadini acconsentirono. Apriron le

porte, ricevettero il morto con grande onore. Le campane suonavano a

stormo; preti e signori, ricchi e poveri accompagnavano

processionalmente. Il vescovo cantò la messa funebre, lui. Ma ecco che,

quando fu finita ogni cerimonia, quando si fu per alzare la bara, il

morto ne saltò fuori. Com'egli era armato, così erano tutti i suoi, che

erano entrati in città e in chiesa in sua compagnia. Avevan nascosto

corazze e spade sotto le cappe. Fecero infinita strage. I primi ad avere

mozzato il capo furono il vescovo e il conte compare. Poi, usciti di

chiesa, misero a ruba la città; poi la campagna. Non seppero, se non

dopo compita l'opera, che la città non era Roma. Tornarono di dove eran

venuti; e io non ve ne avrei discorso sin qui, se l'avvenimento, che può

anche non essere in tutto vero, non mostrasse le qualità principali e

costanti della stirpe, sinchè durò intatta: nessuna più temeraria, più

astuta, più crudele al bisogno, più soverchiatrice e più ingorda di

essa.

Come e perchè cotesto sciame di corsari uscisse dalla terra natìa e si

spandesse da per tutto, è facile intendere; si trovavano troppi a casa,

e la casa, per giunta, era povera. Tedeschi di stirpe, e certo cacciati

dalla spinta di altre genti o della stessa loro famiglia o di diversa in

quella estrema penisola, dovevano forse ricordare con desiderio le

spiaggie perse da secoli. E vi ritornavano con desiderio. Ma non vi

ritornavano quali n'erano partiti. Nella nuova lor patria il fragore dei

ghiacciai e il tono delle valanghe, durante la lunga notte polare

rischiarata soltanto dalla fiamma sparsa dall'aurora boreale; il muggire

dell'onde sbattute dalla tempesta sulle spiaggie cavernose dei seni di

mare, le folte e scure selve, e la state che scoppia a un tratto, e

riveste le roccie e le creste dei monti della betula odorosa e verde,

mentre il sole sale sempre più alto e gitta i suoi arcobaleni sulle

cascate spumanti; e il bagliore dei raggi che si riflettono dai campi di

ghiaccio, e la luce verdognola, cangiante, che ne riempie le grotte

cristalline, destavano nei lor petti una meraviglia mesta e pensosa.

Tutta la lor credenza religiosa n'era colorita e formata. L'universo si

figuravano fosse colmato tutto dall'albero dell'esistenza, il frassino

Yggdrasil, che vien su del Nifl, il regno dei morti. A' suoi piedi

sgorga gorgogliando la fonte del Mimer, e laggiù nel regno buio stanno a

sedere tre Norne, tre Parche, sorelle, l'età passata, la presente e la

futura, che ne innaffiano le radici e filano i fili dei fati umani.

L'impero della terra è diviso tra gli Asi, i buoni Iddii, che

rappresentano la luce e il calor della state, e gli Iotuni, mostri

giganteschi, che figurano il gelo, la tenebra, la tempesta di neve.

Quegli abitano in su nell'Asgard; questi in giù, al buio nello Iotum.

Principale tra gli Asi è Odino, il signore del cielo e della terra,

cogli occhi di foco; il padre degli uccisi in battaglia, che gli

accoglie presso di sè nel Walhalla. E v'era altri Asi appena meno

potenti. E non mancava loro il conforto, cui niente oltrepassa, la

compagnia della donna; Frigga, moglie di Odino, Freya, la dea tutelare

dell'amore, Iduna, la custode dei pomi di cui gli Asi vivono in una

giovinezza eterna, divinatrice del futuro. Ma a cotesti benefici Iddii

stanno di contro i perversi, mostri terribili: il lupo Feuris, il

serpente Midgard, e Hel. Come padre degli Asi fu Allfadur, così degli

Iotuni fu Loki. Padre e figliuoli, Odino vinse e variamente punì; ma

quando il bellissimo Baldur, figliuolo di Odino e di Frigga, morì, la

fortuna degli Asi cominciò a declinare. Aveva pur presentito la madre

che sarebbe morto! Aveva chiesto a tutti gli elementi, a tutti, a tutte

le creature, a tutte, di non recargli danno: e l'avevan giurato. Pure

quel furbo di Loki le trasse di bocca, che una sola creatura, una sola,

non l'aveva giurato: un arboscello, il vischio. E Loki persuase il cieco

Hodur di colpire Baldur con un rametto di vischio. E il bellissimo

Baldur cadde a terra spento; e Nanna, la moglie, che si struggeva per

lui di un infinito amore, lo seguì. E la stessa sorte toccherà agli Asi

tutti, il giorno che perirà la terra; dovranno dileguarsi e sparire, nel

crepuscolo degli Dii. Tre inverni, non interrotti da nessuna state, si

seguiranno l'un l'altro; si ottenebrerà il sole; una sciagura incalzerà

l'altra; per l'intiero mondo infurierà la guerra. Surtur, il principe

del fuoco, verrà da mezzogiorno a passo a passo; il cielo si fenderà; e

attraverso le suo fenditure gli spiriti del fuoco irromperanno. Sotto i

lor passi il ponte del cielo rovinerà. Nel settentrione il lupo Feuris

si sprigionerà dalla sua catena. La nave Negilfari, tratta dalle unghie

dei morti, sarà condotta dal gigante Hymir verso Oriente, e di quivi si

avvicinerà l'esercito dei cattivi spiriti, menati da Loki. I giganti di

ghiaccio e il cane dell'inferno Garmer s'affretteranno al ritrovo. Tutti

converranno nelle pianure Oscornar. Ed ecco il custode del cielo

Heimdall soffiar nel suo corno; e gli Dii marciare a battaglia, e tutti

gli eroi seguirli, quanti ne son periti dal principio dei tempi. Il

frassino Yggdrasil vacilla, divelto dalle radici. L'aquila gigantesca

divora crocidando i cadaveri dei caduti; il serpente Midgard,

divincolandosi, vien fuori dal mare sputando veleno. Thor, sì, l'uccide;

ma l'uccisore alla sua volta è soffocato dal veleno vomitato dal suo

nemico. Feuris ingoia Allfadur, ma anch'egli muore. Loki e Heimdall si

trucidano l'un l'altro. Gli astri si spengono; fiamme dissolvono la

compagine della terra. E la terra si sprofonda nel mare; ma dal mare una

nuova terra emerge; gli Asi si destano da morte, e con loro sorge un

uman genere ringiovanito.

Vi parrà, che in questo intreccio di fantasie cosmogoniche e religiose

nulla vi sia di cui ci si giovi. Nulla, di certo; forse vi avrete

raccolto qualche eco di racconti già uditi, stranamente confusi con

invenzioni nuove; ma ciò al soggetto nostro non preme. Al soggetto

nostro preme osservare che, come le religioni sogliono, anche questa dei

Vikingi o dei Norvegi era atta ad aprirne gli spiriti e lasciarli

spaziare più in là e più in su, a metter loro davanti il contrasto del

bene e del male; ad arricchirli di qualche idealità avvivatrice.

Difatti, se gli abbiamo visti, i Vikingi, astuti e soperchiatori, pure

non era sola la preda che li allettava a' pericoli, bensì ancora gli

abbagliava la gloria, com'essi la intendevano, la vaghezza del nuovo.

“Chi vuole„, dicevano, “col suo coraggio acquistare gloria, deve persino

innanzi a tre nemici non trarsi indietro; soltanto avanti a quattro può

fuggire senza vergogna.„ E il premio che s'aspettavano, era, dopo morte,

il banchettar con Odino lassù e con quanti altri eroi erano morti prima

o dopo. Nè volevano la battaglia, la morte, priva di canto. Le corti dei

principi, dei capi, le navi stesse, mentre scorrevano il mare, eran

piene dei lor cantori, gli Scaldi, ai quali spettava celebrare nei versi

le imprese dei valorosi. Nessuna persona più accetta di loro nei palazzi

dei grandi. Cantavano poesie loro, poesie di loro antecessori avanti ad

essi. Ne ricevevano in ricambio ricchi doni. I cortigiani avevano

obbligo d'imparare a mente i versi cantati e diffonderli. Non tutto,

vedete, nei paesi e nei tempi barbari è men civile che nei paesi e tempi

civili.

Così vaghi di glorie e di avventure accrebbero la loro e la nostra

cognizione della terra. Nel 861 Nadodd fu gettato da una terribile

tempesta sulle coste di una terra ignota; la chiamò come la vide, _terra

di_ _neve_, ne tornò sgomento della natura selvaggia, in mezzo a cui

s'era visto; ma uno svedese, Gardar Svafarson, vi approdò da capo più

tardi e la chiamò _Gardarsholm_, isola di Gardar. Altri, cacciati o da

timori o da speranze o da voglia di libero vivere, scoversero l'Islanda,

Ingolfshodi; traevano il nome o dal proprio loco o dalla natura

visibile. Nè qui si fermarono. Verso la fine del decimo secolo Eirek il

rosso, sbandito dalla patria per un omicidio, allestì una nave

gigantesca col disegno di veleggiare verso mezzogiorno; non mosse solo,

ma accompagnato da audaci. Nel 982 vide distendersi dinanzi a lui una

lunga costa, coronata da un ghiacciaio; non sostò nè mutò rotta; sinchè

non ebbe incontrata una regione, che per essere di state verdeggiava

tutta e la chiamò Groenlandia, e vi chiamò altri. Fra questi un Bjarni,

in un viaggio con una propria nave, si trovò una volta a vagare molti

giorni e notti senza sapere dove fosse. Da molti giorni non vedeva il

sole, quando gli si mostrò una terra, che nè a lui nè a' suoi compagni

parve la Groenlandia. Non vi si ancorò; navigò più oltre; e dopo due

giorni e due notti gli sorsero davanti due strisce di costa, delle quali

la seconda mostrava grandi monti di ghiaccio. E neanche qui si sentì

invogliato a sbarcare; avanzò; e, menato via da un forte libeccio,

scoverse dopo quattro giorni una quarta terra e vi discese. Quivi trovò

il padre Herjulf, che senza sua saputa vi dimorava, e accolto

lietamente, vi rimase il resto della vita. Che terre erano queste?

L'ultima, si congettura fosse la costa del Massachusetts; la seconda, la

Nuova Scozia; la terza, non è ben chiaro; forse il nuovo Fundland. Così

avrebbero rinvenuto l'America un cinque secoli e più prima di Colombo,

se gli uomini vedessero davvero le cose, prima di esser maturi a vederle

e a giovarsene. Nè Bjarni restò poi solo. Un Leif, figliuolo di

quell'Eirek, scoperse il Labrador e rivide la Nuova Scozia, che chiamò

Terra del vino poichè vi abbondavano rigogliose le viti; nel 792 vi

tornò il fratello Thorwald, e pose la sua sede in quella che fu poi

chiamata isola di Rhode; e se ne spiccò per spiare il paese verso

settentrione, ma fu viaggio funesto. Giunto, si crede, alla montagna di

Gurnet nel golfo di Plymouth, l'uccisero. Ed altri seguirono; ma questi

bastano a mostrare un aspetto di questa indole Vikinga, il più adatto a

spiegare la loro azione sul mondo.

Gli albori della vita Italiana Conferenze tenute a Firenze nel 1890 · 第 10 / 30 段