II, figlio di Amedeo, rimasto giovanissimo a governare quegli Stati,
retti fino allora da mani così gagliarde e da esperienze così provette.
E cominciò allora un secolo di contestazione e di lotte, nelle quali la
casa di Savoia, ora avanzando, ora retrocedendo, non perdette mai il
rispetto alle sue tradizioni e la fede nel suo avvenire cisalpino. Non
abbandonò le prische sedi, poichè nelle valli savoiarde e svizzere
battagliò lungamente, mutando ed acquistando terre e castella; ma tenne
l'occhio fiso al dominio italiano, che dopo il matrimonio con Adelaide
Manfredi, era diventato il pernio della potenza e la seconda patria
della dinastia Umbertina.
Per molti lustri, il successo rimane dubbio, i contrasti son fieri; v'è
un'epoca, in cui la famiglia si spezza in due rami, e sembra che
scompaia l'unità della tradizione dinastica. Ma la virtù e la sagacia
suppliscono a qualche difetto di fortuna o di energia. Non sempre giova
affrontare la bufera alpina a viso eretto. Questa vi avvolge e vi
trascina giù pei burroni. Se invece, curvandovi, lasciate passare
l'uragano, rimanete al vostro posto e potete rizzarvi più forte e più
sicuro di prima.
È quello che hanno fatto tante volte i principi di Savoia, riprendendo,
da Susa o da Ivrea, il cammino verso quelle pianure che l'uragano
flagellava innanzi al loro passi. Finchè poi, una serie di principi
vigorosi e fortunati, Tommaso I, Pietro II, Amedeo V ricuperavano,
aumentandolo, l'antico patrimonio della contessa Adelaide; preparando
quella grandezza militare e politica, di cui toccò il vertice più tardi
il grande Emanuele Filiberto.
Fu però negli anni più aspri e più laboriosi di questa fondazione
politica che si svolsero i primi germi del programma, a cui la casa di
Savoia avrebbe dovuto i suoi trionfi italiani. Vi sono in ciò dei
presagi storici, che possono sembrare combinazioni all'osservatore
superficiale, ma che forzano il pensatore alla meditazione.
È infatti Umberto II, che, proprio nel più fitto della guerra di
successione, riconosce l'indipendenza di Asti e stringe accordi con essa
per combattere predominî feudali. È Amedeo III che, dopo il 1130,
concede a Susa il primo statuto di franchigie comunali. È Umberto III
che, nel 1175, prepara i primi accordi tra Federico Barbarossa e le
libere città lombarde. Poi, nel 1215, Tommaso I stringe, per la prima
volta, accordi politici con Milano contro il marchese di Monferrato. E
finalmente, cinquant'anni dopo, Pietro II si trova in Svizzera di fronte
a Rodolfo, allora semplice conte di Habsburg, e duramente lo batte;
singolare e provvidenziale contesa, che cominciava proprio tra il primo
fondatore della casa d'Austria e il ristauratore della casa di Savoia,
quella secolare rivalità di cui abbiamo visto forse l'ultimo atto nella
guerra del 1866.
Vanti non piccoli questi, della dinastia che ci regge; poichè, se è
facile mostrare generosità e benevolenza, durante i periodi in cui la
fortuna accarezza, lo accentuare, nell'epoca dei pericoli, quelle idee e
quei propositi che poi governeranno l'epoca della prosperità, è
previdenza che non a tutti sorride, — è saviezza che molti avrebbero
dimenticata, sotto il pretesto della sventura.
Ora, è proprio la sventura il crogiuolo in cui s'affinano le anime
grandi. Ed è questa l'aristocrazia specialissima della famiglia, di cui
studiamo le origini; aristocrazia che innalza il carattere di Umberto
Biancamano quando s'incammina a Zurigo, custode della detronizzata
Ermengarda, e che innalza il carattere di Carlo Alberto, quando
s'incammina ad Oporto, per salvare colla dignità della stirpe l'avvenire
d'Italia.
Quelle disposizioni dei primi Umberti a favore dei Comuni, appena usciti
dall'infanzia feudale; quel desiderio di creare in pieno medio evo
solidarietà politiche colla Lombardia o colla Toscana; quell'istinto che
metteva contro Rodolfo d'Habsburg i soldati d'un principe di Savoia,
preannunciano fin dai secoli oscuri le qualità che renderanno popolare,
nei tempi moderni, la dinastia: vale a dire, la fede nei principi
liberali, l'accortezza nelle alleanze, il proposito dell'indipendenza,
la virtù militare, che non odia i nemici, ma non li conta.
Se questa non è legge istorica, non sappiamo qual sia; e in verità è
difficile pensare che altri istituti, altre compagini umane possano
vantare fra le loro origini e la fine dei loro svolgimenti eguale
coerenza di tradizioni.
Umberto Biancamano, nel secolo XI protegge i suoi nemici contro
l'abitudine del saccheggio. Pietro II nel secolo XIII adotta per motto
suo: _la sovranità viene da Dio, quando è esercitata a beneficio dei
popoli_. Vittorio Amedeo II nel secolo XVII spezza il suo collare
dell'Annunciata per dividerne i brani fra il popolo afflitto dalla
carestia. Umberto I nel secolo XIX si tuffa nei contagi omicidi per dare
ai popolani sofferenti quel conforto che viene dalla calma, dal
coraggio, dalla fiducia.
L'unità dei pensieri e l'unità d'istinti non potrebbero avere, io credo,
più perfetta dimostrazione.
*
Del resto, ad altre dimostrazioni e ad altre unità si presterebbe
l'argomento, se volessimo discendere dai primi agli ultimi della
famiglia Umbertina, o risalire dagli ultimi ai primi.
Ma, dopo avermi tollerato come istorico, non vorrei mi accusaste di
scendere a cortigiano. Ora, i cortigiani che sono ordinariamente
accaniti ad inventare le origini delle dinastie, sono, anche più
ordinariamente, accaniti a parteciparne le decadenze.
Dio mi tolga dunque, ora e sempre, dal numero e dall'abbiezione.
Discorrere delle Case sovrane è stato difficile, finchè le ragioni
dell'intelletto erano soverchiate dalla prepotenza dei privilegi.
Allora, nessuna logica correggeva gli eccessi; poichè il mondo si
divideva in dominati e dominatori; e, secondo l'influsso di questa
situazione personale, la storia diventava o adulazione o calunnia.
Il regime liberale, rendendo ai principi l'affetto dei popoli, ha reso
nel tempo stesso agli scrittori l'indipendenza e l'imparzialità del
giudizio.
Oggidì che il sovrano s'è sprofondato nelle moltitudini e vive della
loro vita, adularlo sarebbe ipocrisia, offenderlo sarebbe viltà.
Però lo scrivere di regnanti non è facile ancora, per quanto la
difficoltà abbia mutato natura. Non è facile, perchè avviene talvolta
che i cortigiani impauriti e le democrazie soddisfatte si uniscano in un
solo e intollerante grido di plauso, attraverso al quale sembri
importuna la voce severa di chi ama e teme.
Questa difficoltà è assai minore, com'è minore il pericolo, quando si
tratti di famiglie dinastiche la cui storia rimonti alle origini della
civiltà.
In questi casi la voce dei secoli può sostituire efficacemente quelle
voci contemporanee, che diventassero troppo fioche o troppo obliose; e
nella ricca e varia indole dei numerosi antenati possono i regnanti
contemporanei trovare quel senso della misura che è la suprema saggezza
dei reggitori di popoli.
Perciò mi fu grato parlarvi delle origini d'una famiglia gloriosa nei
fasti della patria; i cui principi seppero essere quasi tutti energici
senza tirannia, buoni senza debolezza, amanti di libere istituzioni
senza sminuire la dignità del loro sangue.
Se questa famiglia avesse illustrato col suo dominio qualunque altro
popolo d'Europa, i suoi ricordi desterebbero sempre nello storico il
sentimento dell'ammirazione.
Ma quando nello storico si confondono il cittadino ed il suddito,
l'ammirazione si tramuta in un complesso di affetti maggiori e diversi.
L'indagine del passato non basta più a soddisfare l'intelletto; che
vorrebbe lanciarsi nell'avvenire e cercarvi il segreto delle
inquietudini e delle speranze patriottiche.
Le une e altre autorizza la storia nel suo viaggio di lungo corso.
Ma se il progresso politico non è ridotto ad una formola menzognera,
questa storia dovrebbe quind'innanzi subire meno che nel passato la
legge dei violenti ed il capriccio dei casi; dovrebbe quind'innanzi
riposar meno sul contrasto che sull'armonia degli interessi molteplici.
Ora, chi pensi quante volte questi interessi hanno trovato efficace
difesa presso popoli pieni di fiducia e presso principi degni
d'inspirarla può dare nell'avvenire il passo alle speranze sulle
inquietudini.
Poichè — voi me lo insegnate, o signore, — quando l'amore può essere nel
tempo stesso un orgoglio, diventa il più forte e il più durevole dei
sentimenti umani.
LE ORIGINI DELLA MONARCHIA A NAPOLI
DI
RUGGERO BONGHI
_Signore e signori,_
Dante Alighieri, lo rammentate, dice, non ricordo ben dove:
Sempre a quel ver che ha faccia di menzogna,
Dee l'uom chiuder le labbra quanto puote,
Perocchè senza colpa fa vergogna.
Se questo precetto va seguito sempre, io avrei dovuto pregare gli
ordinatori di queste letture, di volermi assegnare soggetto diverso da
quello, che, ben mio malgrado, mi son visto imporre; giacchè esso è tale
che, considerato sì nelle sue cause remote e sì nei suoi effetti lungo i
secoli, ha tanto di meraviglioso, che, quando io ve n'abbia discorso
parrà a voi piuttosto favola che storia; un soggetto, per soprappiù, che
s'aggira intorno a cosa mai esistita sino a tempi tanto prossimi che
molti di noi hanno convissuto più o meno con essa, eppure tanto passata,
che duriamo fatica a ricordarla noi, e dureremo anche maggior fatica a
imprimerla nella memoria o nella fantasia dei nostri figliuoli: la
monarchia napoletana.
Di fatti, chi di voi, cui non fosse noto, penserebbe, che, per
raccontarvi le origini di questa monarchia perita per sempre, io deva
forzarvi a riportare la vostra immaginativa sin su all'ottavo secolo
d.C. e trarvi meco sino alle coste della Norvegia: e mostrarvele,
queste, pullulanti di navi, e le navi spiccarsene di qua, di là, e
scorazzar per i mari che bagnano le spiaggie della Danimarca, della
Germania, dell'Inghilterra, della Francia, e cacciarsi nei fiumi, che vi
mettono foce, e penetrare più che possono, entro terra, e mettervi a
ruba e a sacco ogni cosa, e uccidervi o portar via uomini, rapire o
violare e trucidare donne, fanciulli, e tornare a casa, ricche di preda
e di gloria? Eppure, o signore, è così. Portano un illustre nome nella
storia cotesti pirati del settentrione: Vikingi, checchè questo nome
voglia dire, abitanti o assalitori di rade. Alle lor vittime parevano
corsari del mare; essi se ne dicevano re. E re erano. Per due o tre
secoli i popoli rivieraschi non ebbero difesa contro di loro. Nè quelli
soli delle regioni nominate dianzi. Giacchè entrarono nell'Atlantico, e
visitarono a quel gentil loro modo le spiaggie occidentali della
Francia, della Spagna; entrarono nel Mediterraneo e visitarono le
nostre. Udite questa. Sentirono in una delle loro scorrerie parlare di
Roma, della ricca, della grande Roma: a Roma, a Roma, fu il loro grido
subito. Quivi avrebbero messe le mani sulla maggior somma di ricchezza
al mondo. Quando, costeggiando le spiaggie orientali della Spagna e le
meridionali della Francia, furono giunti, discendendo quelle
dell'Italia, a Luni, vi fecero sosta poco discosto dalla foce della
Magra, sui confini della Liguria e della Etruria, cui aveva già reso
celebre e prosperoso il porto suo, quello che ora è detto della Spezia.
Era ancora città popolosa e ricca, quantunque fosse già sul declinare,
quando verso il principio della seconda metà del nono secolo cotesti
Vikingi vi approdarono. E a essi, una città che dopo scorsi cinque altri
secoli Dante avrebbe portato a esempio delle città _ite_, anzi di quelle
che non ci dovevano far parere _cosa nuova nè forte_,
Udir come le schiatte si disfanno
Poscia che le cittadi termine hanno,
a essi parve Roma: tanto grande n'era il porto. Li comandava un Hasting,
e si traeva dietro un dugento navi di quelle ch'essi chiamavano
_suckhar_, serpenti, _trakur_, dragoni, nomi di agguato e di spavento.
Ai Lunesi la notizia di così triste arrivo pervenne mentre celebravano
nella cattedrale la festa del Natale e ne furono, sì, sgomenti, ma non
tanto che non corressero a chiuder le porte e s'armassero a difesa.
Hasting mandò loro a dire che non nutriva nessuna cattiva intenzione,
lui; sbalestrato dai venti, aspettava di potere andar via; per ora
implorava soltanto che gli si lasciasse vettovagliare la ciurma, e per
sè, poichè si sentiva morire, il battesimo; nient'altro. S'ebbe vino,
pane, ogni cosa; e, quanto al battesimo, entrasse pure in città e
venisse in chiesa a farvisi battezzare. Si lasciò portare: non era in
grado, diceva, di camminare; tanto si sentiva in fin di vita; e non
v'era segno di verace e tormentosa agonia che non desse. Fu cerimonia
solenne; il vescovo volle celebrare la funzione lui; gli fece da compare
il conte. Ed egli scongiurava: “Pochi giorni mi restano, seppellitemi
qui, in questo luogo che m'è sì caro; seppellitemi da cristiano.„ Fu
riportato alla nave. A breve andare, si sparse voce che, diffatti, egli
era morto. I suoi lo allogarono nella bara, rivestito del giaco e colla
spada al fianco; e fecero così gran corrotto, e con così alti lamenti e
grida che più non avrebbero fatto se fosse morto davvero. E se ne
andarono colla bara alle porte della città, e quivi, piangendo,
scongiurando, chiesero che lor si aprissero, e si desse riposo al
cadavere del lor capitano, del lor padre, del loro fratello colà dov'era
risorto a vita di spirito. E i cittadini acconsentirono. Apriron le
porte, ricevettero il morto con grande onore. Le campane suonavano a
stormo; preti e signori, ricchi e poveri accompagnavano
processionalmente. Il vescovo cantò la messa funebre, lui. Ma ecco che,
quando fu finita ogni cerimonia, quando si fu per alzare la bara, il
morto ne saltò fuori. Com'egli era armato, così erano tutti i suoi, che
erano entrati in città e in chiesa in sua compagnia. Avevan nascosto
corazze e spade sotto le cappe. Fecero infinita strage. I primi ad avere
mozzato il capo furono il vescovo e il conte compare. Poi, usciti di
chiesa, misero a ruba la città; poi la campagna. Non seppero, se non
dopo compita l'opera, che la città non era Roma. Tornarono di dove eran
venuti; e io non ve ne avrei discorso sin qui, se l'avvenimento, che può
anche non essere in tutto vero, non mostrasse le qualità principali e
costanti della stirpe, sinchè durò intatta: nessuna più temeraria, più
astuta, più crudele al bisogno, più soverchiatrice e più ingorda di
essa.
Come e perchè cotesto sciame di corsari uscisse dalla terra natìa e si
spandesse da per tutto, è facile intendere; si trovavano troppi a casa,
e la casa, per giunta, era povera. Tedeschi di stirpe, e certo cacciati
dalla spinta di altre genti o della stessa loro famiglia o di diversa in
quella estrema penisola, dovevano forse ricordare con desiderio le
spiaggie perse da secoli. E vi ritornavano con desiderio. Ma non vi
ritornavano quali n'erano partiti. Nella nuova lor patria il fragore dei
ghiacciai e il tono delle valanghe, durante la lunga notte polare
rischiarata soltanto dalla fiamma sparsa dall'aurora boreale; il muggire
dell'onde sbattute dalla tempesta sulle spiaggie cavernose dei seni di
mare, le folte e scure selve, e la state che scoppia a un tratto, e
riveste le roccie e le creste dei monti della betula odorosa e verde,
mentre il sole sale sempre più alto e gitta i suoi arcobaleni sulle
cascate spumanti; e il bagliore dei raggi che si riflettono dai campi di
ghiaccio, e la luce verdognola, cangiante, che ne riempie le grotte
cristalline, destavano nei lor petti una meraviglia mesta e pensosa.
Tutta la lor credenza religiosa n'era colorita e formata. L'universo si
figuravano fosse colmato tutto dall'albero dell'esistenza, il frassino
Yggdrasil, che vien su del Nifl, il regno dei morti. A' suoi piedi
sgorga gorgogliando la fonte del Mimer, e laggiù nel regno buio stanno a
sedere tre Norne, tre Parche, sorelle, l'età passata, la presente e la
futura, che ne innaffiano le radici e filano i fili dei fati umani.
L'impero della terra è diviso tra gli Asi, i buoni Iddii, che
rappresentano la luce e il calor della state, e gli Iotuni, mostri
giganteschi, che figurano il gelo, la tenebra, la tempesta di neve.
Quegli abitano in su nell'Asgard; questi in giù, al buio nello Iotum.
Principale tra gli Asi è Odino, il signore del cielo e della terra,
cogli occhi di foco; il padre degli uccisi in battaglia, che gli
accoglie presso di sè nel Walhalla. E v'era altri Asi appena meno
potenti. E non mancava loro il conforto, cui niente oltrepassa, la
compagnia della donna; Frigga, moglie di Odino, Freya, la dea tutelare
dell'amore, Iduna, la custode dei pomi di cui gli Asi vivono in una
giovinezza eterna, divinatrice del futuro. Ma a cotesti benefici Iddii
stanno di contro i perversi, mostri terribili: il lupo Feuris, il
serpente Midgard, e Hel. Come padre degli Asi fu Allfadur, così degli
Iotuni fu Loki. Padre e figliuoli, Odino vinse e variamente punì; ma
quando il bellissimo Baldur, figliuolo di Odino e di Frigga, morì, la
fortuna degli Asi cominciò a declinare. Aveva pur presentito la madre
che sarebbe morto! Aveva chiesto a tutti gli elementi, a tutti, a tutte
le creature, a tutte, di non recargli danno: e l'avevan giurato. Pure
quel furbo di Loki le trasse di bocca, che una sola creatura, una sola,
non l'aveva giurato: un arboscello, il vischio. E Loki persuase il cieco
Hodur di colpire Baldur con un rametto di vischio. E il bellissimo
Baldur cadde a terra spento; e Nanna, la moglie, che si struggeva per
lui di un infinito amore, lo seguì. E la stessa sorte toccherà agli Asi
tutti, il giorno che perirà la terra; dovranno dileguarsi e sparire, nel
crepuscolo degli Dii. Tre inverni, non interrotti da nessuna state, si
seguiranno l'un l'altro; si ottenebrerà il sole; una sciagura incalzerà
l'altra; per l'intiero mondo infurierà la guerra. Surtur, il principe
del fuoco, verrà da mezzogiorno a passo a passo; il cielo si fenderà; e
attraverso le suo fenditure gli spiriti del fuoco irromperanno. Sotto i
lor passi il ponte del cielo rovinerà. Nel settentrione il lupo Feuris
si sprigionerà dalla sua catena. La nave Negilfari, tratta dalle unghie
dei morti, sarà condotta dal gigante Hymir verso Oriente, e di quivi si
avvicinerà l'esercito dei cattivi spiriti, menati da Loki. I giganti di
ghiaccio e il cane dell'inferno Garmer s'affretteranno al ritrovo. Tutti
converranno nelle pianure Oscornar. Ed ecco il custode del cielo
Heimdall soffiar nel suo corno; e gli Dii marciare a battaglia, e tutti
gli eroi seguirli, quanti ne son periti dal principio dei tempi. Il
frassino Yggdrasil vacilla, divelto dalle radici. L'aquila gigantesca
divora crocidando i cadaveri dei caduti; il serpente Midgard,
divincolandosi, vien fuori dal mare sputando veleno. Thor, sì, l'uccide;
ma l'uccisore alla sua volta è soffocato dal veleno vomitato dal suo
nemico. Feuris ingoia Allfadur, ma anch'egli muore. Loki e Heimdall si
trucidano l'un l'altro. Gli astri si spengono; fiamme dissolvono la
compagine della terra. E la terra si sprofonda nel mare; ma dal mare una
nuova terra emerge; gli Asi si destano da morte, e con loro sorge un
uman genere ringiovanito.
Vi parrà, che in questo intreccio di fantasie cosmogoniche e religiose
nulla vi sia di cui ci si giovi. Nulla, di certo; forse vi avrete
raccolto qualche eco di racconti già uditi, stranamente confusi con
invenzioni nuove; ma ciò al soggetto nostro non preme. Al soggetto
nostro preme osservare che, come le religioni sogliono, anche questa dei
Vikingi o dei Norvegi era atta ad aprirne gli spiriti e lasciarli
spaziare più in là e più in su, a metter loro davanti il contrasto del
bene e del male; ad arricchirli di qualche idealità avvivatrice.
Difatti, se gli abbiamo visti, i Vikingi, astuti e soperchiatori, pure
non era sola la preda che li allettava a' pericoli, bensì ancora gli
abbagliava la gloria, com'essi la intendevano, la vaghezza del nuovo.
“Chi vuole„, dicevano, “col suo coraggio acquistare gloria, deve persino
innanzi a tre nemici non trarsi indietro; soltanto avanti a quattro può
fuggire senza vergogna.„ E il premio che s'aspettavano, era, dopo morte,
il banchettar con Odino lassù e con quanti altri eroi erano morti prima
o dopo. Nè volevano la battaglia, la morte, priva di canto. Le corti dei
principi, dei capi, le navi stesse, mentre scorrevano il mare, eran
piene dei lor cantori, gli Scaldi, ai quali spettava celebrare nei versi
le imprese dei valorosi. Nessuna persona più accetta di loro nei palazzi
dei grandi. Cantavano poesie loro, poesie di loro antecessori avanti ad
essi. Ne ricevevano in ricambio ricchi doni. I cortigiani avevano
obbligo d'imparare a mente i versi cantati e diffonderli. Non tutto,
vedete, nei paesi e nei tempi barbari è men civile che nei paesi e tempi
civili.
Così vaghi di glorie e di avventure accrebbero la loro e la nostra
cognizione della terra. Nel 861 Nadodd fu gettato da una terribile
tempesta sulle coste di una terra ignota; la chiamò come la vide, _terra
di_ _neve_, ne tornò sgomento della natura selvaggia, in mezzo a cui
s'era visto; ma uno svedese, Gardar Svafarson, vi approdò da capo più
tardi e la chiamò _Gardarsholm_, isola di Gardar. Altri, cacciati o da
timori o da speranze o da voglia di libero vivere, scoversero l'Islanda,
Ingolfshodi; traevano il nome o dal proprio loco o dalla natura
visibile. Nè qui si fermarono. Verso la fine del decimo secolo Eirek il
rosso, sbandito dalla patria per un omicidio, allestì una nave
gigantesca col disegno di veleggiare verso mezzogiorno; non mosse solo,
ma accompagnato da audaci. Nel 982 vide distendersi dinanzi a lui una
lunga costa, coronata da un ghiacciaio; non sostò nè mutò rotta; sinchè
non ebbe incontrata una regione, che per essere di state verdeggiava
tutta e la chiamò Groenlandia, e vi chiamò altri. Fra questi un Bjarni,
in un viaggio con una propria nave, si trovò una volta a vagare molti
giorni e notti senza sapere dove fosse. Da molti giorni non vedeva il
sole, quando gli si mostrò una terra, che nè a lui nè a' suoi compagni
parve la Groenlandia. Non vi si ancorò; navigò più oltre; e dopo due
giorni e due notti gli sorsero davanti due strisce di costa, delle quali
la seconda mostrava grandi monti di ghiaccio. E neanche qui si sentì
invogliato a sbarcare; avanzò; e, menato via da un forte libeccio,
scoverse dopo quattro giorni una quarta terra e vi discese. Quivi trovò
il padre Herjulf, che senza sua saputa vi dimorava, e accolto
lietamente, vi rimase il resto della vita. Che terre erano queste?
L'ultima, si congettura fosse la costa del Massachusetts; la seconda, la
Nuova Scozia; la terza, non è ben chiaro; forse il nuovo Fundland. Così
avrebbero rinvenuto l'America un cinque secoli e più prima di Colombo,
se gli uomini vedessero davvero le cose, prima di esser maturi a vederle
e a giovarsene. Nè Bjarni restò poi solo. Un Leif, figliuolo di
quell'Eirek, scoperse il Labrador e rivide la Nuova Scozia, che chiamò
Terra del vino poichè vi abbondavano rigogliose le viti; nel 792 vi
tornò il fratello Thorwald, e pose la sua sede in quella che fu poi
chiamata isola di Rhode; e se ne spiccò per spiare il paese verso
settentrione, ma fu viaggio funesto. Giunto, si crede, alla montagna di
Gurnet nel golfo di Plymouth, l'uccisero. Ed altri seguirono; ma questi
bastano a mostrare un aspetto di questa indole Vikinga, il più adatto a
spiegare la loro azione sul mondo.