Questa marcia ascendente del conte Umberto verso gli onori e i

possedimenti non si deve a nessuna di quelle violente occupazioni, così

consuete ai forti dell'epoca sua; ma unicamente a vincoli di

parentaggio, a donazioni reali, giusta ricompensa della sua condotta,

che fu in ogni occasione leale e vigorosa.

Lo dimostrò sopratutto nella crisi dell'anno 1032, in cui avvenne, per

la morte di Rodolfo III, privo di prole, la dissoluzione del vecchio

reame di Borgogna.

Rodolfo III, detto l'Ignavo, per rendere giustizia alle sue qualità

intellettuali e morali, aveva regnato per circa 38 anni, ed aveva

sposato in seconde nozze una regina Ermengarda, che pare fosse donna

degna di più virile consorte.

La storia di questo regno non è infatti che una lunga lotta fra il

debole monarca e la folla dei suoi baroni, che, prevedendo la fine della

dinastia, volevano trarne partito per affrancarsi da ogni vincolo

d'investitura.

In una situazione di questa fatta, sarebbe stato facile al conte Umberto

di volgere le influenze dell'alta sua carica contro Rodolfo e convertire

in un principato indipendente e più vasto i possedimenti che a titolo

feudale teneva. Invece stette egli risolutamente dalla parte del debole.

Il Conestabile di Borgogna fu il più assiduo compagno di Rodolfo III, il

più fedele e il più energico consigliere della regina Ermengarda. E

quando il vecchio sovrano morì nel 1032 e il suo nipote Oddone di

Sciampagna sorse a reclamare l'invidiato retaggio[12] il conte Umberto

rispettò il testamento, che chiamava al trono di Borgogna il re di

Germania, stretto parente di Rodolfo III; e scortò personalmente la

vedova regina, insidiata nella sua libertà, fino a Zurigo, dove

l'imperatore Corrado accolse entrambi con grande effusione e splendidi

donativi.

[12] Vedi il Frézet, pag. 61.

Alla guerra che mosse allora Corrado contro l'usurpatore dell'eredità di

Rodolfo, non è certo che il conte Umberto abbia partecipato. Ben vi

concorse, e con altissimo grado, nel seguente anno 1034, in cui Oddone,

rotti gli accordi, riprendeva le armi e raccoglieva contro il successore

imperiale tutte le forze de' suoi congiunti e dei baroni alleati suoi.

Fu allora che Umberto Biancamano, già illustre sul versante borgognone

delle Alpi per gli alti fatti e le regie parentele, apparve anche sul

versante italiano personaggio di molta autorità e di intera fiducia.

Poichè a lui, come al più rinomato capitano d'allora, affidarono il

comando di un forte nerbo di truppe i due potenti alleati

dell'imperatore in Italia, Bonifacio marchese di Toscana ed Ariberto

arcivescovo di Milano.

I quali pare che conducessero personalmente il loro esercito fino ad

Aosta, ai piedi del Gran San Bernardo, e che lì ne assumesse il conte

savoiardo la direzione. Certo, capitano e soldati si condussero, in

quella guerra, con molto e fortunato valore. Se dobbiamo credere ad uno

storico non italiano, il signor Frézet[13], fu anzi in una battaglia

comandata dal conte Umberto che Oddone di Sciampagna restò prigioniero e

fu condotto a' piedi dell'imperatore Corrado, il quale generosamente gli

perdonò.

[13] _Histoire de la maison de Savoie_, pag. 61, vol. 1.

Ciò non tolse che poi, con una seconda slealtà, questo Oddone scendesse

in campo nuovamente contro Corrado, approfittando dei torbidi scoppiati

tre anni dopo in Lombardia. E qui si trovò a fronte di Gozelone, duca di

Lorena, il quale lo affrontò e lo uccise. Ma da questa lotta per la

successione borgognona uscì Umberto Biancamano con altro e largo aumento

di gloria e di potere.

La parte ch'egli sosteneva aveva trionfato. La Borgogna era divenuta ciò

che il testamento di Rodolfo III aveva ordinato, un dominio aggiunto ai

re di Germania. Ma questi, in continua lotta cogli Slavi, cogli Ungheri

e coi Comuni italiani, non potevano dedicare troppo tempo alla

pacificazione ed all'ordinamento del nuovo dominio. Dovettero quindi

affidare ad altri l'importantissimo ufficio, e nessuno parve a ciò più

adatto del conestabile Umberto, l'intelligente e fedele amico della

regina Ermengarda, nel quale gli avvedimenti politici s'equilibravano

colle virtù militari. Così il valoroso conte, che era già stato il

consigliere di Enrico II per gli affari di Borgogna, divenne co' suoi

successori, Corrado II ed Enrico III, il depositario della loro

autorità, quasi l'_alter ego_ del principe nei territori del regno

aggiunto. Non si vede infatti che, fino alla sua morte, altri personaggi

esercitino in Borgogna azione delegata eguale o maggiore della sua.

Soltanto dopo che il suo nome scompare dalle carte e dagli eventi

dell'epoca, s'istituisce in Borgogna un organismo nuovo di Rettorato o

Vicereame, il cui primo titolare politico nell'anno 1057 è Rodolfo,

conte di Reinfelden.

È in questo ventennio, fra il 1035 e il 1055, che la casa Umbertina

grandeggia e comincia a pigliare andamenti e diritti di sovranità

indipendente. I favori imperiali piovono su di essa, a misura che il

loro capo consolida, colla sua forte e savia amministrazione, la

riunione della Borgogna all'Impero. Quindi, l'alto dominio sulla valle

di Maurienne, la contea di Belley, il Chiablese, la Tarantasia, i

castelli di Morat e di Chillon, una gran parte del basso Vallese vengono

ad aggiungersi, per donazione di principe, agli antichi possedimenti del

conte Umberto. La famiglia savoina viene sempre più risalendo i versanti

occidentali delle Alpi; pensiero giusto e politico dei re di Germania, i

quali, avendo più volte a combattere nemici così nella valle del Rodano

come in quella del Po, sentono l'utilità di lasciare le chiavi del

passaggio fra queste due valli nelle mani d'un custode fedele e potente,

che non se le lascerà togliere nè da insidie nè da minaccie.

Assicurato da questa fiducia, il Biancamano non ha più che a lottare

contro giurisdizioni vescovili, per lo più sprovvedute di titoli

legittimi, e usurpate durante il lungo e fiacco dominio dell'ultimo re,

ed egli le combatte in due modi: mostrandosi più forte dei vescovi,

allorchè questi spingono l'audacia fino ad assumere contegno di

ribellione; mostrandosi più generoso di loro, nei territorî dove la

doppia giurisdizione coesiste.

Così egli è costretto a combattere colle armi Everardo, vescovo di San

Giovanni nella Morienna, che aveva chiuso in faccia alle milizie

imperiali le porte della città. Questa venne presa d'assalto e data alle

fiamme; ma, temperando gli ordini crudeli ricevuti dall'imperatore,

Umberto non permise che l'onore e la vita degli abitanti restassero in

balìa della soldatesca sfrenata, come allora avveniva regolarmente dopo

ogni successo di questa natura.

Contemporaneamente egli largheggiava in beneficenze, in erezione di

chiese e di conventi, in donazioni a monasteri e a comuni; e siccome i

prelati dell'epoca erano d'ordinario più tenaci nell'acquistare che nel

donare, la popolarità di Umberto si veniva fondando sopra due fra i

sentimenti umani più universali: il rispetto che impone la forza, la

simpatia che inspira la generosità.

Anche ne' suoi concetti di governo, il Biancamano mostrava una larghezza

d'intelletto, che lascia presagire l'avvicinarsi della civiltà. Quel suo

rispetto per la vita e per l'onore dei vinti lo stacca nobilmente da

tutta la tradizione contemporanea, che pur troppo avrebbe trasmessa ad

altri secoli la crudele indifferenza dei Principi verso i più sacri

diritti dell'umanità. E già si affaccia alla mente di Umberto il germe

prezioso della pubblica economia; perchè appare mescolato alle

trattative condotte qualche anno prima fra la Borgogna e il savio re

Canuto di Danimarca, per istringere fra i due paesi un trattato che

guarentisse ai commercianti libertà di passaggi e di scambî.

Queste le glorie, le fortune, le opinioni del conte Umberto dalle

bianche mani. Senonchè finora sul nostro personaggio non vediamo

scendere quel fato che lo farà progenitore della dinastia italiana. Egli

possiede bensì in Italia, ma infinitamente meno che nella Savoia e nella

Borgogna. Egli è soprattutto un alto rappresentante dei re di Germania

nella valle del Rodano. È un principe borgognone ed ha sposato Ancilia,

una figlia dei principi del Vallese. Occupa la sommità delle Alpi e

dispone dei tre passaggi allora più facilmente usati, il Moncenisio, il

piccolo San Bernardo e il gran San Bernardo. Ma nulla addita che il suo

avvenire lo porti a scendere piuttosto il versante orientale che il

versante occidentale di queste cime. Finalmente nel 1045 il fato

smaschera le sue batterie. Cupido s'incarica di combattere, e, come al

solito, di battere Marte. La guerra di Borgogna avrebbe potuto

determinare una dinastia francese: un matrimonio determina la dinastia

italiana.

*

Tra le famiglie giunte rapidamente a grande Stato sul versante alpino

opposto a quello così largamente dominato dal conte Umberto, era la più

illustre, per vastità di possessi e rinomanza di imprese, quella di cui

era capo Olderico Manfredi, marchese di Torino.

A differenza della famiglia Umbertina, era di origine forestiera, poichè

discendeva da un soldato germanico, Arduino, venuto a cercar fortuna in

Italia sui primi anni del secolo antecedente. E la fortuna era venuta,

insieme all'onore, poichè la famiglia Arduinica era stata fra le più

risolute nel combattere e nello scacciare dalle Alpi i Saraceni: impresa

che creava in quel tempo, e giustamente, la nobiltà delle stirpi e

l'aureola degli eroismi.

Alla fine del 900 troviamo già Olderico Manfredi, signore di Torino e di

Susa, proprietario, per eredità materna, di vasti dominî, posti nel

marchesato di Mantova, e sposo a Berta, figlia di un altro marchese,

Oberto d'Este, signore di Genova. Vent'anni dopo, la fine drammatica del

re Arduino mette a disposizione del re di Germania il vastissimo

marchesato d'Ivrea; e questo, per singolare benevolenza di Corrado il

Salico, viene aggiunto ai dominî di Olderico Manfredi, il quale si trova

così divenuto il maggior proprietario delle valli insubri e

probabilmente l'unico personaggio investito di due marchesati in Italia.

Poichè non era piccola dignità nè piccola cura in quei tempi l'essere

marchese.

Più dei duchi e più dei conti, dei quali ho avuto occasione

d'intrattenervi a proposito di Milano, i “marchesi„ rappresentavano

quella massima forma di sovranità che era possibile esercitare, dopo e

sotto l'autorità suprema dell'impero feudale.

A Milano, e in genere nelle città di pianura, prevalevano i conti; ma

alle falde delle Alpi e degli Appennini, d'onde calavano d'ordinario i

nemici, prevaleva l'istituzione dei marchesati, i quali raggruppavano

sotto essi parecchie contee, ed erano propriamente grandi autorità

militari, destinate a contenere, a frenare o a respingere i primi

assalti di nuovi invasori. Perciò la dignità marchionale, pur essendosi

tramutata in ereditaria, come le altre dignità feudali, non era però mai

trasmessa alle donne, nelle quali non si supponeva sufficiente il genio

militare. E infatti, non sono marchese, ma contesse, quell'Adelaide e

quella Matilde, alla cui grandezza ed autorità politica s'inchinarono in

quel tempo i più potenti uomini dell'Europa.

Non erano stati che tre in origine i marchesati istituiti da Carlo Magno

in Italia: quello del Friuli, quello di Spoleto e quello di Toscana. A

dieci erano saliti verso la fine del secolo decimo; e di questi il

territorio corrispondente al Piemonte odierno ne comprendeva soli

quattro: quello di Torino, quello d'Ivrea, quello di Genova, affidato

agli Obertenghi, e quello di Savona, occupato dagli Aleramici, intorno

alla cui leggenda ha scritto un dramma così soave quel simpatico ingegno

di Leopoldo Marenco.

È facile dunque immaginarsi che potenza e che riputazione dovesse avere

il capo di una famiglia, nella quale si trovavano congiunti due

marchesati. Senza notare che fratello ad Olderico Manfredi era il

signore del potente comitato di Asti, quel vescovo Alrico, che doveva

più tardi mescolarsi nelle guerre civili di Milano e perire fra quelle

stragi.

Per Ivrea e per Susa i dominî di Olderico Manfredi si riattaccavano, al

di qua e al di là delle Alpi, con quelli del conte Umberto Biancamano;

sicchè poco dovettero tardare le due illustri famiglie a stringere fra

esse rapporti amich_e_voli; i quali, per fortuna loro e nostra,

riuscirono ad un matrimonio fra Oddone, quarto figlio del conte Umberto,

ed Adelaide, primogenita del marchese Olderico.

Questa unione, avvenuta, pare, nel 1045, pose il suggello alla grandezza

politica della casa Umbertina. Questa cominciò a poco a poco a staccarsi

dalle sue valli indigene per salire alla sommità delle Alpi e di là

scendere, come disse il poeta, colle onde del Po. Da conti in Borgogna

preferirono diventare marchesi in Italia; vuoi perchè l'antica

tradizione romana flagellasse involontariamente il sangue di chi era

diventato borgognone solamente a metà; vuoi perchè il sorriso del nostro

cielo e la speranza di più gentile dominio traessero quei robusti

guerrieri verso ipotesi del futuro, che il futuro non ismentì.

Dal matrimonio di Oddone colla contessa Adelaide, rimasta erede del

vasto dominio della sua famiglia, uscirono tre figli e due figlie. Uno

dei primi andò vescovo e si appartò dalle famigliari vicende. Pietro ed

Amedeo governarono dopo la morte del padre; ma, premorti entrambi alla

madre, la loro fama rimase assorbita dall'attività e dall'autorità

personale che questa seppe esercitare fino alla morte.

Le due figlie furono entrambe imperatrici di Germania e destinate a

combattersi. L'una, Berta di nome, sposò quell'Enrico IV della casa di

Franconia, che doveva giungere a celebrità piuttosto per la sua

abbiezione a Canossa che pe' suoi trionfi a Roma. L'altra, Adelaide,

impalmava quel Rodolfo di Rheinfeld che abbiamo visto succedere a

Umberto Biancamano nella somma autorità di Borgogna, e che appunto i

ribelli tedeschi, impauriti dalla scomunica di Gregorio VII, acclamarono

per qualche tempo imperatore, contro Enrico IV, ramingo e scoronato.

Bastano questi eccelsi parentadi a dimostrare che importanza avesse già

raggiunta in quell'epoca la famiglia dei conti di Savoia.

Il vecchio conestabile era ancor vivo, quando la piccola Berta, nipote

sua, fu promessa al fanciullo erede del trono germanico. Nessuno dei due

sposi aveva ancora raggiunta l'età di sei anni; sicchè il matrimonio

effettivo non ebbe luogo che dodici anni dopo, nel 1067. Ma allora il

Biancamano era già sceso nella tomba, che vollero sicura ed onorata

nella loro cattedrale i cittadini di Saint-Jean di Maurienne. Singolare

omaggio reso al capostipite dei Savoia da quella città che, per ordine

suo, aveva dovuto essere pochi anni prima presa d'assalto! Omaggio che

vale da solo parecchi di quei monumenti, nei quali non è riconoscenza o

perdono di popoli, ma lusso di marmi e vanità di artisti!

*

Il secondo eroe della casa di Savoia è certamente la contessa Adelaide;

che, in nome dei figli, e più dei figli, e senza i figli, governò il

vasto Stato fino al 1091, nel quale anno, quasi ottuagenaria, mori.

Donna di alti spiriti, di fermo consiglio e di virile risolutezza, che

assai rassomiglia all'amica ed emula sua, la contessa Matilde di

Toscana. Cara ai maggiori prelati dell'epoca, come Ildebrando e san Pier

Damiano, che le scrivevano affettuosissime lettere, mescolava ai terreni

interessi la pietà religiosa, in quella misura soltanto che non turbasse

l'intera guarentigia dei primi. Delle libertà comunali non ebbe il

sentore; anzi, non esitò a far scempio della città di Asti, appena le

parve che questa mirasse a scuotere l'alto dominio della famiglia sua.

Ma in verità, richiedere dai principi d'allora incoraggiamento ad

emancipazioni politiche sarebbe una esigenza che nessun salto storico

potrebbe giustificare. Bastava che allora i principi fossero giusti,

umani, generosi, e ad Adelaide queste virtù non mancavano. Sarebbe poi

toccato all'erede e nipote suo, Umberto II, di aiutare, alcuni anni

dopo, la costituzione di comuni indipendenti; ed è ancora una gloria per

la casa di Savoia, che, nel corso dei secoli, sia stata in Italia la

prima famiglia sovrana a mettersi per questa via.

Adelaide era già vedova da sedici anni, e da altrettanti governava, in

nome de' suoi figli, lo Stato, quando scoppiava acuta nell'alta Italia

la crisi delle relazioni fra il Papato e l'Impero.

Gregorio VII, spinto dalla logica della sua dottrina, aveva scomunicato

l'imperatore Enrico IV, e con fiera novità, prosciolto i sudditi suoi

dal loro giuramento di fedeltà. Dal canto suo, Enrico IV, spinto dal

desiderio di conservare il suo trono, aveva fatto manifestare al

terribile Pontefice il suo desiderio di trattare con lui in qualche

città di Germania.

I Papi allora erano grandi, ma non esitavano a viaggiare fuori del loro

Stato.

Gregorio VII era già arrivato nei dominî della contessa Adelaide,

diretto alle Alpi, quando udì che l'Imperatore s'era mosso egli pure per

varcarle nella direzione opposta. Incerto sulle intenzioni imperiali,

retrocedette e venne a chiudersi nel castello reggiano di Canossa, che

la contessa Matilde aveva posto a sua disposizione. E intanto la

contessa Adelaide riceveva i messaggi dell'imperiale suo genero, coi

quali la supplicava a concedergli il passaggio attraverso alle Alpi, di

cui essa era signora.

L'Imperatore infatti, traccheggiato da' suoi rivali tedeschi, s'era

visto chiusi i passi delle Alpi elvetiche e carniche; aveva dovuto

scendere a sghembo nella Borgogna; e di lì era stato costretto a

chiedere l'assenso della nobile suocera, che poco innanzi egli aveva

fieramente offesa co' suoi tentativi di divorzio dalla virtuosa Berta.

Questa però rimase anello di conciliazione fra il marito e la madre,

come la madre stette poco dipoi autorevole mediatrice fra l'Imperatore

ed il Papa.

L'incontro degli eccelsi congiunti ebbe luogo sulle rive del Lemano

verso gli ultimi giorni del 1076. E furono giornate terribili per geli e

tormente quelli in cui la splendida comitiva superò il Gran San Bernardo

per giungere a Torino. Parecchi servi perirono assiderati; e perchè lo

stesso destino fosse risparmiato alla contessa ed alla imperatrice sua

figlia, dovettero entrambe essere avvolte in pelli di buoi appena

uccisi, e portate in siffatto abbigliamento al piede della montagna.

Enrico IV aveva fretta di abboccarsi col suo formidabile antagonista;

sicchè non tardò a partire per Canossa, accompagnato dalla moglie Berta,

dalla suocera Adelaide, dal cognato Amedeo, dal conte Azzo d'Este e

dall'abate Ugo di Cluny.

L'episodio che allora si svolse nel famoso castello non ha d'uopo

d'essere per la centesima volta raccontato. Rimane nella memoria dei

posteri come un duplice eccesso, che, secondo l'indole degli eccessi,

non giovò a nessuno e nessun bene fruttò. Un immenso orgoglio a fronte

di una immensa umiliazione: ecco lo spettacolo che diedero di sè ai

contemporanei i due uomini che avrebbero dovuto, in tanto infuriare di

passioni e di eventi, mantenere al loro dissidio le forme austere della

dignità.

Più degli uomini furono in quell'episodio prudenti e savie le donne;

Adelaide specialmente, che usò di tutta la sua autorità sull'imperatore

di cui era madre e sul pontefice, a cui come figlia era cara, per

attutire gli sdegni, sollecitare gli accordi e preparare riconciliazioni

durevoli.

Non riuscì a quest'ultimo scopo, poichè l'indole umana si ribella ai

ricordi della violenza. Enrico IV e Gregorio VII, si separarono col

bacio sulle labbra e col fiele nel cuore. Entrambi finirono la loro

vita, lontani da quel potere che per entrambi era stato cagione di tanto

eccesso. Gregorio VII moriva a Salerno, ospite d'uno fra quei Principi

temporali[14], sui quali egli aveva preteso di esercitare così

orgogliosa supremazia. Enrico IV moriva di crepacuore a Liegi, deposto e

perseguitato dal figlio suo; triste vendetta delle ingiurie e dei

patimenti, fra cui aveva vissuto Berta di Savoia, moglie dell'uno e

madre dell'altro!

[14] Roberto Guiscardo.

Così accade ai violenti, sui quali, presto o tardi, scende quella

giustizia, riparatrice, che non teme nè le tiare nè le corone.

E che ai violenti non piegasse la fronte Adelaide di Savoia, memore

forse o forse presaga della fierezza che alla sua stirpe incombeva, lo

dimostra un altro episodio, che precedette di pochi anni la sua morte.

Mentre Enrico IV, vincitore a sua volta di Gregorio VII, occupava Roma e

v'insediava un altro Papa, s'era recata la contessa Adelaide a fargli

visita; e al seguito suo s'era aggiunto, cercando protezione, un monaco,

Benedetto, abate di San Michele alla Chiusa, che aveva tenuto nell'Alta

Italia contegno favorevole al Papato contro l'Impero.

Caduto questo monaco, per insidie tesegli, nelle mani degli sgherri

imperiali, si stava per farne strazio, coll'esplicito assenso di Enrico,

quando Adelaide, saputo il fatto, si presentò immediatamente

all'Imperatore, reclamando la libertà dell'abate ch'essa aveva

guarentito contro ogni offesa. Le prime ripulse del genero non

iscoraggiarono la contessa, che dalle preghiere passò alle minaccie. E

l'Imperatore, il quale conosceva più che altri la potenza della suocera

sua, e temeva di vedersi impedito il cammino da un esercito ch'essa

avrebbe potuto radunare al piè delle Alpi, non osò prolungare la

resistenza e fece restituire al monaco la sua libertà.

Con questi modi e con questa indipendenza Adelaide regnava; e seguiva in

ciò scrupolosamente le tradizioni del conte Umberto, che ai deboli ed

agli oppressi era stato sempre largo del favor suo. Le stirpi hanno come

i paesi, una costante fisonomia; e come non riuscireste a trovare, fra

tutti gli Stuardi, un filantropo, non vi sarebbe possibile scovare un

tiranno, fra tutti i principi di Savoia.

*

Quando la gran contessa morì, una specie di guerra di successione

scoppiò fra gli eredi, presunti o legittimi, e mise a brani lo Stato.

È un fatto che la storia non può dissimulare e che produsse conseguenze

durate per qualche secolo.

Ma ho già avuto qui l'occasione e l'onore di dire che nei fenomeni

storici di lunga evoluzione non è già qualche soluzione di continuità

che possa scemarne la verità o la logica. La vita umana è continuamente

interrotta dal sonno; eppur si ritrova, alla fine d'ogni intervallo,

piena di unità e di efficacia. Nè la vita dei popoli è in ciò diversa

dalla vita degli individui. Subisce alternative di stanchezza o di

sconfitta, dopo le quali il pensiero direttivo o l'istinto ripigliano lo

svolgimento di prima. Se ciò non fosse, sarebbe disperato lo sforzo di

cercare nella storia virtù di esperienza o insegnamenti di civiltà. La

storia diventerebbe un tumulto di fatti, una successione di violenze, in

mezzo alle quali nessun pensatore potrebbe trovare barlume di una legge

progressiva dell'umanità.

Chi pensa, per esempio, che la storia di Roma antica non abbia uno

svolgimento di mirabile continuità, perchè i Galli poterono spingere il

loro Brenno entro le antiche mura, ed accamparvisi come padroni?

Chi crede che non cominci da Rodolfo d'Habsburg la stirpe imperiale

d'Austria, perchè dopo suo figlio, un'altra casa di Lussemburgo ha

potuto dare due o tre sovrani alle popolazioni germaniche, lacerate

dalla guerra civile?

Lo stesso fato dominò nei primi tempi la casa di Savoia; ma essa afferrò

il fato con robuste braccia e lo vinse.

Morta Adelaide, parve per qualche tempo che la fortuna avesse

abbandonato al di qua delle Alpi, la casa Umbertina.

Il marchese Bonifacio del Vasto, lontano parente di quella casa, mosse

subito le sue forze contro Asti ed Albenga. Corrado, figlio

dell'Imperatore e nipote della defunta Adelaide, occupò le migliori

terre della contea di Torino. Lo stesso Enrico IV varcò le Alpi e scese

con un esercito sopra Montebello. E, incuorati da siffatte usurpazioni,

alcuni fra i maggiori Comuni, come Torino e Chieri, innalzarono bandiera

d'autonomia e cercarono ritornare al dominio nominale dei vescovi, che

non sempre rispettavano le libertà onde erano proclamati custodi.

Gli albori della vita Italiana Conferenze tenute a Firenze nel 1890 · 第 9 / 30 段