appartenesse alla famiglia Da Corte, famiglia prolungatasi
nell'aristocrazia lombarda fino all'epoca degli Sforza. Un solo cronista
s'è occupato con qualche precisione di lui; fortunatamente è un cronista
vissuto a Milano nella seconda metà del secolo undecimo, Landolfo il
Vecchio; ed è su quelle indicazioni, confermate nelle particolarità
sostanziali dal cauto e severo linguaggio di Arnolfo, che una critica
perspicace e affettuosa ha potuto, negli ultimi tempi, trarre l'uomo dal
mito e riprodurre, innanzi ai contemporanei, che le potrebbero utilmente
copiare, le fattezze di questo magnanimo del tempo antico.
Può dunque ritenersi per assodato:
Che Lanzone apparteneva alla più alta nobiltà feudale (nobilis et
Capitaneus altus) ed alla più importante magistratura del Ducato, come
_giudice del sacro palazzo_;
Che, determinato a impedire lo sterminio di cui la parte aristocratica
minacciava, vincendo, la plebe ribelle, si gettò nel tumulto contro i
proprî amici, assetati di vendetta, e fu eletto per unanime fiducia
Capitano del popolo;
Che, riprendendo l'offensiva, seppe guidare le schiere insorte con tanto
vigore e tanta sagacia da obbligare i nobili, di qualunque grado, ad
uscire nascostamente colle loro famiglie, dalla città;
Che avendo i nobili fuorusciti, coll'aiuto dei conti della Martesana e
del Seprio, posto l'assedio intorno a Milano, questa sotto la guida di
Lanzone, resistette per quasi tre anni a tutti gli orrori della guerra e
della carestia, combattendo quasi ogni giorno ed opponendo ad offese
formidabili sapienti difese;
Che, mosso da un duplice concetto, militare e politico, Lanzone si recò,
sullo scorcio del 1043, in Germania, dove stipulò coll'imperatore Enrico
il Nero un trattato d'alleanza, basato sopra un eventuale intervento di
milizie tedesche in Milano;
Che, ritornato fra i combattenti e ripensando al pericolo di questo
intervento, aperse trattative coi nobili fuorusciti, comunicando loro il
patto di alleanza e persuadendoli della impossibilità in cui si
sarebbero trovati di resistere ad un duplice assalto;
Che, avuta facoltà da entrambe le parti, di proporre condizioni di pace,
esortò i nobili a rinunciare per sempre al dominio della città, a
rientrare pacificamente nei loro palazzi, accordando e ricevendo ampia
amnistia per le reciproche violenze di guerra, e impegnandosi a
discutere tranquillamente con tutti gli altri cittadini i comuni
interessi;
Che, accettate queste condizioni, i nobili si rassegnarono a smettere le
loro pretese alla supremazia politica e ritornarono, in dimessa
attitudine, nella città;
Che, per iniziativa di Lanzone, furono subito discussi, in un comitato
di arbitri, gli ordinamenti necessari per attivare, sulle nuove basi, il
governo della città; ordinamenti che poterono essere intralciati,
interrotti e ripresi, ma che finirono per ottenere la formale adesione
dell'imperatore Enrico III; il quale li sanzionò e li fece entrare nel
diritto pubblico del Regno alla solenne Dieta che tenne nei prati di
Roncaglia il 5 maggio dell'anno 1055.
Così sorse in Milano il comune autonomo, che ebbe poi non breve e non
ingloriosa esistenza. Certo, istituzioni consimili non hanno mai una
data precisa di battesimo storico. Ned io vorrei discutere se proprio
l'anno di nascita del comune milanese sia il 1042, nel quale i nobili
furono cacciati dalla città, o il 1045, nel quale rientrarono,
assoggettandosi ai nuovi patti, o il 1055, nel quale gli Statuti
comunali furono riconosciuti dalla suprema rappresentanza del Regno, o
magari il 1066, nel quale pare che questi statuti fossero pubblicati.
Se non vivessimo noi in tanta luce di pubblicità multiforme, forse fra
dieci secoli i nostri posteri disputerebbero se l'anno del risorgimento
italiano sia stato il 1848 o il 1859 o il 1860 o il 1866 o il 1870. Le
grandi mutazioni organiche hanno fasi e fremiti e oscillazioni, che
abbisognano di tempo per tradursi nella soluzione tranquilla. Ma nè
dieci, nè venti, nè trent'anni rappresentano in questi casi più che un
momento storico. E quando dall'unità dei pensieri e degli sforzi si
rileva chiaro uno di questi momenti, poco importa se la loro durata non
coincide esattamente col numero dei giorni nei quali la terra suol
compiere la sua evoluzione intorno al sole.
Nel fato di Milano, oltre il momento storico, anche il processo storico
appare evidente.
Dapprima la conquista barbarica, che distrugge lo Stato e vi sostituisce
il regime anarchico della feudalità.
Poi, con Ottone I, il despotismo intelligente, che è il periodo
primordiale del rinascimento politico. Il popolo vede un tiranno solo
più forte dei molti di cui si lagnava; e ingenuamente gli batte le mani,
come ad un liberatore. È il trionfo della politica ghibellina.
Succede, con Ariberto, il potere arcivescovile. Il despota v'è ancora;
ma, oltre ad essere intelligente, è indigeno, è vicino, è mite per
l'indole sua, comincia a trarre dalle forze e dalle volontà popolari
elementi di amministrazione e di governo. E il popolo accetta il dominio
di Ariberto con entusiasmo, persuaso che valga, più di quello del
lontano imperatore, a frenare le intemperanze rinascenti dei vecchi
despotismi feudali. È il trionfo della politica guelfa.
Ma ad Ariberto non basta l'animo di continuare l'iniziata opera di
emancipazione; e, dopo la vittoria contro Corrado, ricade nella
tradizionale alleanza coi feudatari maggiori.
E allora il popolo, fatto maturo dall'esperienza e dai casi, reclama la
libertà come unica guarentigia di ordine e di benessere. Compare
Lanzone, che non è nè guelfo nè ghibellino, che nell'ordine dei
progressi politici è più grande di Ariberto e di Ottone, e che della sua
immensa popolarità si giova per annullare sè stesso e per sostituire al
potere personale l'universalità dei cittadini, disciplinati a comune
sovrano. Il genio sparisce; ma la sua necessità è minore, perchè è sorta
l'istituzione. L'emancipazione civile ha raggiunto la sua ultima
formola.
Che poi, malgrado questa e malgrado la magnanimità di Lanzone, periodi
di anarchia o di dominio personale abbiano ancora turbata per qualche
tempo la risurrezione politica della cittadinanza milanese, ciò non
basta a sfatare la benefica rivoluzione compiutasi in quel momento
istorico. Il diritto è stato riconosciuto; la legge è stata promulgata.
La violenza, dopo ciò, rimane, se anche vincitrice, un fatto
transitorio, di cui la legge e il diritto non tardano a ottenere
riparazione. Anche il ladro ruba; ma il giudice che lo condanna dimostra
come la proprietà fosse inviolabile prima del furto e tale rimanga dopo.
Più di otto secoli sono corsi dagli avvenimenti che vi ho ricordato, ed
è lecito chiedersi se a quelli proprio risalgono gli albori della
moderna vita italiana.
A me pare indubbiamente che sì.
Il carattere italico, la reazione del romanesimo contro la lunga iliade
di spogliazioni e di umiliazioni inflittegli dalle razze teutoniche,
appare evidente, a misura che gli antichi servi, assaporando nuove forme
e nuove ragioni di vita, si raccozzano dappertutto per iscuotersi di
dosso il giogo degli antichi padroni. Ogni comune è una patria; ma da
ogni comune si sprigiona un sentimento nuovo, che vorrebbe quasi trarre
dal ricordo del potente organismo a cui tutti avevano appartenuto, gli
elementi d'una solidarietà che ancora non s'è fatta nazionale, ma che
già respinge e sconfessa dominî non nazionali.
Già ad Ariberto era parso e giustamente un principio di rivincita, che
armigeri italiani si recassero oltre l'Alpi a spiegare vittoriose quelle
bandiere che erano state tante volte calpestate al di qua. E Lanzone, ai
nobili che vuol convertire all'idea comunale, parla addirittura
“dell'esempio che dovrebbero dare ai loro eguali _in tutta l'Italia_„.
Qui, il discendente dei conquistatori goti o longobardi è già divenuto
_civis romanus_ e sente l'orgoglio di essere figlio e difensore di
quella terra che i suoi avi hanno riempiuto di desolazioni e di stragi.
Un passo di più ed avremo Cola da Rienzi, sublime fantastico, che purga
Roma di baroni, e di banditi, ricostituendo, nel più fitto delle
tirannidi indigene, il Tribunato dell'antica Repubblica. Poi,
dugent'anni dopo, vedremo un gran politico fiorentino ritornare al sogno
del desposta intelligente, purchè si chiuda nel pugno tutta l'Italia e
spenga, con milizie italiane, i principotti indipendenti innalzatisi
sugli indipendenti comuni. Passeranno altri cent'anni, e udremo la
scuola politica dei letterati inneggiare all'Italia coi sonetti del
Filicaja e colle canzoni di Gabriele Chiabrera. E ancora dugent'anni
dopo, il Mazzini scriveva al discendente di Umberto Biancamano: “Fate
l'Italia, e saremo con voi.„ Sarà toccato in sorte alla nostra
generazione di vedere il meriggio di quegli albori del mille; Vittorio
Emanuele II che ricompone in Roma l'asse ereditario usurpato da Odoacre;
Lanzone, che rigetta ad un tempo l'autorità di Cesare e quella di
Ariberto, e chiama il popolo italiano a ricostituirsi in comune
indipendente.
Questo filo conduttore di una italianità, che attraverso i secoli viene
sempre più accostando fra loro gli uomini d'azione e gli uomini
d'intelletto, ci aiuta a difenderci dalle eccessive induzioni di una
scuola storica, di cui Carlo Hegel è il più formidabile campione.
Secondo i critici di siffatta scuola, non è dall'idea romana, o latina,
o italica che è sorto il comune lombardo del secolo undecimo; bensì da
una evoluzione intima del concetto germanico, che a poco a poco innalza
le plebi romane, beneficandole coll'autonomia.
Non è qui nè da me che può essere utilmente discussa una questione così
profonda. Però mi sia lecito dire che il voler attribuire propositi di
emancipazione popolare a quegli stessi elementi dominatori che dieci
anni prima avevano promulgato il codice del feudalismo, addita piuttosto
lo sforzo dell'ingegno che la severità della logica. Queste lancie
d'Achille, atte a guarire le piaghe che cagionano, perdono un po' di
fede al difuori della poesia mitologica.
Sarà meno scientifico, ma è certo più semplice il criterio che
attribuisce ordinariamente agli oppressi qualche merito nella sconfitta
degli oppressori.
E la Germania ha una parte troppo gloriosa nella storia del mondo perchè
non debba permetterci di ascrivere a virtù di resistenza italiana
piuttosto che a virtù d'iniziativa tedesca una rivoluzione comunale che
si è manifestata collo sgominare due eserciti tedeschi, quello di
Corrado il Salico e quello dell'imperatore Barbarossa.
LE ORIGINI DELLA MONARCHIA IN PIEMONTE
DI
ROMUALDO BONFADINI
Chi volesse trovare in Europa qualche analogia possibile, in
qualsivoglia argomento, tra le condizioni odierne e quelle di nove
secoli fa, si accingerebbe a ben duro e disperato mestiere.
Mutata l'indole dei governi e dei sodalizi religiosi; rinnovate le
teorie del diritto e le basi della legislazione; divenuti predominanti
migliaia d'interessi, onde allora non si sospettava pur l'esistenza;
capovolte addirittura le fondamenta del consorzio civile, ci abbisogna
uno sforzo gigantesco d'immaginazione per riprodurre anche in minima
parte, dinanzi al nostro sguardo intellettuale, i fenomeni di una
umanità, che sembra avere coll'umanità contemporanea quella stessa
parentela, di cui una scienza evoluzionista moderna si compiace trovare
le traccie, per esempio, fra un chimpanzé ed una bella signora.
Non parliamo poi dello stato territoriale, della geografia politica
dell'Europa. Appena si salvano i nomi grossi e complessivi d'Italia, di
Germania, di Britannia. Regni sostituiti a repubbliche e repubbliche a
regni; città non ancor nate e città da un pezzo sparite. V'era una
Spagna senza Spagnuoli, v'erano degl'Ungheri senza un'Ungheria, v'erano
i Franchi prima che la Francia apparisse. I popoli, così teneri ora dei
loro confini e dei loro territori, erano qua e là sbalestrati da
convulsioni capricciose; i Normanni diventavano Siculi; i Saraceni
s'appollaiavano sulle creste degli Abruzzi e delle Alpi Cozie. Cento
rivoluzioni hanno scombuiato conquiste e conquistatori, hanno menato
nella loro rapina Stati, famiglie e dominii; sicchè oggi, quasi nel
1900, nulla appare più falso di ciò che era l'unico vero nel mille.
V'era però una stirpe, che ha resistito all'onda dei secoli e al
vituperio dei nomi. V'è una famiglia sovrana — l'unica in Europa — che
ha questo privilegio di poter guardare da qualcuno de' suoi castelli
reali il territorio circostante, e di poter dire che dal mille in poi
hanno continuato ad esercitare su quello autorità principesca i suoi
antenati, legittimamente succedutisi colla propria discendenza e col
proprio nome.
Questa famiglia — l'avete senz'altro indovinato — è la famiglia dei
principi italiani; i quali non trovano, nelle valli di Susa e di Aosta,
nessun nome che rompa, fosse per un giorno, l'eco tradizionale del loro
grido dinastico; i quali firmano nel 1890 _Umberto di Savoia_ come
firmavano nel 1003 _Hubertus comes_ “in agro savogensi„; i quali, con
privilegio sovrano, battevano moneta nel mille ad Aiguebelle, come
battono moneta a Roma nel 1890.
È forse questa antichità e continuità di dominio che ha fatto delle
origini della dinastia di Savoia l'argomento caro ad un nugolo di
scrittori, impeciatisi nell'esame di pergamene, che a ciascuno parevano
conferma di sistemi diversi e di induzioni opposte.
Io non trascinerò — non temete — le vostre mani gentili entro i
polverosi scaffali dove quelle pergamene hanno riposato per tanti secoli
inesplorate. Ma, costretto dalla fatalità mia e dalla vostra a
sostituire qui il brillante oratore[9] che avrebbe dato ai suoi veri
tutto il fascino dell'estetica e della poesia, cercherò di non dare alla
storia maggiore severità di quella che si accompagna necessariamente
alla fisonomia dell'epoca ed alla precisione dei fatti.
[9] Era stato incaricato di svolgere questo argomento il cavalier
Giuseppe Giacosa, il quale si trovò in quei giorni impedito da
malattia.
*
Fra i popoli migratori che, nella prima metà del medio evo, scesero da
regioni ignorate nel mezzogiorno d'Europa, i Borgognoni furono senza
contrasto i meno numerosi e i più miti. Guerrieri per difesa, piuttosto
che per conquista, la sorte li aveva spinti nel grande bacino del Rodano
dove s'erano acclimatati. In lotta coi Franchi e più volte sconfitti,
non lo furono però mai tanto compiutamente da far perdere al territorio
da essi occupato il nome della loro razza e l'impronta delle loro leggi.
Fra queste, una specialmente apparve mirabile per ispirito di politica
tolleranza e fu la _legge Gombetta (Gundobada)_, che pare sia stata
liberamente discussa in pubblica assemblea[10]. Per quella legge, nessun
vinto era obbligato ad accettare il diritto pubblico dei vincitori.
Ciascuno dichiarava di voler vivere sotto la legislazione che preferiva;
sicchè i giudici erano obbligati, prima di pronunciare sentenze, a
chiedere ai convenuti sotto che rito intendevano di essere giudicati.
[10] Leges communi tractatu compositae.... omnium voluntate....
coram positis optimatibus nostris (Preambolo alla legge Gombetta).
St. Génis, _Histoire de Savoie_.
Questa larghezza di regime civile, di cui non appare nessun esempio nei
paesi caduti in balìa dei Longobardi o dei Franchi, permise alle
popolazioni di razza italica, rimasto sui versanti alpini della Savoia e
della Provenza, di stringere con invasori così moderati rapporti assai
più amichevoli di quelli che permetteva agli abitanti della valle del Po
il ferreo regime sotto cui erano mantenuti.
Così si spiega una certa fusione fattasi più presto che altrove, fra gli
antichi elementi romani e i nuovi elementi della stirpe borgognona. La
feudalità fu istituita anche in Borgogna, come dappertutto dove
passarono gli eserciti dei Carolingi; ma non ebbe lì quel carattere
acerbo di sovrapposizione dei conquistatori sui vinti. Sicchè la
diversità di razza non impedì che sorgessero a potenza e dignità feudale
anche famiglie discendenti da stirpe italica; le quali continuavano a
reggersi in ogni altra parte dei diritti civili e pubblici, secondo la
legislazione romana, garantita dalle istituzioni organiche del popolo
borgognone.
Fra queste famiglie, una appare già illustre e potentissima alla corte
di Borgogna, negli ultimi anni del decimo secolo e nei primissimi
dell'undecimo. E di questa famiglia i più antichi documenti dell'epoca
ci rivelano capo e personaggio preponderante negli affari politici del
Regno un conte Umberto, che la cronaca di Hautecombe designa
coll'aggiunta _blancis manibus_; vuoi perchè una speciale gentilezza
fisica distinguesse il gran gentiluomo; vuoi perchè, secondo la
versione, forse un po' cortigiana, di alcuni scrittori, la sua
indiscutibile riputazione di onestà fosse così alta da doverlo celebrare
come bianco e puro di mani in mezzo a tanti potenti che le macchiavano
nella preda o nel sangue.
È da questo Umberto Biancamano che discende, per genealogia accertata e
non interrotta più la famiglia di principi, che ci onora della sua
rettitudine e che noi onoriamo del nostro affetto.
Che se voi desideraste sapere intorno a siffatto capostipite, più
antiche notizie; se mi chiedeste, come Farinata all'Alighieri: _chi fur
li maggior sui_, potrei rispondervi con cinque congetture, non vi darei
una sola certezza. Al di sotto del Biancamano, tutto a poco a poco
diventa facile, chiaro, ricco di particolari e di prove; al di sopra
tutto è buio, ipotesi, immaginazione. Come il Nilo, la casa di Savoia
nasconde le sue scaturigini in una regione fantastica, dove i nuovi
Argonauti non giungono a penetrare. Però ciò non impedisce al gran fiume
di versare, innanzi alla sua foce, i larghi beneficii del suo limo
fecondatore; come non ha impedito alla nobile dinastia di avvincere a sè
stessa col prestigio del bene quei “volghi dispersi„ che non avevano un
nome, e che non le chiedono d'onde venga, ma sanno dove va.
Non mancarono gli storici cortigiani. Alcuni, pur di trovare un re ed un
eroe al vertice della piramide, fecero risalire gli antenati del
Biancamano a quel sassone Vitichindo, che mise per un istante in forse
la gloria di Carlo Magno. Altri si fermarono al re, se non all'eroe, e
innestarono la casa di Savoia su quel tronco laterale della dinastia
franco-borgognona, che ebbe in Lodovico il Cieco un così inetto e così
infelice imperatore. Altri finalmente posero ad obbiettivo delle loro
ricerche un'origine nel tempo stesso regia ed italiana, facendo
discendere il conte Umberto da quella razza dei Berengari d'Ivrea, che
furono, per la loro violenza, così disformi dal tipo umano e leale dei
principi di Savoia.
Oggidì tutte queste opinioni sono sfatate. E non è neanche necessario,
per esserne persuasi, di svolgere i cinquanta volumi, in cui queste
ipotesi sono discusse, affermate ed escluse. Il che prova, per
incidenza, come non debba temersi quel pericolo, che fra alcuni anni non
basti la vita di uno studioso ad approfondire neanche uno dei rami dello
scibile umano. No, la scienza è rimedio a sè stessa; ricerche nuove, pur
di piccola mole, bastano a rendere inutili i volumi, farraginosi di
ricerche antiche; sintesi logiche e verità elementari si sostituiscono
con autorità indisputata alle faticose lungaggini di analisi non
ravvivate dal lume critico. Basta ai nostri contemporanei — e i nostri
posteri saranno in ciò più fortunati di noi — assai meno tempo di quello
che dovessero impiegarvi gli antenati nostri, per accertare storicamente
la verità e le proporzioni dei fatti. Ogni scrittore coscienzioso
abbrevia la via; sicchè la scienza che è stata aristocratica fino ai
padri nostri, potrà essere democratica fra cinquant'anni.
Ecco perchè quattro o cinque volumi pensati, dei più moderni, bastano a
sostituire, in questo argomento, le voluminose compilazioni dei tempi
andati, e a persuaderci che, fino a nuove scoperte di documenti
difficili a presagire, il padre di Umberto Biancamano resterà, come
Giove, col capo avvolto fra le nubi.
Nè di questa relativa impotenza dell'indagine storica possono sembrare
eccezionali i motivi.
A buon conto, quanto più ci avviciniamo all'epoca delle invasioni
barbariche, tanto più scema il numero degli scrittori e la probabilità
che le carte siano sopravvissute alle ingiurie del tempo. Appena si
riesce ad accertare l'ordine cronologico dei Papi e dei Sovrani, intorno
ai quali si concentrava l'attenzione e l'adulazione dei cronisti. Di
Umberto Biancamano anzi si conosce assai più che non si conosca di
personaggi anche maggiori dell'epoca sua.
D'altronde, nell'incendio di Susa, avvenuto per opera del Barbarossa nel
1174, si vogliono distrutti gli archivi privati della casa di
Savoia[11], nei quali stavano probabilmente i pochi documenti autentici
e gli alberi genealogici della famiglia. Costretti a rifare questi
ultimi per debito d'ufficio e per vanità di dottrina, i cronisti
famigliari non poterono raccogliere carte equipollenti che fino ad
Umberto I e dovettero ricorrere, per completarli, al metodo pericoloso
delle induzioni. Ma allora si trovarono di fronte alle difficoltà
ermeneutiche ed alla confusione dei nomi. Gli Umberti, gli Adalberti,
gli Oddoni, gli Amedei, i Rodolfi, le Adelaidi e le Ermengarde suonavano
frequenti al di qua come al di là delle Alpi. Uno storico che s'aggiri
in mezzo a questi nomi per trarne identità di personaggi e di epoche, ci
arieggia troppo quel Polifemo cieco, che palpa il vello dei montoni,
sotto il cui ventre s'è rattrappito Ulisse. Le probabilità d'ingannarsi
sono infinite; perchè nessun cronista credeva importante di dare intorno
al proprio personaggio particolari di date o di parentele o di età, che
naturalmente non erano ignote al piccolo numero di uomini pei quali
scriveva. Ogni cronista chiudeva le proprie aspirazioni e le proprie
indagini nei confini del proprio Stato; parlava de' suoi Umberti e de'
suoi Oddoni, come se altri non ne esistessero sulla superficie del
globo. Tra quei piccoli principati v'erano relazioni di commercio o di
violenze, non ve n'erano di indole intellettuale o letteraria. Sicchè
nessuno pensava di identificare con particolari estrinseci personalità
notissime nell'ambiente in cui si scriveva, a beneficio di ragionamenti,
di paragoni o di ricerche future, di cui non si poteva neanche
sospettare la possibile utilità.
[11] Scrittori recenti e autorevoli, come il Carutti, mettono in
dubbio questa distruzione degli archivi. L'asserisce il Guichenon;
il quale anzi la commenta con un brano di tanta ingenuità, che non
sappiamo resistere alla tentazione di riprodurlo, come esempio
dell'eccesso a cui può giungere, in uno spirito colto e buono la
voluttà cortigiana.
“Ce malheur (l'incendio di Susa) _n'eut pas été trop grand_, si
Frédéric, pour se venger, se fut _contenté_ d'exercer sa colère
_sur des habitants_, sur des pierres et sur des meubles; mais
l'excès de sa passion l'ayant porté a s'en prendre à des titres et
à des papiers d'une si grande consequence..... il est mal aisé de
s'empêcher de déclamer contre cette action qui tient de la
barbarie.„ Libro II, cap. 8.
È perciò che quei rispettabili eruditi, a cui duole di non poter
ispingere più in alto la loro curiosità genealogica, arrivano talvolta
agli assurdi ed agli anacronismi, brancicando fra i montoni senza
mettere la mano sul mitico Ulisse. Ed è ciò che voi ed io fortunatamente
eviteremo; persuasi che oggimai troppo onore viene dai fatti certi alla
famiglia di cui studiamo i primordi, perchè si possa sperare di
accrescerlo, tuffandoci nelle ipotesi.
*
Torneremo dunque, se non vi dispiace, al conte Umberto dalle bianche
mani. E lo vedremo, in cinquant'anni di storia, crescere di riputazione,
d'autorità e di fortuna, senza potergli rimproverare nessuna di quelle
azioni, che sarebbero giudicate riprovevoli dal nostro criterio morale,
tanto più austero di quello che allora prevaleva.
Alla corte di Rodolfo III re di Borgogna teneva l'ufficio di
Conestabile; forse la più alta carica militare e politica che i tempi
permettessero ad un vassallo feudale. Nel 1003 lo vediamo conte di
Salmourenc nel territorio viennese; nel 1017 possiede la contea di Nyon
sul lago di Ginevra; nel 1024 è già conte di Aosta, valle cisalpina che
però apparteneva in supremo dominio ai re transalpini di Borgogna.