Germania, debellatore di Ardoino. Parecchi membri di essa furono
arrestati e trasportati in Germania, dove seminavano germi di nuove
dinastie; ed essendosi contemporaneamente innalzato il potere degli
arcivescovi, questi trasmisero ad altra famiglia di loro fiducia la
gerenza degli affari spettanti alla contea. Indi, l'istituzione e
l'aumento di dignità dei vice-conti o Visconti, che pure a quell'epoca
appaiono nella corte arcivescovile e che, succedendosi ereditariamente
essi pure nell'alta intimità coi sommi prelati milanesi, mettono le basi
a quella potenza che, trecent'anni dopo, manderà così estesi e così
tetri bagliori.
Senonchè nè il re, nè l'arcivescovo, nè il conte avrebbero potuto
reggersi frammezzo a tante incertezze di eventi e di plebi, se ai loro
privilegi non avessero cercato appoggio — oseremo quasi dire complicità
— nei privilegi di quella classe nobiliare, che ripeteva l'origine sua
dall'aristocrazia barbarica e dal primo spartimento delle terre, fatto
in odio degli antichi elementi romani.
Di lì un primo strato di altissima nobiltà cittadina, che nelle storie è
chiamata dei Capitani. Non molti e potentissimi, possedevano nella città
vasti palazzi e torri merlate, munite a difesa e ad offesa. Avevano
clientele assai numerose, vassalli dentro e fuori le mura, tenevano
squadre di armigeri, s'erano addossata la custodia delle varie porte
della città. Anche in essi il feudo era divenuto ereditario, o per
concessione di principe o per lunga tolleranza di usurpazione.
Ma col rapido movimento della popolazione, specialmente dopo la riforma
edilizia di Ansperto, quel primo strato di aristocrazia apparve
insufficiente alla sicurezza dei privilegiati. Trecentomila popolani,
ormai fattisi agiati colle arti e coi commerci, non subiscono
impunemente la dominazione di trecento ottimati. Questi sentirono dunque
il bisogno di allargare ad altre famiglie discendenti dagli antichi
conquistatori una parte dei vantaggi fino allora esclusivamente goduti
dai Capitani. Il feudo aumentò di estensione, perdendo d'intensità. E
così vennero costituendosi i Valvassori; nobiltà intermedia fra la plebe
e i feudatari maggiori; che stavano coi Capitani, quando il popolo
romoreggiava contro questo eccesso di privilegiati, ma che ai Capitani
tennero più volte il broncio, perchè non potevano ottenerne quella
concessione che i Capitani stessi avevano per sè carpita al supremo
signore feudale, cioè la trasmessione ereditaria del beneficio. Nè qui
si fermava lo sminuzzamento della classe nobiliare; poichè tra i
Valvassori e la plebe sorsero i Militi; un altro stato di popolazione
che s'imbrancava fra i minori privilegiati; tratti dall'amor dell'ozio
che genera la prepotenza verso le classi inferiori e che di solito
s'allea mirabilmente colla servilità verso le superiori.
*
Qual fosse, in tanto viluppo di arbitrii e di diritti, la confusione
delle cose in allora, potrete agevolmente desumerla dalla confusione
d'idee ch'io cortamente ho provocato nelle vostre menti con questa
faticosa esposizione di poteri, di vincoli e di magistrature. Nessun
altro nome infatti adopera un biografo contemporaneo, Vippone, per
dipingere in pochi tratti quella situazione: “eodem tempore magna et
modernis temporibus inaudita _confusio_ facta est Italiæ....„
Pure, è proprio da quella confusione che venne una reazione di bene, od
almeno di quel bene che nel più cupo medio evo era possibile sognare per
popolazioni laboriose e tranquille.
Una serie di eventi, succedutisi in un periodo di dieci anni, valse a
togliere Milano dalla lunga inerzia di servitù e prepararle quel regime
di comunale indipendenza che un secolo dopo doveva mostrarsi, colla Lega
Lombarda, così maturo e robusto.
L'uomo che a siffatto movimento diede l'impulso primo e che seppe per
alcun tempo vigorosamente capitanarlo — forse inconscio delle sue ultime
conseguenze — fu il celebre arcivescovo Ariberto d'Intimiano,
probabilmente rampollo della illustre famiglia De' Capitani d'Arsago.
Piccolo di statura e grande di animo, coltissimo pe' tempi suoi, d'un
intelletto audace, d'una volontà ferrea e di smisurata ambizione,
Ariberto d'Intimiano fu eletto a governare la diocesi milanese, dopo la
morte di Arnolfo, nel 1018. E subito apparve quello che era, un uomo
determinato a tenere un gran posto nella storia del suo paese; avido di
lotte e pronto a sostenerle energicamente contro tutti; atto al comando
e desideroso di esercitarlo senza colleghi; innovatore audace e
profondo, che a sostegno della propria tirannia non esitava ad impugnare
le armi della libertà, ma che di questa tirannia propria aveva così alto
concetto da non permettergli di sopportarne alcun'altra, venisse da
Imperatori o da Papi.
I Papi, egli li accetta, purchè non si mescolino agli affari della sua
Diocesi. Quanto agli Imperatori, vuol farli lui. E però, quando si
estingue, colla morte di Enrico II, la famiglia imperiale di Sassonia, e
fra i principi italiani ricomincia una gara di ambizioni e di
candidature dinastiche, egli si reca difilato in Germania, dove quegli
elettori avevano acclamato a loro sovrano Corrado di Salico, duca di
Franconia; e, ricevuto a Costanza cogli onori dovuti alla sua dignità,
senz'altro riconosce il nuovo principe e lo incorona colle sue proprie
mani come re d'Italia[3].
[3] Vedi Arnolfo, libro II, c. II.
Con sì altera disinvoltura non si era usato mai fino allora nominare dei
re. Pure, quando Ariberto ritornò, ed in un'assemblea di notabili
italiani, convocata nei prati di Roncaglia, diede notizia della nomina
così fatta da lui, nessuna voce si alzò a mettere in dubbio il diritto
dell'arcivescovo o quello del re. I popolani milanesi riconobbero in
Ariberto un padrone, e lo accettarono con gioia, pensando ch'egli
avrebbe saputo liberarli dall'unica tirannia lontana e dalle molte
vicine. Gli ottimati videro con qualche amarezza che un uomo della loro
schiatta e da essi sollevato al principato ecclesiastico facesse così
buon mercato delle tradizioni e dei privilegi loro. _Suum considerans,
non aliorum animum_, scrive indispettito il cronista Arnolfo, che ai
nobili apparteneva.
Nondimeno, quando Corrado scese nel 1026 in Italia, Milano lo accolse
splendidamente, malgrado o forse anzi perchè Pavia gli aveva chiuso le
porte in faccia. Ariberto rinnovò in favor suo la cerimonia
dell'incoronazione, nella basilica di Sant'Ambrogio; lo accompagnò a
Ravenna ed a Roma, dove il Papa gli pose in capo una terza corona,
quella dell'Impero; e, sopravvenuta un'estate di straordinario e
micidiale calore, lo ospitò largamente per due mesi, con tutta la sua
corte, nelle fresche villeggiature episcopali dell'alta Lombardia.
Partito Corrado, e rimasto Ariberto più che mai potente e popolarissimo
nel paese, incominciò a svolgere quello che ora si direbbe il suo
programma politico; vale a dire un'azione personale piena di scatti, di
audacie, di prepotenze; diretta ad abbassare le influenze limitrofe per
estollere gigante la propria; oscillante fra Cesare e la democrazia; ma
coll'evidente promessa che le due potestà non dovessero avere altro
rappresentante, altro programma, altri interessi che i suoi.
Perciò assume contegno di provocazione contro le città vicine, Pavia,
Lodi, Cremona; usurpando loro diritti e terre; battendone le forze e
umiliandone l'indipendenza. Per ciò largheggia di conforti e di grani,
durante una terribile carestia; e visita, con amore e con affettazione,
i tuguri popolari, dove lascia elemosine e semina gratitudine. Per ciò
offre aiuti militari a Cesare, ingolfatosi in una guerra di successione
per la Borgogna; e si unisce a Bonifacio, marchese di Toscana, per
ispingere attraverso le Alpi un contingente italiano, che Umberto
Biancamano guida su per la valle d'Aosta, e che, sceso nella valle del
Rodano, decide efficacemente la contesa in favor di Corrado. Per ciò si
bilica fra le parti cittadine, sostenendo i Capitani contro i
Valvassori, e Cesare contro i Capitani, e i plebei contro Cesare. Per
ciò protegge l'autonomia del clero ambrosiano contro le velleità
unificatrici del pontefice romano; e, scomunicato per le sue resistenze,
egli, arcivescovo, si ride della scomunica, in un tempo in cui a
quest'arma, di mistica onnipotenza, non osavano resistere i maggiori
principi della cristianità.
In ogni questione dell'epoca, Ariberto d'Intimiano porta l'elemento
delle sue passioni, del suo spirito battagliero, del suo intelletto
sovrano; ogni evento pubblico sente le traccie di quella personalità
romorosa, inquieta, assorbente; che ha inspirazioni spesso alte e
virili, ma che non esita a mutare alleati, principii e combinazioni,
secondo le necessità di quella preponderanza individuale, che è la base
della sua azione politica, la meta a cui tutto subordina.
Di questo sistema si svolgono intere le fasi nel decennio corso fra il
1035 e il 1045, chiudendosi con un risultato che nè a Cesare, nè ai
Capitani, nè ad Ariberto era balenato nell'animo.
Era infatti nel 1035 che i discordi interessi dei Valvassori e dei
Capitani scoppiavano ad aperta ostilità. Reduci dalla guerra di Borgogna
con maggior sentimento delle proprie forze e dei proprii diritti, i
Valvassori accentuarono più vivaci contro i Capitani le loro pretese
alla trasmissione ereditaria dei loro feudi. Alle ripulse altere
opposero altera resistenza e insorsero armati per le vie. La plebe
stette cheta od aiutò mollemente. Sicchè i Capitani ebbero per loro le
formidabili influenze dell'arcivescovo e riuscirono a cacciare i
Valvassori fuori delle mura. Ma lì il pericolo, invece di cessare,
divenne più grave. Afforzati cogli aiuti del _contado_, pronto sempre a
reagire contro la tirannide cittadina, i Valvassori ottennero anche il
concorso dei Lodigiani, indispettiti contro Ariberto per le usurpazioni
dei loro diritti. Bisognò dunque combattere in aperta campagna, e in
soccorso di Ariberto venne con forte schiera il vescovo di Asti,
Olderico, zio della famosa contessa Adelaide, che al figlio di Umberto
Biancamano avrebbe poi data la gloriosa discendenza della dinastia di
Savoia. La battaglia ebbe luogo a Campo Malo, fra Milano e Lodi; la
strage fu grande d'ambo le parti e il successo indeciso; ma, essendo
rimasto trafitto il vescovo Olderico, la confusione fu tale che i
combattenti ritornarono tutti nella città, rioccupando Valvassori e
Capitani le loro case, e rimanendo coll'armi al braccio, senza che
l'antico dissidio fosse placato o risolto.
Per placarlo o per risolverlo, Ariberto invitò allora l'imperatore
Corrado, del quale supponeva l'animo a sè favorevole, pei ricordi
dell'incoronazione e pel valido aiuto prestatogli nella campagna contro
i Borgognoni.
Corrado scese infatti in Italia, ma con altre idee. Questa Milano,
sempre irrequieta e ribelle, voleva domarla. Udita la querela sorta fra
le varie classi dei nobili, aveva detto ai suoi cortigiani in Germania
“se l'Italia è così affamata di leggi, coll'aiuto di Dio, io la
sazierò„[4]. Ed entrava in Milano, deliberato a fondarvi dominio nuovo,
mediante il duplice abbassamento dei grandi vassalli e del potere
vescovile.
[4] Si Italia modo esaurit legem, concedente Deo, bene legibus
hanc satiabo. VIPPONE, apud Pertz, vol. II.
Ma del mutato animo suo ebbe sentore Ariberto; e gli si rivelò subito
potente avversario, quanto gli era stato dapprima efficacissimo amico.
Aveva Corrado manifestato il proposito di emancipare la diocesi di Lodi
dalla sovranità che su essa esercitava l'arcivescovo di Milano. D'altra
parte, una vaga tradizione, creata da secoli, dava privilegio al popolo
milanese di non ricevere nelle sue mura nessun sovrano, fuorchè per
causa d'incoronazione.
Fosse l'una o fosse l'altra ragione, — o fossero entrambe, — o fosse,
abilmente lumeggiata, la paura della comune oppressione, certo è che il
giorno dopo l'ingresso di Corrado cogli armigeri suoi, un tumulto
popolare scoppiò improvviso a Milano.
Più che tumulto, bisognerebbe dire rivolta; giacchè proprio contro la
persona dell'imperatore s'acuirono le minaccie e gli sdegni; ed egli fu
costretto, dissimulando l'ira, ad uscire dalla città, recandosi nel suo
campo presso Pavia.
Lì, con proposito di violenta reazione, convocò la Dieta del Regno, e si
pose ad amministrare la giustizia; il che voleva dire, il più delle
volte, ordinare supplizii[5].
[5] Landolfo.
L'arcivescovo di Milano non volle sembrare intimidito dai precedenti, e
si recò audacemente a prendere il suo posto nella Dieta. Ma l'agguato
non si fece aspettare. Investito violentemente da un feudatario tedesco
per non so che ragioni concernenti la _corte_ o borgata di Lecco,
Ariberto chiese tempo a rispondere, probabilmente per raccogliere
documenti; ma essendogli negato l'indugio, ricusò fieramente di
giustificarsi; e l'imperatore, che altro non aspettava, ordinò
senz'altro l'immediato arresto dell'arcivescovo. Non fu senza esitazione
— pel rispetto inspirato dall'uomo e dalla carica — che quest'ordine
venne eseguito. E Ariberto, dato in custodia a Poppone, patriarca di
Aquileia, e a Corrado, marchese di Verona, fu condotto a Piacenza, dove
restò prigioniero.
Credeva l'imperatore di avere fiaccata l'insolenza dei Milanesi, ma si
accorse presto, con danno suo, di avere semplicemente posta la mano in
un nido di vespe.
Incredibile fu la commozione che produsse in Milano la notizia di questo
fatto. Le divisioni di parte scomparvero quasi per incanto. La rottura
dell'alleanza fra Cesare e l'arcivescovo, fece di quest'ultimo il
rappresentante naturale dell'indipendenza. Milano cessò da quel momento
di essere città ghibellina. Diventò guelfa, e rimase tale, con poche
alternative, fino al 1859.
I due cronisti milanesi dell'epoca, Arnolfo e Landolfo, descrivono colla
stessa foga, quantunque appartenenti ad opposte opinioni, il dolore e
l'indignazione della loro città.
Furono due mesi di lutto, durante i quali le gentildonne e le popolane
si stemperarono in pianti, in elemosine, in preghiere, in processioni;
mentre gli uomini ordinavano in fretta le pubbliche cose, scombuiate
dalla mancanza della mano che era solita a muoverle.
Pensarono dapprima a trattare collo stesso imperatore, offrendogli
ostaggi per la liberazione dell'arcivescovo; ma Corrado, poco
suscettibile di scrupoli, trattenne gli ostaggi senza liberare Ariberto.
Allora i Milanesi spedirono legati in Francia per suscitare nemici a
Corrado ed offrire la corona d'Italia a Oddone di Sciampagna. E intanto
altri fra i più nobili cittadini s'erano diretti ai conti e ai vescovi
delle altre parti d'Italia, sollecitando una lega che avrebbe avuto per
iscopo immediato la liberazione del grande arcivescovo, e per iscopo
ultimo l'emancipazione dei comuni italiani dall'alto dominio germanico.
S'era nel più fitto di queste pratiche, quando, con immensa gioia del
popolo milanese, ricomparve Ariberto, libero in mezzo a' suoi. Gli era
bene riuscito uno stratagemma. Per mezzo d'un monaco, suo fedelissimo,
Albizzone, s'era fatto inviare nel carcere dall'abbadessa d'un monastero
di San Sisto, consacrata da lui, gran copia di provvigioni e di
ghiottornie. Posta ogni cosa a disposizione de' suoi custodi, questi,
com'era facile prevedere, s'ubbriacarono saporitamente; e, durante il
loro sonno, potè Ariberto, aiutato dal previdente Albizzone, uscire dal
carcere, attraversare il Po in una barca, e giungere, fanatizzando
tutti, a Milano.
Qui comincia l'epoca più pura e più grande nella vita di Ariberto da
Intimiano. La lotta che Milano sostenne nel 1037 contro Corrado il
Salico, lotta di cui Ariberto capitanò tutto lo svolgimento e quasi
tutti gli episodî, non è inferiore nè di magnanimità nè di gloria a
quella che sostenne un secolo dopo contro Federico Barbarossa. Direi
anzi che in questa furono più alti gli animi, più compatte le volontà. E
se di quella i risultati politici furono italianamente maggiori, non
bisogna dimenticare che a Legnano ed alla pace di Costanza avevano
contribuito, oltre Milano appena rifatta, le forze della Lega Lombarda,
gli aiuti dei marchesi di Dovara e di Romano, le influenze di papa
Alessandro III e della repubblica di Venezia. Nulla invece di tutto ciò
confortava Milano nel 1031. Quando Corrado, irritato per la fuga del suo
prigioniero e sitibondo di vendetta, venne a porre il suo esercito
intorno a Milano, aveva per sè quei contingenti delle città lombarde e
quelle influenze papali che triplicavano l'isolamento materiale e morale
della minacciata città.
Questa però, piena di fede nell'uomo energico che governava nel tempo
stesso i suoi interessi materiali e i suoi sentimenti religiosi, si
atteggiò a disperata difesa contro un'offesa implacabile.
Le mura di Ansperto, e le trecento torri da cui facevano buona guardia i
suoi difensori, impedirono che i nemici penetrassero nella città; ma
Corrado, in ciò non peggiore de' suoi precursori e dei continuatori
suoi, fece il deserto nei sobborghi e nel contado. “Eo tempore„ scrive
Vippone fedelissimo suo “imperator Mediolanenses nimium aillixit; et
quoniam urbem antiquo opere et maxima multitudine munitam capere non
poterat, quod in circuito fuerat igne et gladio consumpsit.„
Il 19 maggio, Corrado tentò l'assalto. Non solo fu ributtato, ma i
Milanesi, uscendo audacemente dai terrapieni, si azzuffarono coi
Tedeschi in una battaglia campale, dove si distinse pel suo coraggio un
Eriprando Visconti.
Riuscitagli male la violenza, l'imperatore sperò nell'insidia; e, senza
convocare nessuna Dieta, promulgò dal suo campo quelle leggi che da
Germania aveva promesse; mediante le quali, emancipando i piccoli feudi
dai maggiori vassalli, gettava un tizzone di discordia fra gli alleati
dell'arcivescovo, i Capitani e i Valvassori.
Il tizzone si spense senza dar fiamma. Il sentimento patriottico,
quantunque allora si trattasse di patria piccola, era già più forte
d'ogni seduzione straniera. Ariberto rispose a quei decreti, mutando
radicalmente le basi della pubblica difesa; disciplinando al servizio
delle armi i popolani; i quali trassero dalla nuova dignità del
combattere gli elementi di una virtù civile, ormai da secoli soffocata
nei loro animi.
L'imperatore cercò allora, contro l'indomito prelato, l'appoggio della
tiara pontificale; e si abboccò a Cremona con papa Benedetto IX, di
sciagurata memoria. Da quel convegno uscirono per Ariberto due fulmini;
la sua deposizione dalla sedia arcivescovile alla quale fu nominato un
prete Ambrogio, e più tardi la scomunica pontificia: l'affetto dei
Milanesi mantenne ad Ariberto la dignità episcopale, che invano Ambrogio
cercò carpirgli; e la pessima riputazione di Benedetto IX impedì che
alla sua condanna ecclesiastica si attribuisse il consueto prestigio.
Quanto a Corrado, si trovò pagato della stessa moneta. Chi lo aveva di
moto proprio incoronato, di moto proprio lo scoronò. Ariberto fece
togliere dagli atti pubblici ogni data imperiale, dichiarò Corrado
decaduto dalla dignità regia in Italia, ed invitò Oddone di Sciampagna
ad assalire l'imperatore in Germania.
Questi allora, imbestialito per un'audacia che si sentiva impotente a
punire, e costretto a ricondurre oltre l'Alpi un esercito stremato dalle
battaglie, dalle epidemie e dalle faticose marcie lungo la penisola,
radunò tutti i principi vassalli dell'Italia settentrionale e fece loro
giurare di devastare ogni anno il territorio milanese, affinchè la
ribelle città, non domata dalle armi, dovesse arrendersi per la
sofferenza e per la fame.
I principi giurarono; e nel successivo anno 1039 mantennero la parola,
presentandosi con forze nuove e imponenti nelle vicinanze della città.
Ma Ariberto non aveva perduto il suo tempo. Durante i mesi d'inverno, la
riforma politica e militare da lui ideata s'era svolta in maggiori
proporzioni. Ai popolani del contado aveva fatto balenare quelle stesse
idee di patria, di resistenza e di emancipazione, colle quali aveva
affascinato i popolani della città. Armi ed ordigni di difesa s'erano
fabbricati in gran numero, e l'arcivescovo ne distribuiva a tutti,
disciplinando, come oggi si direbbe, a _leva in massa_ tutta quella
moltitudine, chiamata dalla voce di un forte, che era nel tempo stesso
Davide e Samuele, a riacquistare quella libertà che gli avi imbelli
avevano perduta: “pro libertate aquirenda præliante, quam olim parentes
ejus ob nimiam hominum raritatem amiserant„[6].
[6] Landolfo, lib. II, cap. 26.
Nè bastava. Poichè Ariberto, profondo conoscitore dei suoi tempi e del
popolo suo, comprese che a radicare l'idea nuova ed astratta della
patria in quelle menti avvezze a forme simboliche, era mestieri
identificarla in un simbolo nuovo. Ed inventò il _Carroccio_; singolare
e primordiale istromento di guerra, destinato a diventar subito popolare
in tutte le italiane città; curioso emblema di superstizione, di fede,
di poesia popolare e di disciplina guerresca; immagine fantastica della
religione e della patria, strette a comune difesa; carro di vittoria e
altare di pace, intorno a cui si combatteva con energia, si moriva con
entusiasmo.
Così risollevati a nuova vita materiale e morale, i popolani lombardi
provvidero energicamente alla difesa dei loro abituri; e la sconfitta
dei grandi vassalli imperiali sarebbe stata disastrosa, se non fosse
giunta notizia della morte dell'imperatore Corrado in Utrecht; notizia
che bastò a far cessare la lotta ed a sciogliere l'esercito dei
coalizzati feudali.
*
Qui comincia la terza ed ultima fase del rinnovamento politico milanese.
L'insurrezione dei Valvassori aveva scosso nel sentimento pubblico il
prestigio del feudalismo; la difesa contro l'Impero aveva reso popolare
il bisogno dell'indipendenza; non mancava che un movimento diretto ad
assicurarsi l'esercizio delle libertà comunali. Questo movimento tardò
tre anni, ma dal 1042 al 1045 mutò radicalmente la costituzione politica
di Milano.
Un valvassore, per privata contesa, aveva ucciso un plebeo. Non era
fatto strano, e novanta volte su cento, prima d'allora, sarà rimasto
impunito. Ma la plebe non era più il gregge pauroso e servile, che
accettava la sferza del padrone, chiunque si fosse. Aveva combattuto
insieme ai nobili contro Cesare, e acquistato quindi un certo sentimento
di eguaglianza civile. Non sopportò più di riconoscere in tanti
concittadini quel diritto di oppressione che negli antichi Duchi le era
parso quasi legittimo[7]. Aveva imparato tre anni prima l'uso delle
armi; le impugnò nuovamente, e scese nelle vie, deliberata a combattere
le classi nobiliari e mettere fine alla loro anarchica prepotenza[8].
[7] .... durius habens dominium suorum civium quam Ducum quondam
suorum.... Landolfo seniore (lib. II, c. 26).
[8] .... ab illorum dominio sese defendere ac liberare disposuit
(Id. ibid).
Fu una lotta epica; durata tre anni, e che finì, dice Arnolfo, “con una
profonda mutazione nello stato della città e della Chiesa.„
La guerra civile non era mai apparsa in Milano così feroce, col suo
sinistro codazzo di stragi, di vendette e di devastazioni. Fino dai
primi giorni, il furore fu tale che non si dette quartiere. I popolani
dovevano essere certamente dieci volte più numerosi dei nobili; ma
questi avevano per sè le armature complete, i cavalli in assetto di
guerra, le feritoie dei loro palazzi di pietra, la più profonda
cognizione degli ordini militari. Sicchè, malgrado la sproporzione
numerica, i primi combattimenti non erano riusciti favorevoli
all'insurrezione; la quale probabilmente sarebbe stata repressa e
domata, se un uomo, uscito da tutt'altre schiere, non le avesse dato il
potente aiuto del suo valore e della sua virtù.
L'uomo si chiamava Lanzone; non è facile darvene notizie maggiori, per
quanto si tratti di uno dei più grandi caratteri del secolo undicesimo.