Così la famiglia dei conti di Milano provocò le ire di Enrico II, re di

Germania, debellatore di Ardoino. Parecchi membri di essa furono

arrestati e trasportati in Germania, dove seminavano germi di nuove

dinastie; ed essendosi contemporaneamente innalzato il potere degli

arcivescovi, questi trasmisero ad altra famiglia di loro fiducia la

gerenza degli affari spettanti alla contea. Indi, l'istituzione e

l'aumento di dignità dei vice-conti o Visconti, che pure a quell'epoca

appaiono nella corte arcivescovile e che, succedendosi ereditariamente

essi pure nell'alta intimità coi sommi prelati milanesi, mettono le basi

a quella potenza che, trecent'anni dopo, manderà così estesi e così

tetri bagliori.

Senonchè nè il re, nè l'arcivescovo, nè il conte avrebbero potuto

reggersi frammezzo a tante incertezze di eventi e di plebi, se ai loro

privilegi non avessero cercato appoggio — oseremo quasi dire complicità

— nei privilegi di quella classe nobiliare, che ripeteva l'origine sua

dall'aristocrazia barbarica e dal primo spartimento delle terre, fatto

in odio degli antichi elementi romani.

Di lì un primo strato di altissima nobiltà cittadina, che nelle storie è

chiamata dei Capitani. Non molti e potentissimi, possedevano nella città

vasti palazzi e torri merlate, munite a difesa e ad offesa. Avevano

clientele assai numerose, vassalli dentro e fuori le mura, tenevano

squadre di armigeri, s'erano addossata la custodia delle varie porte

della città. Anche in essi il feudo era divenuto ereditario, o per

concessione di principe o per lunga tolleranza di usurpazione.

Ma col rapido movimento della popolazione, specialmente dopo la riforma

edilizia di Ansperto, quel primo strato di aristocrazia apparve

insufficiente alla sicurezza dei privilegiati. Trecentomila popolani,

ormai fattisi agiati colle arti e coi commerci, non subiscono

impunemente la dominazione di trecento ottimati. Questi sentirono dunque

il bisogno di allargare ad altre famiglie discendenti dagli antichi

conquistatori una parte dei vantaggi fino allora esclusivamente goduti

dai Capitani. Il feudo aumentò di estensione, perdendo d'intensità. E

così vennero costituendosi i Valvassori; nobiltà intermedia fra la plebe

e i feudatari maggiori; che stavano coi Capitani, quando il popolo

romoreggiava contro questo eccesso di privilegiati, ma che ai Capitani

tennero più volte il broncio, perchè non potevano ottenerne quella

concessione che i Capitani stessi avevano per sè carpita al supremo

signore feudale, cioè la trasmessione ereditaria del beneficio. Nè qui

si fermava lo sminuzzamento della classe nobiliare; poichè tra i

Valvassori e la plebe sorsero i Militi; un altro stato di popolazione

che s'imbrancava fra i minori privilegiati; tratti dall'amor dell'ozio

che genera la prepotenza verso le classi inferiori e che di solito

s'allea mirabilmente colla servilità verso le superiori.

*

Qual fosse, in tanto viluppo di arbitrii e di diritti, la confusione

delle cose in allora, potrete agevolmente desumerla dalla confusione

d'idee ch'io cortamente ho provocato nelle vostre menti con questa

faticosa esposizione di poteri, di vincoli e di magistrature. Nessun

altro nome infatti adopera un biografo contemporaneo, Vippone, per

dipingere in pochi tratti quella situazione: “eodem tempore magna et

modernis temporibus inaudita _confusio_ facta est Italiæ....„

Pure, è proprio da quella confusione che venne una reazione di bene, od

almeno di quel bene che nel più cupo medio evo era possibile sognare per

popolazioni laboriose e tranquille.

Una serie di eventi, succedutisi in un periodo di dieci anni, valse a

togliere Milano dalla lunga inerzia di servitù e prepararle quel regime

di comunale indipendenza che un secolo dopo doveva mostrarsi, colla Lega

Lombarda, così maturo e robusto.

L'uomo che a siffatto movimento diede l'impulso primo e che seppe per

alcun tempo vigorosamente capitanarlo — forse inconscio delle sue ultime

conseguenze — fu il celebre arcivescovo Ariberto d'Intimiano,

probabilmente rampollo della illustre famiglia De' Capitani d'Arsago.

Piccolo di statura e grande di animo, coltissimo pe' tempi suoi, d'un

intelletto audace, d'una volontà ferrea e di smisurata ambizione,

Ariberto d'Intimiano fu eletto a governare la diocesi milanese, dopo la

morte di Arnolfo, nel 1018. E subito apparve quello che era, un uomo

determinato a tenere un gran posto nella storia del suo paese; avido di

lotte e pronto a sostenerle energicamente contro tutti; atto al comando

e desideroso di esercitarlo senza colleghi; innovatore audace e

profondo, che a sostegno della propria tirannia non esitava ad impugnare

le armi della libertà, ma che di questa tirannia propria aveva così alto

concetto da non permettergli di sopportarne alcun'altra, venisse da

Imperatori o da Papi.

I Papi, egli li accetta, purchè non si mescolino agli affari della sua

Diocesi. Quanto agli Imperatori, vuol farli lui. E però, quando si

estingue, colla morte di Enrico II, la famiglia imperiale di Sassonia, e

fra i principi italiani ricomincia una gara di ambizioni e di

candidature dinastiche, egli si reca difilato in Germania, dove quegli

elettori avevano acclamato a loro sovrano Corrado di Salico, duca di

Franconia; e, ricevuto a Costanza cogli onori dovuti alla sua dignità,

senz'altro riconosce il nuovo principe e lo incorona colle sue proprie

mani come re d'Italia[3].

[3] Vedi Arnolfo, libro II, c. II.

Con sì altera disinvoltura non si era usato mai fino allora nominare dei

re. Pure, quando Ariberto ritornò, ed in un'assemblea di notabili

italiani, convocata nei prati di Roncaglia, diede notizia della nomina

così fatta da lui, nessuna voce si alzò a mettere in dubbio il diritto

dell'arcivescovo o quello del re. I popolani milanesi riconobbero in

Ariberto un padrone, e lo accettarono con gioia, pensando ch'egli

avrebbe saputo liberarli dall'unica tirannia lontana e dalle molte

vicine. Gli ottimati videro con qualche amarezza che un uomo della loro

schiatta e da essi sollevato al principato ecclesiastico facesse così

buon mercato delle tradizioni e dei privilegi loro. _Suum considerans,

non aliorum animum_, scrive indispettito il cronista Arnolfo, che ai

nobili apparteneva.

Nondimeno, quando Corrado scese nel 1026 in Italia, Milano lo accolse

splendidamente, malgrado o forse anzi perchè Pavia gli aveva chiuso le

porte in faccia. Ariberto rinnovò in favor suo la cerimonia

dell'incoronazione, nella basilica di Sant'Ambrogio; lo accompagnò a

Ravenna ed a Roma, dove il Papa gli pose in capo una terza corona,

quella dell'Impero; e, sopravvenuta un'estate di straordinario e

micidiale calore, lo ospitò largamente per due mesi, con tutta la sua

corte, nelle fresche villeggiature episcopali dell'alta Lombardia.

Partito Corrado, e rimasto Ariberto più che mai potente e popolarissimo

nel paese, incominciò a svolgere quello che ora si direbbe il suo

programma politico; vale a dire un'azione personale piena di scatti, di

audacie, di prepotenze; diretta ad abbassare le influenze limitrofe per

estollere gigante la propria; oscillante fra Cesare e la democrazia; ma

coll'evidente promessa che le due potestà non dovessero avere altro

rappresentante, altro programma, altri interessi che i suoi.

Perciò assume contegno di provocazione contro le città vicine, Pavia,

Lodi, Cremona; usurpando loro diritti e terre; battendone le forze e

umiliandone l'indipendenza. Per ciò largheggia di conforti e di grani,

durante una terribile carestia; e visita, con amore e con affettazione,

i tuguri popolari, dove lascia elemosine e semina gratitudine. Per ciò

offre aiuti militari a Cesare, ingolfatosi in una guerra di successione

per la Borgogna; e si unisce a Bonifacio, marchese di Toscana, per

ispingere attraverso le Alpi un contingente italiano, che Umberto

Biancamano guida su per la valle d'Aosta, e che, sceso nella valle del

Rodano, decide efficacemente la contesa in favor di Corrado. Per ciò si

bilica fra le parti cittadine, sostenendo i Capitani contro i

Valvassori, e Cesare contro i Capitani, e i plebei contro Cesare. Per

ciò protegge l'autonomia del clero ambrosiano contro le velleità

unificatrici del pontefice romano; e, scomunicato per le sue resistenze,

egli, arcivescovo, si ride della scomunica, in un tempo in cui a

quest'arma, di mistica onnipotenza, non osavano resistere i maggiori

principi della cristianità.

In ogni questione dell'epoca, Ariberto d'Intimiano porta l'elemento

delle sue passioni, del suo spirito battagliero, del suo intelletto

sovrano; ogni evento pubblico sente le traccie di quella personalità

romorosa, inquieta, assorbente; che ha inspirazioni spesso alte e

virili, ma che non esita a mutare alleati, principii e combinazioni,

secondo le necessità di quella preponderanza individuale, che è la base

della sua azione politica, la meta a cui tutto subordina.

Di questo sistema si svolgono intere le fasi nel decennio corso fra il

1035 e il 1045, chiudendosi con un risultato che nè a Cesare, nè ai

Capitani, nè ad Ariberto era balenato nell'animo.

Era infatti nel 1035 che i discordi interessi dei Valvassori e dei

Capitani scoppiavano ad aperta ostilità. Reduci dalla guerra di Borgogna

con maggior sentimento delle proprie forze e dei proprii diritti, i

Valvassori accentuarono più vivaci contro i Capitani le loro pretese

alla trasmissione ereditaria dei loro feudi. Alle ripulse altere

opposero altera resistenza e insorsero armati per le vie. La plebe

stette cheta od aiutò mollemente. Sicchè i Capitani ebbero per loro le

formidabili influenze dell'arcivescovo e riuscirono a cacciare i

Valvassori fuori delle mura. Ma lì il pericolo, invece di cessare,

divenne più grave. Afforzati cogli aiuti del _contado_, pronto sempre a

reagire contro la tirannide cittadina, i Valvassori ottennero anche il

concorso dei Lodigiani, indispettiti contro Ariberto per le usurpazioni

dei loro diritti. Bisognò dunque combattere in aperta campagna, e in

soccorso di Ariberto venne con forte schiera il vescovo di Asti,

Olderico, zio della famosa contessa Adelaide, che al figlio di Umberto

Biancamano avrebbe poi data la gloriosa discendenza della dinastia di

Savoia. La battaglia ebbe luogo a Campo Malo, fra Milano e Lodi; la

strage fu grande d'ambo le parti e il successo indeciso; ma, essendo

rimasto trafitto il vescovo Olderico, la confusione fu tale che i

combattenti ritornarono tutti nella città, rioccupando Valvassori e

Capitani le loro case, e rimanendo coll'armi al braccio, senza che

l'antico dissidio fosse placato o risolto.

Per placarlo o per risolverlo, Ariberto invitò allora l'imperatore

Corrado, del quale supponeva l'animo a sè favorevole, pei ricordi

dell'incoronazione e pel valido aiuto prestatogli nella campagna contro

i Borgognoni.

Corrado scese infatti in Italia, ma con altre idee. Questa Milano,

sempre irrequieta e ribelle, voleva domarla. Udita la querela sorta fra

le varie classi dei nobili, aveva detto ai suoi cortigiani in Germania

“se l'Italia è così affamata di leggi, coll'aiuto di Dio, io la

sazierò„[4]. Ed entrava in Milano, deliberato a fondarvi dominio nuovo,

mediante il duplice abbassamento dei grandi vassalli e del potere

vescovile.

[4] Si Italia modo esaurit legem, concedente Deo, bene legibus

hanc satiabo. VIPPONE, apud Pertz, vol. II.

Ma del mutato animo suo ebbe sentore Ariberto; e gli si rivelò subito

potente avversario, quanto gli era stato dapprima efficacissimo amico.

Aveva Corrado manifestato il proposito di emancipare la diocesi di Lodi

dalla sovranità che su essa esercitava l'arcivescovo di Milano. D'altra

parte, una vaga tradizione, creata da secoli, dava privilegio al popolo

milanese di non ricevere nelle sue mura nessun sovrano, fuorchè per

causa d'incoronazione.

Fosse l'una o fosse l'altra ragione, — o fossero entrambe, — o fosse,

abilmente lumeggiata, la paura della comune oppressione, certo è che il

giorno dopo l'ingresso di Corrado cogli armigeri suoi, un tumulto

popolare scoppiò improvviso a Milano.

Più che tumulto, bisognerebbe dire rivolta; giacchè proprio contro la

persona dell'imperatore s'acuirono le minaccie e gli sdegni; ed egli fu

costretto, dissimulando l'ira, ad uscire dalla città, recandosi nel suo

campo presso Pavia.

Lì, con proposito di violenta reazione, convocò la Dieta del Regno, e si

pose ad amministrare la giustizia; il che voleva dire, il più delle

volte, ordinare supplizii[5].

[5] Landolfo.

L'arcivescovo di Milano non volle sembrare intimidito dai precedenti, e

si recò audacemente a prendere il suo posto nella Dieta. Ma l'agguato

non si fece aspettare. Investito violentemente da un feudatario tedesco

per non so che ragioni concernenti la _corte_ o borgata di Lecco,

Ariberto chiese tempo a rispondere, probabilmente per raccogliere

documenti; ma essendogli negato l'indugio, ricusò fieramente di

giustificarsi; e l'imperatore, che altro non aspettava, ordinò

senz'altro l'immediato arresto dell'arcivescovo. Non fu senza esitazione

— pel rispetto inspirato dall'uomo e dalla carica — che quest'ordine

venne eseguito. E Ariberto, dato in custodia a Poppone, patriarca di

Aquileia, e a Corrado, marchese di Verona, fu condotto a Piacenza, dove

restò prigioniero.

Credeva l'imperatore di avere fiaccata l'insolenza dei Milanesi, ma si

accorse presto, con danno suo, di avere semplicemente posta la mano in

un nido di vespe.

Incredibile fu la commozione che produsse in Milano la notizia di questo

fatto. Le divisioni di parte scomparvero quasi per incanto. La rottura

dell'alleanza fra Cesare e l'arcivescovo, fece di quest'ultimo il

rappresentante naturale dell'indipendenza. Milano cessò da quel momento

di essere città ghibellina. Diventò guelfa, e rimase tale, con poche

alternative, fino al 1859.

I due cronisti milanesi dell'epoca, Arnolfo e Landolfo, descrivono colla

stessa foga, quantunque appartenenti ad opposte opinioni, il dolore e

l'indignazione della loro città.

Furono due mesi di lutto, durante i quali le gentildonne e le popolane

si stemperarono in pianti, in elemosine, in preghiere, in processioni;

mentre gli uomini ordinavano in fretta le pubbliche cose, scombuiate

dalla mancanza della mano che era solita a muoverle.

Pensarono dapprima a trattare collo stesso imperatore, offrendogli

ostaggi per la liberazione dell'arcivescovo; ma Corrado, poco

suscettibile di scrupoli, trattenne gli ostaggi senza liberare Ariberto.

Allora i Milanesi spedirono legati in Francia per suscitare nemici a

Corrado ed offrire la corona d'Italia a Oddone di Sciampagna. E intanto

altri fra i più nobili cittadini s'erano diretti ai conti e ai vescovi

delle altre parti d'Italia, sollecitando una lega che avrebbe avuto per

iscopo immediato la liberazione del grande arcivescovo, e per iscopo

ultimo l'emancipazione dei comuni italiani dall'alto dominio germanico.

S'era nel più fitto di queste pratiche, quando, con immensa gioia del

popolo milanese, ricomparve Ariberto, libero in mezzo a' suoi. Gli era

bene riuscito uno stratagemma. Per mezzo d'un monaco, suo fedelissimo,

Albizzone, s'era fatto inviare nel carcere dall'abbadessa d'un monastero

di San Sisto, consacrata da lui, gran copia di provvigioni e di

ghiottornie. Posta ogni cosa a disposizione de' suoi custodi, questi,

com'era facile prevedere, s'ubbriacarono saporitamente; e, durante il

loro sonno, potè Ariberto, aiutato dal previdente Albizzone, uscire dal

carcere, attraversare il Po in una barca, e giungere, fanatizzando

tutti, a Milano.

Qui comincia l'epoca più pura e più grande nella vita di Ariberto da

Intimiano. La lotta che Milano sostenne nel 1037 contro Corrado il

Salico, lotta di cui Ariberto capitanò tutto lo svolgimento e quasi

tutti gli episodî, non è inferiore nè di magnanimità nè di gloria a

quella che sostenne un secolo dopo contro Federico Barbarossa. Direi

anzi che in questa furono più alti gli animi, più compatte le volontà. E

se di quella i risultati politici furono italianamente maggiori, non

bisogna dimenticare che a Legnano ed alla pace di Costanza avevano

contribuito, oltre Milano appena rifatta, le forze della Lega Lombarda,

gli aiuti dei marchesi di Dovara e di Romano, le influenze di papa

Alessandro III e della repubblica di Venezia. Nulla invece di tutto ciò

confortava Milano nel 1031. Quando Corrado, irritato per la fuga del suo

prigioniero e sitibondo di vendetta, venne a porre il suo esercito

intorno a Milano, aveva per sè quei contingenti delle città lombarde e

quelle influenze papali che triplicavano l'isolamento materiale e morale

della minacciata città.

Questa però, piena di fede nell'uomo energico che governava nel tempo

stesso i suoi interessi materiali e i suoi sentimenti religiosi, si

atteggiò a disperata difesa contro un'offesa implacabile.

Le mura di Ansperto, e le trecento torri da cui facevano buona guardia i

suoi difensori, impedirono che i nemici penetrassero nella città; ma

Corrado, in ciò non peggiore de' suoi precursori e dei continuatori

suoi, fece il deserto nei sobborghi e nel contado. “Eo tempore„ scrive

Vippone fedelissimo suo “imperator Mediolanenses nimium aillixit; et

quoniam urbem antiquo opere et maxima multitudine munitam capere non

poterat, quod in circuito fuerat igne et gladio consumpsit.„

Il 19 maggio, Corrado tentò l'assalto. Non solo fu ributtato, ma i

Milanesi, uscendo audacemente dai terrapieni, si azzuffarono coi

Tedeschi in una battaglia campale, dove si distinse pel suo coraggio un

Eriprando Visconti.

Riuscitagli male la violenza, l'imperatore sperò nell'insidia; e, senza

convocare nessuna Dieta, promulgò dal suo campo quelle leggi che da

Germania aveva promesse; mediante le quali, emancipando i piccoli feudi

dai maggiori vassalli, gettava un tizzone di discordia fra gli alleati

dell'arcivescovo, i Capitani e i Valvassori.

Il tizzone si spense senza dar fiamma. Il sentimento patriottico,

quantunque allora si trattasse di patria piccola, era già più forte

d'ogni seduzione straniera. Ariberto rispose a quei decreti, mutando

radicalmente le basi della pubblica difesa; disciplinando al servizio

delle armi i popolani; i quali trassero dalla nuova dignità del

combattere gli elementi di una virtù civile, ormai da secoli soffocata

nei loro animi.

L'imperatore cercò allora, contro l'indomito prelato, l'appoggio della

tiara pontificale; e si abboccò a Cremona con papa Benedetto IX, di

sciagurata memoria. Da quel convegno uscirono per Ariberto due fulmini;

la sua deposizione dalla sedia arcivescovile alla quale fu nominato un

prete Ambrogio, e più tardi la scomunica pontificia: l'affetto dei

Milanesi mantenne ad Ariberto la dignità episcopale, che invano Ambrogio

cercò carpirgli; e la pessima riputazione di Benedetto IX impedì che

alla sua condanna ecclesiastica si attribuisse il consueto prestigio.

Quanto a Corrado, si trovò pagato della stessa moneta. Chi lo aveva di

moto proprio incoronato, di moto proprio lo scoronò. Ariberto fece

togliere dagli atti pubblici ogni data imperiale, dichiarò Corrado

decaduto dalla dignità regia in Italia, ed invitò Oddone di Sciampagna

ad assalire l'imperatore in Germania.

Questi allora, imbestialito per un'audacia che si sentiva impotente a

punire, e costretto a ricondurre oltre l'Alpi un esercito stremato dalle

battaglie, dalle epidemie e dalle faticose marcie lungo la penisola,

radunò tutti i principi vassalli dell'Italia settentrionale e fece loro

giurare di devastare ogni anno il territorio milanese, affinchè la

ribelle città, non domata dalle armi, dovesse arrendersi per la

sofferenza e per la fame.

I principi giurarono; e nel successivo anno 1039 mantennero la parola,

presentandosi con forze nuove e imponenti nelle vicinanze della città.

Ma Ariberto non aveva perduto il suo tempo. Durante i mesi d'inverno, la

riforma politica e militare da lui ideata s'era svolta in maggiori

proporzioni. Ai popolani del contado aveva fatto balenare quelle stesse

idee di patria, di resistenza e di emancipazione, colle quali aveva

affascinato i popolani della città. Armi ed ordigni di difesa s'erano

fabbricati in gran numero, e l'arcivescovo ne distribuiva a tutti,

disciplinando, come oggi si direbbe, a _leva in massa_ tutta quella

moltitudine, chiamata dalla voce di un forte, che era nel tempo stesso

Davide e Samuele, a riacquistare quella libertà che gli avi imbelli

avevano perduta: “pro libertate aquirenda præliante, quam olim parentes

ejus ob nimiam hominum raritatem amiserant„[6].

[6] Landolfo, lib. II, cap. 26.

Nè bastava. Poichè Ariberto, profondo conoscitore dei suoi tempi e del

popolo suo, comprese che a radicare l'idea nuova ed astratta della

patria in quelle menti avvezze a forme simboliche, era mestieri

identificarla in un simbolo nuovo. Ed inventò il _Carroccio_; singolare

e primordiale istromento di guerra, destinato a diventar subito popolare

in tutte le italiane città; curioso emblema di superstizione, di fede,

di poesia popolare e di disciplina guerresca; immagine fantastica della

religione e della patria, strette a comune difesa; carro di vittoria e

altare di pace, intorno a cui si combatteva con energia, si moriva con

entusiasmo.

Così risollevati a nuova vita materiale e morale, i popolani lombardi

provvidero energicamente alla difesa dei loro abituri; e la sconfitta

dei grandi vassalli imperiali sarebbe stata disastrosa, se non fosse

giunta notizia della morte dell'imperatore Corrado in Utrecht; notizia

che bastò a far cessare la lotta ed a sciogliere l'esercito dei

coalizzati feudali.

*

Qui comincia la terza ed ultima fase del rinnovamento politico milanese.

L'insurrezione dei Valvassori aveva scosso nel sentimento pubblico il

prestigio del feudalismo; la difesa contro l'Impero aveva reso popolare

il bisogno dell'indipendenza; non mancava che un movimento diretto ad

assicurarsi l'esercizio delle libertà comunali. Questo movimento tardò

tre anni, ma dal 1042 al 1045 mutò radicalmente la costituzione politica

di Milano.

Un valvassore, per privata contesa, aveva ucciso un plebeo. Non era

fatto strano, e novanta volte su cento, prima d'allora, sarà rimasto

impunito. Ma la plebe non era più il gregge pauroso e servile, che

accettava la sferza del padrone, chiunque si fosse. Aveva combattuto

insieme ai nobili contro Cesare, e acquistato quindi un certo sentimento

di eguaglianza civile. Non sopportò più di riconoscere in tanti

concittadini quel diritto di oppressione che negli antichi Duchi le era

parso quasi legittimo[7]. Aveva imparato tre anni prima l'uso delle

armi; le impugnò nuovamente, e scese nelle vie, deliberata a combattere

le classi nobiliari e mettere fine alla loro anarchica prepotenza[8].

[7] .... durius habens dominium suorum civium quam Ducum quondam

suorum.... Landolfo seniore (lib. II, c. 26).

[8] .... ab illorum dominio sese defendere ac liberare disposuit

(Id. ibid).

Fu una lotta epica; durata tre anni, e che finì, dice Arnolfo, “con una

profonda mutazione nello stato della città e della Chiesa.„

La guerra civile non era mai apparsa in Milano così feroce, col suo

sinistro codazzo di stragi, di vendette e di devastazioni. Fino dai

primi giorni, il furore fu tale che non si dette quartiere. I popolani

dovevano essere certamente dieci volte più numerosi dei nobili; ma

questi avevano per sè le armature complete, i cavalli in assetto di

guerra, le feritoie dei loro palazzi di pietra, la più profonda

cognizione degli ordini militari. Sicchè, malgrado la sproporzione

numerica, i primi combattimenti non erano riusciti favorevoli

all'insurrezione; la quale probabilmente sarebbe stata repressa e

domata, se un uomo, uscito da tutt'altre schiere, non le avesse dato il

potente aiuto del suo valore e della sua virtù.

L'uomo si chiamava Lanzone; non è facile darvene notizie maggiori, per

quanto si tratti di uno dei più grandi caratteri del secolo undicesimo.

Gli albori della vita Italiana Conferenze tenute a Firenze nel 1890 · 第 7 / 30 段