crociate, Pisa, Genova e, in ispecie, Venezia, non abbiano cercato che
l'interesse ed abbiano fatto servire una grande idealità religiosa ad
ottener dovizie materiali, ad aprir nuovi scali al commercio. Certo, fra
quei tre popoli non apparve l'ascetismo feroce, nè il principio di
autorità dogmatica, soccorritore del feudale e del dinastico, ma la
religione fu sentita e intesa fra quelle genti, nè fu ipocrito pretesto
di mercantili speculazioni. Vi sono popoli credenti e pratici a un
tempo, come l'inglese e il veneziano. Sono sinceri in tutti e due gli
atteggiamenti della loro esistenza, e perchè sinceri colgono i frutti di
ambedue queste attitudini dello spirito. Il missionario inglese, quando
con la Bibbia, tradotta in tutti gli idiomi asiani e africani, s'avanza
in regioni ignote a spargere la santa semente del verbo di Dio, è
profondamente sincero e devoto al suo ideale fino a rifiutare per esso
la vita. Ma, superate le difficoltà, egli è egualmente convinto di
servire alla sua patria mutando l'evangelista in negoziante, segnando la
via ai cotonieri del Lancashire e qualche volta, e Dio gli perdonerà, ai
fabbricatori di _brandy_ del suo paese. Così Venezia: devota a Cristo,
si sentiva bensì accesa di zelo religioso per la liberazione del Santo
Sepolcro, e, all'infuori di ogni pensiero mondano, palpitava nella
isoletta di Rialto, come il grande signore di Francia e di Lamagna nel
suo maniero. Ma a canto all'imagine di Gesù crocifisso, i signori dei
mari intuivano tutti i nuovi orizzonti di traffichi e di colonie e vi si
fisavano con amoroso zelo. E in quel connubio di palpiti cristiani e di
mercantili disegni, si accordavano la religione con l'industria,
l'ascetico col mercadante, e l'imagine di Gesù liberato si adornava di
tutte le opulenze della nuova vita economica. Così erano, o signori,
anche i vostri antenati. Credenti, mercadanti e diplomatici a un tempo,
mistici e positivisti, i lucri guadagnati negli arditi commerci
consegnavano alla divinità e dai banchi uscivano gli artefici, che
erigevano i vostri insigni monumenti. Così la nostra storia prova come
sia vano, sterile e oseri dire irreligioso, un ascetismo monastico
orientale, che si consuma ne' suoi malaticci idealismi, e come, alla sua
volta, conduca a ruina una sete di lucro, che non si temperi, non si
legittimi e direi quasi non si purifichi in queste aure salubri della
idealità. Quanto diversi, o signori, dai coloni italiani del nostro
tempo, i quali, senza ideali religiosi e senza disegni di utili
operosità, si avventurano in luoghi, che nè i nostri antichi apostoli,
nè i concittadini di Marco Polo e di Colombo avrebbero eletto a sede di
colonie. Il che dimostra appunto, perchè ci fa difetto il modo di
scegliere con infallibile rettitudine di giudizî, quanto ci manchi e
quanto siamo lontani dalla sana idealità e dall'avveduta operosità dei
nostri maggiori. Oh! non disputavano a Venezia sulla fecondità e
sull'avvenire delle grandi colonie che occupavano, come non disputavano
a Genova su quelle del mar di Marmara e del mar Nero. Le opime spoglie
che ne traevano non consentivano i dubbi dolorosi, che s'odono nei
nostri parlamenti.
Ma, siamo giusti, ciò che ai nostri maggiori mancava era il senso della
concordia. I vicini interessi e le comuni imprese fecero scoppiare più
fieri i dissidî fra Pisa, Genova e Venezia.
Intanto da una straordinaria impresa era agitata quest'ultima città.
Quando Innocenzo III tentò ravvivare la santa guerra, i crociati
francesi si rivolsero, per ottenere il navilio, a Venezia. Era allora
doge Enrico Dandolo, vecchio ottuagenario, a cui gli anni e la debole
vista accresceano l'ardimento e l'energia; indole tenace e impetuosa e
nello stesso tempo astuta e dissimulatrice. Egli accettò le proposte, ma
prima di accingersi all'impresa, volle avere l'approvazione del popolo,
ch'ei fe' radunare nella chiesa di San Marco, _la plus belle que soit_,
come la chiama Goffredo di Villehardouin, uno di quei crociati. I
cavalieri di Francia dalle armi corrusche, i veneti patrizî dalle vesti
gravi e maestose dell'Oriente, il popolo dalle fogge variopinte, si
adunarono sotto le cupole dorate dai scintillanti mosaici, fra quella
strana architettura di colonne superbe sovrapposte a colonne, tra le
effigie mirabili e i marmi preziosi.
Il vecchio doge, in luogo eminente, indossava una tunica purpurea, un
manto affibbiato con borchia d'oro e un corto bavero d'ermellino. Parlò
Goffredo di Villeardouin pregando Venezia ad accompagnare i baroni
francesi a vendicare l'onta di Gesù. La voce di quel guerriero
entusiasta si alzava trionfante come un inno, ricercava le fibre più
intime di quei cuori, finiva addolcendosi in una prece, nella quale
passava il puro alito della fede. Allora da più di diecimila petti un
grido s'alzò sotto le vôlte dorate della chiesa e il doge e i legati
francesi giurarono sulle loro spade. Ma quando furono pronte le navi,
non trovando i baroni di Francia, tutta la somma stabilita pel
passaggio, Enrico Dandolo propose loro, in luogo di soddisfare intero il
debito, di riconquistare insieme coi Veneziani la città di Zara
ribellata. La proposta fu accettata, e, dopo poco tempo, Zara cadeva.
Durante l'assedio si presentava ai crociati Isacco, imperatore di
Costantinopoli, spodestato da un usurpatore, chiedendo aiuto per
ricuperare il trono. Papa Innocenzo, che avea con ogni possa cercato
d'impedire l'impresa di Zara, scagliando perfino i fulmini apostolici,
ora secretamente favoriva la spedizione di Costantinopoli, vagheggiando
l'unione della Chiesa anche in Grecia. Avea finito col trovare gli
opportuni ripieghi sacerdotali, concludendo con un pensiero degno della
politica odierna: _necessitas, maxime cum insistitur opere necessario,
multum et in multis excusat_. E poi troppo recenti erano le greche
perfidie contro la repubblica di San Marco, perchè ogni veneziano non
sentisse in cuore il desiderio della vendetta. Non erano ancor vive le
generazioni che aveano veduto il fedifrago imperatore gettar un giorno
in carcere tutti i Veneziani, che avea potuto prendere ne' suoi stati? E
il valore dei Veneti, condotti da Vitale Michiel non era stato reso
impotente dalle inique arti dei Greci? E non si era tentato di perdere
coll'inganno più infame lo stesso Enrico Dandolo, che in Costantinopoli
avea tentato di salvare l'onore della patria? Non erano le leggi e i
trattati arbitrariamente violati dalla corte bizantina? D'altra parte, e
i documenti attestano ciò, il Pontefice e il Doge si accordavano nel
pensiero che la sommessione di Costantinopoli potesse agevolare il
conquisto di Terrasanta. Fu stabilita l'impresa e compiuta; ma poco
stante, in seguito a nuove rivoluzioni e intrighi di palazzo, i crociati
vennero a rottura coi Greci, e Costantinopoli fu presa per la seconda
volta. Quando il gonfalone di San Marco sventolò sulle mura di
Costantinopoli, i Greci fuggirono spaventati, fra il confuso rumor
d'armi e di grida, unito al frastuono orrendo di urla, di gemiti, di
pianti. E il Papa, plaudendo agli eventi fortunati, scriveva ai vescovi,
abati e duchi dell'esercito: _sane a domino factum est istud et est
mirabile in oculis nostris_. E dimenticò Terrasanta.
“Dalla creazione in poi non v'ebbe più larga preda„ scrisse il
Villehardouin. Immense ricchezze e preziosi oggetti d'arte furono
salvati nella generale rapina, e trasportati in patria dai Veneziani:
quadri, statue, gemme con cui arricchirono la pala d'oro e il tesoro di
San Marco, e i quattro celebri cavalli di rame dorato che, trasportati
da Chio, dall'imperatore Teodosio II, a ornare l'ippodromo di Bisanzio
furono posti sul pronao della basilica veneziana.
La forza di Venezia imperava ormai sull'Oriente. All'interno potea dirsi
secura, coi nuovi ordinamenti politici, per mezzo dei quali si svolgeva
la sua attività, colla legge che impera e custodisce, colla concordia
che fortifica e rafferma. Sottratta già da lungo tempo al popolo la
dogale elezione, chiuso a chi non fosse nobile, il governo, s'era
consolidato quel reggimento di ottimati, grande anomalìa fra due cose
normali, il governo cioè di tutti e quello di un solo che tutto eguaglia
in una comune tirannide, quel reggimento di ottimati che salvò
l'indipendenza veneziana. Costituzione non certo desiderabile oggi, ma
per quei tempi ammirabile, e che illuminò del suo raggio uno dei periodi
più gloriosi della libertà fiorentina, quando, tenendo gli occhi fissi a
Venezia, fra Girolamo Savonarola, Paolo Antonio Soderini, Francesco
Valori e altri magnanimi volevano garantire la nuova indipendenza,
affidando la somma delle cose ai migliori dei cittadini, ai
_benefiziati_, e instituendo il Consiglio grande. Il tentativo fallì,
poichè la tenacia del volere non fu pari all'altezza degli intendimenti.
Delle due forti rivali di Venezia, Pisa in breve non fu più da temersi.
La sua potenza s'infranse allo scoglio della Meloria e sulla bella e
sventurata città aleggiò l'arte, supremo conforto. Quando l'età delle
forti imprese si oscura, s'inalba luminosa quella delle arti.
Restava Genova, nè il vessillo di San Giorgio volle per lungo tempo e a
niun patto piegare dinanzi a quello di San Marco. Lunghe e accanite le
guerre, brevi le tregue, per ripigliar lena a nuove battaglie,
combattute con varia fortuna.
Nel 1256, i Liguri spogliano le navi veneziane nel porto d'Acri e
saccheggiano il quartier veneziano. Lorenzo Tiepolo corre alla vendetta,
con gran numero di navi e coll'aiuto dei Pisani, spezza la catena del
porto, preda e arde le navi nemiche, penetra nella città, incendia il
quartiere dei Genovesi ed espugna il castello di Mongioia. Invano i
Genovesi tentano riannodare le forze: il Tiepolo, presso a Tiro, li
sbaraglia una seconda volta; poi non lungi da Acri stessa, li sconfigge
nuovamente con più sanguinosa battaglia.
Nel 1261, la gelosia ligure rialza il trono greco a Costantinopoli. Vi
si oppone Venezia e ne vien nuova guerra, finita colla rotta dei
Genovesi nelle acque di Trapani.
Una fiera rivincita prese Genova a Curzola, quando, sotto il comando di
Lamba Doria, un minor numero di galee vinse i Veneti condotti da Andrea
Dandolo. Il Doria trasse seco a Genova 5000 prigioni. Marco Polo fra
questi. Lo sfortunato ammiraglio di Venezia die' di cozzo nell'albero
della sua nave e morì....
Ma a che oggi riandare la serie di questi gloriosi delitti? Nel
camposanto di Pisa, in quella dimora di morti, dove palpita tanta parte
di storia italiana, stanno appese, non già trofeo di ire fraterne, ma
segno perenne di fraterno affetto le catene del porto di Pisa, dai
Genovesi prese e donate ai Fiorentini. Nell'affetto sereno della patria
unificata, Firenze e Genova vollero restituite a Pisa quelle catene,
come augurio d'invitta concordia fra le città italiane, pegno e
segnacolo di un'êra novella.
Ora una luce irradiano quei torbidi ricordi di storia italiana, luce di
fraternità e di pace.
LE ORIGINI DEL COMUNE DI MILANO
DI
ROMUALDO BONFADINI
Lo studio delle origini — è bene saperlo prima di mettersi in via —
rappresenta per lo spirito piuttosto una fatica che un diletto.
La scarsità delle fonti, la cronologia difficile, l'ermeneutica
capricciosa obbligano a lunghe indagini, a laboriose induzioni, per
istabilire quello che si suole chiamare la verità storica e che, nella
maggior parte dei casi, si limita ad essere la congettura più
verosimile. E d'altra parte, urtano così fieramente coi nostri i
costumi, i sentimenti, le leggi di quell'epoca buia, che il piacere dei
paragoni scompare, e la stessa immaginazione si stanca a cogliere e
ricomporre la continuità dei contorni in quelle figure, di cui la storia
non può dare generalmente che tratti incompleti, interrotti, sfumati nel
tipo morale e nelle particolarità dell'azione.
Però, v'è un aspetto del problema che può mitigar la fatica di questo
studio. È una soddisfazione di pensiero che non può sembrar vana al
filosofo, se anche lascia indifferente l'artista. Poichè nello studio
delle origini assai più che nello spettacolo delle decadenze l'orgoglio
dell'umanesimo trova ragion di affermarsi.
Le origini non sono altro, storicamente, che i periodi nei quali le
istituzioni umane, di qualunque natura, passano dallo stadio anarchico
ad una forma organica. Ora, difficilmente questa trasformazione si
manifesta, senza l'impulso della virtù. Virtù d'uomo o virtù di popolo;
genio di individui o istinto di moltitudini; energia d'iniziative,
quand'anche macchiate dalla fatalità del delitto, o devozioni di
concordia, quand'anche rese inefficaci da difetto di previdenza.
Il fenomeno può dirsi costante, in quanto si riferisca alle origini dei
poteri pubblici, siano monarcati, comuni e repubbliche. Sembra quasi che
la Provvidenza abbia voluto imprimere a questi periodi, che rasentano in
certo modo lo sforzo della creazione, quel carattere di grandezza che
necessariamente segue o circonda i creatori. Così, non si può pensare
alle origini della monarchia francese senza risalire a quel Carlo
Martello, che rimane nelle fantasie popolari come il tipo del guerriero
nazionale invincibile. Ruggero il normanno e Umberto Biancamano dominano
della loro fiera e simpatica personalità le origini dei due maggiori
principati italiani. Nè la fondazione della monarchia spagnuola può
disgiungersi da quel generoso nucleo di patrioti, raccoltisi con Pelagio
sui monti baschi a costituire il battaglione sacro della resistenza
nazionale. Nè la storia grande della repubblica di Venezia può farci
obliare quell'energico esodo di pescatori che giurano di mantenere,
sulle palafitte di Rialto, la loro libertà insidiata dalle orde
conquistatrici della terra-ferma.
È sopratutto nel secolo undecimo che l'Italia vede sorgere a vita
organica parecchie delle sue agglomerazioni politiche. Prima del mille,
qualche tentativo di ricostituzione serve quasi unicamente a confermare
lo stato di dissoluzione in cui langue tutta la penisola. Non s'è ancora
dimenticata l'ultima violenza delle invasioni barbariche ed ecco
sopraggiungere a disgregare ogni compagine sociale la preoccupazione del
finimondo. Le lotte civili, accanite negli ultimi tempi, vanno perdendo
d'intensità, non perchè scemi l'abitudine delle offese, ma perchè tutti
sono intenti al pericolo della fine suprema, che le profezie popolari
hanno segnalato.
Come il feudo era stato lo strascico della conquista, così il beneficio
ecclesiastico diventa lo strascico lasciato dalla paura del finimondo.
Le autorità secolari, che non possono garantire la vita eterna, perdono
d'influenza; ne acquistano a dismisura le autorità chiesastiche, nelle
cui mani stanno le chiavi del perdono e della salvezza. Così il potere
politico viene a poco a poco assunto dagli arcivescovi, contro i quali
non hanno più forza i conti e i duchi, lasciati dai conquistatori
stranieri a rappresentanti dell'impero feudale nelle città. Le donazioni
arricchiscono preti e monasteri, che dalla ricchezza traggono facile
stimolo alla corruzione. Ed ecco preparate le due questioni che nel
secolo undecimo agiteranno l'Italia. La lotta per le investiture e la
riforma disciplinare del clero. Nè dal mille è lontano Gregorio VII, che
di entrambe le questioni sarà nel tempo stesso il più formidabile
campione e la più illustre vittima.
Senonchè il pauroso millenio è superato senza catastrofi e il mondo
comincia ad acquetarsi nel pensiero della propria continuazione. Che
cosa accade? che i pochi, fatti potenti dalla superstizione, mirano a
rassodare e rendere più completo il loro dominio; che i molti, costretti
a vivere dopo aver creduto di morire, rimpiangono la cecità loro e le
sostanze stremate; che il disagio turba profondamente le classi
popolari, le quali escono dalla crisi, sentendosi sul collo il giogo
rinnovato di due tirannie. Intanto ricompaiono le discordie intestine,
le lotte feudali, che soltanto il timore della distruzione universale
aveva frenate. Le ingordigie e le violenze si danno ad eccessi tanto
maggiori quanto più lunga è stata l'epoca della loro forzata inazione.
In questa ridda di passioni scompare ogni benessere di plebi, ogni
generosità di ottimati; la legge è fatta ludibrio nelle mani di ogni
forte; e il forte di oggi diventa lo sconfitto del giorno dopo. Tutto
questo ha un solo risultato, una sola caratteristica, un solo nome: è
l'anarchia.
Di qui nasce, nel secolo undecimo, quella reazione salutare che dà vita
ai principati ereditari ed alle repubbliche comunali. Così l'una come
l'altra forma organica è accetta alle moltitudini, delle quali
ordinariamente soltanto il caso dispone. Poichè non bisogna illudersi
che alle costituzioni cittadine del secolo undecimo abbia spinto un
prepotente bisogno di libertà. Il bisogno prepotente era l'ordine, era
la fine dell'anarchia. Dove il genio o la prepotenza d'un uomo bastasse
a dare questa sicurezza di governo organico, le popolazioni accettavano
anche la tirannia d'un solo, purchè le liberasse dalla tirannia dei
molti. Se l'uomo mancava, o il genio non faceva perdonare la prepotenza,
le moltitudini cercavano alla libertà il modo di vincere l'anarchia. Ma
ci sono voluti dei secoli — forse ce ne vorranno ancora — perchè la
libertà, accettata come il veicolo di un beneficio, diventasse un
beneficio per sè. Quelle moltitudini, che nel secolo undecimo avevano
saputo disciplinare gli ordigni della libertà, non esitarono a romperli,
quando appena un'impressione momentanea portava verso altri orizzonti
l'animo loro. La storia può essere interpretata, ma alla storia non può
sostituirsi il desiderio. Il vero è che nei nostri grandi Comuni, se
della libertà mancò rare volte l'intelligenza, quasi sempre mancò
l'amore. Il vero è che nel sagace desiderio dell'ordine, le moltitudini
italiane oscillarono spesso e spontaneamente fra i poteri autonomi e i
principati sovrani. Poichè non sempre furono i tiranni che strozzarono
le libertà; qualche volta le libertà si sono umiliate ai tiranni.
*
Una riprova di queste induzioni la si troverebbe con poco sforzo nella
storia di uno dei maggiori municipi d'Italia; di quello che per la sua
giacitura ha subìto prima degli altri, e forse più gravemente d'ogni
altro, lo storico avvicendamento delle invasioni, delle liberazioni e
delle tirannidi.
Intendo parlare di Milano.
Al principio dell'undecimo secolo Milano era forse una delle più
popolose città d'Europa, e, senza forse, la più popolosa d'Italia. Era
già stata a quell'epoca due volte nella polvere e due volte sugli
altari. Nel secolo quarto, come sede del Vicario d'Italia, era
considerata la seconda città dell'impero Romano. Il ferocissimo Uraja,
condottiero dei Goti, vi sterminò più di 30 mila abitanti e fece della
marmorea città un mucchio di rovine. Per tre secoli Milano sparisce
quasi dalla storia e perde quei privilegi, che invece usurpano, come più
floride, Pavia e Monza. La sola influenza che vi rimane grande è quella
dell'arcivescovo; influenza che, per l'indole sua, subiva poco le
fluttuazioni della prosperità materiale, conservando quel principato
diocesano che si estendeva sopra 24 vescovati suffraganei e sopra un
territorio che andava da Genova a Coira, da Mantova a Torino.
Ed è un arcivescovo, che nel secolo nono ritorna a floridezza e
splendore le condizioni di Milano, venute lentamente migliorando sotto
il regime dei Longobardi e dei Franchi. Ansperto da Biassono,
probabilmente uscito dall'antichissima famiglia dei Gonfalonieri,
governò per tredici anni, dall'868 all'881, la sede milanese; vi
esercitò potere largo e benefico; mantenne contegno vigoroso contro le
pretese di un pessimo Papa, Giovanni VIII; e rialzò, completandola,
l'antica cerchia murata, già eretta dall'imperatore Massimiliano e
demolita dai Goti. Questo bastò perchè fra gli abitanti della Lombardia,
atterriti dalle frequenti scorrerie degli Ungheri e dall'imperversar dei
banditi, si determinasse un vasto moto di emigrazione verso la città,
dove quelle nuove e solide difese garantivano la vita e gli averi.
Rapidamente la popolazione di Milano aumentò; sicchè nel secolo undecimo
poteva calcolarsi, secondo il Cibrario, a trecentomila abitanti.
Questa però era prosperità materiale; che non toglieva l'anarchia delle
prevalenze politiche, il mutabile avvicendarsi degli ordinamenti, la
moltiplicità dei despotismi e delle giurisdizioni, la tradizione
ostinata delle civiche turbolenze.
Cominciava l'incertezza nella stessa persona del sovrano legale. Ogni
morte di principe dava occasione a più guerre, ed ogni volta si mutava
la base elettorale o la forma di consacrazione del nuovo Re.
Dopo Carlo il Grosso, la successione dinastica di Carlo Magno in Italia
era finita. Con un po' di concordia, le conseguenze della conquista
avrebbero potuto mitigarsi e dar luogo all'instaurazione d'una monarchia
nazionale. Invece, due Berengarj, un Guido, un Rodolfo, un Ugo, un
Lotario, un'Ermenegarda, riempiono di lotte e di supplizi un secolo
intero; dopo il quale, invitati dagli stessi pretendenti, i Re di
Germania scendono a rioccupare il feudo italico. Nell'888 Berengario era
stato coronato in Pavia, nel 961 Ottone I si fa coronare in Milano.
Questa mutazione di famiglia dinastica non impedisce che rimangano,
sotto i nuovi principi, cogli antichi poteri, i rappresentanti degli
antichi regimi.
Già i Longobardi avevano destinato un Duca a governare la città; e
questo teneva il suo tribunale in un palazzo apposito, che si chiamava
la curia del Duca, il cui nome, corrotto, vive ancora in una delle
località milanesi più note, il _Cordusio_. I Franchi vi sostituirono un
Conte, o piuttosto dei Conti, poichè sminuzzarono il territorio milanese
e divisero dalla città i circondari rurali, di cui ciascuno ebbe il suo
Conte, e si chiamarono a poco a poco il _contado_. Poi venne l'epoca
della maggiore preponderanza degli arcivescovi; i quali, assenziente
l'imperatore Germanico, si sostituirono ai Conti nel governo temporale
delle città murate e degli abitanti immediatamente finitimi, distinti
allora, per rispetto a quella sacra dominazione, col nome di _Corpi
santi_.
Senonchè l'appetito veniva anche allora col cibo. L'arcivescovo di
Milano, vistosi divenuto quasi un monarca, lottò coi monarchi, e pretese
aver egli facoltà di consacrare quei principi da cui veniva poi
investito dell'autorità sua. Indi la ragione di nuove lotte e di nuove
incertezze nella sovranità. Si cominciò a distinguere, nella stessa
persona, la qualità d'Imperatore Romano da quella di Re d'Italia. A Roma
si otteneva la corona imperiale dal Papa; la corona reale doveva
ottenersi a Milano dal successore di Ambrogio. Naturalmente, se questi
Imperatori erano forti, combattevano le pretese dell'arcivescovo; se
erano deboli, le subivano. E vediamo infatti che nell'876 Ansperto da
Biassono presiede in Pavia una Dieta di vescovi e di conti, che elegge a
re d'Italia Carlo il Calvo, già incoronato a Roma. E nel 1027, Corrado
il Salico riconosce esplicitamente questo nuovo diritto, dicendo in Roma
ai prelati che assistevano all'incoronazione: “sicut privilegium et
Apostolicae Sedis consecratio imperialis, item Ambrosianae Sedis
privilegium est electio et consecratio regalis[2].„
[2] Arnolfo, libro II, c. III.
A Milano poi — come, del resto, in ogni altra città considerata sotto
l'alto dominio feudale — la giurisdizione del principe si esercitava a
periodi intermittenti, mediante magistrati speciali, eletti in ogni
occasione dal principe stesso, e che passavano sotto la comune
denominazione di _missi dominici_. Era specialmente affar loro
amministrar la giustizia, sedere arbitri fra le contese private dei
cittadini, reprimere i violenti, difendere, dicevasi, i deboli. In ciò
la loro autorità s'intralciava con quella dei duchi, dei conti, dei
vescovi, e le decisioni contradditorie aumentavano le amarezze e gli
sdegni. Nè questi _missi dominici_ scendevano sempre dalle Alpi a
portare la parola imperiale. Più volte quest'autorità si delegava
dall'Imperatore a un conte, all'arcivescovo, a questo o quell'altro
patrizio importante della città.
Che poi questi giudici avessero, indipendente da ogni altra, la forza
necessaria per far eseguire i loro giudicati, non appar chiaro dai
documenti dell'epoca. Se le parti s'acquietavano, il giudice imperiale
poteva dirsi fortunato; se non s'acquietavano, chi aveva più forza si
sottraeva agli obblighi imposti, e la sentenza non eseguita diventava un
disordine, qualche volta un tumulto di più. A buon conto, per le
uccisioni, che erano pur troppo allora i delitti più frequenti e più
comuni, durò lungamente in vigore una legge di Carlo Magno, conservata
dai successori, mediante la quale l'uccisore poteva liberarsi da ogni
noia, col tribunale, pagando il _vidrigildo_ (wehrgeld), ossia
l'ammontare del valore, a cui era stimata la persona uccisa. È facile
vedere a che conseguenze poteva tirare una disposizione di così ingenua
barbarie. Non erano i ricchi quelli che valevano meno, e non erano i
popolani quelli che potessero permettersi il lusso di simili pagamenti.
Si aggiunga a queste cause di profondo turbamento materiale e morale
l'organismo interno delle classi nobili, dei discendenti dall'antica
razza conquistatrice.
Passato il primo ed aspro periodo dei _duchi_, di fattura longobarda, e
a potere interamente dispotico, i Franchi, ai quali era toccato in sorte
regno più vasto e dominazione quasi europea, dovettero moltiplicare i
loro _conti_, e tollerare necessariamente quella maggiore suddivisione
di territori e di attribuzioni che corrispondeva alla minore intensità
del dominio.
Elettivi dapprima, per sola e mutevole volontà del principe, come furono
generalmente tutti i titolari feudali, fino alle leggi di Corrado il
Salico, i più potenti cominciarono a poco a poco a rendere la carica
ereditaria nella loro famiglia. Così a Milano s'era insediata la
famiglia d'Este, i cui antichi progenitori rendevano giustizia, di padre
in figlio, nel palazzo ducale longobardo, la _Curia ducis_. E questi, o
mossi da precoce sentimento d'italianità, o, più verosimilmente, dal
desiderio di aumentare, a spese di un sovrano più debole, la loro
autonomia, s'erano fatti sostenitori, dopo la morte di Ottone III, di
quel valente e infelice Ardoino d'Ivrea, che fu, prima di Vittorio
Emanuele II, l'ultimo personaggio italiano, sulla cui fronte si sia
posata una corona di re d'Italia.