Sotto Giovanni Partecipazio, nella chiesa, ridotta a buon termine e

adornata di colonne e marmi finissimi, spoglie di vittorie sui Saraceni,

si trasportò il corpo dell'Evangelista, il cui nome fu invocato nelle

sventure, nelle gioie, nelle battaglie, nelle vittorie. E Venezia, che

diverrà una delle prime potenze denaresche d'Europa, quasi a bene

augurare de' suoi commerci, stamperà il busto nimbato di san Marco sulle

sue monete; e l'animale simbolico dell'Evangelista diverrà ben presto il

segnacolo glorioso della repubblica, e nell'edifizio, sacro e inviolato

sepolcro del Santo, si svolgerà una serie di avvenimenti, nei quali si

riassume quanto v'ha di più glorioso nella veneta storia.

Se Venezia potea dirsi indipendente dall'Impero bizantino, non avea,

d'altra parte, più a temere le forti razze del settentrione. Colla

potenza Carolingia, minacciosa un dì per la libertà veneziana, la

giovane repubblica potea ora trattare da eguale ad eguale. Lodovico II,

nell'855, si reca insieme con l'imperatrice, insino a Brondolo, presso

Venezia, per onorar di una visita il doge Pietro Tradonico, del quale

tiene al fonte battesimale un nipote.

Ma, fra tanta prosperità, le interne discordie non quetavano, anzi,

tratto tratto, prorompevano tremende, specie fra i maggiorenti. Le

famiglie più illustri vengono fra loro al sangue: i Giustiniani, i

Basegi, i Polani da una parte; gli Istoili, i Barbolani, i Selvo

dall'altra. Lo stesso doge Pietro Tradonico è trucidato, non già in

tumulto di popolo, ma per mano di congiurati, i cui nomi sono fra i più

illustri di Venezia: Gradenigo, Candiano, Calabrisino, Faliero.

Nè men sinistra quella luce di rivolte civili, che circonda la bieca

figura di Pietro Candiano IV, prima esigliato per l'indole fiera e

turbolenta, poi con voltabile giudizio, richiamato in patria ed eletto

al dogato. Ma presto, lasciato veder l'animo suo, prorompente ad ogni

maniera di prepotenza, fu fatto nuovamente segno alle ire di congiurati,

che lo assalirono nel palazzo dove trovaron fiera resistenza nelle

soldatesche straniere, messe a guardia del doge. Allora appiccarono il

fuoco alle case vicine. Quando le fiamme minacciavano al palazzo ducale,

Candiano fuggì per l'atrio della chiesa di San Marco, insieme col

figlioletto ancora lattante. I congiurati lo scoprirono, s'avventarono

su lui, implorante la vita, almeno, pel figlio. Risposero col sangue. I

corpi degli uccisi, lasciati per ludibrio insepolti, furono raccolti e

seppelliti da un Giovanni Gradenigo, uomo pio, aborrente da quei furori.

Altre contese sanguinose sorgono fra le due famiglie dei Morosini e dei

Caloprini. Un Morosini, mentre esce di chiesa, è trafitto da un

Caloprino. I servi, percossi d'orrore, non pensano a brandire le armi,

ma raccolgono il ferito e lo trasportano in un monastero, dove spira fra

le lagrime e i propositi di vendetta dei parenti colà riparati. I

Caloprini fuggono, chiedono asilo alla corte di Ottone II, che coglie

tale pretesto per assediare Venezia da ogni parte, perchè non le

giungessero vettovaglie e dovesse arrendersi. Venezia resiste e nel 983

si viene alla pace di Verona.

Più tardi, i Caloprini per intercessione dell'imperatrice Adelaide,

ottengono il perdono e il ritorno in patria. Ma gli odî non sono spenti

nei Morosini. Una sera, seduti in una barca, tornavano dal palazzo

ducale alle loro case, tre giovani Caloprini, allorchè, d'improvviso,

assaliti dai Morosini son trucidati con tal furore da farne schizzare il

sangue sulle rive vicine. I corpi sanguinosi dei trafitti furono portati

da un servitore fedele alla povera madre e alle vedove mogli.

Strano tempo e strane antitesi! L'odio a canto all'amore, la ferocia

alla mitezza; e sconsigliati impeti di plebe a canto a sottili e accorti

provvedimenti; e qui levarsi su nel limpido azzurro le bianche chiese e

là intorbidar l'aria il fumo degli incendi vendicatori; e dotar

monasteri dopo esser corsi alla rapina; e appendere a piè degli altari

le spoglie dei nemici; e innalzar preci dopo uccisioni e stragi. Ma sol

che lo straniero minacciasse ed offendesse la patria, le discordie

tacevano e tutti insieme i cittadini correvano alle armi, animati da un

volere comune.

È di questo tempo il celebre ratto delle spose veneziane, che ispirò la

poesia e le arti. È leggenda, è storia? I più vecchi cronachisti,

l'Altinate e il diacono Giovanni, vissuto tra il cadere del secolo X,

Martino da Canale, che narrò nel XIII, non ne parlano. Certo, a

quell'avvenimento vero e leggendario si dee l'origine d'una delle più

pittoresche feste veneziane. Non la storia soltanto, anche la fantasia

ha i suoi diritti: e l'indagine fredda non ha potuto cancellare dalle

pagine della storia questa tradizione di coraggio e di valore. Era

costume veneto, l'adunarsi delle fidanzate nella chiesa di Olivolo, il

dì secondo di febbraio, perchè dal vescovo fossero le loro nozze

benedette. Biancovestite, coi capelli disciolti, ornate di molti

gioielli, tenevano in mano una cassetta (_arcella_), contenente la dote.

I pirati slavi approdarono di soppiatto in Olivolo, irruppero nella

cattedrale, rapirono le donne, gli uomini e, secondo alcuni, anche il

vescovo e i preti, e si diressero verso Caorle, a un porto, chiamato

ancora _delle donzelle_, per dividersi le fanciulle e la preda. Ma i

Veneziani, rimessi dal primo sbigottimento, armarono in fretta alcune

barche e guidati dal doge, raggiunsero a Caorle i corsari, li

assalirono, li sconfissero e ritolsero loro le spose e il bottino. In

memoria di questo avvenimento fu instituita la festa così detta delle

Marie. Singolarissima e fastosa. La descrivono, tra altri, un documento

del 1142 e la Cronaca di Martino da Canale. Quei documenti parlano di

ricche compagnie di damigelle portanti vassoi e fiale d'argento, e

precedute da trombettieri, di lunghe file di chierici vestiti di

sciamiti d'oro e di damasco. Insieme col doge si recavano tutti al

tempio di Santa Maria Formosa. Dodici fra le più belle e le più giovani

donzelle, le Marie, acconciate molto riccamente con drappi d'oro e

corone di pietre preziose, erano presentate al doge e festeggiate poi

lungo il Canal grande. La festa durava dal 25 gennaio al 2 febbraio, fra

baldorie, regate e spettacoli d'ogni maniera. Così una delle prime e più

solenni feste civili dei Veneziani fu un omaggio alla donna.

Meno gentile, ma non meno singolare sarà la festa commemorante la

vittoria sopra Ulrico patriarca d'Aquileia. I Veneziani vittoriosi

trassero prigione il patriarca con dodici de' suoi canonici, _avendoli_,

dice Marin Sanudo, il principe dei veneti cronisti, _a farli tajar la

testa_. Ma, ad istanza del papa, furono rimandati, pur che il patriarca

dovesse inviare ogni anno, nel giovedì grasso, un toro e dodici maiali —

simbolo di scherno del patriarca e de' suoi canonici — per servir di

spettacolo alla moltitudine. E la festa del Giovedì grasso, in cui si

uccidevano il toro e i maiali, si rinnovò ogni anno con grandi

allegrezze e matte baldorie.

Il sommo della veneta potenza, nel periodo delle origini, fu raggiunto

sotto il dogato di Pietro Orseolo II. Ei ricondusse la quiete nella

fervida città, aggrandì, non impetuosamente, ma per gradi, lo Stato,

riescì, col valore, colla sagacia, colla costanza, ad accrescere e

consolidare la propria potenza. La mente avea fine ed aguzza nel trovare

ingegni a tenersi bene in arcione tra il Cesare bizantino e l'Imperatore

tedesco. Trionfò dei pirati narentani, guerreggiò gli Slavi, conquistò

la signoria delle città marittime della Dalmazia, tramandando ai

successori il titolo di doge della Dalmazia, liberò l'Adriatico dai

Saraceni, che l'infestavano. A buon dritto potè il doge, in appresso,

commemorando tali conquiste, sposare il mare con la cerimonia più

splendida di tutte le feste veneziane. Nè le arti della pace erano

trascurate dal gran doge. Compì una parte della basilica di San Marco

nel 1006, e quel turrito palazzo ducale, dove ospitò l'imperatore Ottone

III, che ammirò, a quel che ne dice il diacono Giovanni, cappellano del

doge Pietro, la bella e decorosa fabbrica. Dopo un secolo, sotto

Ordelafo Faliero, si gettavano le basi di quell'Arsenale, che fu il più

vasto d'Europa, e che ricordano tutti, più ancora che pei suoi fasti,

per la stupenda descrizione di Dante — tanta è la potenza dell'arte.

Nel secolo XI, può dirsi veramente fondata la marittima signoria di

Venezia, e l'Adriatico incominciò da questo tempo a considerarsi come un

lago della repubblica. _La libertà e il vero spirito dell'antica Roma

qui continuavano in tutto il loro vigore_. Questo giudizio non è di

qualche storico piaggiatore, ma d'una delle anime più nobilmente fiere,

che sieno mai passate pel mondo: Ildebrando. Di tanto fe' degna Venezia

ardor di speranze e tenacia d'intendimenti. E il meraviglioso espandersi

della possanza guerresca e civile si accompagna all'avanzamento dei

commerci. Alle inquietudini interne, alle agitazioni civili succede la

forte serenità. Vivissimo il commercio. Nelle vecchie carte si parla

sovente di carichi di mercanzie pel valore di 150,000 ducati d'oro, di

navi _cum raxon de drapi, telle et altre cosse de valor de ducati

200,000_. E si noti che erano in gran parte piccoli legni, perchè tutti

voleano trafficare, tanto che il governo prescrisse con decreto le

proporzioni più piccole di uno scafo per avventurarsi in mare.

Nè men fiorenti le arti e le industrie. — Venezia ha, fin dai secoli più

remoti, fonderie di metalli, fabbricatori d'organi, officine di

tessitura, di tintoria, di vetreria, fabbriche di sete, lini, velluti,

broccati. Le antiche chiese, specie quelle di Grado e di Torcello,

scintillavano di mosaici. Negli Annali di Eginardo, si ricorda, all'anno

826, Giorgio, prete veneziano, chiamato in Aquisgrana, per la sua

abilità nel costruire organi. Orso I Partecipazio, asceso al trono

dogale nell'864, mandò in dono a Costantinopoli dodici campane, e Pietro

Orseolo II, fatto doge nel 991, fe' regalo a Ottone III di una tazza di

fino lavoro di due troni rivestiti di lamine d'avorio e di una tazza

d'argento. Non si può dire che in egual fiore fosse la cultura

letteraria, se due documenti sono da due dogi, Pietro Tradonico e

Tribuno Memo, firmati così: _Signum manus domini excellentissimi Petri

ducis_ e _Signum manus Tribuni ducis_. Ma fra quel pratico e operoso

popolo di navigatori e di trafficanti non potevano aver culto se non le

arti, che al dolce unissero l'utile. E tali arti andarono a mano a mano

meravigliosamente avanzando.

Martino da Canale, narrando l'incoronazione di Lorenzo Tiepolo, nel

1256, descrive con pittoresca efficacia la sontuosa processione delle

Arti veneziane: primi venivano i fabbri col loro gonfalone e con

ghirlande in capo: poi i pellicciai riccamente addobbati di armellino e

vaio, di sciamito e zendado. Seguivano, cantando, accompagnati da

trombe, portando coppe d'argento, i tessitori; i sarti in veste bianca a

stelle vermiglie: i fabbricanti di drappi d'oro e di porpora, con

cappucci dorati in testa e belle ghirlande di perle; e via via i

lanaiuoli, i barbieri, i vetrai, gli orefici. Gli orafi specialmente

raggiungeano la dignità d'arte più squisita in quei piccoli capilavori

di imagini, imitate dai bizantini, in quegli ornamenti d'oro e perle, di

cui è perfino menzione nel testamento del doge Giustiniano Partecipazio

dell'829, e in quelle catenelle d'oro, preferito ornamento sì delle

gentildonne come delle popolane venete. Cito questo lieve, ma non

insignificante particolare. Nel 1225, Federico II, il grande sovrano e

il grande artista, ordina a un orafo di Venezia una _zoia_, un gioiello.

In questo periodo delle origini, la città ha un aspetto singolarissimo.

Questa maravigliosa zattera di sabbia e di fango è indefinibilmente

strana per forma e non rassomiglia ad alcun altro paese. Il Sannazaro,

nel tempo in cui Venezia, un po' invecchiata, incominciava a porgere

ascolto benigno alle bugie dei poeti, scrisse un epigramma, che gli

fruttò cento scudi per ciascun verso (i versi erano però sei soltanto) e

nel quale, comparando Roma a Venezia, conchiude col dire che quella fu

fabbricata dagli uomini, questa dagli dei.

_Illam homines dices, hanc posuisse deos._

Nulla di più poeticamente menzognero. Venezia fu fatta dai Veneziani. Il

nume indigete erano la forza, l'operosità, il vigore, il coraggio,

l'ardore di quei profughi intrepidi. Per voi, ad esempio, o signori, la

patria è un dono, uno splendido dono di Dio — pei Veneziani è l'opera

dell'industria umana. Entro questo vostro divino anfiteatro di colline,

rigate dai canali freddi e molli, fra la magnifica pompa della verzura e

dei fiori, palpita una dolce vita, dove hanno sorrisi tutte le cose,

viventi nella felicità di un'armonia serena, armonia dei colori e della

luce, del suolo e dello spazio. Qui l'opera dell'uomo è un sublime

commento all'opera della natura, e l'arte temperata al sentimento

dell'aere circostante, assume una elegante semplicità e compostezza di

linee, una nobiltà morale di forme che riposa l'animo e contenta

l'occhio. La cupola del Brunelleschi, il campanile, la loggia dei Lanzi,

Orsanmichele sono come il compimento di Bellosguardo, di Fiesole, di

Monte Oliveto, di San Miniato, e le linee del paesaggio con quelle degli

edifizî si fondono nel comune accordo. Venezia invece, eretta sur un

labirinto di secche e di paludi, sovra un piano di acque e di alghe,

dovea rispecchiar nell'aspetto, fin dall'origine sua, i capricci

imaginosi dell'uomo, non già l'impero della natura esteriore. Guardate

San Marco, il prodigio dell'architettura veneziana! È una sublime

bizzarria. I rosoni, i rabeschi, gli intrecci, i pinacoli slanciantisi

al cielo, presentano l'aspetto di una lussureggiante vegetazione di

pietra. Le arcate a trifoglio, le aguglie traforate, l'innesto dell'arco

acuto sul bizantino, tutta l'opera fine, con la sua ricca veste di

sculture e di cesellature, colle sue armonie e co' suoi disaccordi,

sembra una vasta sinfonia nel marmo. Nessuna licenza è vietata; simboli

di tristezza macilente e di florida giovinezza, figure misticamente

rigide e mondanamente voluttuose, vergini e martiri assorti in visioni

serafiche, e angeli e beati, vivificati da idee terrene, mostri e

chimere del paganesimo a canto ai santi del cattolicesimo. — Tale

Venezia. — Percorrendo il Canal grande, ci passano dinanzi fantastiche

architetture bizantine, palazzi di stile arabo-archiacuto simili a trine

di marmo, edifici del Rinascimento corretti e severi, moli maestose

della decadenza dalle bugne massicce, dalle cornici ponderose. Qui

l'architettura non ha tradizioni e, tra gli splendori del cielo e le

iridescenze delle acque, cresce mobile, varia, fantastica, come le tinte

dei tramonti, come i riflessi delle lagune. Nessuna città è passata per

più diverse forme.

L'imaginazione può compiacersi senza allontanarsi dal vero, a

raffigurarsi così l'aspetto di Venezia adolescente. Quelle sporgenze dal

fondo lagunare, su cui era sorta la città, si chiamavano con varî nomi:

_dossi, scanni, barene, tombe, velme_. Eretta una casa sopra una palude,

si chiedeva al governo di estendervisi con interrimenti. E il tributo

per la concessione, era alcune volte un bel paio di guanti di camoscio

pel doge. I canali (_rivuli_), che s'incrociavano in ogni parte e si

chiudevano per sicurezza con catene, erano fiancheggiati da alberi. Si

attraversavano i ponti di legno di brevissimo arco, senza gradini, si

seguivano strade lungo i canali, chiamate _fondamenta_ o _junctoria_, si

entrava in certe piazzette anguste (_campielli_), per certi chiassuoli

stretti (_calli_) e si riesciva all'aperto dinanzi a qualche largo

specchio d'acqua (_piscina_), a seni, a sbocchi, oppure fra verdi prati

(_herbidi piani_), dove pascevano armenti, o in mezzo a folti boschetti.

La piazza di San Marco si chiamava _brolio_, ossia orto, perchè

ricoperta d'erba e piantata d'alberi. Apparivano qua e là saline in

muratura, e incassati tra argini e canali stendevano i raggi delle loro

ruote i molini, chiamati _acquimoli_. Si camminava sul nudo terreno: i

cavalli correvano per la città, e i porci dei monaci di sant'Antonio

grufolavano continuamente per le vie — _sub specie et reverentia Sancti

Antonii vadunt per civitatem_ — diceva un decreto del Maggior Consiglio.

Le case erano, nei primi tempi, coperte di tavolette di legno o di

paglia e alcune non aveano altra via che d'acqua. Ogni magnificenza era

riservata ai pii edifici e alla dimora del capo dello Stato. E fra le

case e sopra i tetti, nettamente intagliate nel pieno azzurro, vele,

antenne, cordami. Poi prospetti lontani di altre case e di altre vele, e

sullo specchio tranquillo della laguna le svelte navi — le _zalandrie_,

i _dromoni_, le galee — il cui solo nome, il solo ricordo, ci svegliano

nella mente la visione della gloriosa epopea marinaresca delle città

italiane. Squadre intere di navigli, che toccavano i porti dell'Asia e

dell'Africa e scorrevano i mari del Nord; naviganti che, con la

sicurezza della forza e il presentimento della gloria, spingeano la

prora così fra le acque su cui si riflette il sole d'oriente, come fra

le sconfinate solitudini brumose del settentrione; marinai che passavano

a traverso mari inesplorati e toccavano terre ignote, fra gli ostacoli

della natura e i più perversi ostacoli degli uomini, fra grida alzantisi

nello spazio a osannare al trionfo e urla imprecanti inutilmente alla

morte — intrepide avanguardie del progresso umano, della civiltà

moderna, della gloria italiana.

Una sola città avrebbe potuto rivaleggiar con Venezia e metterne in

dubbio il primato: Amalfi. Alla città surta là dove il monte cala, lieto

di verzura e fiorente di messi, al mare, accorrevano d'ogni fatta

stranieri. La descrizione di Amalfi fatta da uno scrittore, a cui la

poesia non fa velo alla verità del giudizio, Guglielmo Apulo, non ha

nulla da invidiare alle condizioni di Venezia nei tempi più prosperi.

Straricca di tesori e frequente di popolo: le case piene d'argento, di

stoffe d'oro, di tessuti di seta. I suoi marinai, noti in tutto il

mondo, san farsi strada sulle onde, in mezzo ai venti e alle tempeste.

Le merci che escono da Alessandria d'Egitto e dalla città d'Antioco

sull'Oronte, affluiscono tutte alla spiaggia d'Amalfi. Non v'ha porto in

Arabia, nella Libia, in Africa, o nei paesi della Sicilia, che non sia

stato visitato dall'Amalfitano. Ma fu luce rapidissima, come fu

passeggero lo splendore di Napoli, Gaeta, Sorrento, signore dei mari,

ben prima che dalle ruine dell'antica grandezza greco-romana

risorgessero le repubbliche di Pisa, di Genova e di Venezia. In sui

primordi del secolo XII, la libertà e la prosperità amalfitana furono

spente dalla violenza di quegli eroici avventurieri normanni, a cui

nulla omai più resisteva in Italia, nulla, tranne Venezia, la quale con

la giovanile energia delle sue forze, dopo una fierissima guerra, durata

tre anni con varia fortuna e finita nell'agosto del 1085 colla presa di

Durazzo, salvò dai Normanni il decrepito Impero bizantino, ottenendone

in compenso privilegi importantissimi, nuovi possedimenti, libertà

assoluta di traffico e perfino un quartiere distinto in Costantinopoli

stessa.

Qui Venezia si trova di fronte ad altre due città marittime, che

andavano anch'esse crescendo in potenza, e alle quali la fortuna della

rivale non poteva non destare sospetti e antagonismi, scoppiati poi in

sanguinose discordie.

Pisa non era una nuova venuta. I documenti della sua nobiltà risalivano

all'antica civiltà etrusca, alla grandezza romana. Risorta dopo

l'invasione barbarica, ebbe a combattere i Saraceni. Ma il valore delle

armi non si scompagna agli accorti maneggi del commercio e ai provvidi

ordinamenti civili. Il dominio della contessa Matilde fu più di nome che

di fatto e non impedì il libero svolgimento della libertà, fecondatrice

di ricchezza e benessere materiale. E quanta fosse la sua floridezza

commerciale, provano le parole del monaco Donizone, il quale, nel suo

ascetico fanatismo, vede i navigatori pisani trasformati in mostri

marini e la città insozzata da male generazioni di Pagani, Turchi,

Libici, Parti, e le sue spiaggie corse dai Caldei.

Dopo aver combattuto contro la vicina Lucca, Pisa combattè pel possesso

della Sardegna contro Genova.

Difficili i primi passi di Genova, umili le origini: trafficare coi

porti vicini, combattere i predatori saraceni e normanni. A poco a poco,

a nuovi commerci nuovi lidi. Fin dal 958, essa gode della sua libertà,

non funestata mai da capricci superbi di conti, di marchesi, di duchi,

ai quali tutti il trattato di Berengario II e di Adalberto vietano di

porre piede nella città. Prosperano le compagnie cittadine belligere e

trafficanti. Da prima, insieme coi Pisani, Genova strappa ai Mori la

Sardegna, ma ben presto le armi consociate diventano fratricide, e la

guerra fra le due città dura sessant'anni.

Ad accrescere la ricchezza e le rivalità delle città marinare d'Italia

giungono le crociate.

Gli albori della vita Italiana Conferenze tenute a Firenze nel 1890 · 第 5 / 30 段