Il marchese Gino Capponi, l'illustre autore della Storia di Firenze,

soleva dire che i Fiorentini non avevano mai così bene impiegato il loro

denaro, come quando costruirono quel Duomo, che richiamò nella Città

tanta gente ad ammirarlo. Ma si potrebbe aggiungere, che essi non furono

mai così profondi calcolatori, come quando liberarono i coltivatori

della terra, in un tempo nel quale erano schiavi da per tutto. E

calcolarono non solo a vantaggio della loro prosperità economica, ma io

credo che calcolassero anche a vantaggio della loro prosperità

intellettuale e morale. Forse anzi in ciò sta una non ultima ragione del

perchè tanto le lettere e le arti progredirono allora in Firenze. Io non

credo, o Signori, che sia indifferente agli alti ingegni, i quali

spingono sereno, profondo, sicuro lo sguardo nella luce del vero, come

l'aquila fissa intrepida il suo occhio nel sole, non credo che sia

inutile il non avere lo sguardo turbato dalle ingiuste sofferenze di

coloro che onestamente lavorano. Credo invece, che giovi assai agli

artisti ed ai poeti, i quali si sollevano nel regno dell'arte; giovi,

affinchè le creazioni della loro fantasia serbino tutta la sacra purità

dell'ideale, il serbare, con la mente serena, una coscienza non

tormentata da rimorsi. — Ma allora quelle immagini divine dei poeti, dei

pittori del Trecento e del Quattrocento, di cui parlammo, non ci

appariranno più come l'Angelo di Dante nella bolgia infernale, che

traversa sdegnoso, frettoloso la palude Stige. Esse non vengono di

fuori, sono nate nella coscienza stessa di questo popolo, nei giorni in

cui difendeva la libertà e rispettava la giustizia, sono come la

sostanza stessa della sua anima. E così, o Signori, voi vedete, io

spero, come lo studio delle origini possa gettare una qualche luce o

rischiarare anche i fatti della storia posteriore del Comune e della

società italiana.

VENEZIA E LE REPUBBLICHE MARINARE

DI

P. G. MOLMENTI

_Signore e Signori_,

E dove a chi potrei oggi meglio parlare di Venezia, se non a voi qui in

Firenze, in Firenze così legata alla città delle lagune anche da recenti

prove d'affetto? Voi la conoscete, ma è sempre curioso il ricordarla la

storia di codeste genti veneziane, che non aspettano la loro fortuna,

come limosina dal caso, ma la conquistano colla prodezza e

l'accorgimento: si fanno innanzi tra la larva d'impero dei Cesari

bizantini e i rinnovantisi invasori stranieri, divengono signori di

grandi traffichi e conquistatori di vaste provincie, fiaccano l'orgoglio

dei maggiorenti e abbassano l'insolenza del popolo, piantano il vessillo

repubblicano sulle torri del palazzo imperiale di Bisanzio, divengono i

guardiani d'Italia contro gl'infedeli della religione e gli infedeli

della libertà; non s'abbassano mai nè anche quando li stringe da presso

il nemico: passano, a traverso la storia, eroi talvolta, talvolta uomini

pratici, guerrieri e mercanti, statisti e poeti, accorti sempre, sempre

ammirabili. Di questa grandezza, paragonabile nell'antichità alla

romana, nel tempo presente all'inglese, io vi accennerò, o signori, alle

umili origini, non toccando delle altre gloriose repubbliche marinare

d'Italia se non per ciò che con Venezia ha rapporto.

Quella regione, da una parte racchiusa dall'Adige e dal Timavo,

dall'altra lambita dalla curva settentrionale del golfo Adriatico e

difesa dalle Alpi tirolesi e carintie, era conosciuta dai Romani col

nome di Veneto. Le origini degli abitanti si collegavano ad Ilio,

secondo una tradizione non del tutto creata dalla boria nazionale, ma

ravvalorata dai versi dell'Eneide (I, 246). _Eneti_ viene dal greco e

vuol dire _laudabiles_, ma ai veneti cronachisti la nobiltà del cuore

non basta e trovano che la voce _enetici_ viene da Enea.

La regione era lieta di città popolose e fiorenti: Padova, Aquilea,

Altino, Verona; di paesi ferventi di vita: Ateste, Monselice, Concordia,

Treviso, Vicenza, Oderzo, Belluno, Ceneda, Acelo (Asolo). Collocati alle

porte orientali d'Italia, caddero primi, nel V secolo, sotto l'impeto

delle turbe barbariche, che diruparono dalle Alpi. Gli abitanti, dinanzi

a quelle disperate catastrofi, cercarono rifugio là dove le acque dei

fiumi dell'Italia superiore, giungendo al mare si fermano, stagnano, si

dilatano in lagune. Nulla però in esse d'insalubre. Il Lido, stretta

lingua di terra, che separa dal mare la laguna, è rotto in varie

aperture, in vari porti, che lasciano libero il corso delle acque. Il

flusso marino, che ora copre or lascia a secco quei fondi melmosi, porta

via ogni germe mefitico. Nulla di triste. Il cielo, che non splende del

troppo vivo fulgore meridionale e non ha la fredda vaporosità del

settentrione, si rispecchia nelle acque con quei magici riflessi, con

quella smorzatura di toni, con quelle armonie di tinte, che educarono

l'occhio dei pittori veneziani. Erano isole, se non deliziose e

frequenti, come alcuni sognarono, non abbandonate e squallide, come

credettero altri, e abitate e conosciute dai naviganti del tempo romano.

Si può arguir ciò da alcuni passi che a quelle isole si riferiscono in

Mela, in Tacito, in Plinio, nell'_Itinerario_ di Antonino, in Erodiano.

I due limiti estremi della regione insulare, non esposta all'ira degli

invasori, cui mancava il navilio, erano, da una parte Grado, dall'altra,

Capo d'Argine.

Chi dirigeva quei profughi, chi li guidava? Poetiche leggende ci sono

tramandate da una vecchia cronaca, chiamata Altinate, perchè uno degli

aneddoti in essa contenuti e scritti anche prima del secolo X, si

riferisce ad Altino, città prospera per commercio, magnifica per

edifici, fra i quali un palazzo imperiale, e per l'amenità delle ville,

degne di rivaleggiare con quelle di Baja, a quanto afferma Marziale:

_Æmula Bajanis Altini litora villis._

I primi cronachisti veneti illuminano di luce poetica e religiosa le

antiche dimore dei loro padri. Tutti i grandi popoli, dalla Grecia e da

Roma a Venezia, hanno carezzata la loro origine leggendaria, e più da

essa si sono allontanati, grandeggiando, più si compiacquero non a

collegarsi con umili e rozze origini storiche, sinceramente esplorate,

ma con quel vago e indefinito della leggenda, che ritrova anche nei

primi albori della vita la grandezza. Così le città greche rannodarono

le antiche origini con gl'Iddii. Narra la cronaca d'Altino come agli

Altinati e agli Aquileiesi Iddio abbia manifestata l'imminente venuta

degli Unni. Ciò avveniva nel 452, e si sa come siano intimamente

collegate l'origine di Venezia e la leggenda di Attila, intorno alla

quale si raccolse ogni ricordanza di distruzione, di sangue, di stragi.

Gli uccelli nidificanti nelle mura e sulle torri di Altino fuggirono

portando nei becchi i loro nati. Non sapendo una parte di cittadini dove

trovare uno scampo, dopo un digiuno di tre giorni pregarono Iddio di

manifestar loro se dovessero affidarsi alla terra o alle navi. Si udì

una voce: _Ascendete sulla torre e_ _guardate verso la parte australe_.

Molti montarono sulla torre e videro in vicinanza alcune isole, e per

tali figure s'intese che doveasi andar là ad abitare. Un terzo circa di

cittadini, preceduti dai tribuni e dal clero, si diresse con barche alle

lagune e fondò la celebre Torcello. Due sacerdoti, Geminiano e Mauro,

incuoravano i fuggitivi e gli spiriti atterriti si commovevano, si

sublimavano nelle visioni dell'infinito. Appariva allora a Mauro una

bianca nube, dalla quale, insieme con due raggi di sole, scendea la voce

di Dio, che imponeva di innalzare in quel luogo una chiesa. Alla voce di

Maria, che dava, in altro sito, lo stesso comando, seguiva un prodigioso

miraggio: le bianche nubi si squarciarono e lasciarono vedere lidi

fiorenti, pieni di popolo e di gregge.

Altri Altinati andarono ad abitare Amoriana o Murano.

Una cronaca, di poco posteriore all'Altinate, quella di Grado, narra che

il patriarca Paolo, ritornando coi profughi all'antica patria, Aquileia,

ebbe una visione, dalla quale apprese come la _sævissima longobardorum

rabies_ avesse distrutto quella città. Egli allora si ritirò a Grado,

divenuta poi la più ricca fra le isole veneziane e la sede principale

della potestà ecclesiastica.

Eraclea, popolata essa pure da Aquileiesi e dal fiore degli Opitergini,

fu sede del governo.

I profughi di Asolo e di Feltre ripararono a Jesolo, più tardi chiamata

Equilio, per le razze dei cavalli, che vi si allevavano.

Gli scampati dalla distruzione di Padova si ridussero a Matemauco,

l'odierno Malamocco.

Il popolo di Concordia cercò riparo nell'isola, dalle capre che vi

condussero i pastori, chiamata Oaprule ed oggi Caorle.

Vissero tutte la fulgida vita della giocondità e della ricchezza. Ora,

dove esse sorgevano, si è fatto un triste deserto. Qua e là qualche

rudero; eco romita dei vecchi secoli. Vi regnano lo squallore e la

malaria.

Esiste ancora in tutta la suprema bellezza dell'arte e delle memorie,

Rivoalto, la più modesta di tutte le isole, che a poco a poco unita ad

Olivolo, indi a Luprio e finalmente alle Gemine e a Dorsoduro, formò

l'odierna Venezia.

L'operosità rinvigorita della sventura e la forza raddoppiata dagli

ostacoli animano quella moltitudine di persone, varie di condizioni, di

costumi, di sesso, di età, e cento anni circa dopo la distruzione di

Attila, i nuovi abitatori delle isole sono descritti con vivi colori da

Cassiodoro, in una lettera magniloquente ai _tribuni marittimi delle

lagune_, probabilmente ufficiali inferiori goti, ai quali il ministro, a

nome regio, ordina di preparare le navi per trasportare dall'Istria a

Ravenna il vino e l'olio.

Provveduti di navilio, arditi sfidano le tempeste del mare e le correnti

dei fiumi: erigono case, come nidi d'uccelli marini; collegano la terra

con fascine e dighe: ammucchiano sabbia per rompere le onde infuriate:

convivono in eguaglianza poveri e ricchi; non invidia, non vizî li

macchiano; ogni loro emulazione sta nel lavoro delle saline, da cui

nasce il frutto al quale ogni produzione è soggetta e che dell'oro è

assai più prezioso.

Nessuna descrizione più attraente, quantunque il ministro di Teodorico

fosse disposto ad abbellire il quadro, oltre che dall'indole sua, anche

dal bisogno che aveva il suo sovrano di trasportar vettovaglie coi

navigli di quei Veneti, i quali del resto riconoscevano nei

conquistatori goti l'alto dominio sulle isole.

Tuttavia in questo primo accenno storico, quel popolo risorgente dallo

squallore dei bassi tempi alla luce di un'êra novella, si rianima. Noi

la vediamo la tranquilla verdura di quelle isolette, specchiantisi nel

nitido specchio delle lagune. Oltre alle paludi giuncose, l'occhio si

posa sul mare romoreggiante. Qui la pace inconturbata potea destare

negli esuli il rimpianto e le memorie delle città disparite, gli

splendori distrutti e i tristi albori della nuova patria; là, il furiar

delle tempeste e il romoreggiar delle onde rendeano l'imagine dei

tumulti della esistenza, di lotte, di pericoli, di gloria. Ma le

tranquille melanconie dell'asilo non cullarono quelle anime, da tanti

dolori agitate, in una pace mesta. Essi allungarono lo sguardo, oltre le

paludi, sul verde Adriatico, e di esso sfidarono le lotte e i pericoli e

in esso cercarono la gloria. — Lotta e gloria — ecco il grido anche dei

secoli venturi. L'energia di quegli uomini si eleva ad eguale misura

delle difficoltà e degli ostacoli naturali: la loro vita tutta si

riassume nello scontrar pericoli, domarli, trionfare; una stessa

passione li agita, li comanda, li possiede.

Alla vita frugale e laboriosa seguono più prospere condizioni.

S'interrano dossi paludosi: ogni prominenza di sabbia, ogni più breve

isoletta è abitata; si regolano i canali tortuosi, si preparano approdi

e ripari alle barche, si arginano saline, si elevano mulini, si scavano

cisterne, si riducono prati, si piantano vigne. Ma anche nel sicuro

asilo della laguna giunge l'eco di battaglie e di stragi, di ribellioni

e di lotte. Nella Venezia continentale, da prima si agitano guerre fra

Ostrogoti e Bizantini, fra Bizantini e Franchi e Longobardi: poi lotte

dei patriarchi di Aquileia e Grado e dei vescovi veneti ora coi

Longobardi, or coi Bizantini, e controversie fra il papa e i patriarchi

e i vescovi. In breve la pace incominciò a turbarsi anche nella Venezia

marittima.

La prima costituzione politica, il reggimento dei tribuni marittimi, fu

imitato dai Bizantini, sotto la sudditanza dei quali, sciolti ormai

dalla gotica, passarono i Veneti. Confermano ciò, tra le fonti più

antiche, la _Storia gotica_ di Procopio, le inscrizioni di Grado del

secolo VI, edite dal Filiasi e dal Mommsen, la _Storia dei Longobardi_

di Paolo Diacono e gli _Annali_ del franco Eginardo. Allorchè i

Bizantini perdettero le città più importanti della Venezia terrestre e

ritirarono anche dalle isole i loro eserciti, gli abitanti, non più

soggetti a un dominio immediato, elessero un libero reggimento militare

di tribuni.

Cessati i pericoli e la pietà e i ricordi delle comuni sventure,

incominciarono le rivalità fra le isole, più o meno importanti, fra i

tribuni maggiori e minori; poi sorsero contese sui confini o sulla

proprietà delle terre coi Longobardi vicini, si sentì necessario creare

nelle isole un capo unico, un duce, che il popolo, col suo liquido

eloquio, chiamò _doxe_, titolo ritenuto poi sempre e con lievi mutamenti

anche nella lingua e nelle relazioni internazionali. Al nuovo capo,

eletto a vita, podestà quasi da sovrano, ricchezza di redditi e di

insegne, pari alla dignità, spada, scettro e corona; ei giudice di liti

e datore di ecclesiastici benefici: a lui il popolo richiedeva perfino

la benedizione nelle adunanze solenni. Tuttavia le cause importanti

dovevano essere trattate nell'assemblea generale e non già dal doge come

sovrano assoluto.

Il primo Doge, Paoluccio Anafesto, con l'assenso o almeno senza

opposizione della Corte greca, fu, nel 697, in un'assemblea del clero,

dei tribuni e dei più notabili cittadini, eletto in Eraclea.

Paoluccio strinse coi vicini Longobardi un patto, il primo, di cui si

abbia memoria nelle storie veneziane, che determinò i confini dei due

Stati e le ragioni scambievoli dei commerci.

In Eraclea, la vita ci si presenta assai diversa da quella descritta con

idillica poesia da Cassiodoro. Abbiamo accennato come le varie isole

dell'estuario fossero asilo agli abitanti delle desolate città di

Altino, di Aquileia, di Padova, di Oderzo, di Concordia, di Vicenza. Ma

una buona parte di quei fuggitivi s'erano riparati in luoghi, dipendenti

anche prima del loro municipio, come Grado, ad esempio, che aveva fatto

parte della dizione aquileiese: altri invece erano venuti ad occupar

terre, sulle quali i padri loro non aveano mai avuto alcun diritto. Nei

primi tempi, la sventura comune non avea lasciato luogo a discutere i

diritti di ciascheduno, e poveri e ricchi, come dice Cassiodoro,

conviveano colà in eguaglianza. Ma quando tacque il timore dei barbari,

sorsero gelosie e contrasti di elementi diversi, tendenti a soverchiarsi

a vicenda. Le ire interne, rinfocolate ora dai Greci, ora dai vicini

dominatori della terraferma, diedero origine alle due parti veneto-greca

e veneto-italica. Di qui torbidi mutamenti di governo. Non più il doge,

ma l'annuo governo dei maestri dei militi. Dopo poco si ritornò ai dogi

e per togliere ogni gelosia si trasferì la capitale a Malamocco. Alle

rivalità dei maggiorenti, alle gare delle due opposte fazioni,

s'aggiungeano le discordie e le vendette del popolo, il quale, specie

quando il doge tentava rendere dinastico il potere vitalizio,

associandosi quale il figlio, quale il fratello, si ribellava, uccideva,

incendiava. È un fiero delirar di battaglie e di stragi. Nel 717,

Eraclea è assalita e messa a fuoco dagli abitanti di Equilio, che danno

morte al doge Anafesto e a' suoi fidi. Nel 737 il doge Orso è ucciso a

furore di popolo; nel 741, il maestro dei militi Giovanni Fabriciaco è

deposto e abbacinato; nel 755, Galla si ribella al doge Diodato, lo

imprigiona, lo accieca, e usurpa il ducato per poco più d'un anno,

trascorso il quale, il popolo insorge contro Galla e gli appresta la

stessa sorte, ch'egli avea procurata all'infelice antecessore. Nel 764,

i nobili macchinano le fila di una congiura, rompono in furibondo

partito, traboccan di seggio il doge Monegario e gli strappano gli

occhi. Nel 801, circa, il doge Giovanni Galbaio, fautore dei Bizantini,

manda il figlio a Grado, con una divisione della flotta, per

assassinarvi quel Patriarca, che inchinava invece ai Franchi. Il figlio

di Galbaio prende d'assalto la città, imprigiona il Patriarca e lo fa

precipitare dalla torre più alta del Castello. Ma, dopo tre anni, il

doge Galbaio e il figlio Maurizio debbono fuggir da Venezia per non

cader vittime di una congiura, ordita dal nipote dell'ucciso patriarca

di Grado. Il partito franco riacquista allora vigore ed è eletto doge

Obelerio. Così che non errava il Machiavelli affermando Venezia, forse

più d'ogni altro comune italiano dell'età di mezzo, aver provato il

furore delle fazioni.

Codeste terribili agitazioni doveano metter capo all'invasione

straniera. Ma Venezia, destinata ad accogliere le fatidiche memorie del

popolo italiano, escì salva dalle turbolenze, che ne comprometteano la

libertà e l'esistenza.

Obelerio, appena eletto al dogato, era andato, insieme col fratello

Beato, a Diedenhofen, dove allora teneva corte l'imperatore Carlo, per

rendere omaggio di sudditanza ai principi franchi, che agognavano il

dominio anche del veneto litorale. Ma ritornato in patria, quando una

flotta greca, sotto il comando di Niceta, approdò alle isole, il doge

infido, mutò intendimenti, accostandosi ai Greci. Allora, il figlio di

Carlo Magno, Pipino, con forte esercito e numerosa squadra di legni,

invase e distrusse gran parte del ducato veneziano, minacciando da

presso la capitale Malamocco. Nel supremo pericolo si accetta il

consiglio del nuovo doge Agnello Partecipazio, di rifugiarsi nella umile

isoletta di Rialto, ove erano le offese più pronte e le difese più

sicure. Pipino, dice la tradizione, vuol inseguire i fuggitivi: fa

costruire con sassi e fascine un argine, presso Rialto, e ordina ai suoi

cavalieri di avanzarsi. Ma i cavalli dei Franchi sulla strada malferma,

s'impauriscono, balzano di qua e di là nell'acqua, i Veneti piombano

colle loro navi sui nemici sgominati e ne menano tal strage, che a

quelle acque rimase il nome di _canale orfano_ per le famiglie franche

private de' loro cari. L'orgoglio nazionale ha abbellito coi colori

della leggenda la vittoria dei Veneti contro il primo usurpatore, che

osasse mettere il piede sul sacro suolo della patria. Le tenebre di

questa età tempestosa son come solcate da un bagliore dell'antica

gloria. E certo, in mezzo alle lotte fratricide di quei tempi, non

ispirate se non all'odio ed alla rapina, questa può anche dirsi la prima

vittoria italiana. E il nome sacro d'Italia, offuscato da tante

ignominie, era raccolto con tanta pietà sul lembo estremo della

penisola, nell'umile isoletta di Rialto. Ed era bene affidato.

Quella stessa incomposta ardenza dovea, per fatalità storica, mettere

capo a leggi di moralità e di giustizia; quelle lotte erano pur segnale

di molta ed esuberante vita, e per questa via si dovea compire la legge

del progresso veneziano. Quando invece sull'alba della vita popolare il

dispotismo di un tiranno mette il suo volere in luogo della libertà

popolana, la quale deve manifestarsi con tutti i suoi errori e tutti i

suoi eccessi, gitta i semi di rivoluzioni, che scoppieranno più tardi e

lascieranno turbamenti perenni. Così nella vita dell'uomo: alle

giovinezze agitate succede la seria virilità, laddove all'età matura

sono riservate le follie, che la gioventù non commise. La vita non

soffre violazioni.

A Rialto comincia la città nobile e grande, con lei e per lei stanno la

forza e l'avvenire. Rialto, che si denominava così o da un fiumicello

Prealto, o dall'importanza del canale o rivo, divenne il centro della

nuova potenza. In essa la sede vescovile, il porto e i magistrati,

_officiales de Rivoalto_. Per lungo tempo _Rialto_ significò _Venezia_,

laddove il dogato, l'antico Stato da Grado a Capodargine si chiamò

invece _Venecia_.

Della vittoria su Pipino manca la certezza storica: certo è che il

giovane re, disperando di soggiogare i Veneti nel sicuro asilo di

Rialto, fu costretto a ritirarsi. Da questo momento cessa nei Franchi

ogni idea di conquista su Venezia. Nel definitivo accomodamento fra

Carlo e l'imperatore d'Oriente, nei preliminari della pace di Aquisgrana

dell'810 e nella pace definitiva dell'812, Carlo rinunzia esplicitamente

ad ogni pretensione sulle isole della laguna, riconosciuta come

provincia dell'Impero d'Oriente. Col trasferire la sede del governo in

Rialto non si era voluto soltanto provvedere alla sicurezza dello Stato,

ma s'era anche obbedito all'alto concetto di raccogliere e fondere in

luogo senza anteriore importanza, gli elementi migliori di varia

origine, dispersi per l'estuario. La prima capitale Eraclea avea

rappresentato il predominio greco, poi Malamocco la tendenza verso i

Franchi. Rialto significava l'indipendenza, la patria libera da ogni

influsso straniero. E si sentì fin dalle prime che la nuova patria era

stabile e sicura. Bisanzio, è vero, esercitava ancora una azione su

Venezia: i dogi cercavano sempre a quella corte dignità e uffizî, troppe

erano ancora le relazioni scambievoli, troppi gl'interessi della vita

veneziana, maturata al caldo sole d'Oriente. Ma non era più che

un'azione di nome. Che poteva aver di comune, quale autorità esercitare

un Impero, nato nella mollezza, fra le ambizioni delle donne e le basse

adulazioni dei cortigiani, fra le lusinghe e le menzogne, e volgente

alla fine, svigorito dalla decrepitezza, con un popolo fiorente di

gioventù, ricco di giovanile baldanza? La vigorìa e la gioventù non

furono contaminate dalla vecchiezza e dal vizio.

Venezia passa dall'adolescenza alla giovinezza robusta. Gli stessi

scompigli dei primi tempi fanno prova di eccesso di vigoria, della

necessità di azione; di quella inquietudine che cerca trar fuori

l'ordine dalla confusione delle cose. Agnello Partecipazio (811), primo

doge in Rialto, assoda lo Stato, abbellisce la nuova sede, unisce con

ponti i sessanta o settanta dossi che formano la nuova città, bonifica i

terreni paludosi, crea un magistrato per assicurare i lidi dall'impeto

delle acque. Anche qui il primo pensiero è rivolto a Dio, anche qui

intorno alle chiese, quasi a cercare la solenne protezione del cielo, si

fabbricano le case. E le chiese non sono già, come nei primi tempi di

tavola e di canne, _fabricæ lignæ_, ma si costruiscono di pietra e si

abbelliscono di marmi e colonne. Giustiniano, figlio di Agnello

Partecipazio e collega nel dogato al padre, fra l'813 e l'820, fondava

per incarico dell'imperatore bizantino Leone, un monastero di donne

dedicato a san Zaccaria. L'imperatore mandò da Costantinopoli alcuni

architetti, perchè l'opera fosse condotta a termine il più presto

possibile. E, circa nello stesso tempo, il doge Agnello gettava le

fondamenta di quel palazzo, che dovea servir di dimora ai reggitori del

più gagliardo Stato d'Europa. Ma per mostrare come legami di sudditanza

non esistessero più col decrepito impero di Costantinopoli, la nuova

libertà è posta non più sotto il protettorato dell'antico patrono greco

Teodoro, ma di un Santo, congiunto ai sentimenti e alle aspirazioni

nazionali. Narrava una leggenda che l'evangelista Marco nel suo viaggio

da Alessandria ad Aquilea, colto da una bufera, era stato gettato sulle

isole realtine, ove un angelo gli era apparso salutandolo: _Pax tibi,

Marce, Evangelista meus_. E in suo fatidico accento, il messo di Dio gli

annunziava che là fra quelle isole, chiamate un giorno a meravigliosa

prosperità, avrebbero trovato pace le sue ossa.

La leggenda servì mirabilmente a quella specie di misticismo ufficiale,

che, come ben fu detto, nessuno Stato ebbe in grado maggiore di Venezia.

Tutto ciò che si riferisce all'innalzamento del tempio, dove, secondo

l'angelica previsione, dovea trovar riposo il corpo dell'Evangelista, è

come avvolto da un'aura di misteriosa poesia. Strano il modo con cui da

Alessandria furono trasportati nelle isole realtine i resti di san

Marco. Due mercanti, Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, nell'828

approdavano ad Alessandria, dove i cristiani erano perseguitati dai

musulmani, che spogliavano di quanto contenevano di più prezioso le

chiese, per adornarne moschee. Anche il tempio dove era la tomba di san

Marco dovea essere distrutto. I due mercanti veneziani poterono ottenere

dai sacerdoti greci quelle sacre reliquie, e per sottrarle alle indagini

dei gabellieri musulmani, le coprirono di carni porcine, avute in orrore

dagli islamiti. Recata quindi la salma sulla nave, spiegarono al vento

le vele, approdarono alla patria, fra le festose accoglienze del doge e

del popolo. La santa reliquia fu riposta in palazzo ducale fin che si

fondasse il tempio, in omaggio del nuovo protettore.

Gli albori della vita Italiana Conferenze tenute a Firenze nel 1890 · 第 4 / 30 段