L'imperatore Arrigo IV aveva mandato un tale Rabodo a restaurare

l'autorità dell'Impero in Toscana. Questi, a San Miniato al Tedesco (che

allora cominciò ad essere così chiamato) raccolse i nobili, per

riprendere, in nome del suo sovrano, il potere; andò poi alla difesa di

Monte Cascioli e i Fiorentini, combattendo il Castello, combatterono il

vicario e lo uccisero. Così essi presero finalmente il loro partito, e

dichiarandosi avversi all'Impero, divennero un Comune indipendente,

senza quasi accorgersene. E questa è la ragione per la quale gli storici

rimasero maravigliati e confusi. Come! Firenze la patria di Dante, la

patria di Michelangelo, quella che ha avuto così gran parte nella

coltura del mondo, nasce senza che nessuno se ne avveda? Vi deve essere

qualche errore, vi devono essere stati documenti ora scomparsi, deve

essere avvenuta una catastrofe che è stata dimenticata. Non è avvenuta

nulla di ciò. Firenze aveva cominciato ad essere di fatto indipendente;

continuò per la medesima via, quando scomparve la contessa Matilde. La

rivoluzione avvenne senza grandi scosse, senza quasi che alcuno se ne

avvedesse. Ma gli scrittori come Giovanni Villani non sapevano

persuadersi di dover cominciare così modestamente la storia della Città,

essi che vivevano nei giorni in cui la patria loro primeggiava e

risplendeva. E però, quando nel 1300, al tempo del giubileo, il Villani

si trovò a Roma, e ne ammirò i grandi monumenti, “io voglio scrivere,

esso diceva, la storia di Firenze, perchè Firenze è figlia di Roma, ed è

ora nel suo salire, quando invece Roma è nel suo cadere.„ Pieno di

questa idea, voleva imitare Tito Livio, e scoprirvi qualche cosa di

simile alle origini di Roma. Trovando invece una città nata modestamente

da un gruppo di mercanti, arrivata alla libertà e indipendenza senza

fare alcun rumore, non se ne contentava, non se ne persuadeva, e

ricorreva invece alla leggenda, che connetteva Firenze con Roma, con

Troja, con Enea, e la narrava come se fosse storia. Per queste stesse

ragioni anche i moderni cercarono nella storia quello che non v'era. I

fautori dell'origine germanica dei Comuni non vogliono credere che

questa cittadinanza si sia potuta formare di artigiani, senza che vi sia

entrato elemento feudale germanico; lo cercano, e non ve lo trovano, e

non sanno di ciò persuadersi. Gli scrittori italiani, se sono nemici del

Papa, ghibellini, non si persuadono che questa repubblica, la patria di

Dante e del Machiavelli, sia nata, si sia formata, sotto la contessa

Matilde, amica del Papa, e protetta da lei. E vanno anch'essi in cerca

di avvenimenti che non seguirono mai. Gli scrittori guelfi, è vero, si

rassegnano a ciò più facilmente assai; ma non sanno neppur essi capire

come mai Firenze sia potuta nascere dopo di Pisa, di Lucca, di Siena, di

tante altre città. Così tutti cercano quello che non si può trovare,

perchè non avvenne mai, e non vogliono vedere la verità che è chiara e

lampante sotto i nostri occhi, e sta tutta nelle poche notizie certe che

abbiamo. Altre non ve ne sono, altre non sarà facile, non sarà

possibile, io credo, trovarne.

VI.

La Repubblica si formò dunque come da sè stessa. I capi delle famiglie,

i quali avevano giudicato, comandato il presidio, guidato l'esercito in

campo, divennero i Consoli. I capi delle associazioni, insieme coi loro

aderenti, formarono il Consiglio, che si chiamò anche Senato. Nelle

grandi occasioni, quando si trattava d'affari assai importanti, si

sonava la campana e si raccoglieva il popolo a Parlamento. E questo era

il Comune fiorentino. Noi però non dobbiamo immaginarci che un tal

governo avesse l'importanza che hanno i governi delle società moderne,

perchè in Firenze il governo vero restava sempre nelle mani delle

associazioni. Ciò è tanto vero, che nei documenti, nei trattati che si

fanno fra città e città, si dice spesso che saranno eseguiti dai

Consoli, _se vi saranno_, e se non vi saranno, li faranno eseguire i

_Boni homines_, i capi delle Arti o altri cittadini. Il governo centrale

aveva un'importanza assai secondaria, il che ci spiega ancora, come mai,

in quelle continue rivoluzioni, in quei continui mutamenti di leggi e di

statuti, quando a noi pare qualche volta che un governo più non esista,

le cose potessero nondimeno procedere secondo il loro ordine naturale e

normale. La Città passava di rivoluzione in rivoluzione, senza che

alcuno sembrasse turbarsene, e quando a noi parrebbe che dovesse

seguirne il finimondo, tutto invece continuava secondo il solito, perchè

il governo era sempre restato in mano delle associazioni. Non era uno

Stato accentrato come i moderni, era una specie di confederazione di

arti e mestieri, di consorterie, di società diverse. Questo carattere

generale lo troviamo in tutti i Comuni italiani, ma in Firenze più che

altrove. Ciò spiega in gran parte la prodigiosa attività e intelligenza

popolare di quei tempi. Il cittadino era ogni giorno chiamato a prender

parte alla cosa pubblica; la discussione era continua; continui gli

attriti nei quali si formava e svolgeva una varietà infinita di

caratteri, di attitudini morali, industriali, politiche. E spiega ancora

come, in mezzo a così incessanti tumulti, potessero così splendidamente

fiorire le arti della pace: l'industria il commercio, le lettere, la

pittura, la scultura, l'architettura.

La seconda guerra che fece Firenze, nei primi tempi della sua vita

popolare, fu la guerra contro Fiesole, presa e distrutta nel 1125. E

perchè fu fatta questa guerra? Perchè, ci dice il Villani, Fiesole era

divenuta il nido di tutti i cattani lombardi, cioè i conti che avevano,

secondo lui, origine longobarda, e che veramente avevano la più parte

origine germanica. In questo momento, in fatti, nel quale i messi

imperiali sono a San Miniato, i signori feudali del contado si

raccolgono intorno a loro, contro la Città, e nei documenti troviamo

spesso che gli uni e gli altri sono chiamati _Teutonici_. La popolazione

toscana s'era così come divisa in due. Da un lato si vede un partito

germanico, feudale, imperiale; dall'altro le città, in cui erano

principalmente gli artigiani, gli eredi del sangue romano, che

rappresentavano il lavoro e l'industria, e divenivano ogni giorno più

una forza, una potenza capace di misurarsi col partito imperiale. A

Fiesole, per la posizione assai forte che essa aveva sul monte, resa più

forte da una rôcca, s'erano raccolti molti di questi nobili feudali, e

minacciavano la sottoposta Città; ne devastavano le campagne, ne

impedivano il commercio. I Fiorentini perciò mossero all'assalto.

Leggendo la narrazione, che di questa guerra ci dà il più antico

cronista fiorentino, il Sanzanome, il quale era un notaio, par di

leggere la descrizione d'una delle guerre fra i Romani ed i Cartaginesi.

Egli ci presenta un Fiorentino, che si leva in mezzo al popolo e dice:

Se siete veramente i figli di Roma, come pretendete, questo è il momento

di mostrarlo. E subito dopo fu emanato un editto dai Consoli, che

dichiararono la guerra. Si direbbe che il cronista fosse un erudito del

secolo XV, tanto le idee, la coltura, la forma, i pensieri romani erano

sin d'allora vivi in quella cittadinanza.

Se dunque noi troviamo forme e tradizioni romane, prima che il Comune

sia costituito, nella narrazione che descrive la prova del fuoco seguita

nel 1068; se troviamo tradizioni e forme romane, quando il Comune si va

costituendo, nella leggenda che descrive le sue origini; se troviamo

forme e tradizioni romane nel primo cronista che descrive la prima

grossa guerra, che fecero i Fiorentini, sempre a difesa del loro

commercio, sempre contro i nobili feudali, ci deve esser lecito di

concludere, che nelle sue mura stava il sangue romano di fronte agli

avanzi delle tradizioni e del sangue germanico, raccolto nei castelli

che l'accerchiavano, e che ritardarono la sua indipendenza.

Ritardandola, non impedirono però l'incremento delle sue forze

industriali, commerciali, militari, e così fu che quando morì la

contessa Matilde, Firenze era già di fatto un Comune indipendente,

sebbene tal non fosse ancora legalmente. E dopo ciò facilmente capiremo

che, quando molti non vogliono in nessun modo persuadersi che la cosa

sia così semplice, e vanno cercando astruse spiegazioni con grande

dottrina, questa assai spesso serve solo a rendere difficili fatti che

per sè stessi sarebbero assai facili.

VII.

Ma qui occorre un'altra osservazione. Se questi concetti sono giusti, se

veramente il Comune fiorentino è nato in tal modo, dovrebbe avverarsi

quello che noi accennavamo sin dal principio, cioè che qualche luce essi

dovrebbero gettare sugli avvenimenti posteriori, e ciò varrebbe anche a

confermare la verità di quanto abbiam detto fin qui. Vediamo dunque se

gli avvenimenti posteriori confermano le considerazioni finora esposte.

Se noi apriamo il Villani, troviamo che il primo periodo della storia

fiorentina è una serie di guerre continue contro i castelli. Il

territorio era tutto _incastellato_, esso dice, ed i Fiorentini uscivano

ogni primavera a combattere. Quale fu la conseguenza di queste guerre? I

castelli vennero demoliti; ma i conti che li abitavano non si potevano

uccidere; venivano quindi costretti a vivere in Città almeno una parte

dell'anno, il che li sottoponeva alle leggi del Comune. Tutto ciò in sul

principio non ebbe grande importanza; ma a poco a poco alterò la

cittadinanza fiorentina, introducendovi un elemento feudale, che era

nuovo, estraneo al Comune, ed aveva un'origine germanica, rappresentava

una società nemica. Così dentro le mura si troveranno ben presto due

società avverse, che non potranno vivere insieme: l'una dovrà

distruggere l'altra; la guerra civile sarà inevitabile. Questi nobili

hanno usi e costumi, tradizioni, educazione diversa assai da quella del

popolo. Essi vengono, si asserragliano, si fortificano nei loro palazzi,

che sono come castelli dal contado portati dentro la Città. Le stesse

ragioni che costrinsero i Fiorentini a combattere i castelli nel

contado, li costringeranno a combattere i nuovi palazzi fortificati, che

sorgono dentro le mura. La guerra civile non ha origine dal fatto del

Buondelmonti; non è conseguenza di odii e vendette personali; è una

guerra fatale fra due razze, fra due civiltà, una delle quali non può

vivere insieme con l'altra: bisogna che l'una o l'altra scomparisca

dalla terra. Questa guerra non è una prova che le passioni individuali

dominassero tanto in Firenze da prevalere su tutto; ma è invece una

prova che i sentimenti di quegli artigiani erano talmente uniti,

concordi e tenaci e che essi avevano una fede così profonda nei loro

destini, che si apparecchiavano a combattere dentro la Città, quel

nemico, che avevano combattuto fuori di essa.

Giovanni Villani, il quale affermava che il fatto del Buondelmonti, nel

1215, aveva la prima volta diviso la cittadinanza di Firenze,

dimenticava di averci precedentemente detto, che nel 1177 la guerra

civile era già cominciata per opera dei grandi, cioè degli Uberti, che

combatterono sin d'allora il governo consolare. Ciò prova che il fatto

del Buondelmonti fu uno di quei tanti episodii, che seguirono spesso in

tutti i Comuni del Medio Evo, ma non ebbe una vera importanza politica,

perchè non fu causa, ma conseguenza della guerra assai prima

incominciata.

Noi abbiamo dunque un secondo periodo nella storia di Firenze, il quale

è una lunga serie di guerre e rivoluzioni interne, che portano una serie

di trasformazioni sociali e politiche del Comune. Vediamo da una parte i

nobili col Podestà alla loro testa, dall'altra il popolo comandato dal

suo Capitano. Scopo e fine di questa lotta è la totale distruzione del

partito aristocratico, il che seguì nel 1293 con gli Ordinamenti di

Giustizia di Giano della Bella, i quali esclusero affatto i Grandi da

ogni partecipazione al governo. Tutte queste rivoluzioni hanno di mira

uno scopo costante, hanno un'origine comune, si seguono con un ordine

determinato. Non è il caso che domina la storia di Firenze, è una legge

storica, che risulta dai varii elementi, che costituirono la società

fiorentina nel Medio Evo.

Ma, finita che fu la prima serie di rivoluzioni, con gli Ordinamenti di

Giano della Bella, non finiva perciò la guerra civile. Come i nobili del

contado, demoliti che furono i loro castelli, non scomparvero affatto,

ma entrarono dentro la Città; così, esclusi ora dal governo, non per

questo scomparvero affatto, ma s'unirono ad una parte del popolo, cioè

ai capi delle principali Arti, e si formò il partito delle Arti maggiori

contro le minori, del popolo grasso contro il popolo minuto. Questo

rappresentava ora la democrazia già avanzata, quello che oggi diremmo il

partito radicale: era l'infima plebe, la quale non capiva, perchè essa,

che aveva preso parte alle guerre civili contro i nobili, alle battaglie

contro i castelli, dovesse rimanere esclusa dal governo. E quindi, se la

prima guerra civile era cominciata per escludere i nobili dal governo,

la seconda non fu fatta per escluderne il popolo grasso, ma perchè il

popolo minuto voleva insieme con esso avervi la sua parte. E come nel

1293 vedemmo l'ultima conseguenza logica del primo periodo, così nel

1378, col tumulto dei Ciompi, abbiamo l'ultima conseguenza logica del

secondo, ed il popolo minuto sale finalmente anch'esso al governo,

rimanendo in continuo contrasto coi ricchi. La plebe sin dal principio

eccedette nei suoi trionfi, ed allora comparvero sulla scena i Medici, i

quali, appoggiandosi ad essa, con accortezza impareggiabile,

s'impadronirono del governo. E così la Repubblica, dopo quasi un altro

secolo di lotte, finalmente cadde.

Questa storia fiorentina, adunque, non è un mistero, non è una serie di

rivoluzioni sottoposte al caso; essa è invece chiara come una

proposizione geometrica. Le sue rivoluzioni hanno una causa costante; il

suo scopo politico è sempre lo stesso. Dal giorno in cui il Comune ha

messo la prima pietra, noi possiamo, se studiamo quali sono gli elementi

che lo compongono, determinare logicamente, prevedere sicuramente quali

saranno le rivoluzioni, cui esso anderà soggetto. Sotto i Medici noi

troviamo che sono scomparse le Consorterie, la cui distruzione era in

fatti cominciata sin dal 1293. Troviamo che le Arti ancora esistono, ma

hanno perduto ogni importanza politica; vediamo un governo forte,

accentrato; una società che par quasi una società moderna. Una grande

uguaglianza civile apparisce per tutto; non più classi, nè gruppi

separati ed ostili; non titoli di nobiltà; non privilegi di alcuna

sorte; dagli ultimi si può salire, a forza d'ingegno, ai supremi gradi

sociali. Sotto un tale aspetto può dirsi che il Comune abbia raggiunto

il fine cui aveva sempre mirato, abbia ottenuto un vero trionfo.

VIII.

Ma questa, pur troppo, è un'ora funesta per lo spirito italiano; è l'ora

in cui incominciano la nostra corruzione e la nostra decadenza. La

società del Medio Evo più non esiste. Quelle associazioni a cui gli

uomini erano stati così affezionati, fra le quali avevano vissuto, per

le quali avevano combattuto ed erano morti, si sono disciolte; ma la

nazione non si è ancora formata. La piccola patria più non esiste, la

nuova ancora non si è formata. L'uomo del Medio Evo è scomparso, e

l'uomo moderno è nato, l'uomo, cioè, che deve fidare nelle sole sue

forze, nel solo suo ingegno, nella sola sua operosità; ma esso è nato

prima che si sia costituita la nazione. La conseguenza è che l'Italiano

di questo nuovo periodo, che si chiama il Rinascimento, si trova come ad

un tratto isolato nel mondo. Egli non può fidare in altri che in sè

stesso, egli non ha nessuno per cui vivere, nè c'è alcuno che viva per

lui. Egli si abbandona quindi al suo egoismo personale, nel momento

stesso in cui si aumentano, si acuiscono le forze della sua attività e

del suo ingegno. La decadenza morale incomincia quando il progresso

intellettuale continua più rapido che mai. E noi abbiamo un popolo, in

cui la cultura progredisce, in cui la scienza s'innalza, ma nel quale il

livello morale continuamente, rapidamente si abbassa. La nostra

splendida letteratura rivela anch'essa questa morale decadenza. Noi

vediamo apparire sulle labbra dell'Italiano quel cinico sorriso, che ci

è così spesso descritto nelle nostre commedie, nelle nostre novelle, in

cui si beffeggiano le cose più sante, e l'amore è privo d'ogni

sentimento davvero umano, e tutti gli affetti più nobili sono scomparsi,

quando non sono derisi. Lo scrittore somiglia allora a quei romanzieri

moderni, i quali, descrivendo il _demi-monde_, credono di descrivere il

mondo. E noi vediamo quegli accorti politici italiani, che sono i

maestri di tutti in Europa, che rappresentano la sapienza diplomatica,

che dovunque vanno sono ammirati, non riescire in casa loro ad altro,

che a costruire un mondo, il quale cade sotto il peso della sua stessa

corruzione. Vediamo questi uomini, che sono i primi calcolatori del

mondo, calcolar sempre e sbagliare tutti i loro calcoli, perchè essi

hanno dimenticato che nella vita umana v'è qualche cosa che non si pesa

e non si misura, che non si ragiona e non si calcola, ma si sente, ed

essi non la sentivano più. I tiranni italiani di quel tempo ci

presentano anch'essi un singolare spettacolo. Noi li vediamo

apparecchiare i loro veleni, affilare i loro pugnali, ridere di Dio, e

tremare dinanzi all'astrologo, da cui aspettano di conoscere l'ora

propizia ai loro delitti.

La storia, o Signori, non è una filosofia, non è una predica morale, non

fa che constatare i fatti. Ma percorretela in lungo ed in largo, ed essa

vi ripeterà di continuo, che l'egoismo veramente, profondamente umano, è

l'abnegazione; che ciò che solo può rendere l'uomo felice sulla terra, è

il vivere per gli altri; che quando le leggi e le istituzioni ci

spingono per questa via a cercare un ideale, cui far sacrifizio della

nostra esistenza, e dal quale solamente la vita può ricevere il suo

valore e la sua dignità, quello è il momento in cui il carattere morale

s'innalza e le nazioni diventano forti. Quando invece gli uomini si

rinchiudono, come gli Italiani del Rinascimento, nel proprio egoismo, la

decadenza diventa allora inevitabile.

Ma vi è ancora un'ultima osservazione. Gli stranieri, i quali si sono

mossi a studiare il Rinascimento, hanno detto: Ecco una nazione, la

quale, nel momento in cui più le sue arti e le sue lettere fioriscono,

nel momento in cui le più nobili qualità del suo ingegno si manifestano,

si corrompe sempre più rapidamente; ecco una nazione che cinicamente

ride sempre di tutto, una nazione che, allora quando più fiorisce

intellettualmente, è priva di ogni fede. Quelle idee stesse, che saran

sempre sua gloria, che essa mise nel mondo con la sua arte, la sua

letteratura, la sua scienza, percorrono l'Europa, e ne fecondano la

civiltà, perchè vi trovano un'atmosfera morale; ma in Italia non

riescono ad impedire la sua decadenza, perchè in essa il senso morale è

pervertito. E ne hanno concluso, che, quasi per legge di natura, nel

nostro carattere nazionale risplendono l'ingegno e tutte le qualità

intellettuali, ma sono invece offuscate le morali. Manca la vera

_intimità_, come essi dicono, del cuore, dell'animo. E però anche nella

loro arte gl'Italiani vedono più la forma che la sostanza, più il

sensibile che l'intelligibile e l'ideale. Quando si vogliono davvero

penetrare i misteri dell'anima, rappresentare la profondità, la santità

degli umani sentimenti, occorre rivolgersi alle nazioni germaniche, che

vi riescono assai meglio, perchè questo è il loro proprio regno, nel

quale agl'Italiani non è dato entrare. Uno storico tedesco di

grandissimo valore, che meglio d'ogni altro conosce il nostro

Rinascimento, il Burckhardt, a questo proposito, osservava: Ma se fosse

proprio vero che il carattere degl'Italiani fu quale voi lo descrivete;

se non fossero allora vissuti altri che i Borgia, gli Sforza, i

Malatesta, e i più corrotti novellieri avessero davvero rappresentato

tutto l'essere morale della nazione, questa sarebbe caduta in un tale

abisso da non poterne mai più risorgere in eterno. Il vostro giudizio

deve certamente avere qualche cosa di unilaterale, di erroneo. È meglio

lasciare in pace i popoli, quando non si è in grado di giudicarli

serenamente, sicuramente.

Ed invero queste condanne nazionali, che pretendono essere giudizii

imparziali, dimenticano prima di tutto, che la storia del pensiero

italiano cominciò allora con Dante e si chiuse con Michelangelo, le due

intelligenze, cioè, che hanno in supremo grado quelle qualità appunto

che si vorrebbero a noi negare; hanno tutta quella così detta

_intimità_, tutto quel carattere epico, tragico, che nello spirito

italiano dovrebbe assolutamente mancare, perchè manca nel Rinascimento.

Dante e Michelangelo, si disse, furono due eccezioni. Certo i sommi

ingegni sono eccezioni; ma sono pur quelli che meglio rappresentano il

paese che li produce. E dimenticano ancora, che la storia da noi

conosciuta, da noi studiata si occupa quasi sempre di quei soli ordini

sociali che, nel Rinascimento italiano, furono primi a sentire l'azione

corruttrice dell'atmosfera politica mutata, e che perciò più rapidamente

si erano corrotti, avendo subito preso parte al nuovo vivere sociale.

Che se quegli scrittori avessero voluto studiare davvero quali erano

allora le condizioni dello spirito italiano, avrebbero dovuto esaminare

anche gli ordini inferiori della società, nei quali, in tutti i tempi,

le vecchie tradizioni si mantengono più lungamente, e vedere quali

sentimenti, quali caratteri erano in essi. Avrebbero allora modificato i

proprii giudizii. Una prova sicura di quanto diciamo si ebbe

recentemente in due libri, che furono pubblicati dal compianto Cesare

Guasti, e sono gli epistolarii d'un oscuro notaio fiorentino e di una

gentildonna, che non aveva molta coltura. Ebbene, leggendo tali lettere

(quelle del notaio Mazzei sono della fine del XIV secolo e dei primi del

XV; quelle della Macinghi Strozzi, sono della fine del secolo XV),

leggendole, ci par di tornare quasi due secoli indietro. Noi ritroviamo

in esse ancora vivi tutti quei più puri sentimenti morali, che ricordano

i tempi in cui la Repubblica veniva fondata, quando Firenze viveva

sobria e pudica, e possiamo non solo scoprire un altro lato della

società di quel tempo, ma vedere anche quali furono veramente gli uomini

che fondarono la libertà, quali i loro animi quando essi crearono quelle

grandi istituzioni, che i politici e letterati del Rinascimento

cominciavano a disfare. Chi vuole accuratamente conoscere il

Rinascimento e l'opera sua, per cavarne giudizii generali sull'indole

del popolo italiano, dovrebbe pur distinguere ciò che in esso sopravvive

del passato, e dà ancora frutti di cui il solo Rinascimento sarebbe

stato incapace. Nel popolo, negli ordini inferiori della società, questo

passato sopravvive sempre più tenacemente, e si può meglio studiarlo.

Anche ai nostri giorni si ritrovano qualche volta gli avanzi di un

passato assai lontano, che non dobbiamo trascurare nelle società

moderne, se vogliamo conoscere bene il tempo in cui viviamo. A

giudicarla tutta, la società bisogna esaminarla da tutti i lati.

Certo quando noi guardiamo in Firenze il Duomo, il Palazzo Vecchio e gli

altri monumenti che gli stranieri tanto ammirano e tanto studiano,

dobbiamo ammirarli anche noi. Ma, sebbene assai pochi vi pensino, non

meno ammirabile è la condizione in cui la Repubblica fiorentina lasciò

le campagne della Toscana, non per le amene colline, non per le ricche

messi, ma per l'armonia sociale che vi regna, per le condizioni

economiche in cui l'antica Repubblica pose il contadino. Nel 1289 i

Fiorentini fecero una legge, la quale, con un linguaggio che sembra

quello stesso dell'Assemblea Costituente in Francia, dichiarava che la

libertà è sacra, inalienabile, che è voluta da Dio, è necessaria alla

prosperità di tutto il popolo, e liberava perciò i contadini da ogni

servitù. E sono questi i tempi medesimi, in cui s'iniziava quel

contratto agrario che fino ai nostri giorni fu tanto ammirato, che il

nobile animo del Sismondi chiamava uno dei grandi monumenti della

sapienza civile degl'Italiani, che gli economisti moderni dichiarano uno

dei mezzi più efficaci a liberare la società moderna dal pericolo

sociale d'un conflitto di classi, da cui essa sembra minacciata. E

questo fu fatto dai Fiorentini nel Medio Evo, quando il dominio della

società spettava alla forza, e per tutto regnavano persecuzione e

violenza. Fu quello il tempo in cui nell'Italia centrale venne trovata

quella forma di contratto, secondo la quale il coltivatore della terra

poteva, allora come ora, dire al proprietario: Tu sei il lavoro

accumulato dei secoli, io sono il lavoro vivente. Abbiamo bisogno l'uno

dell'altro, diamoci dunque amica la mano, e siamo soci. Così si

chiamarono allora, e così si chiamano oggi. E allora come ora, o

Signori, il lavoratore dei campi, il quale col sudore della sua fronte

feconda la terra italiana, che produce quella ricchezza, che è tanta

parte della prosperità nazionale, poteva tornare a casa tranquillo la

sera, e godere anch'esso le gioie della famiglia, e sentirsi uomo come

noi, e crescere con la sua la nostra felicità. E questo fu fatto dai

Fiorentini quando in Inghilterra, in Germania, in Francia i contadini

erano schiavi, erano servi della gleba. Quegl'Italiani che emanciparono

l'uomo, che emanciparono il lavoro, dovevano pure avere un alto

sentimento morale.

Gli albori della vita Italiana Conferenze tenute a Firenze nel 1890 · 第 3 / 30 段