[160] Poniamo qui un cenno degli Atti del processo: servirà a far

conoscere sempre meglio il genere di vita e le tendenze di quest'uomo,

che a' tempi suoi fu tenuto in grandissimo pregio da' maggiori

dotti. Gli Atti del processo capitati nelle nostre mani, citando

appena un'altra inquisizione precedente sofferta per conto del Nunzio

_Mons._r Malaspina, recano che nel luglio 1595 lo Stigliola trovavasi

carcerato in Roma, e Carlo Baldino Arcivescovo di Sorrento, Ministro

dell'Universale Inquisizione Romana e Delegato del Card.l di S.ta

Severina, a nome della Sacra Congregazione procedeva contro di lui

in Napoli. — L'azione comincia, come tanto spesso, da un Gesuita,

un Gesuita molto inteso a que' tempi, Claudio Migliaresi, il quale

trovandosi in casa del Principe di Conca, presente il Duca di Seminara,

il cav.r Cesare Miroballo ed altri, ha udito dal Principe che lo

Stigliola (addetto a far disegni di fabbriche nel Palazzo di lui),

discorrendosi delle cose della fede e richiesto intorno alle sue

credenze religiose avea manifestato che le avrebbe esposte quando vi

fusse un Concilio aperto, che la S.ta Sede diceva in un modo e gli

ultramontani in un altro, i Gesuiti in un modo e quelli della nova

religione in un altro; dippiù che al Principe di Avellino aveva una

volta detto essere il mangiar carne in giorni proibiti, ovvero il

fornicare, come portare un pugnale, che se nessuno lo vede non reca

pena; che infine, sollecitato dal Principe di Conca a manifestare

quali fussero le sue credenze, avea detto «volete che D. Carlo Baldino

mi metta la mano al collaretto?» Per questo doveva essere niente

di buono, e veramente dovunque era stimato eretico. Spiegava poi il

Deuteronomio alla moglie ed a' figli, e frattanto teneva la stampa in

casa e leggeva a circa 400 scolari oltrechè a diversi Signori. — Tutte

queste cose denunziò il Gesuita, aggiungendo che non avea mancato di

parlare pure al Vicerè ed al Reg.te Marthos «che se sariano mossi per

quel che potria importare anche al Stato», e infatti, quando egli si

rivolse poi al S.to Officio, vide che già il Marthos ne aveva scritto

a _Mons._r Baldino e all'Arcivescovo di Napoli. — All'esame di costui

seguono nell'agosto 1595 gli esami del Principe di Conca, del Duca di

Seminara e di D. Cesare Miroballo, i quali confermano tutte le cose

predette aggravandole; ne risulta che lo Stigliola era pure nemicissimo

de' Gesuiti perchè cercavano di far proibire molti libri, che non aveva

la corona di paternostri, che approbava il procedere del Re di Navarra,

che leggeva anche a franzesi, e leggeva ad alcuni scolari una lezione

di Scritture con le porte serrate (_sic_). — Segue l'esame di Giulia

Giovine, napoletana, di anni 30, moglie dello Stigliola, chiamata a

deporre con giuramento. A successive interrogazioni risponde: che il

marito trovasi in Roma carcerato ma non sa perchè; è ingegniero; dà

letture in case di Signori; non si ricorda che abbia letto in casa (pia

menzogna); soleva leggere a lei «e alli garzuncielli» in camera sua le

vite de' Santi, i Salmi, il Testamento vecchio e il nuovo; ha visto

franzisi in casa sua ma non sa il perchè; lodava il Navarra perchè

era sapiente ed amava li huomini da bene, non perchè era heretico;

non ha voluto mai magnare carne in giorni proibiti, neanche essendo

malato; una volta ha portato due corone alle figliole femine (_sic_).

— C'è ancora l'esame di Alessandro Pera Canonico napoletano, che ha

udito il Principe di Conca parlare contro lo Stigliola, e tra le altre

cose dire che spiegava in casa il 3.º libro de' Re; una volta nel

discorrere con lui del miracolo del mar rosso, lo Stigliola disse che

un astrologo conobbe essere la cosa avvenuta per accesso e recesso

del mare; un'altra volta, nel discorrere del governo di questo Regno,

sospirando disse il verso del Petrarca, «Anime belle et de virtuti

amiche Terranno il mondo»; infine lo crede buono, e ne sa di male sol

quanto ha udito dal Principe di Conca. — Segue una lettera del Card.l

di S.ta Severina con gli articoli del fisco compilati in Roma (8 10bre

1595); poi gl'Interrogatorii per le ripetizioni de' testimoni; poi gli

esami ripetitivi de' suddetti Signori e della Giovine, che vanno fino

al 4 aprile 1596. — Qui finiscono gli Atti, poichè, naturalmente, il

processo ebbe termine in Roma. Senza essere gravissimo, il processo

lascia nell'animo una profonda tristezza. Mentre riescono assai curiose

ed interessanti le notizie delle vedute religiose, delle aspirazioni

politiche e della vita dello Stigliola, spandono una fosca luce que'

Nobili, quel Gesuita, quello stretto accordo del trono e dell'altare,

quel ricorso del Gesuita prima al trono e poi all'altare, quella

tortura morale fatta soffrire alla moglie dello Stigliola; un mucchio

di miserie.

[161] Altre notizie intime abbiamo rinvenute in un ms. esistente nella

Bibl. naz. di Napoli (X, B, 52) intitolato «Della vita e della morte

dell'Ill.ma et Ecc.ma Sig.ra D.a Isabella Feltria della Rovere Pr.sa

di Bisignano», autore un Gesuita che l'aveva confessata per 37 anni e

che scrisse dietro ordine de' superiori. Ma non si creda che vi sia

in esso qualche notizia della lunga e crudele carcerazione sofferta

dal Principe, non senza l'opera della sua Signora e forse degli stessi

Gesuiti: vi si dice solamente che ad occasione de' debiti, «successa la

provista del Curatore per i stati a beneficio dell'herede, et acciò le

cose si facessero con pace e senza disturbo, il Conte di Miranda ordinò

al Principe si retirasse di stanza in Gaeta». Sono invece narrate tutte

le devozioni e perfino le giaculatorie della Signora, ed è registrata

anche l'opinione della sua santità, dopo che avea dato ogni suo avere

alla Compagnia.

[162] Ved. i Reg.i _Curiae_, vol. 27 (an. 1573-75, 6.º del Vicerè

Card.l Granvela) Let. Vicereali del 20 gen. 1574 fol. 51, del 21 8bre

fol. 184, del 18 9bre fol. 203. In esse sono contemplate appunto le

riforme della casa, le donazioni, le ricerche di danaro da parte del

Principe.

[163] Ved. i sud.ti Registri _Curiae_ vol. 31 (an. 1582-85, 2.º del

Duca d'Ossuna seniore) Lett. Vicereale del 31 gen.º 1583 fol. 9 con la

quale si ordina che la Pr.sa non esca dal Regno. — Inoltre nell'Arch.

d'Urbino oggi in Firenze, _Carteggio de' particolari_, clas. 1.a div.

G. filz. 102 (Napoli diversi dal 1580 all'84); lett. di Gio. di Tomase

del 15 aprile 1580; let. di Jacobo Bonaventura, da Bari 18 marzo 1583,

da Napoli 8 aprile 1584, da Bari 21 agosto 1591. Nella lettera da

Napoli il Bonaventura dice che ha vista la Principessa che ha male alle

narici e i medici promettono, ma egli crede che non sanerà senza ferro

e foco, ed afferma che «per queste parti non vi son persone exercitate

in simili affectioni», e fa conoscere che la Pr.sa desia trovarsi in

quella giornata nelle mani di S. A. Ser.ma — Ben si vede che non sempre

i medici della capitale hanno fatto sentire il loro peso su quelli

delle provincie; ma vi è stato un tempo nel quale accadeva l'opposto.

[164] Sulla morte del giovane Duca di S. Marco, di cui si hanno

pure due lettere autografe negli Arch. Urbinate e Mediceo, vedi

nell'Arch. di Urbino filz. sud.ta 102, let. di Cesare Pulci da Nap.

28 9bre 1595 e nell'Arch. Mediceo, Scritture Strozziane, Carteggio

del Nunzio Aldobrandini filz. 225, let. del Nunzio del 27 9bre 1595.

— Sull'assistenza e sulle manovre de' PP. Gesuiti ved. Arch. d'Urbino

Carteggio Agenti di Napoli filz. 214, let. di Giulio Giordano del

1.º, del 17 e del 23 gen. 1596: Arch. Mediceo, Lett. di Capostrano e

Napoli filz. 4091, let. di Gio. Francesco Palmieri del 14 7bre 1604.

— Su' rimedii invocati dalla Principessa ved. Arch. Mediceo, Lettere

di Napoli filz. 4086, let. di Giulio Battaglino del 3 feb. 1598, con

la quale chiede a S. A. per la Pr.sa l'unto da fuoco. Di unti, ogli e

balsimi del Gran Duca, da fuoco, da spasimi, di anici, contro i vermi

_etc._ sono frequenti le richieste ne' Carteggi dei suoi Agenti in

Napoli. — Sulla richiesta della Pr.sa di entrare nel Monastero di S.

Sebastiano «con 6 donne, mentre D.a Giovanna d'Austria che è giovane ne

tiene 5», ved. Arch. Mediceo Carteggio sud.to del Nunzio Aldobrandini

filz. 226; let. del Nunzio del 4 8bre 1596. Il Duca di S. Marco era

stato già adocchiato da Papa Clemente e destinato sposo ad una sua

nipote: così si hanno anche varie notizie di lui nel Carteggio del

Nunzio Aldobrandini.

[165] Ved. nell'Arch. d'Urbino _Carteggio di particolari_ filz. 202, le

due lettere di D. Lelio Orsini, la prima interamente autografa del 16

aprile 1580, la seconda autografa nella sola firma del 13 gen.º 1598.

— Sulla celebre causa della successione di Bisignano, durata oltre 30

anni, si trovano pure consulti ed allegazioni in diverse opere legali:

ved. de Ponte Jo. Franc. Consiliorum t. 1. Venet. 1595, cons. 147, p.

790-91, e t. 2. Neap. 1616, cons. 146, p. 779; de Marinis Don. Ant.

Juris Allegationes in Op. Juridica Venet. 1758, alleg. 43, p. 130;

Roviti Scip. Consilia, Neap. 1622, t. 1. cons. 1. ad 11. p. 18 a 58.

La parte presa da D. Lelio Orsini si può desumere molto bene da tutti

questi fonti. Egli morì molto prima che la lite finisse, e D.a Giulia

Orsini, già Marchesa di Fuscaldo e poi sposa a D. Tiberio Carafa che

continuò la lite, e volle sempre chiamarsi Principessa di Bisignano,

morendo istituì erede il Re, come avea già fatto pure il vecchio

Principe: e il Re accettò la successione, e ritenuti D.i 500 mila in

benefizio della Curia, diede il titolo e la dignità di Principe di

Bisignano a D. Loise Sanseverino primogenito del Conte della Saponara.

[166] Ved. Arch. Mediceo Lettere di Napoli filz. 4087, let. di Gio.

Vincenzo Ruffolo del 20 e del 29 7bre 1599 (disordinatamente disposte);

ed Arch. di Venezia Senato-Secreta, Napoli 1598 Scaramelli, let. del

1.º 7bre 1598.

[167] Pe' particolari dell'arresto del Principe ved. nell'Archivio di

Urbino, Carteggio degli Agenti di Napoli, filz. 212 let. di Antonio

Leoncino del 27 luglio 1590. — Per l'interesse spiegato da D. Lelio

Orsini nel 1591 ved. Ibid. filz. 214, let. di Gio. Benedetto Venturelli

del 7 7bre 1591. — Per la commendatizia a nome del Papa ved. nell'Arch.

Mediceo, Scritture Strozziane, Carteggio del Nunzio Aldobrandini,

filz. 207, lett. del Card.l S. Giorgio al Nunzio del 3 giugno 1594, e

filz. 224, let. del Nunzio al Card.l S. Giorgio del 1.º luglio 1594.

Segnatamente questa commendatizia dovè essere sollecitata da D. Lelio,

il quale stava in Roma a quel tempo ed in ottime relazioni col Papa;

si noti che la dimora di D. Lelio in Roma fu accidentale e limitata a'

soli tre anni sopra indicati, al contrario di quanto dice il Litta.

[168] Per la traduzione del Principe da Gaeta in Napoli, ved.

nell'Arch. d'Urbino la detta filza 212, let. di Giulio Giordano de'

16 e 23 febb.º 1596, e nell'Arch. Mediceo filz. 4085, let. di Giulio

Battaglino del 22 febb.º 1596. — La notízia de' sussidii avuti dal

Gran Duca di Toscana leggesi nell'Arch. Veneto Carteggio di Napoli,

let. dello Scaramelli del 1.º 7bre 1598. — La corrispondenza del

Principe si legge nell'Arch. Mediceo, Lett. di Napoli di Particolari

filz. 4152. Comincia dal 3 gen. 1590, da Sarano. Continua col 25 apr.

1592; 8 marzo, 19 luglio e 3 9bre 1593; 15 giugno, 8bre e 10bre 1594,

da Gaeta o Castello di Gaeta, firmato talvolta «lo infelice compare

Ppe di Bisignano»; marzo 1598 dal Castelnuovo di Napoli, firmato «lo

infelice Ppe di Bisignano». Segue un'altra lettera del 25 agosto 1598

da Chiaia. Poi ve ne sono ancora diverse posteriori. — Egualmente tra

le Lettere di Napoli di Giulio Battaglino, filz. 4086, se ne trova

un'altra del Principe del 17 marzo 1598 dal Castelnuovo, firmata «lo

infelice» _etc._ Intanto nella stessa filza una let. del Battaglino

del 6 mag. 1597 reca che nella Chiesa del Gesù si erano pacificati

il Principe e la Principessa, rimanendo d'accordo che non avrebbero

coabitato insieme; evidentemente si era fatto uscire il Principe per

compiere quella funzione e poi lo si era ricondotto in Castelnuovo; ed

ecco la necessità di tenere ben presenti le date soprariferite. — La

transazione fatta con la Principessa si legge nell'Arch. di Napoli,

Registri _Privilegiorum_, ad occasione del Regio assenso, vol. 112

(an. 1597-98) fol. 36, e vol. 118 (an. 1599) fol. 6. — L'obbligo del

Principe di tener la casa in luogo di carcere, e la cauzione data da D.

Lelio si trovano ne' Registri _Sigillorum_, per la riscossione delle

tasse relative al Regio assenso, vol. 37 (an. 1600) sotto le date del

20 maggio e 22 giugno. — Per la notizia della fuga co' suoi particolari

e i suoi motivi, ved. nell'Arch. Mediceo filz. 4086, let. di Giulio

Battaglino del 1.º 7bre 1598, e meglio ancora nell'Arch. di Venezia

Carteggio di Napoli, let. dello Scaramelli del 1.º 7bre e 28 8bre

1598: col suo testamento il Principe intese di procurarsi un migliore

assegnamento, render sicuto quello della Principessa e provvedere alla

sorte di un suo figliuolo naturale, che condusse con sè nella sua fuga

e che dovè essere Carlo Sanseverino.

[169] Ved. per questi fatti specialmente nell'Arch. di Venezia

Carteggio di Napoli, let. dello Scaramelli del 1.º 7bre, 27 8bre, 10

e 17 9bre 1598 e 13 febb. 1601. Al momento della fuga del Principe di

Bisignano corse voce che fosse con lui fuggito anche D. Lelio, ma non

era vero; ved. nell'Arch. di Modena gli Avvisi di Roma del 2 7bre 1598.

La partenza di D. Lelio per la Spagna avvenne in 8bre 1598; egli era

allora Eletto della città di Napoli pel Seggio di Nido.

[170] Ved. Doc. 401, pag. 479.

[171] Ved. T. Campanellae _Medicinalium_, Lugduni 1635, lib. 6º, cap.

29, pag. 517.

[172] Ved. _Medicinalium_, pag. 633.

[173] Per l'ufficio di lettore nello studio pubblico, ved. i Registri

_Sigillorum_, vol. 36 (an. 1599): «a 26 di giugno Lettera al Rev.do

cappellano maggiore per la quale se provede la lectura de theorica de

medecina in persona del dottore michele polito con provisione de D.ti

ducento lo anno per morte de Joan berardino longo» (_intendi_ vacata

pel passaggio del Tancredi alla lettura vacata per morte del Longo).

[174] Ved. nell'Arch. di Napoli per le promozioni del Tancredi le

Scritture della Cappellania Maggiore, _Lettere Regie_, vol. 1, fol.

5, 13, 18, 72. — Per la dignità di Conte Palatino, ved. Registri

_Privilegiorum_ vol. 129 (an. 1603-04) fol. 7. Questa dignità, a'

tempi de' quali ci occupiamo, non dava che in vita il titolo, e in

morte il dritto di portare sulla bara la spada, gli speroni d'oro, e

un libro aperto. Era un modo di onorare la scienza ne' lettori, che

ci apparisce superiore all'odierno aumento quinquennale di stipendio,

condito da una croce di Commendatore che viene giù a caso o dietro le

insistenze de' più procaci. Del resto anche per la dignità di Conte

Palatino era necessario solamente avere insegnato 20 anni, e comunque

fosse di obbligo un processo informativo che attestasse di aver fatto

un lodevole insegnamento, i 20 anni rappresentavano la condizione

essenziale; laonde era sempre riconosciuto il principio, che quanto più

si è goduto lo stipendio, tanto più si ha dritto ad essere stimato,

senza vedere chiesto mai alcun conto delle opere pubblicate. Difatti

dopo che era stato già dichiarato Conte, il Tancredi pubblicò le due

opere che di lui si conoscono: «De fame et siti libri tres, Venet.

1607» e «De Antiperistasi omnigena sive de naturae miraculis, Neap.

1621». La sua condizione di Barone della Podaria è notata sulle sue

opere (Podariae regulus) ed attestata da' _Cedolarii_ in data 11 febb.º

e 6 marzo 1622. La condizione di medico del Nunzio è attestata dal

Nunzio medesimo nel suo Carteggio; ved. filz. 235, lett. del 6 maggio

1605.

[175] Ved. nell'Arch. di Urbino filz. 203, Napoli diversi, e nell'Arch.

Mediceo filz. 4152, Lettere di Napoli di Particolari.

[176] Per l'ufficio di Doganiero ved. nell'Arch. di Napoli Registri

_Curiae_ vol. 27 fol. 54. t.º; pel titolo di Duca, Registri

_Privilegiorum_ vol. 107 fol. 192; quivi le imprese militari di

Fabrizio sono meglio specificate, anzichè negli scrittori di cose

nobiliari come il De Lellis, Famiglie nobili della città di Napoli

ms. della Bibl. nazionale (VI. F. 9) pag. 243, e Campanile, Storia

dell'Ill.ma famiglia di Sangro, Nap. 1615, pag. 69.

[177] La copia della decisione leggesi nell'anzidetta corrispondenza

del Duca di Vietri esistente nell'Arch. d'Urbino filz. 203. Le lettere

scritte durante la prigionia, e spesso con la data «da Castelnuovo»,

son sette. Nella 1a del 15 10bre 1598 dice «A capo de 47 dì mi è stato

permesso il posser scrivere»; seguono le altre del 22 gen.º, 21 marzo,

16 luglio, 8 8bre 1599, una 6a senza data, e una 7a del 4 febbraio

1600, nella quale è trascritta integralmente la decisione della

Gran Corte, che conclude «Ducem Vetri non esse interrogandum super

praedictam inquisitionem, et propterea non esse procedendum contra

ipsum». Con un'altra lettera degli 11 febb.º 1600 è dato l'annunzio

della liberazione avvenuta.

[178] Questo Scipione Orsini era della linea di Mario Orsini, Conte di

Pacentro, Signore di Oppido e di Pietragalla; aveva pure un fratello

a nome Lelio, sposo a Giulia Dentice, da non doversi confondere col

nostro D. Lelio.

[179] Nulla di tutto ciò si legge in Adimari, Historia Genealogica

della famiglia Carafa Nap. 1691, vol. 3, sebbene di ciascuno de'

suddetti Carafa e loro parenti vi sia una distinta menzione, e quella

di D. Francesco sia abbastanza larga (ved. vol. 2º, pag. 304). Invece

nel Carteggio del Residente Veneto, let. del 29 10bre 1598, e in quello

dell'Agente di Toscana, let. del 6 agosto 1600, si hanno le notizie che

abbiamo sopra riferite testualmente; ciò che poi accadde in sèguito

rilevasi con sufficienti particolarità nel Carteggio Toscano, avendo

D. Ottavio Orsini primogenito del Conte di Pacentro, il 13 febb. 1600,

sposato D.a Francesca di Toledo, ed essendo perciò divenuto parente

del Gran Duca (ved. oltre la lett. suddetta, quelle del 22 agosto, 5,

12 e 27 7bre, e 17 8bre 1600; 17 agosto, 4 ed 11 7bre 1601, nell'Arch.

Mediceo, filze 4087-88; ved. due lett. autografe del Conte di Pacentro

nella stessa filza 4087, ed anche, nello stesso Arch., gli Avvisi di

Roma filz. 4028, Avv. del 30 marzo 1602: da questi documenti è stato

desunto ciò che costituisce il sèguito della nostra narrazione).

Abbiamo ritenuto che il Marchese di S. Lucido, di cui qui si tratta,

sia D. Francesco Carafa, perchè nel Carteggio Veneto è detto «nipote di

D. Cesare», e costui è indicato come «già fatto Veneziano»; ved. let.

del 9 febb.º 1599, (di questo D. Cesare abbiamo pure trovata qualche

lettera al Duca di Urbino in data di Murano 1593, nell'Arch. di Urbino

filz. 202, ed alcune altre al Gran Duca di Toscana in data di Venezia

1599, nell'Arch. Mediceo filz. 894). Da ciò ci è risultato abbastanza

chiaro che si tratti di D. Francesco, e per farlo intendere a' lettori

poniamo qui due specchietti genealogici:

A. — Diomede Carafa 4.º genito di Galeotto Conte di Terranova m. a

Girolama Villani;

|- Cesare ritiratosi a Venezia.

|- Francesco Grande Ammirante.

|- Ferdinando militare.

|- Fabio.

|- Ottavio che con l'eredità di una zia acquistò Anzi e divenne

| March.se d'Anzi.

B. — Ottavio 1.º Marchese d'Anzi m. a Crisostoma ossia Costanza Carafa

figlia di G. Battista Conte di Policastro.

|- Francesco 2.º March. d'Anzi, divenuto anche di S.to Lucido; fu

| tre volte sposo:

| |- 1.º a Giovannella Carafa, March.sa di S. Lucido per eredità

| | di suo zio Ferrante, vedova di G. B. Francipane;

| | |- Ottavio 3.º Marchese di Anzi e March. di S. Lucido

| | |- Crisostoma sposa di Fil. Brancia Ppe di Casalmaggiore.

| |- 2.º a Emilia Brancia sorella del detto Ppe di Casalmaggiore;

| | |- Gio. Battista sposo a Adriana de Franchi.

| | |- Diomede Tenente generale M.º di Campo.

| | |- Tiberio Capitano di cavalli.

| | |- Antonio d.to Pier Luigi Teatino.

| | |- Cesare Capitano di cavalli.

| |- 3.º a Porzia Caracciolo Duchessa di Cerce, già due volte

| | vedova, con la quale non ebbe figliuoli.

|- Diomede Vesc. di Tricarico.

|- Tiberio, divenuto Ppe di Bisignano sposando Giulia Orsini, poi

| Ppe di Scilla, Belvedere _etc._

|- Pier Luigi Cardinale.

|- Carlo Domenicano.

|- Lucrezia m. al Conte di Celano.

|- Crisostoma monaca.

Aggiungiamo che in un Cod. ms. della Bibl. nazionale di Napoli (X, C,

20) col titolo, «Desgratiato fine di alcune case Napoletane», essendone

riconosciuto per autore Ferrante Bucca, si parla del «Marchese d'Anzi

e Ppe di Bisignano» Francesco M.a Carafa sposo della «figlia del

Marchese di S.to Lucido», ricchissimo, che fece omicidii (senza altra

particolarità) onde fu forgiudicato, dovè spender molto per accomodare

le sue faccende e infine le accomodò. Venuto in Napoli perdè la moglie

con la quale avea fatto due figli, e ne prese un'altra di casa Brancia

con la quale fece molti figli. Tiberio suo fratello 2.º genito gli

lasciò il titolo di Ppe di Bisignano» _etc._ Poi stando in molta e gran

_privanza_, come allora si diceva, col Conte di Lemos Vicerè (int. il

Conte di Lemos figlio, 1610-1616) ebbe con lui alcuni disgusti (senza

dir quali), onde fu posto nel peggior criminale del Castelnuovo e

quindi dal Conte medesimo tradotto in Spagna acciò non fosse liberato

dal successore; ivi fu condannato alla relegazione in vita in un'isola

di Africa, ma giunse poi ad essere graziato, e tornato In Napoli prese

moglie por la terza volta sposando la Duchessa di Cerce. Non istante

le ricche doti che lo sorressero, finì nella miseria. Come si vede,

le particolarità di questo racconto non brillano tutte per esattezza

e tanto meno per chiarezza; ma è riconoscibile sufficientemente il

Marchese di S.to Lucido della nostra narrazione, con gli omicidii

in essa riferiti, pe' quali nel 1598 era «commossa e quasi divisa la

città». Ne' _Cedolarii_ ci è rimasto il ricordo che «il 28 marzo 1616,

nella Sala Reale del Castello nuovo, _extra carceres_, con l'assistenza

del R.º Consigliere Pomponio Salvo», Francesco Carafa dovè rinunziare

al figlio primogenito Ottavio la terra d'Anzi unitamente al titolo di

Marchese; la data del fatto mostra bene che esso avvenne poco prima

che egli fosse trascinato in Ispagna. E in mezzo a tante vicende amò

le buone lettere: già suo zio D. Ferrante Carafa di S.to Lucido era

stato protettore dell'Accademia di Gio. Battista Rinaldi finita nel

1580; egli fondò più tardi l'Accademia degl'Infuriati (ved. Capaccio,

il Forastiero, Nap. 1634 p. 10, e Camillo Minieri Riccio, Accademie

fiorite nella città di Napoli, Arch. Storico delle Prov.e Nap.e an. 4.º

1879, p. 530).

[180] Ved. nel Carteggio del Residente Veneto la lettera del 9 febb.º

1599.

[181] Ved. per fra Pietro da Catanzaro il processo di eresia del

Campanella, Doc. 332 b, pag. 288. Per fra Filippo Mandile il Carteggio

del Nunzio Aldobrandini, lett. da Nap. de' 30 marzo e 21 aprile 1600

(grazie fattegli). Per P.e Gio. Batt. da Polistina Ibid. let. da Roma

de' 18 lugl. e 17 8bre 1597 (con suo memoriale autografo), 22 9bre 1597

e 2 gen. 1598; let. da Nap. de' 4 8bre 1596, 25 luglio, 29 agosto e 30

8bre 1597, 30 genn. 1598.

[182] Ved. nell'Arch. di Firenze il Carteggio del Nunzio Aldobrandini,

varie let. da Napoli di 7bre 1594, 4 agosto 95 e 20 febb.º 98; e

lett. da Roma del 17 luglio 1595, 31 agosto 96. Nell'Arch. di Napoli i

Registri _Curiae_, vol. 38, fol. 53, lett. dell'ultimo di giugno 1596;

fol. 126 e 128, lett. del 9 e 22 maggio 1598; fol. 150, lett. del 31

luglio 1598. Nell'Arch. Veneto lett. del 14 aprile 1598.

[183] Ved. la nostra Copia ms. de' proc. eccles., tom. 1º, fol. 264.

[184] Ved. il Carteggio del Residente Veneto, lett. de' 25 7bre, 6 8bre

e 27 8bre 1598; e il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, lett. di Roma

de' 9 maggio e 20 7bre 1598, e de' 2 genn.º e 16 marzo 1599.

[185] Ved. dep. del Pizzoni e del Lauriana; Doc. 278, pag. 199, e 280,v

pag. 208.

[186] Ved. nell'Arch. di Stato, Registri _Curiae_, vol. 38, an. 1595-99

fol. 123; e vol. 45, an. 1596-601, fol. 97, lett. Vicereale all'Auditor

di Lega in data 23 luglio 1598.

[187] Su questi diaconi selvaggi sono numerosissimi i cenni sparsi

ne' Registri _Curiae_; ma una notizia abbastanza precisa, bensì di

data posteriore di molto, può leggersi ne' Registri _Notamentorum

Collateralis Consilii_ an. 1626, vol. 9, fol. 69. Essi furono dapprima

nominati da' Sindaci per spazzare le Chiese e prestarvi i più bassi

servigi, venendo scelti tra le persone che non possedevano nulla _in

bonis_: ma secondo lo stile ecclesiastico, che in fondo è stato sempre

quello del riccio, i Vescovi s'impossessarono del dritto di nomina,

ne usarono ed abusarono a loro talento, e non occorre dire che vennero

subito appoggiati dalla Curia Romana in tali abusi.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 49 / 55 段