parla della virtù di uno stallone di Mario del Tufo chiamato Montedoro.
Le lettere di Mario del Tufo al Gran Duca si trovano annesse a quelle
di Giulio Battaglino, e sono dapprima interamente autografe, di poi
autografe nella sola firma. Cominciano, come quelle del Battaglino,
dal 1592, non essendone stata fatta raccolta negli anni antecedenti; e
continuano sempre, ma noi non le abbiamo ricercate oltre il 1605 (filze
4084 a 4091 in notevole disordine). Le date sono: da Napoli 29 agosto
1592 (invio di cavalli); da Mondorvino 29 maggio 1593 (ringraziamenti
per «li tanti duoni» che S. A. è restata servita di mandare a lui e
alla Sig.^ra Fulvia sua); e poi del 26 marzo 1600, 25 9bre 1600, 15
marzo 1601, 28 8bre 1601, 10 9bre 1602, 31 marzo 1603 (fin qui sempre
invio di cavalli giungendo a dire che la razza è più del Gran Duca
che sua); 28 e 30 mag. 1603 (raccomanda suo figlio Francesco, che sta
a Pisa, e mostra il desiderio di un'Abbadia per lui); 25 giugno 1605
(invio di cavalli). — Ma in questi e in tutti gli anni intermedii
sono innumerevoli le lettere del Battaglino e poi del Turaminis
che gli successe, come pure di qualcuno degli Agenti dello Stato
di Capestrano e baronia di Carapello appartenenti al Gran Duca per
l'acquisto fattone vendendosi i beni del Duca di Amalfi, nelle quali
lettere si parla di Mario del Tufo, de' suoi cavalli e de' marzolini
del Gran Duca. Solamente dopo il 3 giugno 1599 fino al 26 marzo 1600
non si parla mai di Mario del Tufo (circostanza da notarsi); e in una
lettera del 10 maggio 1600 egli è detto «altiero e schizzinoso forte,
che diventerebbe nemico se non gli si desse dell'Illustr.^mo», onde
è respinta una lettera a lui diretta nella quale siffatto titolo era
stato dimenticato; in un'altra lettera poi del 14 aprile 1603 è detto
cognato del Reggente Costanzo.
[109] Anche da documenti esistenti nell'Arch. di Napoli Giulio
Battaglino appare napoletano e prete. Tra' _Processi della R._^_a__
Camera della Sommaria_ ce n'è uno segnato col n.º 7775 e col titolo,
«Acta civilitatis neapolitanae petitae per mag.^cus Laurentium et
Julium battaglinos tamquam ortos; An. 1567»: vi risultano figli di
Giovanni e Porzia Villana, e Giulio, secondogenito, sarebbe nato verso
il 1551; avrebbero avuto 5 sorelle (4 di esse, insieme con Giulio,
sono menzionate ne' Reg. _Partium_ vol. 1465 fol. 75-76). Nel 1589
gli fu accordata dal Re di Spagna la nomina di Cappellano di S. M.^tà
ed una pensione di D.^i 300, assegnati sopra l'arrendamento de' ferri
di Calabria (ved. Reg. _Partium_ v. 1176 fol. 53). Anche in altre
scritture è detto «di Napoli, Rev.^do dottore» (ved. _Privilegiorum_
vol. 114 fol. 9): lo dichiara poi egli medesimo più volte nel suo
Carteggio (ved. Arch. Mediceo let. de' 26 maggio e 1º agosto 1596,
e 9 7bre 1600), come dichiara egli medesimo i suoi obblighi al Gran
Duca Ferdinando, essendo la sua casa stata condotta «dalla miseria a
mediocre stato, per avere suo fratello e lui recuperata la patria col
favore di S. A.» (ved. let. del 5 9bre 1595). Suo fratello Lorenzo è
detto da lui «poco esperto di negotii e travagliato da quasi continua
podagra», sposo di una tedesca, già Donna della Ser.^ma D. Giovanna
d'Austria, che egli tolse in moglie in Toscana, e che gli diede due
figli Pompeo e Giovanni, il primo de' quali fu poi giudice e trovasi
molto spesso nominato nell'Arch. di Napoli. Questo Lorenzo Battaglino,
col titolo di Barone, è citato anche in un ms. della Bibl. nazionale
di Napoli, «La Verità svelata di Silvio ed Ascanio Corona» etc., dove
figura quale amico di Scipione e Gio. Battista Tomacelli, napoletani
emigrati in Firenze, a tempo del Vicerè Card.^l Granvela. Anche il
Residente Veneto nel suo Carteggio parla di Giulio Battaglino con molta
stima, e dice che era stato già 7 anni continui in servizio di S. A.
mentre era Cardinale (ved. Arch. Veneto Lett. di Napoli del 20 8bre
1598). Vedremo Giulio molto pregiato specialmente dal Vicerè Conte di
Lemos e dalla Contessa sua moglie a tempo delle sventure del Campanella
in Napoli.
[110] Ved. op. cit. lib. 2.º, cap. 29. Riporteremo le parole medesime
del Campanella, attenendoci alla lezione del ms. napoletano. — «Parlai
con uno dotto fiorentino che credeva le Belve dovere resuscitare à
gloria con l'huomo, perchè santo Paulo dice che ogni creatura piange
aspettando la sua redemptione et libertà della corruttione, et che
tutte faranno decreto che l'Agno divino è degno de aprire il libro
dell'Apocalissi, come ivi è scritto, et dicendoli io che ciò se intende
dell'huomo ch'à simiglianza con tutte le creature, stava duro alla
sua credenza, che pure molti Indii tengono. Poi dicendo io che era
bestialità credere che le mosche, et polici, e Zanzere havessero à
resuscitare in gloria, et che la terra non basta à rifare tanti corpi
de animali, poichè ogni dì ne moion millioni di millioni, et di tante
specie, che misurata la grossezza della terra, et la rotondità, et poi
donando ad ogni huomo un passo di terra per il suo corpo, che ha da
ripigliare, non basta quasi all'huomini, tutta à refare i corpi facendo
il conto esquisito, et egli comminciò a discredere quella sententia
bestiale, in favore delle bestie».
[111] Ved. l'Informazione pubblicata dal Capialbi, pag. 50.
[112] Riscontra la nota a pag. 46, segnatamente i brani ivi riportati
della lettera pubblicata dallo Struvio e di quella pubblicata dal
Centofanti. La lettera pubblicata dallo Struvio è stata certamente
negletta da tutti i biografi.
[113] Ved. Arch. di Urbino, clas. 1.ª div. G, filz. 148, Carteggio
Agenti di Roma; Giacomo Sorbolongo; disp. degli 11 feb. 1600. — Le
opere del Chiocco a noi note, oltre quella sopra menzionata, sarebbero:
Carmen, De Balsami natura et viribus juxta Dioscoridis placita;
altro Carmen, De Contagii natura, siderum vi et thermis Calderianis;
ancora un Carmen, Psoricon; inoltre, Musaeum Franc. Calceolarii jun.
Veronensis a Benedicto Ceruto incoeptum, ab Andrea Chiocco luculenter
descriptum et perfectum; infine De Collegii Veronensis illustribus
medicis et philosophis.]
[114] Ved. nell'Arch. Mediceo, lett. di Giulio Battaglino del 18 9bre
1597, filz. 4086.
[115] Così nell'op. del Chioccarello, De viris illustribus etc.
[116] Risc. intorno a questo libro ciò che ne dice il D'Ancona Op. di
T. Campanella, disc. prelimin. pag. 135.
[117] Le notizie dell'orribile fine di fra Antonio da Verona ci
risultano dalle Lettere con avvisi esistenti nell'Archivio Mediceo, e
dalla Collezione di Avvisi già dell'Archivio Urbinate, esistente nella
Biblioteca Vaticana. — 1.º Arch. Mediceo filz. 3623, Lettere di Fr.^co
M.ª Vialardo scritte da Roma dal 1597 al 1602; 27 7bre 1599 «fu fatto
morire... a Campo di fiore un frate Antonio già cappuccino Veronese
abbrucciato di notte, huomo sceleratissimo che ostinava che Cristo N.
S.^re non ha redento il genere humano». — 2.º Bibl. Vaticana Cod. 1067
Urbinate, Avvisi dell'anno 1599; _a_, Roma 28 7bre Sabbato, «Giovedi
mattina in Campo di fiore à punto sù l'alba alle nove hore si abbruggiò
vivo un tal Veronese con habito da frate Cappuccino, che se bene non
era religioso da sè si haveva preso il d.º habito. Il peccato suo era
heretico formale ostinato, et fu abbruggiato così di notte perchè
l'Amb.^re Francese non vuole che avanti al suo Palazzo si faccino
simili giustitie, non perchè non voglia si castigano gli Heretici come
dicono suoi malevoli, ma per non sentir ne veder quello horrore». _b_,
Anversa li x ottobre, Roma 28 7bre «Giovedi mattina in Campo di fiore
avanti giorno un sciagurato di Natione Veronese, fingendosi religioso,
era perfido heretico; 8 anni carcerato per l'inquisitione fu abbrugiato
vivo senza essersi mai voluto disdire». — Nessuno vorrà prendere sul
serio l'assicurazione che questo Veronese non fosse frate, giacchè
convenzionalmente, pel rispetto all'abito, si soleva così mentire:
del pari nessuno vorrà ritenere alla lettera che egli fosse stato già
8 anni carcerato, poichè tanta precisione di notizie, per cose di S.
Officio, non si può pretenderla in un menante. Forse furono 5 gli anni
passati in prigione, e basta sapere che la colpa era stata scoperta
alcuni anni prima: del resto si conosce che in questi estremi casi
indugiavasi alcuni anni perchè il delinquente si decidesse a pentirsi,
come fu fatto anche in persona di Giordano Bruno.
[118] C'importa giustificare quanto abbiamo detto sull'essenza del
relapso, e basterà riferire alcune proposizioni di Jacopo Simancas
da Cordova, Vescovo di Zamora e di Pax, quali si leggono nella sua
opera tanto spesso citata dai trattatisti, «Institutiones catholicae,
quibus ordine ac brevitate digeritur quicquid ad praecavendas et
extirpandas haereses necessarium est, auctore Jacobo Septimacensi
etc. etc. Vallis oleti 1552 cap. 55, fol. 196: Jure relapsi dicuntur
qui post abiuratam solemniter haeresim, de qua legitime constabat,
iterum in eamdem inciderunt;... Hi quoque relapsi dicuntur, qui
propter aliquam haeresim simpliciter vel generaliter, ut moris est,
abiurarunt et postea in quamcumque aliam haeresim relabuntur... Sed et
is relapsus est, qui vehementer suspectus haeresim publice abiuravit,
et postea incidit in eamdem... Demum ille relapsus habetur qui post
abiuratam haeresim de qua ante abiurationem, vel postea, legitime
constat, haereticos acceptat, deducit, visitat, associat, vel eis
munera mittit, aut favorem impendit...». Tale è il senso larghissimo
del relapso. Nè si creda che esso appartenga alla giurisprudenza di
Spagna e non d'Italia: si può rimovere questo dubbio consultando p.
es. Umberto Locato, Vescovo di Bagnorea, già Inquisitore di Piacenza e
poi commissario generale del S.^to Officio di Roma, nel suo Dizionario
intitolato «Opus quod Judiciale Inquisitorum dicitur, Romae 1570»:
vi si troveranno registrati appunto i 4 casi descritti dal Simancas,
anche con la designazione compendiosa «deprehensi, vehementer suspecti,
in quamcumque, fautores in fautoriam». I due ultimi casi a taluni
scrittori di giurisprudenza inquisitoriale sembrarono veramente
ammessi con troppo rigore, ma non per questo la giurisprudenza mutò.
Abbiamo voluto chiarire con una certa larghezza questo punto, giacchè
ci pare inteso alquanto diversamente p. es. dal Berti nella Vita
di Giordano Bruno, 1868, pag. 291. Ripetiamo che il relapso dovea
sempre morire, pur quando si fosse mostrato penitente (ved. anche
Eymericus, Directorium Inquisitorum Romae 1578, pag. 387; Masini,
Sacro Arsenale, Roma 1639, pag. 308 e 331). E così noi ci spieghiamo
che simili disgraziati, tenuti a lungo in carcere stretto ed oscuro,
con ceppi maniglie e catena, e continue prediche che ricordavano
loro come l'anima sarebbe bruciata anch'essa dopo l'abbruciamento del
corpo (secondo le prescrizioni della giurisprudenza inquisitoriale),
difficilmente si pentivano, e rimanevano piuttosto esasperati
dall'indugio che si frapponeva alla loro morte; onde poi andavano al
supplizio con superbo disdegno e con gioia feroce, tanto da dovergli
applicare un freno alla lingua che chiamavasi «giova», come di fatto si
conosce essere avvenuto incredibilmente spesso.
[119] Ved. Doc. 401, pag. 482 e 498.
[120] La proposizione del Naudeo trovasi nella lettera che egli scrisse
a Gaspare Scioppio dimorante in Padova nel luglio 1639, quando gli
annunziò la morte del Campanella avvenuta in Parigi: «Quas (aemulorum
calumnias) nullibi gentium quam hic _ubi minime conveniebat_ expertus
est». Ved. Naudaei, Epistolae, Genevae 1667, epist. 82.ª pag. 614.
[121] Ved. Doc. 332, pag. 286.
[122] Ved. l'ediz. orig.^le pag. 52.
[123] Ved. Doc. 401, p. 479.
[124] Il D'Ancona (Op. cit. pag. 83) riporta un po' confusamente
quest'ultimo tratto del _Syntagma_, che per altro non è punto chiaro:
il tipografo poi gli fa anche dire Clavio per Clario, e Curzio
Aldobrandini per Cinzio Aldobrandini.
[125] Il Fiorentino ne ha parlato nel suo B. Telesio, Firenze 1872 t.
1.º pagina 356. Notiamo che al Codice è stato assegnato il titolo di
_Compendium Philosophiae_ etc., ma l'abbreviazione che vi si trova,
e che abbiamo avuto cura di rilevare, autorizza a leggere tanto
«Philosophiae» quanto «Physiologiae», e ciò che il _Syntagma_ ne dice
obbliga a leggere _Compendium Physiologiae_.
[126] «De variis carminibus vulgaribus locuti sumus in vulgari
poetica scripta anno 1596, oblataque Cynthio Card. Aldobrandino»;
nell'Appendice alla _Philosophiae rationalis pars 4._^_a__ Poeticorum_,
Paris. 1638, pag. 239.
[127] Abbiamo stimato plausibile che quest'ultimo Discorso sia stato
pure scritto nel 1595, perchè in alcuni appunti da noi presi nel
Catalogo del Britisch-Musaeum in Londra troviamo che esso, tradotto
in latino col titolo «De Belgio sub Hispanicam potestatem redigendo»,
fu stampato nel «Mylius, De rebus Hispanicis 1602» e poi anche nello
«Speculum Consiliorum hispanicorum 1617»; ma non abbiamo avuto ancora
modo di poter consultare questi due libri, e notiamo che il Berti, nel
Catalogo delle opere del Campanella, lo pone tra gl'inediti.
[128] Per ciò che trovasi asserto nell'Informazione ved. ediz. orig.^le
pag. 50. Sebbene il Campanella, così questa volta come anche peggio
in sèguito, abbia parlato di Venezia e de' Veneziani con un certo
odio, bisogna indubbiamente cercare il suo pensiero riposto soltanto
nelle Poesie, dove potea parlare senza que' riguardi che tanto spesso
l'obbligarono a mascherarsi. Si legga tutto il Sonetto a Venezia, che
comincia con le parole «Nuova Arca di Noè» etc. (Doc. 515, pag. 580, e
nell'ediz. D'Ancona p. 86); vi si rileverà ben altro che odio.
[129] Francisci Clarii Foroliviensis, de humanitate ill.^mi Principis
Caroli Archiducis Austriae Serenissimi Oratio, Patav ap. Paul. Maietum
1585.
[130] Dialoghi dello Ecc.^mo Sig.^r Gio. Battista Clario, dedicati
all'ill.^mo Sig.^r Gio. Ulrico Libero Barone di Eggenperg, Venezia
1608, appr. Gio. Batt. Ciotti senese. Nella dedica il libro è detto
«piccolo parto natomi mentre ancor molto giovinetto mi trovava in
Roma», e il Barone d'Eggenperg è detto anche Consigliere segreto
dell'Arciduca Ferdinando: da alcune poesie preliminari apparisce che
la stampa del libro fu promossa da un Sig.^r Marino Battitorre, Conte
Palatino, Consigliere dell'Arciduca Ferdinando e Commissario alla Zecca
di Stiria. Notiamo tutte queste circostanze, per intendere come mai
il Campanella negli anni posteriori potè parlare anche dell'Arciduca
Ferdinando quale sua antica conoscenza. I Dialoghi hanno per titoli:
1º della consolazione; 2º dell'avversità; 3º delle ingiurie; 4º della
felicità dell'uomo; 5º della caccia; 6º della fortuna; 7º del freddo;
8º della pietra; 9º della trasmigrazione delle anime.
[131] Vedi i Dialoghi citati, pag. 34.
[132] Dial. cit. pag. 220. Non sarà inutile anche rammentare che nella
fine del Dialogo 2º Panfilo dice di sentir gente alla finestrella
della prigione e di credere che sia il gentilissimo Sig.^r Riccherio;
che in un altro Dialogo sta per interlocutore un Giulio, il quale poi
si scopre essere Giulio Belli; che nell'ultimo Dialogo stanno per
interlocutori un Lelio e un Sigismondo. Tutti questi nomi meritano
di essere tenuti presenti, poichè un giorno potranno forse dare altra
luce su questo periodo della storia del nostro filosofo. Giulio Belli
dev'essere stato senza dubbio quel letterato nativo di Capo d'Istria,
che fu segretario del Card.^l Dietrichstein in Moravia, e che pubblicò
l'«Hermes politicus sive de peregrinatoria prudentia, Francof. 1608» e
più tardi la «Laurea austriaca, sive De bello germanico etc., Francof.
1627».
[133] Ved. Doc. 296, pag. 230.
[134] Vedilo anche ne' nostri Documenti: Doc. 503, pag. 574. Noi
serberemo sempre in queste citazioni la dicitura originale, sebbene
antiquata; preferiamo vedere il Campanella qual'era in tutto e per
tutto.
[135] Ved. Doc. 458, pag. 557.
[136] Ved. Doc. 493, pag. 571.
[137] Ved. Doc. 496, pag. 572.
[138] Ved. Doc. 514, pag. 580.
[139] Ved. Giornale Napoletano, an. 1875 pag. 69. La copia sud.^ta
della Casanatense ha per titolo «Dialogo politico contro Luterani
et Calvinisti et altri heretici, che possi convincerli ogni mediocre
ingegno alla prima disputa, perchè il modo usato con loro è un allungar
la lite, il che è specie di vittoria a chi mantiene il torto. Questo
tiene l'Arciduca Massimiliano». Oltre al ricordo di tale circostanza,
dell'essere stato cioè il libro inviato a Massimiliano, è notevole
anche l'intestazione di esso, analoga a quella che si legge nelle
premesse fatte con le lettere del 1606-07 pubblicate dal Centofanti,
e col memoriale al Papa del 1611 pubblicato dal Baldacchini. Questa
differenza d'intestazione tra le due copie, di Parigi e di Roma,
contribuisce anche a mostrare che esse appartengono a due tempi, e
mentre quella di Roma sarebbe più recente, quella di Parigi sarebbe
più antica e con tanto maggiore verosimiglianza la copia destinata al
Card.^le Alessandrino.
[140] Ved. D'Ancona, Op. di T. Campanella, Disc. prelim. pag. 83.
[141] Ved. Doc. 4, pag. 13.
[142] Ved. Doc. 401, pag. 479.
[143] Se ne trova fatta varia menzione nelle lettere del 1606 al
Card.^l Farnese e al Card.^l S. Giorgio pubblicate dal Centofanti, e
nel memoriale al Papa del 1611 pubblicato dal Baldacchini; quivi si
citano, «due Apologie» pel Telesio _ad S._^_m__ Officium_. Cons. Doc.
520, pag. 600.
[144] Agli ammiratori del Tasso farà piacere senza dubbio il conoscere
che nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini (filz. 207 e 224) si trovano
le seguenti lettere: 1.º Il Card.^l S. Giorgio al Nunzio, 15 agosto
1594: «Il Sig.^r Torquato Tasso è amato singolarmente da me, come a
punto richiede il merito della virtù sua». Continua dicendo che stava
in casa di lui e dovea tornarvi; si conferì in Napoli per sanità e
per una lite; importa che non gli siano negate stanze dai monaci di S.
Severino e di S. Martino. Lo raccomanda vivissimamente. — 2.º Id. id.,
2 7bre 1594. Faccia pagare al Sig.^r Torquato Tasso sino a 50 scudi,
che sarà pronto a rimborsarglieli, avendo a tornare in casa di lui dove
è stato già alcuni mesi e dove è aspettato. — 3.º Il Nunzio al Card.^l
S. Giorgio, 26 agosto 1594. Ha ricevuta la lettera in raccomandazione
del Sig.^r Torquato Tasso, «al quale (soggiunge) come non mancai quando
venne qui far le offerte che convenivano, così non mancherò nel suo
particolare interesse di parlare al Vicerè, et far ogni offitio che
fosse necessario, et pur hieri stando con l'Abbate di Sanseverino feci
per me stesso l'offitio che adesso mi comanda, il quale rinnoverò con
la prima occasione che tenga». — 4.º Id. id., 9 7bre 1594, «Al Sig.^r
Torquato Tasso ho fatto dare le sue lettere, et ho mandato una polisa
per il banco dell'Olgiatti, perchè li siano pagati a suo comodo si come
ella comanda».
[145] Ved. Doc. cit. loc. cit.; e Doc. 401, pag. 482 e 498. Avvertiamo
intanto che nella Lettera latina al Papa egualmente pubblicata dal
Centofanti (a pag. 74) si dice essere stata data al Card.^l S. Giorgio
la «Monarchia del Messia», ciò che potrebbe far ingenerare il dubbio
che le due opere siano state diverse solo ne' titoli.
[146] Ved. Doc. 401, pag. 486.
[147] Ved. Doc. 19, pag. 32.
[148] Berti, Lettere inedite di T. Campanella, Roma 1878, prefaz. pag.
10.
[149] Deposizione di fra Vincenzo Rodino di S. Giorgio, degli 8 7bre
1599, che dice aver conosciuto il Campanella in diversi posti, e fra
essi «tre anni sono il mese di giugno in Roma in S.^ta Sabina»; ved.
Doc. 284, pag. 217.
[150] Ved. Carteggio suddetto nell'Archivio di Firenze, Scritture
Strozziane, filza 210, Let. del Card.^l S. Giorgio al Nunzio degli 8
9bre 1597. — Intorno al Fontana quale ingegnere della R.ª Corte ved.
nell'Archivio di Napoli, _Cedole di tesoreria_ vol. 424, fol. 549, ed
anche i volumi seguenti.
[151] Ved. nell'Archivio di Venezia Senato-Secreta, Napoli 1597 n.º 13,
disp.º del 13 gen.º 1598.
[152] Ved. Doc. 514, pag. 580.
[153] Come abbiamo altrove accennato (pag. 53 in nota) quest'opera
deve dirsi una ricomposizione ristretta e modificata delle altre
_De universitate rerum_ e _Physiologia_, perdute. Insistiamo sulla
parola «modificata» e la spieghiamo. Dell'opera _De universitate_ è
scritto che avea «dispute contro tutte le sètte»; del _Compendio di
Fisiologia_ è scritto che l'autore «proponeva le opinioni di tutti gli
antichi e le comparava con le nostre»; ma veramente questa proposta e
comparazione delle opinioni degli antichi fu scissa dal corpo delle
opinioni proprie, e in ciò sta la notevole modificazione introdotta
quando l'opera fu ricomposta. Le opinioni proprie furono assegnate
all'_Epilogo, o Philosophiae realis epilogisticae partes quatuor_, e
le opinioni degli antichi con la comparazione, o le dispute contro
tutte le sètte, furono riserbate per un'opera distinta ma annessa
all'_Epilogo_, la quale fu poi composta molto più tardi, verso il
1609-1610, promessa nel 1623 col titolo _Quaestionum partes totidem
contra omnes sectas veteres novasque_ (ediz. di Frankfort), ma venuta
in luce solamente nel 1637 col titolo «_Disputationum in quatuor partes
etc. contra sectarios_ (ediz. di Parigi). Aggiungiamo qui che la 1.a
parte dell'_Epilogo o Filosofia epilogistica_ conserva sempre il titolo
di _Fisiologia_.
[154] Ved. Berti, Let. inedite del Campanella, Roma 1878; let. del 4
10bre 1634 e 9 aprile 1635, pag. 30 e 40.
[155] Deza, Della famiglia Spinola _etc._ Piacenza 1694, pag. 299.
[156] Ved. Doc. 19, pag. 28 e 32.
[157] Ved. Giul. Ces. Capaccio, Il Forastiero, Nap. 1634 pag. 7. Il
Capaccio si vanta di essere stato suo scolare.
[158] Ved. Michelangelo Macrì, Memorie istorico-critiche intorno alla
vita e alle opere di _Mons._r fra Paolo Piromallo, Nap. 1824, pag. 343.
— Nella _Numerazione de' fuochi_ di Nola per l'anno 1562-63, esistente
nell'Arch. di Napoli (vol. 128 della collezione) abbiamo trovato
questo che segue, munito di annotazioni posteriori segnate in margine:
«n.º 1880 Federicus d'Antonio d'Cola Stigliola alias d' palena a. 42;
Justina uxor a. 40; (*) Nicolaus Antonius filius a. 17; Felix filius
a. 15; Paulinus filius a. 9; Felippus filius a. 4; Molistinus filius a.
2; Margarita filia a. 13; Joseph frater a. 35 [Iste (_int_. Federicus)
fuit inventus per inquisitionem. cum juramento deposuit stetisse per
viginti quinque annos ad... mag.ci hieronimi de libertino, quando
neapoli et quando in civitate nolarum, et sunt anni quatuor q. continue
stetit prout ad praesens stat in ditta civitate nolarum cum tota
familia». (_Annotazioni posteriori_): «Federicus mortuus ab an. 35; Id.
Justina ab an. 29; Nicol. ant. mort. ab an. 27 Incigniero; Felice mort.
ab an. 30; Paulinum mort. ab an. 27; Id. de aliis; Joseph absens in
ispania pro molione (_sic_) sue cesaree majestatis». Adunque l'età di
Colantonio, come è qui registrata pel 1563, farebbe vedere che l'anno
della sua nascita sia stato il 1546: e però dovrebbe ritenersi con ogni
probabilità un errore di stampa quello che leggesi nell'Odescalchi
(Memorie istorico-critiche dell'Accademia de' Lincei, Roma 1806, p.
267), che cioè era di 69 anni l'età sua riconosciuta il 24 gennaio
1612, quando ebbe l'onore di essere ascritto all'Accademia dei Lincei;
avrebbe dovuto dirsi di anni 65. Veramente essendo morto l'11 aprile
1623, e leggendosi nella epigrafe funeraria composta dal suo figliuolo
Gio. Domenico esser morto quasi ottuagenario, si avrebbe un margine
molto largo; ma ne' cenni biografici premessi al libro del Telescopio
lo si dice morto a 76 anni, e da ciò si vede che la notizia inserta
nella Numerazione de' fuochi è abbastanza precisa.]
[159] Ved. nelle Op. del Galilei edite dall'Albèri, Firenze 1851, t.
8.º pag. 386. Let. del 1.º giugno 1616. Dopo la condanna del Galilei,
lo Stigliola gli scrive, ed emette l'opinione che si debba reclamare
per un nuovo esame e revisione; inoltre soggiunge: «a me par spediente,
con ogni prudenza, far avvisati li Signori che governano il mondo,
che coloro, che cercano metter dissidio tra le scienze e la religione,
siano poco amici dell'una e dell'altra parte, stante che la religione e
la scienza, essendo ambe divine, sono di conseguenza concordi».