Gio. Tommaso Caccìa, il quale comunque clerico ne' 4 ordini, al pari
del Pisano, non fu risparmiato dallo Xarava. Egli era stato catturato
da Giulio Soldaniero e condotto dapprima a Squillace, di poi a Gerace,
e qui fu sottoposto agl'interrogatorii[451]. Nulla troviamo registrato
intorno alla sua deposizione, ciò che autorizza a ritenere aver lui
deposto negativamente; ma in tortura confessò con molta ampiezza,
e narrò tutte le circostanze nelle quali si era impegnato per la
ribellione. Recandosi un giorno con Marcantonio Contestabile e Gio.
Francesco d'Alessandria a Stilo, prima di giungervi incontrarono fra
Dionisio che andava con Cesare Pisano ed uno o due altri monaci, e
fra Dionisio disse a Marcantonio che andava a Monasterace a trovare
il Campanella, e così essi se n'andarono a Stilo, nel monastero, ove
trovarono Giuseppe Grillo che disse di stare aspettando fra Dionisio;
nella sera venne il Campanella con fra Dionisio, il Pisano e gli altri
due monaci e mangiarono, quindi, partiti gli altri e rimasti soli
col Campanella e fra Dionisio, nella sua cella fra Tommaso dichiarò
la congiura e i preparativi di essa, e che «volea essere monarca del
mondo e dare nova legge». E sempre diceva che «in quest'anno 1599 e
1600» dovevano accadere grandi mutazioni, sollevazioni e rivoluzioni,
così conoscendo per scienza, astrologia e profezie, e però beato chi
in questo tempo si trovasse con forza d'armi, ed ognuno dovea stare
preparato e procurare di cercare amici, aggiungendo, così fra Tommaso
come fra Dionisio, che Maurizio De Rinaldi e un altro di Reggio,
di Casaspano, aveano preparata una quantità di fuorusciti tenendoli
pronti per quella giornata. Allora insieme con Marcantonio Contestabile
e Gio. Francesco d'Alessandria, ad istanza del Campanella e di fra
Dionisio, concertarono di ribellarsi, e i detti frati dicevano esservi
molti altri congiurati per fare la Calabria repubblica e ribellarsi
dalla soggezione del Re e degli ufficiali, con l'aiuto del Turco e
di altri Signori che aveano a loro divozione. Inoltre, tornato di
poi a Belforte, fra Dionisio venne a chiamarlo da parte di Claudio
Crispo che avea da parlargli in Pizzoni, ed egli vi si recò insieme
con fra Dionisio: l'indomani, vedutisi col Crispo, con fra Dionisio e
fra Gio. Battista di Pizzoni, si parlò di nuovo della congiura, e il
Crispo diceva di avere apparecchiati molti fuorusciti per la giornata
della ribellione. Aggiunse pure che mentre era nel monastero di Stilo,
vennero più volte a parlare segretamente col Campanella Fulvio Vua,
Gio. Gregorio Prestinace, Tiberio Marullo, Giulio Contestabile e
Geronimo di Francesco, ed egli non udì di che parlassero ma giudicò che
dovessero trovarsi in detta ribellione. Questa sua confessione egli poi
ratificò, e nella ratifica disse pure che a Stilo Giulio Contestabile
un giorno, dopo di avere parlato segretamente al Campanella, dimandò
a Marcantonio cosa gli paresse di quanto il Campanella diceva e se lo
ritenesse per vero, e Marcantonio rispose che troppo era vero e presto
lo vedrebbe. — Adunque il Caccìa rivelò tanto il convegno di Stilo
quanto il convegno di Pizzoni; ma specialmente intorno a quest'ultimo
non rivelò tutto, e disse pure diverse cose che per lo meno non avea
potuto udire in Stilo, come p. es. l'aiuto del Turco e l'aiuto de'
Signori, de' quali aiuti sappiamo che in Stilo non si era parlato
ancora. Queste ed altrettali circostanze gli furono probabilmente
estorte dallo Xarava con l'atrocità de' tormenti, giacchè i tormenti
dati al Caccìa non solo furono atrocissimi, ma ancora furono dati
mentre egli avea la febbre. Molti l'attestarono in sèguito nel processo
di eresia, e basta citare fra Pietro di Stilo e Geronimo di Francesco,
il quale disse che a tale proposito fu consultato il medico, e costui
per timore affermò che il tormento si poteva dare. Così non recherà
sorpresa che egli pure, al momento di essere giustiziato, abbia avuto a
fare ritrattazioni: ma in fondo, sul punto essenziale della quistione,
egli era «confesso», e quindi non poteva aspettarsi altro che una
condanna di morte.
Dopo il Caccìa, come abbiamo già avuta occasione di dire, fu esaminato
e torturato il Conia, il quale, nella confessione in tortura, giusta il
sunto molto arruffato datone dal Mastrodatti, affermò che c'era stato
concerto di ribellione tra il Campanella, fra Dionisio ed altri nel
modo più volte ripetuto, da porsi ad effetto alla venuta dell'armata
turca che essi aspettavano[452]. — Successivamente furono compilati
gli Atti relativi alla cattura di fra Dionisio; ma la sua condizione
di ecclesiastico non permetteva di fare altro intorno a lui, e si
proseguirono gl'interrogatorii de' laici, vale a dire di Maurizio, del
Vitale, e con ogni probabilità anche del Todesco.
Maurizio, chiamato a fare la sua deposizione, non rivelò nulla[453].
Disse che si era allontanato, avendo udito che Carlo Spinelli catturava
coloro i quali aveano parlato col Campanella e fra Dionisio; che
avea parlato col Campanella una volta in casa di D. Gio. Jacopo
Sabinis, ed un'altra volta a Davoli, nel monastero, verso la metà
di luglio, stando allora in casa di D. Marco Antonio Pittella, ma
aveano trattato della loro «natività». Gli furono quindi amministrate
torture atrocissime, ed egli egualmente non rivelò mai nulla, ond'è
che ne' Riassunti degl'indizii non se ne trova fatta menzione. Ma è
indubitato che ebbe torture enormi, alle quali se ne aggiunsero poi
altre non meno atroci, rimanendone una nozione abbastanza confusa.
Nella sua ultima rivelazione fatta in Napoli innanzi a' Delegati del
S.^to Officio, sul punto di essere giustiziato, egli disse puramente
e semplicemente di avere avuto «più volte la corda», senza aver mai
voluto manifestare cosa alcuna contro i frati; il Residente Veneto,
in una sua lettera della quale si parlerà più oltre, scrisse che avea
«sofferto in tre mesi quaranta hore di corda et altri tormenti...
senza haver mai confessato alcuna cosa»; ma Mons.^r Mandina, che fu
giudice per l'eresia e potè saperlo in modo autentico, lo disse «per
septuaginta horas tortus et nihil confessus»[454], e tutto induce a
credere che egli parlasse propriamente delle torture avute in Napoli,
non già di quelle di Calabria, che doverono essere certamente più
atroci. Ed intanto questa prova di maravigliosa fortezza non recava
alcun vantaggio alla sua causa: con la protesta di applicare la tortura
«non pro veritate habenda sed pro praecisa responsione habenda et citra
praejudicium probatorum» il fisco soleva annullare i benefici effetti
di una risposta negativa in tortura; e Maurizio, se non risultava
confesso, pur troppo risultava «convinto» dalle concordi testimonianze
avverse, a capo delle quali la Dichiarazione del Campanella, oltrechè
dalle stesse sue lettere venute nelle mani della giustizia. E però la
sorte sua non poteva esser dubbia.
Quanto a Gio. Battista Vitale, egli avrebbe voluto imitare Maurizio ma
non ci riuscì[455]. Nella deposizione disse, che essendosi scoverto
un trattato fatto da fra Dionisio e dal Campanella di ribellarsi
e far venire i turchi «et si dicea che Mauritio era andato in
torchia per questo effetto», e vedendosi che si carceravano tutti
gli amici che aveano conversato co' predetti, Maurizio risolvè che
se ne fossero andati a Venezia e a S.^ta Maria di Loreto, sino a
che passasse la furia e si scoprisse la verità; e così partirono da
Davoli, dove stavano già da nove mesi in casa di D. Marco Antonio
Pittella. Si venne quindi alla tortura, ed egli non resse allo
strazio: ecco qui raccolti e disposti alla meglio i brani sparsi
della sua lunga confessione. Narrò che da nove mesi erano assenti da
Guardavalle insieme con Maurizio «per certe pugnalate», ricoverati
a Davoli in casa del Pittella, e con costui Maurizio diceva avergli
il Campanella manifestato che «quest'anno» doveano esservi grandi
guerre e rivoluzioni e il Regno dovea mutare padrone, e che insieme
col Campanella aveano concertato di far gente e far ribellare quelle
provincie. Che dopo alcuni giorni Maurizio era andato a trovare il
Campanella, e quindi avea detto che con lui e fra Dionisio si era
concluso di effettuare detta ribellione, e per facilitarla «volevano
invocare l'aggiuto et favore del turco che li mandasse l'armata, con
la quale e con l'aggiuto de' Popoli haveriano levato questo regno
dal dominio del Rè di Spagna e fattolo republica, et che esso fra
Thomase haveria fatto nova legge, et ridotto ogni huomo à libertà
naturale, et mandato molti predicatori predicando la libertà, et che
haveano parlato à questo effetto a molti di Stilo parenti del detto
Mauritio di Casa Carnevale e Sabinis come di casa Condestabile, et
altri loro parenti et amici; alli quali fra Tomase con fra Dionisio
haveano parlato, et procuravano far pacificare li Carnevali con li
Conestabili, per che si haveano da trovare in detta rebellione per
quanto diceva detto Mauritio». E dietro interrogazione, specificando
meglio le persone, aggiunse, «che Mauritio li disse, quando tornò da
Stilo, che li parenti suoi et altri, che s'haveano da trovare a detta
rebellione, erano Gio. Paolo e Fabio Carnevale, Ottavio Sabinis, Gio.
Jacovo Sabinis, Marc'Antonio Conestabile, Giulio Conestabile, Fabio
Conestabile, et Geronimo di Francesco che tutti si erano offerti a
detta rebellione». Aggiunse ancora che dapprima intese dire da tutti
quelli di Davoli che nel monastero di S. Maria del Trono di detta terra
erano venuti Gio. Paolo di Cordova ed Orazio Rania ed aveano parlato
col Campanella «et fra Dionisio»; e poi, passando per la casa del
Pittella, costui gli disse «come Oratio Rania, Gio. Paolo di Cordova,
et Gio. Tomase di Franza erano venuti à trovare Mauritio et fra Tomase
Campanella, et haveano trattato detta rebellione dentro lo monastero di
S.^ta Maria del Truono». Aggiunse che Maurizio «ogni hora dava animo
ad esso deposante et a Donno Marco Antonio Pittella», che dopo essere
sceso dalle galere de' turchi raccontò al Pittella l'appuntamento
preso con Amurat Rais, che in giugno con Geronimo Baldaya fuoruscito
si era partito per raccogliere gente, e Geronimo diceva «lassa fare a
me ch'io busco gente assai che staranno in ordine per la giornata che
vene l'armata del Turco, et allhora daremo dentro»; che il Pittella
diceva esservi in Catanzaro molti gentilhuomini ed altri i quali
partecipavano alla congiura, e che venivano spesso lettere da Catanzaro
a Maurizio e i corrieri dicevano mandarle il Rania; che Maurizio «con
questo pretendea farsi gran homo per che saria stato padrone di molte
terre... et persuadeva lo Donno Marco Antonio et esso deposante se
voleano concorrere con esso et ritrovarsi à questa fattione che li
saria stato gran utile; lo Donno Marco Antonio si offerse a questo,
et esso deposante disse, io vengo dove vai tu, per che a me me tieni
alla maneca» (_intend._ affibiato a te). — La tortura data al Vitale
fu del pari straordinaria: da un brano della Difesa de' Cordova si
ha che fu perfino trascinato alla coda di un cavallo (ad caudam equi
raptatus). Ciò spiega sempre più la rivelazione da lui fatta di tanti
nomi e di tanti particolari, che per lo meno non poteva conoscere,
mentre da molti indizii apparisce che i capi della congiura conducevano
le cose con cautela, e non mettevano ogni cosa a conoscenza di tutti:
basterebbe la sola deposizione del Caccìa a mostrarlo, e d'altronde
vedremo p. es. lo stesso Maurizio, nella sua ultima rivelazione,
smentire la partecipazione del Pittella, che il Vitale nominava con
tanta larghezza. Facciamo queste avvertenze, perchè non rechi poi
meraviglia il vedere questo disgraziato, nel suo estremo supplizio,
dichiarare che tutto gli era stato estorto dallo Xarava per forza di
tormenti. Egli pertanto era «confesso» e quindi votato alla morte.
Come dicevamo, forse anche Gio. Ludovico Todesco fu esaminato dopo
costoro. A lui si poteva per lo meno imputare che avesse aiutato
Maurizio nella fuga, onde a' termini del Bando dello Spinelli era
reo di morte: e il vedere dalla numerazione de' folii del processo
l'inserzione di quel Bando al sèguito degli Atti relativi al Vitale
darebbe motivo di credere che per l'appunto il Todesco dovè essere
inquisito e forse condannato in virtù del suddetto Bando. Ma non ce
n'è notizia ne' Riassunti degl'indizii a noi pervenuti con gli Atti
esistenti in Firenze; e ciò vorrebbe dire non aver lui avuto nulla
a rivelare intorno agli ecclesiastici, che sono contemplati in que'
Riassunti. Dicasi lo stesso di tanti e tanti altri carcerati già
fin da' primordii della repressione della congiura. Per lo meno i
principali tra loro, come Geronimo del Tufo, il Barone di Cropani,
Ferrante Ponzio, i due Moretti etc. etc., difficilmente si può credere
che non sieno stati esaminati in Calabria; e così pure Geronimo di
Francesco che fu preso in compagnia di Giulio Contestabile, con tanta
prevenzione e tanto sdegno dello Spinelli. Il Contestabile, per la sua
qualità di clerico ne' quattro ordini sacri, dovè esser lasciato al
foro ecclesiastico, siccome già lo Spinelli si proponeva (ved. pag.
316); se non si procedè con lui come col Pisano e col Caccìa, questo
verosimilmente accadde perchè egli vestiva tuttora l'abito clericale,
mentre il Pisano e il Caccìa l'aveano deposto da un pezzo; risulta
infatti da una numerosa quantità di documenti conservati nell'Archivio
di Stato che era teorica del Governo, combattuta continuamente da'
Vescovi, non doversi ritener clerici coloro i quali da un pezzo ne
aveano deposto l'abito. Ma pel Di Francesco ci pare impossibile che non
siasi proceduto ad interrogatorii d'ogni maniera; probabilmente egli
dovè essere negativo in tutto.
Aggiungiamo qui che il Pittella, indiziato per tante vie e poi così
fortemente compromesso dal Vitale, fu catturato da un Gio. Andrea
Spina, ma mentre era tradotto in carcere a cavallo, riuscì a fuggire:
lungamente ricercato dalla giustizia vedremo che fu poi catturato
di nuovo, ma molto più tardi, nel 1601, e quindi lo troveremo in
Napoli[456]. Di tutti gli altri nominati dal Vitale abbiamo solamente
notizia che fu catturato Gio. Paolo Carnevale e con lui Tiberio
Carnevale[457], ma non Fabio Carnevale nè Fabio Contestabile,
che troveremo in qualità di testimoni in un'altra Informazione
ecclesiastica presa dal Vescovo di Squillace nel novembre e dicembre
di questo stesso anno 1599. Quanto poi a Marcantonio Contestabile,
egli rimase sempre contumace, e vedremo che dal tribunale di Napoli fu
dichiarato forgiudicato, con Gio. Francesco d'Alessandria, Alessandro
Tranfo, Matteo Famareda, Francesc'Antonio dell'Ioy, e Tulibio dello
Doce (o Dolce), come del pari Gio. Geronimo Prestinace e forse anche
Fulvio Vua, che sappiamo essersi entrambi nascosti[458]; inoltre
Geronimo Baldaya, che fu certamente preso ed interrogato circa
una lettera di Maurizio a Gio. Francesco Ferrayma trovata chiusa
presso di lui[459], dovè essere rilasciato e poi ricercato di nuovo,
probabilmente dietro le confessioni del Vitale, e vedremo anche lui
dichiarato forgiudicato, ma presentatosi e processato in Napoli,
liberato e poi ricercato ulteriormente, come si dirà a suo tempo.
Aggiungiamo ancora che delle altre persone ecclesiastiche nominate
o sospettate come aderenti alla congiura fu successivamente preso un
certo numero, all'infuori del Jatrinoli e di Gio. Jacovo Sabinis, i
quali doverono rimanere fuggiaschi, non essendoci pervenuta alcuna
notizia di Atti giudiziarii concernenti le loro persone. Fin dal
23 settembre era stato già preso fra Scipione Politi Francescano,
conosciuto come amico intimo del Campanella; l'Auditore Gio. Lorenzo
Martire andò a carcerarlo nel convento medesimo di Stilo dove egli
dimorava[460]. Fu poi preso l'8 ottobre fra Pietro Musso di Monteleone
Domenicano, che il barricello di Monteleone carcerò sotto il castello
di quella città: un fra Leonardo suddito di fra Pietro, mentre costui
volea farlo carcerare, lo denunziò come amico del Campanella, e un D.
Domenico Pulerà di Pimeni presentò allo Xarava due lettere dirette
a fra Pietro e rinvenute fin da luglio in un libro di lui durante
una visita che gli fece, una di fra Dionisio del 10 giugno e l'altra
del Pizzoni del 25 luglio, nelle quali si parlava di congregazione
di fuorusciti e di armi; inoltre un nipote di questo fra Pietro
andò caritatevolmente a deporre che il Pizzoni era stato in luglio a
visitare suo zio nel convento di Maierato e gli portò due pistole ed
un fucile, ed egli stesso, fra Pietro, si procurò un'altra pistola
e con queste armi se ne andò, soggiungendo che nell'udire la cattura
del Campanella e di fra Dionisio avea detto che gli dispiaceva[461].
Inoltre fu preso un fra Vittorio d'Aquaro sacerdote Agostiniano, il 9
ottobre, sulla via di Mamola, mentre tornava dalla Sicilia in Calabria:
fu preso un fra Giuseppe da Polistina, terziario Domenicano, in Reggio,
mentre di là s'imbarcava per Messina, ad oggetto di ricuperare certe
robe lasciate in eredità al suo convento. E furono presi alcuni altri,
ma ancora più tardi, e li vedremo a suo tempo.
Intanto fra Cornelio e il Visitatore, decisi a non lasciare la preda,
ripigliarono lo svolgimento del loro processo unitamente col Vescovo
di Gerace, che li secondò nel modo più sciagurato: ciò accadde il 13
ottobre, e si ebbe in tal modo il così detto processo di Gerace, fatto
da costoro assistendo alle sedute e facendo sentire la loro influenza
lo Spinelli, lo Xarava, diversi altri laici, co' metodi soliti ed
anzi peggiorati; sicchè gli ordini di Roma, dettati dall'amore della
verità e della giustizia, riuscirono del tutto infruttuosi. Era allora
Vescovo di Gerace fra Vincenzo Bonardo romano, già Segretario della
Congregazione dell'Indice e poi Maestro del Sacro Palazzo, uomo punto
tiepido nella difesa de' dritti giurisdizionali ed anzi prepotente
siccome abbiamo avuto opportunità di vedere altrove (pag. 121-122): ma
dovè forse allora essere invaso anche lui dal terrore che lo Spinelli
e lo Xarava aveano finito per incutere in quelle sventurate provincie,
onde si annullò interamente innanzi a fra Cornelio e agli ufficiali
Regii; nè sarebbe troppo arrischiato l'ammettere che lo Spinelli,
sollecitamente informato dal Governo della deliberazione presa in Roma
e nota fin dal 17 settembre, circa gli esami de' frati da farsi dal
Visitatore e fra Cornelio insieme coi Vescovi locali, avesse lasciato
Squillace e fatto tradurre tutti i prigioni a Gerace, precisamente
per profittare della debolezza in cui era caduto il Vescovo di quel
luogo. Certamente in Gerace gli ordini di Roma per lo meno non furono
interpetrati a dovere. Lungi dal prendere _altre informazioni con
secretezza e diligenza laddove occorressero_, si volle procedere
all'esame non solo di diversi altri prigioni ma anche di quelli
già esaminati scegliendo opportunamente gl'individui che sarebbero
risultati in danno: così fu esaminato di nuovo Giulio Soldaniero
senza rivelarne la condizione di guidato, fu esaminato il clerico
Pisano che era stato già perfino torturato dallo Xarava e il clerico
Caccìa che fu lasciato poco dopo torturare egualmente senza prenderne
nota e senza farne alcuna rimostranza, ma non furono esaminati il
clerico Contestabile e i frati Politi, Musso, Aquaro, Polistina,
oltre fra Dionisio, verosimilmente perchè si sapeva dover risultare
per lo meno negativi; e furono dal Vescovo e dal Visitatore commessi
gl'interrogatorii a fra Cornelio «come bene informato di tutto il
negozio», con la più grande condiscendenza verso gli ufficiali Regii,
con una estesa pubblicità e col solito corredo delle suggestioni,
delle minacce, de' terrori, senza farne mai parola ne' processi
verbali. Allorchè gl'infelici prigioni vennero in Napoli, questi fatti
si scovrirono mano mano, nè soltanto per opera degl'interessati ma
anche per opera degli altri carcerati, come p. es. del Contestabile
e del Di Francesco, che aveano vista o udita una parte di quegli
scandali: lo Xarava medesimo disse ingenuamente al Vescovo di Termoli
Giudice dell'eresia, che il Pizzoni non voleva confessare ma che alle
insistenze di lui testificò, e il Vescovo non mancò di farlo sapere a
Roma, togliendo così ogni dubbio possibile su' fatti asserti[462]. — I
prigioni si trovavano nelle carceri del castello dette «la Marchesa».
Fra Cornelio andava là a catechizzarli individualmente, manifestando
sempre che «per sutterfugger lo giudicio temporale» bisognava deporre
eresie: questo fece anche col Pizzoni eccitandolo a confermare l'esame
primitivo, come attestò poi il Di Francesco che trovavasi nella
medesima carcere; ma principalmente egli cercò di catechizzare coloro
i quali non si erano esaminati ancora, e massime i due clerici, Cesare
Pisano, che non ne avea bisogno essendosi già prestato, e Gio. Tommaso
Caccìa, che dovea pur trovare qualche modo di scampare la vita, e
poteva sperarlo solo dalla remissione al foro ecclesiastico. Qualche
volta il Visitatore accompagnava fra Cornelio in tale ufficio, e se non
trovavano arrendevolezza, minacciavano i riluttanti, giuravano che non
sarebbero usciti dal castello che in pezzi, sputavano sul viso, come
fecero p. es. col Petrolo, il quale non intendeva di confermare tutto
l'esame di Squillace. Allorchè poi si teneva seduta, ci era il Vescovo,
il Visitatore, fra Cornelio, il Mastrodatti della Curia Vescovile
Biagio Perlongo, e qualche sacerdote come testimone, p. es. Curiale de'
Curiali, Ferrante Guido, Gio. Antonio de Rinaldis, Antonio Lucissa;
fra Cornelio, intitolandosi anche _utriusque juris doctor_, dirigeva
gl'interrogatorii ed avea cura di mettersi sempre in mostra, ciò che
si rivela ottimamente da' processi verbali. Ma ci era anche Carlo
Spinelli, lo Xarava, ed inoltre il Capitano di campagna (il Ruffo)
con un certo numero di birri, e fu notato che mentre fra Cornelio
sedeva sopra uno sgabello con poca dignità, lo Spinelli e lo Xarava
erano adagiati sopra sedie a modo di Giudici; nelle mani di costoro
si lasciavano pure talvolta gl'imputati, ed essi li interrogavano
egualmente circa l'eresie, che anzi sappiamo essere stato presente
anche il Principe di Scalèa in una di queste sedute straordinarie.
Accadde inoltre talvolta, nelle sedute formali, che sorgessero
contestazioni sulle cose scritte, non venendo trovate concordi con le
cose dette, e s'interrompessero le sedute con scene di violenza, le
quali aveano un sèguito entro le carceri, dove si finivano di redigere
e firmare gli esami: intanto nulla di tutto ciò si rileva menomamente
da' processi verbali. Tra le scene di violenza, meritano di essere
ricordate quelle avvenute col Petrolo e con fra Pietro di Stilo. Il
Petrolo dalla sala del tribunale fu bruscamente rimandato in carcere,
e il Capitano di campagna gli tolse mantello e cappello per fargli
sfregio, sicchè i suoi compagni di carcere lo videro rientrare in
quella foggia «che pareva un pescatore»; ma dopo tre giorni venne fra
Cornelio a fargli premura che firmasse il processo verbale, quindi fu
chiamato al luogo della corda in presenza del Visitatore, dello Xarava
e del Mastrodatti, e dicendogli fra Cornelio che il processo verbale
era stato emendato, lo Xarava afferrandolo pel petto lo condusse
alla banca e l'obbligò a firmare. Fra Pietro di Stilo poi, come già
in Squillace così pure in Gerace, fu più volte interrogato senza che
si scrivesse nulla, perchè rifiutava di dire ciò che si voleva; gli
furono allora mostrati da fra Cornelio alcuni ferri, co' quali gli
minacciava di fargli stringere il petto, e il Capitano di campagna,
che era presente, faceva mostra di averne compassione; poi finalmente,
dopo parecchi tentativi, si potè redigere il processo verbale del suo
esame. Ora nella procedura ecclesiastica, e così anche nella procedura
secolare pe' delitti comuni, il solo condurre l'imputato nel luogo de'
tormenti equivaleva a un primo grado di tortura detto _territio_, e la
tortura, in qualsivoglia grado, non poteva amministrarsi che dopo di
avere compiti gli esami informativi e ripetitivi, e data all'imputato
la copia degl'indizii raccolti contro di lui[463]. Gravissime dunque
furono le irregolarità, con le quali si menarono innanzi gli Atti del
processo di Gerace, e le circostanze suddette debbono servire ad essi
di commento; passiamo ora a farne l'esposizione nel miglior modo che ci
sarà possibile.
Primo fra tutti, il 13 ottobre, fu esaminato fra Pietro Ponzio[464].
Rispondendo a diverse interrogazioni, egli disse ingenuamente che
credeva di essere stato carcerato perchè fratello di fra Dionisio,
espose dove e come e perchè lo avea visto negli ultimi tempi, attestò
l'amicizia di lui col Campanella da più di 14 anni avendo sempre
continuato ad essere amici, dichiarò di aver saputo che era stato
preso a Monopoli dicendosi comunemente che procurava una ribellione
col Campanella ed altri frati e secolari, negò che fra Dionisio gli
avesse mai parlato di tal cosa. Ed a fine di non fargli conoscere
il modo di esame che era stato adottato, i Giudici decisero di non
procedere oltre con lui. — Fu quindi esaminato fra Paolo Jannizzi della
Grotteria[465]. Egli disse che credeva di essere stato carcerato per
un fatto occorsogli a Filogasi (avea dato uno schiaffo al Baglivo di
quella terra), ma che intese essere stato carcerato per le cose del
Campanella; narrò che due volte sole avea visto il Campanella, la prima
in Napoli sette o otto anni avanti, allorchè egli, fra Paolo, trovavasi
in carcere e il Campanella passando per la via fu da lui pregato di
far giungere una sua lettera al P.^e Superiore, la seconda in Pizzoni,
dove lo trovò verso la metà di luglio col fratello giovanetto e due
altre persone a lui ignote, oltre i due figliuoli di Ferrante Crispo,
il Caccìa e Giovanni di Filogasi, tutti armati di fucile e pistola,
eccetto uno de' figli di Crispo. Disse di non sapere che costoro, in
Pizzoni, avessero mangiato carne di venerdì, ma che fra Gio. Battista
di Pizzoni, venendo da Monteleone a Gerace, gli avea detto di essere
stato carcerato per questa causa; negò di aver parlato di altro col
Campanella che di cose comuni, avendogli il Campanella, insieme
con fra Gio. Battista, detto solamente che i letterati non erano
premiati nè esaltati secondo il dovere; ma attestò che costoro «tutto
il giorno parlavano con li banniti in secreto et a longo», e dietro
interrogazione aggiunse che per le cose stategli dette e per quelle
da lui viste teneva il Campanella «per homo tristo et per malissimo
christiano, et il simile... di fra Gio. Battista di Pizzone». Si scusò
intorno al libro di negromanzia, affermando non essere di suo carattere
e non averlo nemmeno letto. Dietro altra interrogazione disse di aver
conosciuto fra Dionisio e di averlo, negli ultimi tempi, visto in
Pizzoni solamente per una notte di passaggio, nè avergli parlato per le
antiche inimicizie che avea seco; ed aggiunse che era stato inquisito
di aver voluto ammazzare fra Ponzio Provinciale, onde avea riportata la
condanna di tre anni di galera ed avea scontato questa pena.