processi verbali trovasi notato che l'interrogatorio fu commesso a
fra Cornelio. Comparve dapprima fra Pietro di Stilo[466], del quale
gioverà ricordare che in Squillace era stato interrotto l'esame non
appena cominciato. Egli continuando quell'esame, dietro interrogazioni,
disse avere udito dal Campanella che il Papa e il Re si accordavano a'
latrocinii, che l'elezione del Papa non era canonica contando per una
sola le molte voci de' pensionati del Re, che il vivere della Corte
Romana era biasimevole, che il Papa facea molte cose contro il dovere,
i Cardinali erano tiranni e lussuriosi della peggiore specie; inoltre
che si burlava del peccato della carne, senza ritenerlo veramente
lecito, e soltanto per detto del Petrolo egli sapeva che una volta
avea manifestato non esservi nell'ostia consacrata il corpo di Cristo.
Dietro altre interrogazioni speciali disse che il Campanella si burlava
de' miracoli, affermando che egli pure ne farebbe «in comprobatione
della sua scientia et delle sue opere, et che i miracoli non erano
altro che una applicatione de intentione di quello alla cui persona si
faceva il miracolo, et ch'ognuno potea far miracoli in questo modo»;
che mai gli era occorso di averlo udito chiamarsi Messia nè Profeta,
bensì Monarca, avendo detto anche «in presentia di Gio. Gregorio
Presinacio nella camera sua... che tutti gl'altri homini che di niente
erano venuti a qualche dignità o imperio haveano havuti solamente
tre pianeti ascendenti favorevoli, ma che esso n'havea setti, et che
per questo aspettava la Monarchia del mondo come anco li fu detto
da un valentuomo astrologo delle parti di Germania che si trovava
nell'inquisitione». Circa all'averlo udito discorrere di mutazioni di
Stato, disse che in Arena, nel palazzo del Marchese, gli avea detto che
era stato scritto contro di lui da quelli di Stilo al Nunzio ed al Papa
che avesse amicizia co' banditi, e che per scienza e per profezie di
S.^ta Brigida e del Savonarola egli provava «ch'in quest'anno seranno
gran revolutioni et mutationi di stato... et questi stati muteranno
regni et si faranno republiche et sarà bono in questi tempi per chi
si troverà armato et che haverà arme assai di difender se stesso»,
soggiungendo che non sapeva «si volesse dire di se stesso ma havea
molti amici et adherenti». Specificando poi questi amici disse che
i principali erano Giulio Contestabile, Fulvio Bua e sopra gli altri
Gio. Gregorio Presinacio; tra' monaci poi fra Dionisio e M.º Scipione
Politi Conventuale. Per detto del Petrolo affermò, sempre dietro
interrogazioni, che il Contestabile avea calpestato il ritratto del
Re Filippo, e prescelto quello del Gran Turco. Circa fra Dionisio, tre
volte costui era venuto a Stilo da che egli era Vicario nel convento;
nulla avea detto mai contro la fede, se non che parlava pubblicamente
del peccato di carne della più brutta specie e perfino se ne gloriava.
Circa Giulio Soldaniero, lo conosceva per avergli una volta portata
una lettera del Campanella, e pregatolo da parte di fra Tommaso che
si recasse da lui ma senza discorrere di altro. Tutto ciò non parve ai
Giudici conforme a verità, e fu deciso di rimandarlo nelle carceri per
poi continuare l'esame, e frattanto gli si domandò se avesse mai detto
di volere prender moglie, e subito fra Pietro accettò di averlo detto
spesso e in molti luoghi ma per burla.
Nel medesimo giorno, quantunque dal processo verbale dell'esame di
fra Pietro di Stilo si rilevi che era già tardi, furono esaminati il
Bitonto e tutti i rimanenti frati. — Il Bitonto[467] dovè prima di
tutto dar conto del come e perchè si trovasse senza abito monastico,
senza chierica e con lunga barba; e rispose che fu preso mentre
dormiva e non gli fu dato tempo di vestirsi, che s'avea tolta la
corona per certe infermità e la barba gli era cresciuta! E narrò che
si era rifugiato in una vigna, poichè gli fu detto dovere esser preso
come amico del Campanella. Quindi narrò la sua antica conoscenza
col Campanella, la visita fattagli in giugno con fra Dionisio, fra
Jatrinoli, il Pisano e il Grillo, trattando cose di frati, e la fermata
a Stignano in casa Grillo, dove il Petrolo e il padre del Campanella
gli aveano donato qualche vivanda e fra Dionisio avea detto certi
concetti predicabili; ma i Giudici non ne furono contenti. Dietro
altre interrogazioni, disse di conoscere Cesare Pisano suo parente
e di essere andato con lui a Bagnara e a Messina; negò di aver mai
consacrate più particole fuor di bisogno, negò di aver mai saputo
un abuso osceno dell'ostia consacrata. Circa fra Dionisio, disse di
averlo conosciuto da molto tempo, di essere stato con lui e col Pisano
in Oppido, in Bagnara dove predicò, ed in Messina dove egli comperò
materasse e fra Dionisio libri, zafferano e pepe; aggiunse di averlo
visto poi un'altra volta ed essere andato allora con lui e col Pisano
presso il Campanella per pregarlo che gli procurasse qualche predica,
tornando poi per Castelvetere dove trovò carcerato il Gagliardo;
aggiunse ancora di averlo visto una terza volta quando con lui e col
Campanella andarono a Castelvetere, dove visitò il Pisano carcerato
ed ebbe occasione di incontrarsi ancora col Gagliardo, dicendogli
soltanto che stesse di buon animo. I Giudici non furono contenti, e
l'avvertirono che continuerebbero l'esame «etiam rigorose». — Venne
quindi chiamato il Pizzoni, e rilettogli l'esame primitivo, egli lo
confermò e ratificò in tutto e per tutto. Lo stesso fece il Lauriana
e si giunse finalmente al Petrolo. Il Petrolo[468] confermò del pari
il suo esame primitivo ma volle emendate due cose; la prima, che il
Campanella avesse comunicate le sue opinioni a' gentiluomini da lui
nominati, ciò che era stato detto per errore; la seconda, che egli
avesse lasciato l'abito per timore di esser preso ed ucciso dalla
Corte, mentre dovea dirsi per timore di essere ucciso da Maurizio de
Rinaldis, avendo lui, Petrolo, sconsigliato il Campanella di recarsi
presso Maurizio.
Il 18 ottobre, fu esaminato Giulio Soldaniero[469], il quale egualmente
confermò e ratificò l'esame primitivo. Due cose pertanto si fanno
notare nel processo verbale del suo nuovo esame; la prima, che il
Visitatore neanche questa volta vi fu presente; la seconda, che fra
Cornelio gli suggerì «che avverta aver detto queste cose per zelo della
fede e della religione, come pure della fedeltà che deve al Serenissimo
Re, e non per odio ne passione alcuna», e il Soldaniero rispose, «io
l'ho detto per zelo della fede et per fideltà ch'ho portato et porto a
Re Filippo nostro Signore et non per odio ne passione alcuna»!
Il giorno seguente, 19 ottobre, furono esaminati il Pisano e il Caccìa,
ed anche per costoro fu dato a fra Cornelio l'incarico di esaminare,
quasi che fossero semplici testimoni e non già principali. Il Pisano
fu, al solito, loquace oltre misura[470]. Disse trovarsi carcerato «per
conto della rebellione procurata in questi Stati», e dietro successive
interrogazioni rispose, che andando lui carcerato in Castelvetere, il
Bitonto gli disse di stare allegramente perchè avrebbe nelle carceri
trovato il Gagliardo molto amico suo, ed andatovi, il Gagliardo gli
si presentò come amico del Bitonto, il quale era stato una volta col
Jatrinoli a visitarlo in quelle carceri; e così egli, il Pisano,
cominciò allora a parlare al Gagliardo della ribellione. Ma qui i
Giudici gl'imposero silenzio, volendo che trattasse solo delle cose
della fede. Ed egli disse che cominciò a parlargli del Campanella
nuovo Messia, il quale volea fare nuova legge; e ripetè le solite
proposizioni da lui manifestate contro Cristo, contro la Trinità,
ammettendo «un solo Dio o sia spirito che governa il tutto et move gli
cieli», contro i miracoli di Cristo e la sacra scrittura, che era stata
dettata dagli amici di Cristo: ma negò di avere intorno a Maria detto
altro, se non che fosse moglie di S. Giuseppe e nera, appoggiandosi
al _nigra sum_; confessò di aver parlato delle cattive relazioni
tra Gesù e S. Giovanni, comunque non vi avesse creduto, ed attestò
che giammai fu redarguito intorno a ciò nè dal Gagliardo nè da alcun
altro. Aggiunse aver negato il purgatorio, l'inferno e il paradiso,
negato anche il Sacramento dell'altare, raccontando che nella cena di
Stignano fra Dionisio l'avea predicato con gli esempi di pugnalate
date all'ostia, del pugno datole da un inglese in Roma e di qualche
altro fatto osceno; non accettò che questo fosse stato commesso da lui,
e nemmeno dal Bitonto. Proseguì la storia delle proposizioni da lui
dette al Gagliardo contro il Papa e i Cardinali, contro l'istituzione
monastica, contro Cristo, contro i digiuni, contro l'immortalità
dell'anima; negò qualunque altra cosa appostagli, e specialmente
di aver detto che nè per Cristo nè pe' paternostri si sarebbe mai
fuori di carcere ma solo co' danari. Circa il Campanella disse di
aver manifestato che era nuovo Messia, farebbe miracoli come Cristo,
predicherebbe la libertà, ed avrebbe più seguaci ed acquisterebbe più
Stati, perchè avrebbe la virtù unita con l'armi. Negò poi di professare
i detti errori e disse di averli manifestati a que' compagni di carcere
«per indurli o confirmarli alla rebellione temporale», attribuendo a
fra Dionisio l'averglieli insegnati in que' viaggi ad Oppido, Bagnara
e Messina, e poi a Stignano ed a Stilo, nei quali l'accompagnò insieme
col Bitonto. E qui fece un'altra volta la noiosa ripetizione di
tutte le cose dette, nel modo in cui le aveva espresse fra Dionisio,
dal quale solamente affermò di averle udite, mentre gli altri frati
plaudivano. Circa i suoi compagni di carcere in Castelvetere, manifestò
l'opinione che Felice Gagliardo non solo professasse quegli errori ma
anche ne sapesse più di lui, essendone stato istruito dal Bitonto, e
così pure Orazio Santacroce «al quale aveano confidata ogni cosa» e
dal quale udì che gli piaceva la ribellione progettata da' frati perchè
volea vendicarsi del Vescovo di Gerace ed ammazzarlo con le sue mani!
Finì dunque per accusare anche il Bitonto, mostrandosi, da parte sua,
pentito di aver manifestato quegli errori. Da ultimo interrogato se
avesse conosciuto il Campanella e se gli avesse mai parlato, disse
di averlo veduto soltanto per dodici ore, quando da Monasterace lo
accompagnò a Stilo insieme co' frati, i quali lo presentarono a fra
Tommaso come uno degli amici, e fra Tommaso, perchè erano a cavallo, si
volse a lui e disse «bene, bene», e non iscambiarono altre parole.
Si passò quindi all'esame di Caccìa[471]. Costui disse egualmente
trovarsi carcerato «per causa della rebellione procurata in questi
Stati»; ma i Giudici gli vietarono di proseguire e gli ordinarono di
rispondere alle interrogazioni, ed egli disse di credere che veniva
esaminato «per conto delle cose di fra Thomaso Campanella et di fra
Dionisio Pontio et di fra Gio. Battista di Pizzoni per conto delle
sue heresie et opinioni». Narrò che avea conosciuto il Campanella
una volta in Stilo, quando vi andò col Contestabile verso la fine
del maggio, rimanendovi per otto giorni, un'altra volta parimente
in Stilo rimanendovi tre giorni, ed una terza volta in Arena. Avea
conosciuto pure fra Dionisio le due prime volte che era stato presso
il Campanella, e poi una terza volta quando l'accompagnò a Pizzoni,
di dove fra Dionisio subito fuggì per timore di Carlo di Paola venuto
a carcerare fra Gio. Battista e il Lauriana. Aveva inoltre conosciuto
il Pizzoni nel convento in cui era Vicario, ed era stato quattro volte
presso di lui. Disse di ritenerli tutti e tre «per homini tristissimi
et pessimi et per mali Christiani» per alcune cose scandalose che
aveva udite da loro. E cominciando dal Campanella narrò, che avendogli
dimandato se conoscesse arte magica, il Campanella gli disse «o
chiotto, e tu credi che ci siano diavoli?... pezzo di chiotto, non
cè ne diavoli ne inferno»; ed altra volta disse di volere «far nova
legge, et che quando cominciasse a predicare che allora si sentirebbe
la verità et la legge che esso volea fare, la quale sarà la vera legge
di vivere et meglio di questa delli Christiani», soggiungendo: «non me
communicò il particulare della legge o della verità che pretendia di
predicare, si bene intesi da esso proprio nel sudetto loco che volea
far mutar il modo di vestire da quello che s'usa adesso et volea che si
portasse una giobba longa o sia veste, ma non sò come o di che colore».
Venendo a fra Dionisio disse che una volta, lui presente, volendo
andare a Messa, egli se ne burlò, chiamandola una bagattella; nè altro
udì mai da lui contro la fede. Infine, venendo al Pizzoni, disse che
una volta, avendogli detto di sgridare il nipote Fabio già frate che
da poco tempo avea deposto l'abito monastico e si facea chiamar Lucio,
perchè avea mangiato carne nella sera della vigilia di S. Bartolomeo,
non lo volle fare, burlandolo col dire che vigilia s'intendeva il
dì e non la notte; e un'altra volta, nel leggere lui, il Caccìa, un
tratto di Plinio in cui si parlava della natura, dimandato al Pizzoni
cosa fosse questa natura di cui parlava Plinio, egli rispose che la
natura era ciò che noi chiamiamo Dio, e che non v'era altro Dio che la
natura. Dichiarò di non conoscere altri frati, e di ritenere che que'
tre credessero realmente a quelle opinioni, mentre egli non vi avea mai
creduto e si era sempre allontanato da loro quando le aveva udite. Ma
era venuto a conoscenza de' Giudici che nel convento degli Agostiniani
di Belforte, dove egli soleva dimorare, una volta, avendo lui trovato
su di un tavolo un Gesù crocifisso lo avea gettato a terra, e si volle
sopra di ciò interrogarlo; ed egli rispose che si trattava solo di
una testa di crocifisso, la quale non avea nemmeno riconosciuta, e
facendogli ingombro, l'avea gettata a terra. Notiamo poi che la qualità
di clerico fu ammessa da' Giudici tanto pel Caccìa quanto pel Pisano, e
trovasi debitamente registrata nei processi verbali.
È questo, in succinto, il processo di Gerace, che per la presenza
del Vescovo nella compilazione di esso riuscì tanto più grave, non
avendo il Vescovo in realtà fatto altro che covrire e lasciar passare
la malvagità de' frati Inquisitori e la prepotenza degli ufficiali
Regii. Ma dobbiamo ancora vedere il valore delle deposizioni raccolte.
E cominciando da quella di fra Pietro Ponzio, possiamo dire che essa
non aggiunse nulla, e servì solo a mostrare che veramente fra Pietro
non era stato fatto consapevole di queste faccende. La deposizione
poi di fra Paolo della Grotteria aggravò certamente le condizioni del
Campanella e di fra Gio. Battista, massime dal lato della congiura,
quantunque non avesse fornito che semplici indizii ed apprezzamenti
degni di un ex-galeotto, il quale non si faceva scrupolo di calcare
la mano su' compagni nell'impresa, credendo di propiziarsi i Giudici
in questa guisa. Ma grave riusciva sopra tutte le altre la deposizione
di fra Pietro di Stilo: egli rivelava finalmente parecchie e non lievi
cose tanto circa l'eresia quanto circa la congiura, ed evidentemente
dovea saperne molte di più, giacché, e per l'amicizia che lo legava
al Campanella, e per la sua posizione di Vicario del convento che lo
costituiva responsabile di aver tollerato cose simili, avea tutto
l'interesse di celare quanto più poteva. Senza dubbio, dopo tante
rivelazioni fatte dal Pizzoni e dal Petrolo, dopo tante rivelazioni
fatte anche da' laici, le quali aveano già condotto alla morte il
Crispo e il Mileri, negare ulteriormente era di grandissimo pericolo
per lui, di niun vantaggio alla causa: adunque non trattavasi più
solamente di dir cose di eresia per sottrarsi alla Corte temporale,
ma anche di lasciare la parte dell'ingenuo che oramai non poteva più
persuadere alcuno, badando tuttavia a rivelare il meno possibile. E
rivelò le cose certamente più comuni e più frequenti a trovarsi in
bocca al Campanella, e parlò soltanto delle opinioni di lui sul Re,
sul Papa e sulla elezione Papale, sulla poca importanza de' peccati di
carne e la nessuna importanza de' miracoli, e se non tacque l'opinione
sul Sacramento dell'altare, ciò accadde perchè essa era nota al Petrolo
ed egli era in grado di capire che costui non avea dovuto tacerla.
Così, con la stessa altissima probabilità con la quale si è detto che
il Pizzoni, seguìto poi dal Petrolo, rivelò tutto ed anche qualche
cosa di più, può dirsi che fra Pietro di Stilo rivelò molto meno
di quanto conosceva: e naturalmente deve dirsi, che l'avere taluni
abbondato nelle rivelazioni delle cose di eresia, con la speranza di
sfuggire in tal modo la Corte temporale, va inteso non già nel senso
di _avere inventate le eresie_, ma nel senso di _non averle nascoste_.
Per farsi un giusto concetto della causa, interessa grandemente che
tutto ciò sia ben fermato. Le violenze, usate da fra Cornelio poterono
esser dirette a pretendere che fra Pietro facesse altre e più gravi
rivelazioni, ma quelle che fra Pietro fece non vennero strappate a
forza: difatti vedremo in sèguito dichiarato da lui che «fra Cornelio
scriveva troppo diffusamente», ridotta così l'asprezza ma non negata
la qualità delle sue rivelazioni; e veramente è naturale ammettere
che tanto la parola «sceleratissimo» usata verso il Campanella nel
primo esame, quanto diverse altre parole aggravanti usate nel secondo
esame, non sieno state le precise parole di fra Pietro, ma, attenuate
pure convenientemente queste parole, il fondo delle cose non riusciva
sostanzialmente modificato. Lo stesso deve dirsi delle rivelazioni di
fra Pietro circa la congiura. È superfluo notare quanto sia grave il
fatto deposto che il Campanella riteneva dover essere monarca del mondo
in virtù di sette pianeti favorevoli, ciò che era suggellato anche
coll'autorità di un astrologo germanico; nella premura di scolparlo
dell'essersi lasciata dare la qualità di Messia e di Profeta, fra
Pietro non dovè calcolare l'importanza della sua rivelazione. Del
resto si sforzò di dire che il Campanella, dietro i presagi e le
profezie di future repubbliche, raccomandava di avere molte armi per
_difendere sè stesso_, ma non potè nascondere che avea _molti amici e
aderenti_, la qual cosa doveva essere un fatto più che notorio. E fra
essi nominò Giulio Contestabile, senza dubbio pel risentimento eccitato
dalla sua mala condotta, e più ancora per la necessità di dover dire
la faccenda dell'oltraggio fatto all'immagine del Re, essendo ciò
conosciuto anche dal Petrolo; nominò il Vua e il Presinacio, certamente
perchè li sapeva nascosti ed al sicuro dalle unghie del fisco; ma
non nominò Maurizio e con lui quanti altri egli dovea aver visti e
conosciuti nella sua posizione di Vicario del convento di Stilo. Dei
frati poi nominò appena fra Dionisio per la ragione che era un aderente
manifesto anche troppo, e fra Scipione Politi per una ragione rimasta
ignota ma che ci dovè essere, poichè questo frate, sebbene nominato da
tante e così gravi testimonianze e già carcerato, non fu menomamente
travagliato. Da ultimo non potè nascondere che conosceva il Soldaniero
e gli avea portata una lettera del Campanella, essendosi probabilmente
persuaso che il Soldaniero, nel suo voltafaccia, avea dovuto rivelare
e forse anche presentare questa lettera. Come ben si vede, egualmente
da siffatto lato la deposizione di fra Pietro venne ad aggravare
la condizione del Campanella, sebbene fosse stata condotta con una
discrezione notevolissima. I Giudici non poterono essere soddisfatti,
perchè si aspettavano da lui molto più, e manifestamente non a torto.
Anche per noi, attese le qualità di fra Pietro, questa deposizione non
può non avere una importanza grande, nè solo per quello che dice, ma
anche per quello che non dice e lascia trasparire sufficientemente.
Il Campanella aveva presagi di vicine mutazioni ed anche presagi
grandiosi per la persona sua, insinuava l'utilità di armarsi, aveva
molti aderenti e scriveva a fuorusciti per chiamarli a sè: questi
grandi tratti bastano a chiarire la causa, e nella farragine di
deposizioni d'ogni risma, trovandone taluna come questa, non sospetta,
sopra di essa conviene fondarsi per avere una guida meno fallace nella
intralciata quistione.
Poco ci tratterrà il giudizio sul valore delle rimanenti deposizioni.
Il Bitonto, negativo in tutto, trovò una scusa per ogni interrogazione,
ma una scusa tale da sfidare qualche volta la pazienza de' Giudici,
e per tal modo non recò alcun vantaggio a sè nè agli altri. Il
Pizzoni poi giunse solo a confermare quanto avea deposto, mentre
pure sappiamo che voleva per lo meno emendate alcune cose e non vi
riuscì; questo ci comprova che nella prima deposizione avea rivelato
più del vero. Lo stesso va detto pel Petrolo, le cui emendazioni non
mutarono sostanzialmente le cose, dovendosi tuttavia notare, che quella
introdotta per ispiegare meglio la sua fuga venne troppo tardi per
potere veramente scusar lui denigrando Maurizio. Del Lauriana poi,
come del Soldaniero, è inutile occuparsi: con ogni probabilità essi
non avrebbero nemmeno saputo ripetere tutte lo cose dette nella loro
prima deposizione, laddove a qualche Giudice, e p. es. al Vescovo,
fosse venuto in mente di esigerlo; intanto tutti costoro ribadivano le
accuse, e le cause del Campanella riuscivano sempre peggiorate. Quanto
al Pisano, egli, poco più o poco meno, ripetè sempre le solite cose,
come lo abbiamo visto innanzi al Delegato del Vescovo di Gerace e poi
innanzi allo Xarava, e come lo vedremo sul punto di essere giustiziato;
tuttavia questa volta si mostrò risentito e vendicativo più del solito
verso coloro i quali riteneva essere stati rivelatori delle cose sue,
specialmente verso il Santacroce, oltre il Gagliardo. Tale sua costanza
nelle deposizioni, mentre addimostrava che egli diceva il vero,
riusciva aggravante massime per fra Dionisio e gli altri frati compreso
il Campanella, sebbene anche questa volta egli avesse dichiarato
un po' meno del vero le brevi relazioni avute direttamente con lui.
Infine quanto al Caccìa, costui veramente aggiunse cose di eresia ed
aggravò sempre più le condizioni del Campanella, di fra Dionisio e del
Pizzoni: non ne conosceva molte, e ciò prova da una parte che non glie
ne furono artificiosamente suggerite da alcuno quando trovavasi nelle
carceri, e d'altra parte che in realtà non v'era ne' frati il proposito
di seminare eresie, come fra Cornelio e i Giudici laici pretendevano;
invece quelle poche che dichiarò, e il modo in cui disse di averle
sapute, provano che se fra Dionisio ne parlava, ciò avveniva realmente
perchè voleva, a modo suo, spiriti forti i soldati della futura
ribellione, e se ne parlava il Campanella, ciò avveniva o perchè vi
era condotto dalla necessità dietro certe dimande, o perchè alludeva a'
principii religiosi che avrebbero avuto impero nel futuro Stato.