In una 2.ª seduta, il 16 ottobre, furono esaminati molti altri, e ne'

processi verbali trovasi notato che l'interrogatorio fu commesso a

fra Cornelio. Comparve dapprima fra Pietro di Stilo[466], del quale

gioverà ricordare che in Squillace era stato interrotto l'esame non

appena cominciato. Egli continuando quell'esame, dietro interrogazioni,

disse avere udito dal Campanella che il Papa e il Re si accordavano a'

latrocinii, che l'elezione del Papa non era canonica contando per una

sola le molte voci de' pensionati del Re, che il vivere della Corte

Romana era biasimevole, che il Papa facea molte cose contro il dovere,

i Cardinali erano tiranni e lussuriosi della peggiore specie; inoltre

che si burlava del peccato della carne, senza ritenerlo veramente

lecito, e soltanto per detto del Petrolo egli sapeva che una volta

avea manifestato non esservi nell'ostia consacrata il corpo di Cristo.

Dietro altre interrogazioni speciali disse che il Campanella si burlava

de' miracoli, affermando che egli pure ne farebbe «in comprobatione

della sua scientia et delle sue opere, et che i miracoli non erano

altro che una applicatione de intentione di quello alla cui persona si

faceva il miracolo, et ch'ognuno potea far miracoli in questo modo»;

che mai gli era occorso di averlo udito chiamarsi Messia nè Profeta,

bensì Monarca, avendo detto anche «in presentia di Gio. Gregorio

Presinacio nella camera sua... che tutti gl'altri homini che di niente

erano venuti a qualche dignità o imperio haveano havuti solamente

tre pianeti ascendenti favorevoli, ma che esso n'havea setti, et che

per questo aspettava la Monarchia del mondo come anco li fu detto

da un valentuomo astrologo delle parti di Germania che si trovava

nell'inquisitione». Circa all'averlo udito discorrere di mutazioni di

Stato, disse che in Arena, nel palazzo del Marchese, gli avea detto che

era stato scritto contro di lui da quelli di Stilo al Nunzio ed al Papa

che avesse amicizia co' banditi, e che per scienza e per profezie di

S.^ta Brigida e del Savonarola egli provava «ch'in quest'anno seranno

gran revolutioni et mutationi di stato... et questi stati muteranno

regni et si faranno republiche et sarà bono in questi tempi per chi

si troverà armato et che haverà arme assai di difender se stesso»,

soggiungendo che non sapeva «si volesse dire di se stesso ma havea

molti amici et adherenti». Specificando poi questi amici disse che

i principali erano Giulio Contestabile, Fulvio Bua e sopra gli altri

Gio. Gregorio Presinacio; tra' monaci poi fra Dionisio e M.º Scipione

Politi Conventuale. Per detto del Petrolo affermò, sempre dietro

interrogazioni, che il Contestabile avea calpestato il ritratto del

Re Filippo, e prescelto quello del Gran Turco. Circa fra Dionisio, tre

volte costui era venuto a Stilo da che egli era Vicario nel convento;

nulla avea detto mai contro la fede, se non che parlava pubblicamente

del peccato di carne della più brutta specie e perfino se ne gloriava.

Circa Giulio Soldaniero, lo conosceva per avergli una volta portata

una lettera del Campanella, e pregatolo da parte di fra Tommaso che

si recasse da lui ma senza discorrere di altro. Tutto ciò non parve ai

Giudici conforme a verità, e fu deciso di rimandarlo nelle carceri per

poi continuare l'esame, e frattanto gli si domandò se avesse mai detto

di volere prender moglie, e subito fra Pietro accettò di averlo detto

spesso e in molti luoghi ma per burla.

Nel medesimo giorno, quantunque dal processo verbale dell'esame di

fra Pietro di Stilo si rilevi che era già tardi, furono esaminati il

Bitonto e tutti i rimanenti frati. — Il Bitonto[467] dovè prima di

tutto dar conto del come e perchè si trovasse senza abito monastico,

senza chierica e con lunga barba; e rispose che fu preso mentre

dormiva e non gli fu dato tempo di vestirsi, che s'avea tolta la

corona per certe infermità e la barba gli era cresciuta! E narrò che

si era rifugiato in una vigna, poichè gli fu detto dovere esser preso

come amico del Campanella. Quindi narrò la sua antica conoscenza

col Campanella, la visita fattagli in giugno con fra Dionisio, fra

Jatrinoli, il Pisano e il Grillo, trattando cose di frati, e la fermata

a Stignano in casa Grillo, dove il Petrolo e il padre del Campanella

gli aveano donato qualche vivanda e fra Dionisio avea detto certi

concetti predicabili; ma i Giudici non ne furono contenti. Dietro

altre interrogazioni, disse di conoscere Cesare Pisano suo parente

e di essere andato con lui a Bagnara e a Messina; negò di aver mai

consacrate più particole fuor di bisogno, negò di aver mai saputo

un abuso osceno dell'ostia consacrata. Circa fra Dionisio, disse di

averlo conosciuto da molto tempo, di essere stato con lui e col Pisano

in Oppido, in Bagnara dove predicò, ed in Messina dove egli comperò

materasse e fra Dionisio libri, zafferano e pepe; aggiunse di averlo

visto poi un'altra volta ed essere andato allora con lui e col Pisano

presso il Campanella per pregarlo che gli procurasse qualche predica,

tornando poi per Castelvetere dove trovò carcerato il Gagliardo;

aggiunse ancora di averlo visto una terza volta quando con lui e col

Campanella andarono a Castelvetere, dove visitò il Pisano carcerato

ed ebbe occasione di incontrarsi ancora col Gagliardo, dicendogli

soltanto che stesse di buon animo. I Giudici non furono contenti, e

l'avvertirono che continuerebbero l'esame «etiam rigorose». — Venne

quindi chiamato il Pizzoni, e rilettogli l'esame primitivo, egli lo

confermò e ratificò in tutto e per tutto. Lo stesso fece il Lauriana

e si giunse finalmente al Petrolo. Il Petrolo[468] confermò del pari

il suo esame primitivo ma volle emendate due cose; la prima, che il

Campanella avesse comunicate le sue opinioni a' gentiluomini da lui

nominati, ciò che era stato detto per errore; la seconda, che egli

avesse lasciato l'abito per timore di esser preso ed ucciso dalla

Corte, mentre dovea dirsi per timore di essere ucciso da Maurizio de

Rinaldis, avendo lui, Petrolo, sconsigliato il Campanella di recarsi

presso Maurizio.

Il 18 ottobre, fu esaminato Giulio Soldaniero[469], il quale egualmente

confermò e ratificò l'esame primitivo. Due cose pertanto si fanno

notare nel processo verbale del suo nuovo esame; la prima, che il

Visitatore neanche questa volta vi fu presente; la seconda, che fra

Cornelio gli suggerì «che avverta aver detto queste cose per zelo della

fede e della religione, come pure della fedeltà che deve al Serenissimo

Re, e non per odio ne passione alcuna», e il Soldaniero rispose, «io

l'ho detto per zelo della fede et per fideltà ch'ho portato et porto a

Re Filippo nostro Signore et non per odio ne passione alcuna»!

Il giorno seguente, 19 ottobre, furono esaminati il Pisano e il Caccìa,

ed anche per costoro fu dato a fra Cornelio l'incarico di esaminare,

quasi che fossero semplici testimoni e non già principali. Il Pisano

fu, al solito, loquace oltre misura[470]. Disse trovarsi carcerato «per

conto della rebellione procurata in questi Stati», e dietro successive

interrogazioni rispose, che andando lui carcerato in Castelvetere, il

Bitonto gli disse di stare allegramente perchè avrebbe nelle carceri

trovato il Gagliardo molto amico suo, ed andatovi, il Gagliardo gli

si presentò come amico del Bitonto, il quale era stato una volta col

Jatrinoli a visitarlo in quelle carceri; e così egli, il Pisano,

cominciò allora a parlare al Gagliardo della ribellione. Ma qui i

Giudici gl'imposero silenzio, volendo che trattasse solo delle cose

della fede. Ed egli disse che cominciò a parlargli del Campanella

nuovo Messia, il quale volea fare nuova legge; e ripetè le solite

proposizioni da lui manifestate contro Cristo, contro la Trinità,

ammettendo «un solo Dio o sia spirito che governa il tutto et move gli

cieli», contro i miracoli di Cristo e la sacra scrittura, che era stata

dettata dagli amici di Cristo: ma negò di avere intorno a Maria detto

altro, se non che fosse moglie di S. Giuseppe e nera, appoggiandosi

al _nigra sum_; confessò di aver parlato delle cattive relazioni

tra Gesù e S. Giovanni, comunque non vi avesse creduto, ed attestò

che giammai fu redarguito intorno a ciò nè dal Gagliardo nè da alcun

altro. Aggiunse aver negato il purgatorio, l'inferno e il paradiso,

negato anche il Sacramento dell'altare, raccontando che nella cena di

Stignano fra Dionisio l'avea predicato con gli esempi di pugnalate

date all'ostia, del pugno datole da un inglese in Roma e di qualche

altro fatto osceno; non accettò che questo fosse stato commesso da lui,

e nemmeno dal Bitonto. Proseguì la storia delle proposizioni da lui

dette al Gagliardo contro il Papa e i Cardinali, contro l'istituzione

monastica, contro Cristo, contro i digiuni, contro l'immortalità

dell'anima; negò qualunque altra cosa appostagli, e specialmente

di aver detto che nè per Cristo nè pe' paternostri si sarebbe mai

fuori di carcere ma solo co' danari. Circa il Campanella disse di

aver manifestato che era nuovo Messia, farebbe miracoli come Cristo,

predicherebbe la libertà, ed avrebbe più seguaci ed acquisterebbe più

Stati, perchè avrebbe la virtù unita con l'armi. Negò poi di professare

i detti errori e disse di averli manifestati a que' compagni di carcere

«per indurli o confirmarli alla rebellione temporale», attribuendo a

fra Dionisio l'averglieli insegnati in que' viaggi ad Oppido, Bagnara

e Messina, e poi a Stignano ed a Stilo, nei quali l'accompagnò insieme

col Bitonto. E qui fece un'altra volta la noiosa ripetizione di

tutte le cose dette, nel modo in cui le aveva espresse fra Dionisio,

dal quale solamente affermò di averle udite, mentre gli altri frati

plaudivano. Circa i suoi compagni di carcere in Castelvetere, manifestò

l'opinione che Felice Gagliardo non solo professasse quegli errori ma

anche ne sapesse più di lui, essendone stato istruito dal Bitonto, e

così pure Orazio Santacroce «al quale aveano confidata ogni cosa» e

dal quale udì che gli piaceva la ribellione progettata da' frati perchè

volea vendicarsi del Vescovo di Gerace ed ammazzarlo con le sue mani!

Finì dunque per accusare anche il Bitonto, mostrandosi, da parte sua,

pentito di aver manifestato quegli errori. Da ultimo interrogato se

avesse conosciuto il Campanella e se gli avesse mai parlato, disse

di averlo veduto soltanto per dodici ore, quando da Monasterace lo

accompagnò a Stilo insieme co' frati, i quali lo presentarono a fra

Tommaso come uno degli amici, e fra Tommaso, perchè erano a cavallo, si

volse a lui e disse «bene, bene», e non iscambiarono altre parole.

Si passò quindi all'esame di Caccìa[471]. Costui disse egualmente

trovarsi carcerato «per causa della rebellione procurata in questi

Stati»; ma i Giudici gli vietarono di proseguire e gli ordinarono di

rispondere alle interrogazioni, ed egli disse di credere che veniva

esaminato «per conto delle cose di fra Thomaso Campanella et di fra

Dionisio Pontio et di fra Gio. Battista di Pizzoni per conto delle

sue heresie et opinioni». Narrò che avea conosciuto il Campanella

una volta in Stilo, quando vi andò col Contestabile verso la fine

del maggio, rimanendovi per otto giorni, un'altra volta parimente

in Stilo rimanendovi tre giorni, ed una terza volta in Arena. Avea

conosciuto pure fra Dionisio le due prime volte che era stato presso

il Campanella, e poi una terza volta quando l'accompagnò a Pizzoni,

di dove fra Dionisio subito fuggì per timore di Carlo di Paola venuto

a carcerare fra Gio. Battista e il Lauriana. Aveva inoltre conosciuto

il Pizzoni nel convento in cui era Vicario, ed era stato quattro volte

presso di lui. Disse di ritenerli tutti e tre «per homini tristissimi

et pessimi et per mali Christiani» per alcune cose scandalose che

aveva udite da loro. E cominciando dal Campanella narrò, che avendogli

dimandato se conoscesse arte magica, il Campanella gli disse «o

chiotto, e tu credi che ci siano diavoli?... pezzo di chiotto, non

cè ne diavoli ne inferno»; ed altra volta disse di volere «far nova

legge, et che quando cominciasse a predicare che allora si sentirebbe

la verità et la legge che esso volea fare, la quale sarà la vera legge

di vivere et meglio di questa delli Christiani», soggiungendo: «non me

communicò il particulare della legge o della verità che pretendia di

predicare, si bene intesi da esso proprio nel sudetto loco che volea

far mutar il modo di vestire da quello che s'usa adesso et volea che si

portasse una giobba longa o sia veste, ma non sò come o di che colore».

Venendo a fra Dionisio disse che una volta, lui presente, volendo

andare a Messa, egli se ne burlò, chiamandola una bagattella; nè altro

udì mai da lui contro la fede. Infine, venendo al Pizzoni, disse che

una volta, avendogli detto di sgridare il nipote Fabio già frate che

da poco tempo avea deposto l'abito monastico e si facea chiamar Lucio,

perchè avea mangiato carne nella sera della vigilia di S. Bartolomeo,

non lo volle fare, burlandolo col dire che vigilia s'intendeva il

dì e non la notte; e un'altra volta, nel leggere lui, il Caccìa, un

tratto di Plinio in cui si parlava della natura, dimandato al Pizzoni

cosa fosse questa natura di cui parlava Plinio, egli rispose che la

natura era ciò che noi chiamiamo Dio, e che non v'era altro Dio che la

natura. Dichiarò di non conoscere altri frati, e di ritenere che que'

tre credessero realmente a quelle opinioni, mentre egli non vi avea mai

creduto e si era sempre allontanato da loro quando le aveva udite. Ma

era venuto a conoscenza de' Giudici che nel convento degli Agostiniani

di Belforte, dove egli soleva dimorare, una volta, avendo lui trovato

su di un tavolo un Gesù crocifisso lo avea gettato a terra, e si volle

sopra di ciò interrogarlo; ed egli rispose che si trattava solo di

una testa di crocifisso, la quale non avea nemmeno riconosciuta, e

facendogli ingombro, l'avea gettata a terra. Notiamo poi che la qualità

di clerico fu ammessa da' Giudici tanto pel Caccìa quanto pel Pisano, e

trovasi debitamente registrata nei processi verbali.

È questo, in succinto, il processo di Gerace, che per la presenza

del Vescovo nella compilazione di esso riuscì tanto più grave, non

avendo il Vescovo in realtà fatto altro che covrire e lasciar passare

la malvagità de' frati Inquisitori e la prepotenza degli ufficiali

Regii. Ma dobbiamo ancora vedere il valore delle deposizioni raccolte.

E cominciando da quella di fra Pietro Ponzio, possiamo dire che essa

non aggiunse nulla, e servì solo a mostrare che veramente fra Pietro

non era stato fatto consapevole di queste faccende. La deposizione

poi di fra Paolo della Grotteria aggravò certamente le condizioni del

Campanella e di fra Gio. Battista, massime dal lato della congiura,

quantunque non avesse fornito che semplici indizii ed apprezzamenti

degni di un ex-galeotto, il quale non si faceva scrupolo di calcare

la mano su' compagni nell'impresa, credendo di propiziarsi i Giudici

in questa guisa. Ma grave riusciva sopra tutte le altre la deposizione

di fra Pietro di Stilo: egli rivelava finalmente parecchie e non lievi

cose tanto circa l'eresia quanto circa la congiura, ed evidentemente

dovea saperne molte di più, giacché, e per l'amicizia che lo legava

al Campanella, e per la sua posizione di Vicario del convento che lo

costituiva responsabile di aver tollerato cose simili, avea tutto

l'interesse di celare quanto più poteva. Senza dubbio, dopo tante

rivelazioni fatte dal Pizzoni e dal Petrolo, dopo tante rivelazioni

fatte anche da' laici, le quali aveano già condotto alla morte il

Crispo e il Mileri, negare ulteriormente era di grandissimo pericolo

per lui, di niun vantaggio alla causa: adunque non trattavasi più

solamente di dir cose di eresia per sottrarsi alla Corte temporale,

ma anche di lasciare la parte dell'ingenuo che oramai non poteva più

persuadere alcuno, badando tuttavia a rivelare il meno possibile. E

rivelò le cose certamente più comuni e più frequenti a trovarsi in

bocca al Campanella, e parlò soltanto delle opinioni di lui sul Re,

sul Papa e sulla elezione Papale, sulla poca importanza de' peccati di

carne e la nessuna importanza de' miracoli, e se non tacque l'opinione

sul Sacramento dell'altare, ciò accadde perchè essa era nota al Petrolo

ed egli era in grado di capire che costui non avea dovuto tacerla.

Così, con la stessa altissima probabilità con la quale si è detto che

il Pizzoni, seguìto poi dal Petrolo, rivelò tutto ed anche qualche

cosa di più, può dirsi che fra Pietro di Stilo rivelò molto meno

di quanto conosceva: e naturalmente deve dirsi, che l'avere taluni

abbondato nelle rivelazioni delle cose di eresia, con la speranza di

sfuggire in tal modo la Corte temporale, va inteso non già nel senso

di _avere inventate le eresie_, ma nel senso di _non averle nascoste_.

Per farsi un giusto concetto della causa, interessa grandemente che

tutto ciò sia ben fermato. Le violenze, usate da fra Cornelio poterono

esser dirette a pretendere che fra Pietro facesse altre e più gravi

rivelazioni, ma quelle che fra Pietro fece non vennero strappate a

forza: difatti vedremo in sèguito dichiarato da lui che «fra Cornelio

scriveva troppo diffusamente», ridotta così l'asprezza ma non negata

la qualità delle sue rivelazioni; e veramente è naturale ammettere

che tanto la parola «sceleratissimo» usata verso il Campanella nel

primo esame, quanto diverse altre parole aggravanti usate nel secondo

esame, non sieno state le precise parole di fra Pietro, ma, attenuate

pure convenientemente queste parole, il fondo delle cose non riusciva

sostanzialmente modificato. Lo stesso deve dirsi delle rivelazioni di

fra Pietro circa la congiura. È superfluo notare quanto sia grave il

fatto deposto che il Campanella riteneva dover essere monarca del mondo

in virtù di sette pianeti favorevoli, ciò che era suggellato anche

coll'autorità di un astrologo germanico; nella premura di scolparlo

dell'essersi lasciata dare la qualità di Messia e di Profeta, fra

Pietro non dovè calcolare l'importanza della sua rivelazione. Del

resto si sforzò di dire che il Campanella, dietro i presagi e le

profezie di future repubbliche, raccomandava di avere molte armi per

_difendere sè stesso_, ma non potè nascondere che avea _molti amici e

aderenti_, la qual cosa doveva essere un fatto più che notorio. E fra

essi nominò Giulio Contestabile, senza dubbio pel risentimento eccitato

dalla sua mala condotta, e più ancora per la necessità di dover dire

la faccenda dell'oltraggio fatto all'immagine del Re, essendo ciò

conosciuto anche dal Petrolo; nominò il Vua e il Presinacio, certamente

perchè li sapeva nascosti ed al sicuro dalle unghie del fisco; ma

non nominò Maurizio e con lui quanti altri egli dovea aver visti e

conosciuti nella sua posizione di Vicario del convento di Stilo. Dei

frati poi nominò appena fra Dionisio per la ragione che era un aderente

manifesto anche troppo, e fra Scipione Politi per una ragione rimasta

ignota ma che ci dovè essere, poichè questo frate, sebbene nominato da

tante e così gravi testimonianze e già carcerato, non fu menomamente

travagliato. Da ultimo non potè nascondere che conosceva il Soldaniero

e gli avea portata una lettera del Campanella, essendosi probabilmente

persuaso che il Soldaniero, nel suo voltafaccia, avea dovuto rivelare

e forse anche presentare questa lettera. Come ben si vede, egualmente

da siffatto lato la deposizione di fra Pietro venne ad aggravare

la condizione del Campanella, sebbene fosse stata condotta con una

discrezione notevolissima. I Giudici non poterono essere soddisfatti,

perchè si aspettavano da lui molto più, e manifestamente non a torto.

Anche per noi, attese le qualità di fra Pietro, questa deposizione non

può non avere una importanza grande, nè solo per quello che dice, ma

anche per quello che non dice e lascia trasparire sufficientemente.

Il Campanella aveva presagi di vicine mutazioni ed anche presagi

grandiosi per la persona sua, insinuava l'utilità di armarsi, aveva

molti aderenti e scriveva a fuorusciti per chiamarli a sè: questi

grandi tratti bastano a chiarire la causa, e nella farragine di

deposizioni d'ogni risma, trovandone taluna come questa, non sospetta,

sopra di essa conviene fondarsi per avere una guida meno fallace nella

intralciata quistione.

Poco ci tratterrà il giudizio sul valore delle rimanenti deposizioni.

Il Bitonto, negativo in tutto, trovò una scusa per ogni interrogazione,

ma una scusa tale da sfidare qualche volta la pazienza de' Giudici,

e per tal modo non recò alcun vantaggio a sè nè agli altri. Il

Pizzoni poi giunse solo a confermare quanto avea deposto, mentre

pure sappiamo che voleva per lo meno emendate alcune cose e non vi

riuscì; questo ci comprova che nella prima deposizione avea rivelato

più del vero. Lo stesso va detto pel Petrolo, le cui emendazioni non

mutarono sostanzialmente le cose, dovendosi tuttavia notare, che quella

introdotta per ispiegare meglio la sua fuga venne troppo tardi per

potere veramente scusar lui denigrando Maurizio. Del Lauriana poi,

come del Soldaniero, è inutile occuparsi: con ogni probabilità essi

non avrebbero nemmeno saputo ripetere tutte lo cose dette nella loro

prima deposizione, laddove a qualche Giudice, e p. es. al Vescovo,

fosse venuto in mente di esigerlo; intanto tutti costoro ribadivano le

accuse, e le cause del Campanella riuscivano sempre peggiorate. Quanto

al Pisano, egli, poco più o poco meno, ripetè sempre le solite cose,

come lo abbiamo visto innanzi al Delegato del Vescovo di Gerace e poi

innanzi allo Xarava, e come lo vedremo sul punto di essere giustiziato;

tuttavia questa volta si mostrò risentito e vendicativo più del solito

verso coloro i quali riteneva essere stati rivelatori delle cose sue,

specialmente verso il Santacroce, oltre il Gagliardo. Tale sua costanza

nelle deposizioni, mentre addimostrava che egli diceva il vero,

riusciva aggravante massime per fra Dionisio e gli altri frati compreso

il Campanella, sebbene anche questa volta egli avesse dichiarato

un po' meno del vero le brevi relazioni avute direttamente con lui.

Infine quanto al Caccìa, costui veramente aggiunse cose di eresia ed

aggravò sempre più le condizioni del Campanella, di fra Dionisio e del

Pizzoni: non ne conosceva molte, e ciò prova da una parte che non glie

ne furono artificiosamente suggerite da alcuno quando trovavasi nelle

carceri, e d'altra parte che in realtà non v'era ne' frati il proposito

di seminare eresie, come fra Cornelio e i Giudici laici pretendevano;

invece quelle poche che dichiarò, e il modo in cui disse di averle

sapute, provano che se fra Dionisio ne parlava, ciò avveniva realmente

perchè voleva, a modo suo, spiriti forti i soldati della futura

ribellione, e se ne parlava il Campanella, ciò avveniva o perchè vi

era condotto dalla necessità dietro certe dimande, o perchè alludeva a'

principii religiosi che avrebbero avuto impero nel futuro Stato.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 41 / 55 段