di nessuna importanza, come un Domenico Messina, ed ancora Giuseppe
Grillo, il quale fece del pari una deposizione insignificante[429];
poichè disse solo aver conosciuto fra Dionisio in Oppido, quando
vi andò a vedere suo fratello Ferrante, e poi averlo accompagnato,
due giorni dopo, a Condeianni, di dove, unitamente col Bitonto, col
Jatrinoli e col Pisano, venne ad alloggiare per una sera in una casa di
Gio. Alfonso suo padre, e l'indomani se ne partirono e non li vide più.
Ma per certo le confronte del Pisano con altri, e gl'importanti esami
di Gio. Tommaso Caccìa, che dalla numerazione de' folii del processo
risultano al sèguito di quelli finora narrati, non si fecero in
Squillace: lo attestò più tardi in Napoli, nel tribunale per l'eresia,
fra Domenico Petrolo, il quale disse che il Caccìa «in Squillaci non fù
essaminato... et in hieraci hebbe la corda»[430]; ciò che del resto si
spiega con l'incidente della mancanza del Mastrodatti, e con l'ordine
dello Spinelli che si cominciasse a far giustizia e che il tribunale
si trasferisse a Gerace. Vi fu dunque una temporanea sospensione dello
svolgimento del processo, durante la quale si ebbe l'esecuzione di
Claudio Crispo e Cesare Mileri, che conosciamo mercè una relazione
dello Xarava, ed ancora la tanto aspettata cattura di fra Dionisio,
di Maurizio, di Gio. Battista Vitale ed un altro, che conosciamo
mercè una lettera di Gio. Geronimo Morano; questi due documenti, da
noi rinvenuti in Simancas, ci pongono in grado di esporre i fatti
anzidetti in tutti i loro particolari. — Lo Xarava, ottenuta dal Pisano
quella deposizione infarcita di eresia, ebbe cura d'inviarne copia al
Vicerè per trarre profitto di tale circostanza, come già altra volta
lo Spinelli avea fatto: esagerando ogni cosa fuor di misura, egli
voleva indurre il Vicerè ad ottenere senz'altro da Roma la licenza
di proseguire in Calabria il processo contro gli ecclesiastici, ed
è notevole l'accanimento che in tale occasione mostrava contro il
Campanella[431]. «Tra gli altri, egli scriveva, che hanno confessato
il trattato e congiura di ribellarsi contro il Re nostro Signore, uno
che si chiama Cesare Pisano, gentiluomo della terra di S. Giorgio, ha
deposto le eresie che V. E. potrà comandare di vedere con la copia del
capitolo della sua confessione che va con questa; il quale capitolo
mi è sembrato d'inviare a V. E. perchè possa considerare il danno che
questo maledetto eresiarca del Campanella deve aver fatto in queste
provincie, avendo contaminata la maggior parte della gente di esse con
la sua abominevole e falsa dottrina, che secondo confidava di trarre
ad esecuzione il suo dannato intento, come già avea concertato con
la venuta dell'armata, è segno certo che tenea molti a sua devozione
i quali seguivano la sua falsa setta, perchè essendo uomo di tanto
pellegrina intelligenza, siccome mostra, non può immaginarsi che si
mettesse a tentare un'impresa tanto ardua senza sufficiente fondamento
di aiuto, e tale da potergli assicurare il successo che si prometteva
e dava ad intendere a tutti; e per potere scovrire queste cose e
sradicare e gastigare coloro che sono incorsi in simili errori contro
Dio e S. M.^tà, non potendosi farlo interamente senza il braccio di S.
S.^tà, per esservi in mezzo tanti ecclesiastici che sono gli autori da'
quali si debbono sapere gli altri, potrà V. E. comandare che si prenda
l'espediente che meglio le sembrerà convenire». Ma S. E. avea preso
l'espediente, fin da che lo Spinelli glie ne avea scritto altra volta,
e non avea potuto ottenere da Roma quanto si desiderava.
Il 27 settembre si fecero le prime esecuzioni capitali in persona
di Claudio Crispo e Cesare Mileri, e per dare l'esempio in più largo
teatro, si fecero in Catanzaro. La relazione medesima dello Xarava,
scritta il giorno dopo, ne dà le notizie autentiche, e solamente
tace i nomi de' giustiziati: ma oltrechè non ci sarebbero altri cui
poter riferire quelle esecuzioni, i nomi suddetti emergono anche da
testimonianze raccolte nel processo di eresia; d'altronde li cita
con tutta esattezza una lettera del Residente Veneto[432], la quale
fornisce anche particolari molto precisi comunque incompiuti, mentre
due lettere dell'Agente di Toscana accennano il fatto senza nomi e
senza troppi particolari[433]. «Si è cominciato, scriveva lo Xarava
il 28, a far giustizia di questi carcerati con la dimostrazione che
il delitto richiede, essendosi ieri mandato a eseguire quella di
due in Catanzaro: furono condannati ad essere arrotati, tanagliati
e strozzati in mezzo alla piazza, e ad esser quivi appiccati per un
piede, a dopo 24 ore a essere fatti in quarti e poste le loro teste
in una gabbia sopra la porta principale della città col titolo de'
loro nomi e del delitto, inoltre ad avere diroccate le loro case e
confiscati i loro beni». Tutte queste circostanze ed in ispecie le
ultime sono degne di nota. Il Campanella, nell'Informazione, scrisse
che «nullo fu condannato per ribello veramente, non confiscandosi
beni, nè spianandosi le case loro», ma pur troppo non fu così: scrisse
inoltre, nella Narrazione, che «dui morti in Catanzaro da Xarava
si ritrattaro» e da questo lato, senza parlare della contradizione
coll'altro asserto, dobbiamo dire che vi fu realmente qualche cosa
di simile, difatti più tardi in Napoli, nel processo dì eresia, il
Barone di Cropani e il Di Francesco attestarono che que' disgraziati,
con altissime grida, dicevano aver confessato la ribellione per forza
di tormento e persuasione dello Xarava[434]. Noi abbiamo a suo tempo
fatto osservare che ciascuno di loro avea dovuto confessare più cose
che non gli costavano, l'uno pe' tormenti, l'altro per le persuasioni
dell'interrogante, e però potea bene spiegarsi una loro consecutiva
ritrattazione, bensì parziale: ma del resto l'orribile strazio che
si fece di loro dovè farli gridare pur troppo, e forse dire di non
sentirsi colpevoli di ribellione, non potendo nemmeno capacitarsi che
un disegno delittuoso si dovesse punire come un delitto consumato.
Intanto essi morivano entrambi nel modo più atroce, mentre c'era anche
una sensibile differenza nel grado della loro colpa. Il Crispo lasciava
un fratello giovanetto ed il padre, Ferrante; il Mileri lasciava due
sorelle fanciulle senza alcuno appoggio, e nell'Archivio di Stato
abbiamo rinvenuto un documento che ne attesta la misera fine[435].
IV. Compiute le due prime esecuzioni, il tribunale venne trasferito a
Gerace, dove lo Spinelli avea determinato di far residenza per ragioni
che tra poco ci saranno chiare, ingiungendo allo Xarava che vi si
recasse. Il giorno 29 lo Xarava partì per quella città «con tutti i
carcerati», tra' quali Cesare Pisano che dovea confrontarsi con altri
detenuti appunto in Gerace; ma quivi occorse pure aspettare l'arrivo di
un altro Mastrodatti capace di servire all'ufficio, che lo Xarava avea
mandato a chiamare. Vi fu dunque un trasporto di tutti i carcerati,
durante il quale i frati poterono vedersi ma non mettersi in relazione
tra loro, e si ebbe in sèguito dal Petrolo, nel tribunale per l'eresia,
la notizia di un fatto del Campanella avvenuto in tale occasione.
Solevano i prigioni tradursi a coppie, «ligati a mano a mano con una
corda» formando una catena: una squadra di armati li accompagnava,
e il capo di squadra era allora uno spagnuolo. Costui marciando a
cavallo dovè dirigere al Campanella qualche parola discorrendogli di
morte: il Campanella filosoficamente gli disse che non v'era morte,
ma mutazione di essere; il Petrolo, che veniva dietro di lui, udì
quelle parole e poi le ripetè, confessando di non saper bene «come lui
l'accomodasse»[436].
Scorsi pochi giorni, venne la notizia che fra Dionisio, Maurizio e
Gio. Battista Vitale, erano stati presi: il 30 settembre Gio. Geronimo
Morano, con una sua lettera da Monopoli, l'annunziava al Vicerè in
Napoli e naturalmente anche allo Spinelli in Calabria[437]. Il Morano
scriveva che partitosi di Cosenza in traccia di Maurizio e del cognato
di lui con due altri compagni, caminando giorno e notte e tenendo
sempre nuove fresche, avea preso fra Dionisio in Monopoli[438]; poi,
continuando sempre sulla traccia di Maurizio, avea preso in Nardò
un Gio. Ludovico Todesco, ed avea quivi saputo che Maurizio si era
imbarcato a Brindisi sopra una Marsigliana comandata da Francesco
Maresca per recarsi a Venezia; avendolo seguìto per terra ed avendo
saputo che la Marsigliana dovea caricare olio a Monopoli, erasi quivi
diretto ed avea trovata la nave ancorata a due miglia dalla città, non
permettendo il mare procelloso nè che la nave si potesse avvicinare,
nè che la gente potesse montare a bordo. Il 30, calmatosi il mare, il
Governatore di Nardò Agostino di Guardisciola ed il Giudice Stefano
Garonfalo, con due feluche, si spinsero verso la Marsigliana, presero
Maurizio e il Vitale e li consegnarono al Morano. Costui, il giorno
dopo, traduceva tutti que' prigioni in Calabria a Carlo Spinelli.
Dandone l'annunzio al Vicerè, egli scrivea: «riceva V. E. l'animo con
che l'ho servito, et non haria sparagnato la vita per condurre infine
questo servigio, come farò in ogni altra occasione del servitio di sua
Maestà et di V. E.». — Adunque Maurizio avea saputo sfuggire a' suoi
persecutori, traversando nientemeno che le provincie di Basilicata,
Bari e terra d'Otranto, in compagnia di fra Dionisio, Gio. Battista
Vitale e un Gio. Ludovico Todesco, il quale ultimo vedesi soltanto
qui nominato, e mostra bene esserci rimasto ignoto un certo numero di
congiurati anche d'importanza; se il braccio del Governo, aiutato anche
dalla fortuna di mare, finì per raggiungerlo, ciò non toglie nulla alla
destrezza che egli seppe mostrare. D'altra parte tutto ciò conferma
abbastanza aver lui veramente avuto in animo di salvare il Campanella,
quando si diede a corrergli dietro fin oltre Stignano; poichè se si
fosse proposto di guadagnare l'indulto col sacrificio di un complice,
potea bene sacrificare fra Dionisio, che agli occhi del Governo avea
quasi lo stesso valore del Campanella. Si vede pertanto come erri il
Giannone nell'affermare che «alcuni spensierati furono presi senza
contrasto, fra' quali fu Maurizio di Rinaldo»; non saprebbe dirsi
per quale fatalità la nobile figura di Maurizio abbia dovuto rimanere
falsata da tutti i lati. Conosciamo poi che fra Dionisio era vestito
da secolare, avendo fin dalla notte del 3 settembre, nel fuggire da
Pizzoni, deposta la tonaca fratesca; ma gli Atti conservati in Firenze
fanno sapere di più, che avea preso il nome di D. Pietro Antonio
Grasso e si era munito di una fede di sanità della città di Lecce[439];
quest'ultima circostanza mostrerebbe che i fuggiaschi avessero dovuto
percorrere tutta la terra d'Otranto per trovare un imbarco. Aggiungiamo
che i principali armigeri di Gio. Geronimo Morano, nella persecuzione
e cattura di que' fuggiaschi, doverono essere Aurelio Biase e Giuseppe
Pascalone, giacchè essi vennero poi a deporre col Morano segnatamente
sulla cattura di fra Dionisio. Aggiungiamo ancora un altro fatto
avvenuto a fra Dionisio nel suo arrivo in Calabria, siccome egli
medesimo ebbe poi a narrarlo in Napoli nel tribunale per l'eresia:
mentre veniva tradotto a Gerace, passando per Cosenza, il Governatore,
che era in quel tempo D. Francesco de Regina Conte di Macchia, ebbe
curiosità di vederlo e di dimandargli se era della setta del Campanella
e se credeva che la fornicazione fosse peccato, giacchè il Campanella
riteneva che non lo fosse; ed egli si fece a smentire così l'esistenza
della setta, come la credenza falsamente attribuita al Campanella[440].
Il Vicerè, con sue lettere del 4 e dell'8 ottobre, inviò subito a
Madrid la relazione del Morano e quella dello Xarava[441]. — Nel
partecipare la notizia dell'importante cattura di Maurizio e compagni
«capi della congiura di Calabria», fece anche conoscere come fin dal 28
settembre era stato da lui ordinato allo Spinelli che, dopo giustiziati
quattro de' più colpevoli, inviasse tutti gli altri in Napoli a buon
ricapito, avendo voluto che fossero quivi tradotti a fine d'investigar
bene le loro colpe e quivi gastigarli; e però nel giorno precedente
avea scritto che, vagliata bene la causa di Maurizio de Rinaldis,
facesse giustizia anche di lui, ed inviasse in Napoli gli altri
con tutti i rimanenti incolpati. — Nel partecipare poi l'esecuzione
già avvenuta de' due «trovati colpevoli nella congiura che andavano
fomentando», inviò pure l'ultima dichiarazione di Cesare Pisano, e nel
tempo medesimo la copia dell'Informazione presa dal Visitatore contro
il Campanella (questa era rimasta in Napoli fin allora), per mostrare
a S. M.^tà ciò che essi andavano disseminando pel paese, e ripetè che
aveva ordinato l'invio di tutti i carcerati, per investigare molto
radicalmente tale negozio, e dare il gastigo che conveniva.
Si scrisse allora finalmente una lettera da Madrid, in risposta ad
otto lettere Vicereali, cioè a dire in risposta a tutte le lettere
che erano state mandate intorno alla congiura: ne abbiamo rinvenuta
in Simancas la minuta senza data, ma questa si può facilmente
desumere, leggendovisi che l'ultima lettera ricevuta era quella del
4 ottobre[442]. In essa S. M.^tà si sbaglia sul nome del Campanella
che chiama Matteo, ma con solenne gravità si compiace che la congiura
sia stata scoverta, approva le misure prese, ringrazia la divina
Provvidenza e rinforza gli ordini di rigore verso gli incolpati. «Ho
gradito molto, egli dice, essere stata (la congiura) scoverta così
a tempo, che voi abbiate potuto arrestare, come lo faceste, mercè la
prevenzione e i così buoni rimedii, come li applicaste, i danni che
poteano seguire dal rimanere celata più a lungo; a Dio si debbono
grazie di tutto, e fu molto savio dar conto a S. S.^tà del negozio
e del trovarsi alcuni ecclesiastici colpevoli e indiziati in questi
delitti, perchè con sua autorizzazione e commissione poteste procedere
contro di loro, come lo faceste, e l'avere ordinato che si esegua la
giustizia de' quattro più colpevoli in questo delitto, come lo sarà,
e così ve ne dò incarico e comando, che ordiniate di procedersi contro
gli altri i quali appariranno di esserlo, con un rigore che la gravezza
de' loro delitti merita; ma con un certo intervallo, per dar tempo
che si scovrano i rimanenti complici che in que' delitti si abbiano,
e si sradichi ad un tempo questa mala semente di eresia e ribellione,
procurando di sapere con particolarità se abbiano tenuto qualche
intelligenza con Cicala, e se sieno compresi in essa quegl'individui
che nel principio i carcerati nominavano, de' quali, e nemmeno di
alcuno di loro, non si è visto finora che siasi proceduto all'arresto».
Era dunque un disappunto per S. M.^tà che qualche Vescovo o qualche
Nobile di alto rango non si trovasse già nelle mani del fisco; d'altra
parte non obbliava i denunzianti e conchiudeva: «A Fabio di Lauro e
Gio. Battista Biblia, che avvisaste essere coloro i quali scovrirono
la congiura di questa gente, darò ricompensa come voi glie la offriste
per tale servizio, ed è giusto che si dimandi, e perchè si agisca
più oculatamente, mi avviserete con brevità di ciò che si potrà fare
per loro; e di mano in mano mi riferirete con particolarità ciò che
si andrà facendo in questo negozio, che per essere della qualità che
è, conviene saperlo». Dopo tutto ciò si potrà ancora gridare contro
la crudeltà dello Xarava e dello Spinelli, ma si dovrà convenire che
costoro interpetrarono perfettamente le intenzioni non solo del Vicerè
ma anche del Re.
Aggiungiamo qui le notizie sulle cose di Calabria, che al momento
cui siamo pervenuti l'Agente di Toscana, e il Residente Veneto
trasmettevano a' loro Governi[443]. — L'Agente di Toscana, nel
partecipare che due prigioni erano stati tanagliati e strozzati con
titolo di ribellione, faceva anche sapere essere partite quattro
galere per levare il Card.^l Guevara[444], e quattro altre partire
allora per Lipari e Calabria (10 ottobre), a fine di mutare le
compagnie spagnuole; aggiungeva che forse con esse sarebbero venuti
in Napoli i prigioni della congiura calabrese. Poco dopo annunziava
essersi congratulato col Vicerè, da parte della Serenissima Casa di
Toscana, per la scoverta e la repressione della congiura (12 ottobre),
aggiungendo che il Vicerè gli avea dato conto dell'esecuzione fatta
e del trovarsi carcerati più di cento, tra' quali otto frati col
Campanella; inoltre faceva sapere il richiamo dello Spinelli, a suo
avviso insieme co' prigioni, e la commissione di formare i processi
da affidarsi a' dottori. — Il Residente Veneto, giusta il suo costume,
partecipava le notizie raccolte da ogni maniera di fonte. Erano usciti
in campagna circa 200 calabresi tra colpevoli e intimoriti, essendosi
trovati molti disposti per la libertà di coscienza, con la quale il
Campanella disegnava allettare gli animi. Un Maurizio de Rinaldis,
dapprima uomo d'arme in servizio del Re, poi contumace per omicidii,
favorevole alla ribellione ed anche all'eresia, insieme con un fra
Dionisio Ponzio si era ritirato nelle montagne di Cosenza, mettendosi
a capo de' fuorusciti, e si temeva che avrebbe potuto là mantenersi
a lungo (29 settembre e 5 ottobre). Il Vicerè che avea già in animo
di mandare suo figlio in Calabria, ne era dissuaso dal Consiglio per
la poca età di lui e la gravità del negozio, e andrebbe il Presidente
Montoya per le cose di giustizia e un D. Alonso Rosa per le cose di
campagna (confusione di nomi e di fatti). Alcuni calabresi, mandati
dalla Corte contro i fuorusciti, li avevano combattuti «con spararsi
reciprocamente senza balla» (voci popolari). Intanto era venuta nuova
certa che Maurizio e il Ponzio erano stati «ritenti in una filucca 16
miglia in mare per opera di loro particolari nemici a' quali furono
promessi gran premii», onde gli animi si erano sollevati. S. S.^tà
avea fatto spedire un Breve al Nunzio, perchè i religiosi colpevoli
potessero venire puniti anche nella vita in Napoli, ma formandosi i
processi coll'assistenza de' ministri ecclesiastici. Tutti i prigioni
sarebbero quanto prima tradotti in Napoli, ed intanto erano stati
giustiziati alcuni laici in Catanzaro i quali avevano dichiarato
Signori e cittadini napoletani essere partecipi di quella congiura
«senza haver saputo però nominare alcuno, il che perturbò assai in
generale questa città». Più tardi (12 ottobre), specificava i nomi
de' due giustiziati, Crispo e Mileri, e il genere del loro supplizio,
«perchè con Mauritio Rinaldo, anch'esso retento, mandarono un prete
a Costantinopoli a trattar col Cigala» (voci popolari). Inoltre
indicava il numero de' prigioni, riducendoli a 60, al di sotto del
vero, «la maggior parte huomini di qualche conto, essendo anco fra essi
alcuni baroni», con la voce che nella famosa fiera del 18 ottobre in
Monteleone se ne sarebbero giustiziati alcuni, e gli altri, insieme
con gli ecclesiastici, sarebbero venuti a Napoli. Infine annunziava
che il Lauro e il Biblia, rivelanti della congiura, erano già in
Napoli, «ricercando ricognitione tale che possano vivere sicuri delle
insidie dei parenti numerosissimi degli imputati». — Come si vede,
tra molte stramberie, non mancano qui notizie degne di nota: è facile
scorgerle, ma sopra due di esse dobbiamo richiamare l'attenzione e
fare qualche commento. In primo luogo dobbiamo notare che in Napoli,
a' 5 di ottobre, gli animi erano perturbati a motivo dell'affermata
partecipazione di Signori e cittadini napoletani nella congiura, senza
che se ne sapessero i nomi: ciò mostra che il Vicerè non solo non avea
seguito l'avviso dello Spinelli di carcerare alcuni di costoro, ma non
avea neanche fatto trapelarne i nomi. In secondo luogo dobbiamo notare
che il Vicerè volea mandare suo figlio in Calabria e poi ci mandò il
Montoya siccome è attestato pure dal Residente in un'altra sua lettera
anteriore[445], nella quale dice che il Vicerè volea mandare suo
figlio con due de' Consiglieri primarii del Governo: forse intendeva
mandarlo come Governatore in luogo del De Roxas, ma poi se ne astenne
per riguardo a Carlo Spinelli; e quanto al Montoya, vedremo che egli
andò difatti a Catanzaro per commissioni speciali, ma alquanto più
tardi, segnatamente per l'omicidio di Marco Antonio Biblia fratello
di Gio. Battista, pugnalato in odio di costui che aveva rivelata la
congiura[446].
Intanto lo Xarava, provvedutosi del nuovo Mastrodatti, ripigliava il
corso del processo e delle torture in Gerace. Egli dovè dapprima far
le confronte di Cesare Pisano col Gagliardo, Santacroce, Marrapodi,
Adimari, e un po' più tardi col Conia, siccome trovasi disegnato
nella citata sua relazione, e fino ad un certo punto può desumersi
ancora dalla numerazione de' folii del processo, la quale al sèguito
delle deposizioni sopra riferite mostra una grossa lacuna, appena
occupata da un «nuovo esame» del Santacroce[447]. Questa lacuna si
spiega assai bene col fatto che le confronte, i nuovi esami ed anche
le torture non diedero risultamenti degni di nota. Certo è che Felice
Gagliardo ebbe la tortura e «si vide in pericolo di morte a Jeraci»,
poi ebbe «una seconda corda a Napoli et hebbe a morire», e queste
prime torture furono «crodelissime, con funicelle, acqua freda e
bastonate, et non confessò»; in tal guisa si espresse egli medesimo
innanzi a' Delegati del S.^to Officio, sul punto di essere giustiziato,
varii anni dopo[448]. Certo è pure che Gio. Angelo Marrapodi «hebbe
la corda a hierace»; lo dichiarò nel processo di eresia in Napoli
un suo figliuolo giovanetto, che lo seguì pe' diversi luoghi in cui
stiè carcerato, vivendo col fare qualche servigio a taluni de' frati
egualmente carcerati[449]. Infine è indubitato che Geronimo Conia fu
sottoposto egli pure ad un nuovo esame e alla tortura, ma un po' più
tardi, dopo l'esame e la tortura del Caccìa; e di costui sappiamo con
sicurezza essere stato esaminato e torturato in Gerace, poichè, nel
processo di eresia fatto in Napoli, si ha una deposizione del Petrolo,
il quale esplicitamente attesta che il Caccìa «à Squillace non fù
essaminato... et à hieraci hebbe la corda». Come dicevamo, nè da' nuovi
esami nè dalle torture doverono ottenersi risultamenti degni di nota;
e però di alcuni di questi Atti non si ebbe a fare alcuna menzione
ne' Riassunti degl'indizii, di altri, come quelli del Santacroce e del
Conia, si riportò un piccolo brano che in realtà non ci apprende nulla
di nuovo[450].