A Squillace intanto lo Xarava non era rimasto inoperoso. Tutto

induce a ritenere aver lui, anche da solo, atteso a continuare

gl'interrogatorii e le torture: poichè dalla numerazione de' folii del

volume 2.º del processo veniamo a conoscere che, dopo Claudio Crispo,

furono successivamente esaminati Cesare Mileri e diversi testimoni,

il Gagliardo, il Conia, il Marrapodi, l'Adimari, e poi il Pisano, e

vedremo che in una relazione dello stesso Xarava, del 28 settembre, è

citata una deposizione del Pisano, la quale, trovandosi integralmente

riportata in copia nel processo d'eresia, mostra essere stata fatta

il 24 settembre alla presenza del solo Xarava; oltracciò anche

nella relazione predetta è annunziata l'esecuzione capitale di due

disgraziati avvenuta il 27, ed è scusato il ritardo nella spedizione

de' rimanenti con l'assenza dello Spinelli e con la malattia e morte

del Mastrodatti, onde si era mandato a chiamare un altro che lo

sostituisse. Calcolando tutte queste circostanze e tenendo presenti le

date, bisogna conchiudere che lo Xarava abbia agito egli solo, mentre

lo Spinelli era occupato a guardare le mosse dell'armata turca, e

che poi, menati a termine gli Atti, lo Spinelli sia intervenuto nella

spedizione, ossia nella pronunzia della condanna di coloro pe' quali

non rimaneva a far altro. Ecco ora i risultamenti degli esami per

ciascuno de' soprannominati, giusta i cenni che se ne hanno negli Atti

conservati in Firenze.

Cesare Mileri[421] depose essergli stato detto da fra Dionisio che

avea concertato con fra Tommaso e Maurizio una congiura per ribellare

il Regno, che per questo aveano l'aiuto del Turco, che intendevano

d'impadronirsi di molte terre, che «il capo di detta congiura era D.

Lelio Ursino il quale si voleva impatronire di tutto il Regno», che

a tale effetto aveano concertato di fare una massa di fuorusciti ed

altre genti, ed in ogni terra tenevano molti congiurati «preparati pel

momento in cui giungesse l'armata del Turco»; che fra Tommaso diceva

dovere questo Regno nel 1600 mutare padrone e dovervi essere gran

rivolture, che egli si offerse di stare in ordine con altri congiurati

e di trovare altri compagni; che dopo andò a vedere Francesco Antonio

Dell'Ioy amico suo e gli comunicò la congiura, e costui gli disse

che stava in ordine poichè fra Dionisio già glie l'avea comunicata,

e parimente Gio. Francesco di Nuzzi gli disse lo stesso. Aggiunse che

tanto fra Dionisio quanto il Dell'Ioy dicevano essere in quel concerto

molti fuorusciti ed altra gente di qualità di quella provincia, ed egli

lo sapeva, perchè da giugno in poi, sino a che fra Dionisio si pose in

fuga, egli l'accompagnò in alcune terre, in Catanzaro, in Girifalco,

in Nicastro ed altre, nelle quali fra Dionisio parlava segretamente

con diverse persone e poi gli diceva che quelle persone dovevano

prender parte alla rivolta. Aggiunse ancora essergli stato detto da

fra Dionisio, che egli medesimo e il Campanella avevano mandato in

Turchia a trattare col Turco acciò fosse venuto in soccorso «volendogli

dare molte fortellezze e terre in potere», e che a tale effetto nel

mese di giugno era venuto Amurat Rais con le galere per conchiudere la

ribellione, e su quelle galere era andato Maurizio de Rinaldis ed avea

conchiuso che l'armata fosse venuta in settembre; che egli, il Mileri,

con quelli da lui nominati «e tutti gli altri che erano concorsi»,

aveano concertato che alla venuta dell'armata turchesca sarebbero

entrati nelle terre, avrebbero ammazzato tutti gli Ufficiali e coloro

i quali ricusavano di aderire, e avrebbero dato aiuto all'armata

turchesca «acciò fusse entrata dentro dette provintie et impatronitasi

delle terre con fortellezze». Infine, interrogato sulla causa della

ribellione, depose che «fra dionisio, quando li cominciò à ragionare di

questa rebellione, li disse, che il Rè era uno tiranno et mandava tanti

alloggiamenti, et li facea pagare pagamenti fiscali et non l'havea

voluto mandare l'indulto, e li tenea cossì oppressati, e perciò li

persuase si fusse rebellato perchè saria vissuto liberamente et senza

tanti travagli, et esso deposante si contentò ribellarsi per vivere

liberamente senza essere soggetto alla Corte, et aspettava la giornata

che si havea da fare». Fu questa la deposizione del Mileri, ed essa

mostra che questo giovane senza esperienza, il quale certamente non era

stato fatto consapevole di molte particolarità sulla congiura, dovè non

solo perdersi di animo, ma anche concepire grandi speranze di potersi

salvare prestandosi alle più estese rivelazioni. Dopo che ebbe deposto,

gli fu amministrata la tortura, durante la quale confermò ogni cosa,

ma rettificò ciò che concerneva Gio. Francesco Nuzzi, dicendo che non

era intervenuto nel trattato. È lecito credere che non dovè sottostare

ad una grossa tortura, poichè evidentemente avea rivelato anche troppe

cose, e in quanto a sè medesimo avea confessato nel più ampio modo:

la tortura dovè essergli amministrata, come allora si diceva, «ad

tollendam omnem maculam et ad afficiendos complices», e riesce senza

dubbio notevolissimo che in essa egli ebbe piuttosto a diminuire le

rivelazioni fatte. Circa poi il merito di queste rivelazioni, non può

non colpire che mentre aveva accompagnato fra Dionisio per diverse

terre e vistolo confabulare con parecchi, non fosse giunto a conoscere

il nome di alcuno, neppure delle persone di Nicastro sua città natale,

oltrechè, impegnatosi a trovar socii, in tanto tempo non avesse saputo

trovare che il solo Dell'Ioy; e frattanto diceva essersi «concertato

con tutti gli altri che erano concorsi» e con costoro dover fare la

rivolta ed aiutare l'armata turca, per darle le terre e le fortezze,

come ripeteva più volte. Si può facilmente qui vedere la sollecitazione

dello Xarava, che con ogni probabilità dovè perfidamente lusingare

l'ingenuo cospiratore, e co' suoi interrogatorii suggerirgli quanto

volle che egli deponesse. Il Mileri avea ben potuto conoscere che c'era

un progetto di rivolta e decidersi a prendervi parte; forse avea potuto

anche udire da fra Dionisio le mutazioni previste dal Campanella,

poniamo anche doversi avere l'aiuto del Turco, e perfino dover essere

D. Lelio Orsini il futuro padrone del Regno, perocchè fra Dionisio si

era già posto in via di dirne d'ogni specie per eccitare gli animi:

ma difficilmente avea potuto sapere più di questo, onde si spiega il

fatto che a suo tempo vedremo, dell'avere cioè anche lui, quando veniva

barbaramente giustiziato, con altissime grida smentite le cose dette.

Intanto rileviamo che egli era «confesso», e quindi spacciato.

Dopo di lui venne la volta del Gagliardo e compagni, i quali

intendevano sempre di rappresentare la parte di rivelanti, esponendo le

cose dette loro da Cesare Pisano, mentre il tribunale pretendeva che

fossero complici. Ma parrebbe che gli esami di costoro fossero stati

fatti in Castelvetere, e poi ripetuti anche con la tortura in Gerace:

quest'ultima circostanza è sicura, come vedremo più oltre; la prima

trovasi attestata dal Gagliardo medesimo, ma in una sua confessione

posteriore di varii anni, avutasi quando, per altri delitti, stava per

essere giustiziato[422].

Felice Gagliardo fece un'amplissima deposizione[423]. Narrò che già

prima della venuta di Cesare nelle carceri, fra Giuseppe Bitonto avea

detto che tratterebbe le cose di lui in Condeianni, e frattanto stesse

di buon animo «che vederà succedere cose che li saranno di grandissima

utilità». Narrò poi la visita fatta al Pisano dal Campanella, da fra

Dionisio e dal Bitonto, nelle carceri di Castelvetere verso il 1º

luglio, con ragionamenti segreti e la presentazione che il Pisano fece

di lui al Campanella, siccome uomo che potea «servire et movere genti»,

e le parole dettegli da fra Tommaso, «dati credito a quello che vi

dirà et raggionerà Cesare, per che quanto ve dirà depende da me» (le

quali proposizioni servirono pur esse in sèguito come gravissimo capo

di accusa contro il Campanella); inoltre narrò le parole dettegli da

fra Dionisio, «attendetivi à disbrigare, perchè fra Gioseppo vicario de

Condeianne vi procurarà la remessione delle parti, et come sareti fore,

raggionaremo di meglio garbo, fra tanto Cesare Pisano vi raggionarà

a luongo, datili credito»! Narrò di avere udito da detto Cesare e

da' frati che erano venuti ad oggetto di trattare col Principe della

Roccella per fare liberar Cesare, il quale di poi comunicò così a lui

come al Marrapodi e al Conia, che il Bitonto in S. Giorgio gli avea

detto essere Campanella il primo uomo del mondo, ed essere andato molto

tempo in giro trattando con molti potenti e particolarmente col Turco

mediante lettere, «per far sollevare questo Regno, et levarlo dalla

suggezione di Rè di Spagna et metterlo in libertà, et che per tale

effetto havea uniti li fuorusciti dell'una et l'altra provintia di

Calabria al numero di 800, et che pensavano un giorno di questo mese di

Settembre fare detta sollevatione, et che volesse esso Cesare entrare

in detta congiura, et che convocasse quanti amici et parenti potesse,

al che esso Cesare s'offerse». Aggiunse di aver udito parimente da

Cesare che alla congiura partecipava il Vice-Conte di Oppido fratello

di fra Dionisio, e che stando in Oppido in compagnia di detti frati e

del Vice-Conte, il Campanella scrisse una lettera e la mandò per lui

a' fratelli Moretti, i quali vennero allora in Oppido e si riunirono

in segreto soli, e presero concerti per la rivolta. Aggiunse pure di

avere udito dallo stesso Cesare che «il Campanella havea stabilito

alli congiurati nova sorte di vestiti, cioè una tabanella bianca fino

alle ginocchie con maniche lunghe, et un coppolicchio (_intend._

berrettino) ligato à modo di turbante di Turcho, et che havea da

mutare linguaggio, et che voleano uccidere tutti li Preiti, et Monaci

che non voleano adherire, et che voleano brusciare tutti li libri et

fare nuovo statuto, et che voleano liberare tutte le Monache dalli

monasterij, et voleano fare il _crescite_ etc. e gridare à tempo del

sollevamento, viva la libertà et mora Rè di Spagna, et che voleano

tagliare à pezzi lo Governatore, et auditori et tutti quelli che non

erano della loro parte, et così fare voleano à Stilo et altre terre, et

uccidere tutti li Signori della Provincia, quali chiamavano tiranni,

et nel Castello di Stilo s'havea da gridare, viva la libertà, et mora

il Rè, et volevano fare Stilo Repubblica et chiamare il detto Castello

Mons pinguis, et che fra Tomase si havea da chiamare il Messia venturo,

come già detto Cesare lo chiamava, et fatta detta sollevatione, haveano

d'andare per ogni terra li predicatori à predicare la libertà, et che

saria venuta l'armata del Turco à darli aggiuto». — Per verità non

si può non riconoscere che avessero dovuto realmente esservi stati

discorsi molto spinti non solo sulla congiura ma anche su' disegni

delle riforme le quali si sarebbero attuate nella futura repubblica,

sia tra il Bitonto e il Pisano, sia, come è pure assai credibile, tra

il Bitonto e lo stesso Gagliardo prima della carcerazione di costui:

lo mostrano le notizie perfino su' nuovi abiti da doversi indossare,

alludendo senza dubbio a' cittadini del nuovo Stato, e su' libri da

doversi bruciare, alludendo senza dubbio a' libri latini in materia di

fede e di pratiche religiose; le quali notizie furono anche accertate

da fonti abbastanza sicuri, ma venendo in processo molto tempo dopo e

senza alcun rapporto con la deposizione del Gagliardo. Si direbbe pure

che sempre nuove notizie avessero dovuto di tempo in tempo giungere a'

detenuti nelle carceri di Castelvetere, poichè essi sapevano perfino

il tempo della venuta dell'armata turca, la quale notizia non poteva

conoscersi ancora allorchè furono rinchiusi nel carcere: ma qui

probabilmente influì la voce che già se n'era diffusa, ovvero anche la

studiata maniera d'interrogare dello Xarava facilmente compresa dal

Gagliardo, il quale per certo non era uomo da farsi scrupolo per le

menzogne. Quanto poi all'essersi i Moretti concertati col Campanella,

con gli altri frati e con Ferrante Ponzio in Oppido, dietro una lettera

scritta loro da fra Tommaso e portata da Cesare Pisano, è possibile che

costui l'abbia detto tra' compagni di carcere, per vantare l'opera sua

ed anche per accrescere l'importanza della congiura con nomi di persone

molto riputate; ma da nessun'altra parte emerse mai alcun cenno di una

escursione del Campanella in Oppido, e del resto vedremo che il Pisano

medesimo sul punto di morte si disdisse esplicitamente intorno a'

Moretti.

Seguì l'esame di Geronimo Conia[424]. Egli fece una deposizione

non dissimile da quella del Gagliardo, dicendo ancora di avere

udito da Cesare Pisano, che gli piacevano i pensieri del Campanella

comunicatigli da fra Dionisio, che più volte avea condotto Eusebio

Soldaniero a Stilo presso il Campanella, che costui e fra Dionisio

aveano trattato co' Vescovi di Mileto e di Oppido i quali gli offersero

aiuto, e il Vescovo di Mileto avea favorito i fuorusciti della sua

diocesi per tenerli ad ogni sua richiesta o devozione, ed aveva anche

scritto al Vescovo di Gerace ed al Principe della Roccella per far

liberare Cesare. Aggiunse che Cesare era andato col Campanella, con

fra Dionisio, col Bitonto e col Jatrinoli, alla Grotteria presso fra

Paolo, e quivi mandato a chiamare Notar Domenico Spasari, il Campanella

e fra Paolo cercarono persuaderlo di consentire alla congiura, come

uomo potente che egli era, perchè confidavano potersi la Grotteria

guardare con cento uomini; ma lo Spasari disse di non poter dare altro

aiuto che di danaro, e fra Paolo disse che se ne sarebbe poi parlato,

e il Campanella disse che non v'era bisogno di danaro ma si contentava

di ciò che avrebbe trattato con fra Paolo. Aggiunse infine, sempre a

detto di Cesare, che di questa congiura si era cominciato a parlare fin

da quaresima scorsa, al tempo in cui il Campanella leggeva filosofia

a' fratelli Moretti, ma nel maggio propriamente si era cominciata

ad ordire. — Tale fu la deposizione del Conia. Essa non ci dà, come

quella del Gagliardo, indizii d'intelligenze anteriori tra il Conia

ed i frati, ma pure vi si può notare la rivelazione delle intelligenze

corse tra il Campanella ed alcuni Vescovi, ciò che mostrerebbe perfino

avere fra Dionisio già messo innanzi i Vescovi prima della sua andata

a Catanzaro; in fondo poi essa riusciva ad aggravare di molto le

condizioni di fra Paolo, ed esprimeva sempre le vanterie di Cesare

Pisano, il quale in realtà parrebbe che avesse voluto mostrare ai suoi

compagni di carcere non esservi alcuno più di lui informato delle cose

della congiura.

Successivamente si ebbero le deposizioni di Gio. Angelo Marrapodi, di

Orazio Santacroce e Camillo Adimari[425]. Costoro, come si espresse il

Mastrodatti nelle scritture che possediamo, deposero nel modo medesimo

del Gagliardo: solamente il Marrapodi aggiunse di non aver voluto

condiscendere, e di aver avuto dal Pisano la raccomandazione che almeno

non dicesse nulla; l'Adimari, dal canto suo, aggiunse che non l'aveano

rivelato prima perchè non gli diedero credito, e quando udirono essere

stato carcerato il Campanella, tennero quelle cose per vere e le

rivelarono al Principe. Tutto per verità induce a credere che costoro,

compreso il Conia, non avessero condisceso in modo formale alle premure

del Pisano, il quale, come vedremo a suo tempo, sul punto di morire

li scusò interamente, nominandoli ad uno ad uno e tralasciando solo il

nome del Gagliardo.

Veniamo all'esame di Cesare Pisano[426]. Intorno a costui sappiamo

che fece la sua deposizione, ebbe il tormento, ratificò la confessione

fatta in tormento e nello stesso giorno fu sottoposto a un nuovo esame

che porta la data di Squillace 24 settembre: abbiamo dunque una data

certa che ristabilisce la cronologia precisa del nostro racconto.

Nella deposizione il Pisano cercò di vendicarsi del Gagliardo. Disse

che non conosceva il Campanella nè fra Dionisio, ma solo il Bitonto,

il quale gli era cugino; che col Bitonto erano venuti alle carceri

di Castelvetere due altri frati, uno de' quali seppe dal Gagliardo

essere il Campanella, e vide que' frati e il Gagliardo parlare un

pezzo segretamente, e quindi Felice gli disse che aveano parlato di

negromanzia lodandogli il Campanella come un grande uomo. Negò il fatto

della congiura, ma attestò che il Gagliardo, dopo di aver conferito

co' frati disse, «questi Monaci parlano di gran cose, non per Dio

posso credere che loro ne possano uscire». Fu allora posto alla corda,

malgrado la sua qualità di clerico; e la corda dovè essere terribile,

o dovè fargli un terribile effetto, poichè in essa rivelò tutta la

congiura. Narrò che nel maggio scorso era andato a Bagnara e Messina

col Bitonto e fra Dionisio, e che il Bitonto, prima d'imbarcarsi gli

disse, «stà di buon animo, che voglio che te trovi ad una fattione che

volimo fare, che sarà l'esaltatione tua», aggiungendo che era cosa

di grande importanza, che vi bisognavano uomini di valore e che al

ritorno glie la dichiarerebbe; come infatti, al ritorno, incontrati

i detti frati con fra Giuseppe Jatrinoli e il bastardo di Alfonso

Grillo di Oppido, gli dissero di andare con loro a Stilo per vedere

il Campanella, ed avendo la sera pranzato in Stignano, quivi fra

Dionisio e il Bitonto gli comunicarono che col Campanella avrebbero

presa risoluzione di ribellare il Regno e sottrarlo al dominio del

Re di Spagna, avendo con loro molti fuorusciti e molti gentiluomini

e Signori, tra' quali nominarono il Marchese di Arena. Giunti a

Monasterace dove trovavasi il Marchese, fra Dionisio e il Bitonto

parlarono un pezzo segretamente col Campanella, ed insieme si recarono

presso il Marchese, quindi i tre frati col resto della compagnia

se n'andarono a Stilo: nel convento di Stilo trovarono parecchi

fuorusciti, e l'indomani i frati negoziarono a lungo col Campanella, e

di poi costui, nel licenziarsi dal Bitonto e dal Jatrinoli, poichè fra

Dionisio rimase con lui, disse che andassero con cautela e segretezza.

Aggiunse che, incontrato un gentiluomo di casa Prestinace, i detti

frati Bitonto e Jatrinoli parlarono strettamente con costui, e poi

gli comunicarono essere anche costui de' congiurati. Aggiunse che il

Bitonto gli disse inoltre avere fra Dionisio predicato in Terranova,

ed avere quivi concertata la ribellione col proprio fratello, e con

altri. — Questo sunto della confessione del Pisano certamente non è

completo: sappiamo infatti dalla sua «esculpatione» in punto di morte,

che disdisse quanto avea detto «alla corda che ebbe in Squillace»

circa Orazio Santacroce e il fratello di lui, come pure circa Geronimo

Conia[427]; ciò serva una volta di più a fare avvertire che ci rimane

sempre a conoscere non poco intorno a' laici involti in questa causa.

Pertanto la confessione fu da lui ratificata, come per regola si dovea

sempre fare scorse 24 ore. E nello stesso giorno si volle interrogarlo

sulla nuova legge che il Campanella intendeva di pubblicare, e qui

il Mastrodatti che fece il Riassunto degl'indizii scrive di omettere

le eresie nefandissime e detestabilissime dette dal Pisano «propter

earum turpitudinem»: ma avendo la copia del processo verbale, che fu

poi in Napoli trasmessa al tribunale per l'eresia, possiamo dare un

piccolo saggio almeno dei tratti principali, massime in rapporto alle

cose del nuovo Stato da fondarsi ed alla partecipazione de' voluti

complici[428]. Disse dunque che a Stignano, in casa del Grillo,

oltre i frati suddetti era venuto anche fra Domenico Petrolo, e si

era parlato del Campanella affermando che «era lo primo homo del

mondo, et il vero legislatore et vero Messia che havea da reducere li

huomini alla libertà naturale con la vera raggione, poi che Christo

con dudici poveri huomini s'haveano impatronito del mondo, et esso

campanella voleva monstrare come era tutto falso, et che con la sua

predica et dottrina, et con il valore de tanti che lo sequitavano

con le arme haveria levato la fede de cristo, et impatronitosi esso

del mondo dicendo che il Papa, et l'Ecclesia non erano vere, ma era

autorità usurpata, et che se l'haveano pigliata per dominar' il mondo,

et che li monasterii di monaci et moneche l'haveano fatti acciò non

se creassero homini, et che il Papa et Cardinali, Arcevescovi, et

altri prelati erano tutti tirandi et sodomiti, et che Cristo era un

pover'homo, et che s'havea pigliato per apostuli dudici peczienti, et

che li miraculi che havea fatto tanto Cristo, quanto li santi non era

vero, ma erano stati scritti dalli detti apostuli soi parenti, et che

li miraculi fatti da san' Francesco de paula non erano miraculi, ma che

l'havea fatti in virtù dell'herbe perche era girugico; et che non era

vera la santiss.ª Trinità, mà che era un solo Idio, et che la madonna

santiss.ª era moglie di san'Gioseppe, et che non nce era inferno, ne

purgatorio, ne diavoli, ne angeli, et che l'anime tanto di turchi,

quanto di Cristiani quando passavano da questa vita tutte andavano

à Dio». E qui una serie di goffe ed immonde scempiaggini contro gli

Apostoli, contro i Sacramenti, in ispecie contro il sacrificio della

Messa, e poi «che il campanella era il vero messia che havea da redurre

il mondo in libertà et levarlo da tirannia della setta che steva, et

che ogniuno potria essere signore che s'haveriano spartuto bonamente

tutte le cose tra loro in comune se goderiano li signore (_forse_

si godevano li Signori) alli quali chiamavano tiranni del mondo, et

che Dio non fece ecceptione di nullo, et tutte le robbe le creò per

servitio de tutti, le quali cose havendo inteso esso deposante, si

bene non le credeva in tutto, concorreva con lloro che li dicevano;

questo è pensiero deli litterati, et predicaturi di farlo conoscere

al mondo, che delli populi non voleano altro eccetto le arme, et cossì

esso deposante nce concorreva de buon'animo à detta rebellione». Dietro

altre interrogazioni disse che ciò era accaduto in giugno, dieci

o dodici giorni prima della sua carcerazione, che nelle carceri di

Castelvetere avea comunicato tutte queste cose a Felice Gagliardo, il

quale «li respose che esso le sapeva più prima, poi che nce l'haveano

detto li predetti fra Gioseppe bitonti et frà Gioseppe Jatrinoli che

ad altri esso deponente non l'hà detto, mà tutti li predetti monaci

erano di detta openione che alla loro persuasione esso deposante nci

concorreva più per la libertà della rebellione che per altro». — È

inutile ora fermarsi sul valore di queste rivelazioni del Pisano: si

dissero poi molte cose almeno per attenuarle, ma vedremo che sul punto

di morte egli le smentì appena in piccola parte e ne aggiunse alcune

altre, affermando di averle omesse «ad instigatione et prighiere

di fra Thomase Campanella» quando erano carcerati «in la città di

Squillaci». Intanto egli era confesso sull'accusa di aver consentito

alla ribellione, e quindi non doveva aspettarsi che una condanna

capitale: ma occorreva ancora fare una confronta tra lui ed altri che

si trovavano in Gerace, e quindi fu riserbato ad ulteriori esami ed

ulteriori strazii in quella città.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 38 / 55 段