L'armata pertanto, giusta la sua abitudine, il 14 settembre andava

a dar fondo alla fossa di S. Giovanni; D. Diego de Ayala ne inviava

subito avviso al Vicerè, e il 16 poi gli riferiva l'accaduto[404].

Entrò nella fossa con 26 galere Reali, rimorchiando due navi Ragusee

che avea prese all'uscita del canale e che andavano in levante con

passaporto, e accordò riscatto di quattro mila ducati alla più grande

restituendola come l'avea presa. Il 15, nel mattino, si spiccarono da

essa due galere di fanale, con disegno di fare una ricognizione della

muraglia di Reggio e mandare qualche spia a terra; venendo presso la

muraglia, furono dal Castello tirati quattro colpi con un cannone ed un

altro pezzo di rinforzo che là si aveva, e i colpi giunsero in molta

vicinanza di esse, onde si posero bene al largo e si diressero verso

la Madonna di Piedigrotta di Messina, dove, essendo al sicuro dalle

galere di Spagna, presero una piccola nave carica di grano che stava

in ormeggio, salvandosi a terra tutta la sua ciurma. Con questa preda

tornarono all'armata, e subito, a 22 ore, giunsero altre quattro galere

di più, essendo al numero di trenta; conchiusero poi anche il riscatto

di questa nave, dandola per due mila ducati (così la Spagna proteggeva

i suoi sudditi da' quali pure traeva somme incredibili). Ma due

prigioni cristiani fuggirono dall'armata e palesarono a D. Diego molte

cose. Uno di loro, molto esperto, disse che con l'armata erano venuti

il Cicala, suo figlio ed Arnaut Memi, e che portavano cento pezzi co'

loro carretti per menarli a terra, e molte scale ed altri arnesi, e che

avevano in mente di prender Lipari o un luogo presso Cotrone denominato

l'Isola, sebbene non si fosse tenuto consiglio fin dall'uscita da

Costantinopoli; che si erano staccate da quell'armata nove galere,

giacchè erano 39, con ordine di andare in cerca di quelle di Toscana

per prenderle. L'altro prigione disse che l'armata non aspettava più

il riscatto di quelle navi per uscire dalla fossa di S. Giovanni: ma

non per questo il D'Ayala si teneva sicuro che non vi fosse il disegno

di venire a Reggio, e diceva che sebbene fosse tanto scaduto e male

andato per malattia, avea in questa occasione ricuperato tanto animo

da poter attendere di persona a ciò che occorreva per la difesa di

quella terra, in modo che s'imprometteva felice successo. Aggiungeva

che nella marina si erano presi assai buoni provvedimenti, tanto da

aver riuniti 400 cavalli con quelli della Compagnia del Principe di

Scalèa, i quali scorrevano la terra giorno e notte con molta vigilanza,

e c'erano 200 fanti, buona gente, in imboscata, acciò i turchi non

si addentrassero nella terra fino a' poderi ed a' casali, perchè era

impossibile impedire la loro discesa a terra per fare acqua, avendola

a un palmo dal mare in tutta quella marina, ed usando tenere le prode

rivolte a terra e trarre continuamente cannonate. Aggiungeva ancora che

il più gran numero di turchi spiccati a terra era stato di 500, e che

gli dicevano tutti gl'individui di combattimento poter essere tremila

e seicento, le quali cose egli andava a comunicare a Carlo Spinelli.

— Certamente tutte le notizie date da que' prigioni Cristiani non

potevano esser prese sul serio, tanto più che non una volta i Turchi si

erano serviti di questo mezzo, per dare false indicazioni: il disegno

d'impossessarsi di Lipari, ovvero dell'Isola, due punti opposti, era

una indicazione per lo meno estremamente vaga, e sarebbe riuscito

del tutto strano che lo scopo della spedizione fosse a conoscenza di

chiunque si trovava a bordo; rimaneva quindi meno soggetta ad inganni

soltanto la notizia palpabile e non indifferente del trovarsi sulla

flotta molta artiglieria da campo e un buon numero di uomini destinati

a combattere. Ma un'altra relazione di D. Diego de Ayala, dello stesso

giorno, veniva a dar conto di una scaramuccia che si era avuta a

terra tra 500 turchi e una truppa di soldati spagnuoli, tanto contesa

da esservi stato bisogno di molti colpi di cannone delle galere per

favorire la gente che si era partita da esse, onde si ebbero quattro

turchi morti e molti feriti, un solo degli spagnuoli, e secondo la

resistenza che loro si fece, D. Diego riteneva che si sarebbero tenute

poche scaramucce. Egli faceva pure sapere che il Principe di Scilla era

allora allora giunto in quel luogo con 600 uomini di soccorso tra fanti

e cavalli, essendo tanto servitore di S. M.^tà che in tutti gli anni

in cui veniva l'armata egli dava soccorso alle terre senza recar loro

spese, perchè arrivava in una giornata da Scilla a Reggio, e comunque

si trovasse in Sinopoli allorchè tenne avviso dell'armata, venne con

grande diligenza; si profondeva quindi in elogi verso di lui. Da ultimo

diceva che si era sempre più accertato, per mezzo di un altro cristiano

allora venuto e fuggito dalle galere, esser vera la notizia già

trasmessa a S. E. che l'armata portava cento cannoni co' carretti per

menarli a terra, con scale e macchine, e di tutto andava a dare avviso

a Carlo Spinelli.

Da parte sua lo Spinelli quattro giorni dopo, il 20 settembre,

compiva le notizie dell'armata e ne significava le ulteriori mosse

e la definitiva partenza[405]. Le 30 galere, apparse il 13 al capo

di Stilo, dalla costa di Bianco se n'andarono il 15 alla fossa di

S. Giovanni, e furono allora viste da Reggio: i Sindaci gli diedero

avviso che sull'annottare del 15 due feluche furono viste venire da

Messina o da qualche luogo circonvicino ed unirsi con l'armata, senza

sapersi da chi e per che causa erano state inviate (forse erano le

solite corrispondenze che venivano al Cicala dalla sua casa paterna

in Messina). La detta armata era stata sempre nella fossa, senza

aver preso terra in nessun'altra parte; ed essendo i turchi usciti a

far acqua, gli spagnuoli si pararono loro dinanzi, li maltrattarono

facendoli ritirare, e presero un rinnegato, il quale confessò che

il Cicala trasportava cento pezzi di artiglieria di ruota, tutti

falconetti e con tutta la munizione di guerra, che gli esami e

dichiarazioni di molti congiurati stati già presi confermavano doversi

ripartire in que' castelli i quali essi doveano prendere e tenere.

Secondo gli ordini dati alle torri e guardie della marina, a mezzanotte

del 18 trasmisero avviso e ne fecero segnali per tutta la costa, che

l'armata era partita dalla fossa e veniva verso la parte sua; per

tale motivo egli montò a cavallo co' Principi di Scalèa e di Roccella

suoi nipoti e si recò alla marina, dove avea fatto scendere sessanta

cavalleggieri di D. Cesare d'Avalos e la Compagnia di Sulmona armata

alla leggiera, e mettendoli in imboscata dietro certe siepi, stando al

fiume Alaro dove molte volte l'armata era stata solita di far acqua,

comparve la detta armata che veniva a terra, e come giunse proprio al

fiume, tenendo vento favorevole, fece trinchetto e si spinse verso

l'alto mare. Così egli uscì con tutta la cavalleria alla spiaggia,

seguendola fino al capo di Stilo, e vedendo che tanto più avea presa

la rotta di levante e mostrava di ritirarsi, ordinò a' 60 cavalleggieri

di D. Cesare e alla Compagnia di Sulmona che andassero seguendola fino

alla costa di Squillace, attesochè nella costa di Catanzaro, in Cutri,

stava la Compagnia di Bisignano; ed oltracciò fece munire l'Isola co'

soldati del Battaglione, che se per caso all'annottare chinasse al capo

delle colonne, si trovasse gente da farle opposizione. Ma a suo parere,

essendo stato a guardarla da una rupe fino alle 24 ore, egli considerò

che si era ritirata in tutto e per tutto, giacchè la via da essa presa

era quella di Cefalonia; e quando poi facesse cambiamento di rotta,

egli teneva già i provvedimenti e dati gli ordini necessarii.

Per finirla intorno a quest'incidente dell'armata turca, aggiungiamo

essere in sèguito pervenuto al Viceré avviso da Corfù[406], che il

giorno 21 l'armata trovavasi di ritorno in Turchia a 30 miglia da

quell'isola, e poi ancora un nuovo avviso[407] che il 24 se ne trovava

a 6 miglia, ed avendo là riscosso il donativo solito a darlesi si

era diretta a Costantinopoli, dicendogli pure che il Cicala stava

molto confuso del poco effetto avuto in Calabria e dell'essere stato

trattato tanto male nella fossa di S. Giovanni. — Ma lasciando da

parte questa pretesa confusione per una scaramuccia cui la vanità

spagnuola dava tanta importanza, gioverà piuttosto cercare d'intendere

come mai il Cicala avesse abbandonata così presto la partita in

Calabria. Forse egli potè dapprima sospettare qualche inganno, non

vedendo dalla costa alcuna corrispondenza a' segnali fatti quando

giunse alla marina di Stilo; ma con la venuta delle due feluche alla

fossa di S. Giovanni dovè conoscere il vero stato delle cose, la

congiura scoverta, i congiurati presi o fuggiaschi, tutta la costa

guernita di milizie, come ebbe pure a sperimentare con la scaramuccia

avvenuta; ed allora dovè riflettere che l'opera sua sarebbe stata

oramai non soltanto inutile ma dannosa, non potendo riuscire che ad

una strage massimamente degl'infelici già presi. Il Campanella, nella

sua Narrazione, dichiarando falsissima la venuta de' turchi d'accordo

co' congiurati, mentre nella Dichiarazione avea pur troppo manifestato

il contrario, scrisse che «ogni anno solean venir a far preda con

l'armata e quell'anno non vennero, o non sbarcaro, come doveano s'era

vero; e fu miracolo divino, perchè haveano ordinato in Squillaci di

strangular tutti li carcerati se li Turchi sbarcavano in terra». Non

sappiamo veramente che quest'ordine vi sia stato, ma siamo inclinati

a crederlo; solamente, senza fare intervenire il miracolo divino, ci

pare che si possa bene ammettere la previdenza del Cicala. E vogliamo

anche rettificare qui ciò che fu scritto dal Sagredo, il quale, oltre

all'aver riferito inesattamente le trattative fatte da' congiurati

co' turchi e la feroce repressione della congiura secondo le voci

erronee che ne corsero a quel tempo, lasciandosi benanche trasportare

da una certa antipatia verso il Cicala perchè nemico di Venezia,

asserì che costui «sotto pretesto d'haver trovato ben munite le marine

negò l'appoggio a' ribelli... e fu al suo ritorno a Costantinopoli

di ciò aggravato». Le nostre ricerche nell'Archivio Veneto ci hanno

invece fatto vedere che la Porta non seppe nulla della congiura e

dell'appoggio che il Cicala avrebbe dovuto darle, onde non gli si

ebbe a movere alcun rimprovero per la sua condotta verso i congiurati

calabresi; ma che veramente egli non avea recata «nessuna sodisfattione

con la sua uscita di quest'anno», onde si sparse la voce che gli

sarebbe stato tolto l'ufficio di Capitano del mare, la qual cosa poi

non si verificò[408].

Ma è tempo oramai di vedere l'atteggiamento del Vicerè dietro le

relazioni successivamente avute. Non appena gli fu partecipato che il

Campanella era prigione, con la circostanza che nella sua fuga non avea

presa la via di Roma, egli ne mandò subito la notizia a Madrid, insieme

con la lettera dello Spinelli e la lista degl'individui catturati

fino a quel momento[409]. Compiaciuto che tra costoro vi fosse il

Campanella «principale promotore di quella rivolta», con un compagno

suo e dippiù con due altri frati dello stesso ordine, diceva essere

stata gran fortuna l'aver preso il «capo di quella macchinazione»

il quale l'avrebbe fatta conoscere interamente; e mostravasi egli

pure persuaso, che dalla via nella quale si era messo il Campanella

con la sua compagnia si scorgeva «quanto grande vigliaccheria era

stata il mettere il Papa in quel ballo», poichè se ci avesse avuta

qualche cosa, sarebbe andato a Roma e non già in Turchia, dove gli

dicevano che si era diretto. Ma non ci è noto che avesse adottato il

consiglio dello Spinelli di far carcerare in Napoli Mario del Tufo

e di richiedere a Roma il Marchese di S.^to Lucido; abbiamo invece

ogni motivo di ritenere che non se ne fosse curato, giacchè per lo

meno il Residente Veneto non avrebbe mancato di darne notizia. In

sèguito, avendogli lo Spinelli mandato copia della Dichiarazione di

fra Tommaso, col parere che si venisse subito a tortura ne' frati in

Calabria, siccome altra volta si era fatto in materia di eresia, il

Vicerè ne scrisse subito al Duca di Sessa e a D. Alonso Manrrique e

partecipò tutto, comprese la copia della Dichiarazione del Campanella

e la lettera dello Spinelli, a Madrid[410]. Ordinò di procurare da

S. S.^tà che rimettesse a lui il gastigo de' frati di Calabria, «i

quali non solo erano traditori, sibbene anche i maggiori eretici

che si fossero mai visti»; e bisogna dire che egli si lusingasse

troppo di avere ammaliata la Curia Pontificia con le sue proteste di

devozione e di tenerezza, per poterle dirigere una dimanda simile.

Inviando poi la Dichiarazione del Campanella a Madrid, mostrava di

credere aversi proprio per quella a vedere come, nel modo che teneva,

rivelasse con parole equivoche di essere eretico! E aggiungeva che

«gli dicevano esser cosa orrenda le eresie le quali gli si provavano in

un'Informazione presa _coll'intervento_ del Visitatore del suo ordine»,

e che «grazie a Dio era stato impedito a tempo». Infine esprimeva il

suo parere che il Cicala per questa volta se ne tornerebbe con la gola

al posto suo, senza essere signore di Calabria come si pensava, se pure

non cercasse d'investire qualche terra marittima, ciò che intendeva

poter recare poco danno secondochè Carlo Spinelli gli avea scritto.

Contemporaneamente, mercè un'altra lettera della stessa data, si faceva

a raccomandare Lauro e Biblia, i quali continuavano a reclamare la

ricompensa, e, come ci mostra il Carteggio Veneto, qualche settimana

dopo si ricoverarono in Napoli[411]. Egli avea loro assicurato che S.

M.^tà avrebbe data una ricompensa corrispondente al servizio fatto, ed

essi allora gli scrivevano di supplicare S. M.^tà che deliberasse di

dar loro la ricompensa, giacchè per suo Real servizio aveano rinnegato

i loro parenti ed amici, e si vedevano nella impossibilità di vivere

in quella terra; e così egli supplicava S. M.^tà dicendo che per

certo meritavano una ricompensa, ma aggiungendo che avrebbe cercato

di sapere da loro cosa pretendessero e ne avrebbe dato conto (ottimo

modo per pigliar tempo e mostrarsi zelante così con quegli scellerati

come con S. M.^tà). Ancora, allorchè gli giunsero le lettere del

Capitano De Ayala e dello stesso Spinelli sull'arrivo e sulle mosse

dell'armata turca, le inviava senz'altro a Madrid[412]; e supplicava

S. M.^tà di ordinare che si scrivesse al Principe di Scilla, che aveva

atteso subito a soccorrere co' 600 uomini di fanteria e cavalleria,

e così pure al Principe di Scalèa, riconoscendo il loro ben servito

in quella occasione. E finalmente, con un'altra sua lettera[413],

inviava la relazione dello Spinelli intorno alla partenza dell'armata

turca, con una seconda relazione della quale parleremo tra poco,

notando come al nemico fosse accaduto il rovescio de' disegni che avea

concepiti, mentre si restituiva a casa sua con tanto poca riputazione,

ed aggiungendo di avere pur allora avuto avviso da Corfù che il 21

settembre il Cicala era comparso con la sua armata a 30 miglia da

quell'isola in ritorno alle sue coste. Partecipava inoltre che S.

S.^tà gli avea concesso di «poter dare la corda a' frati e clerici

catturati per quella rivoluzione, con l'intervento del Nunzio», e

però egli avea subito spedito un corriere a Carlo Spinelli, perchè li

mandasse a Napoli con persona prudente e di confidenza. — Ben si vede

come fin d'allora fosse stato dato ordine che i prigioni ecclesiastici

venissero spediti a Napoli; ma per loro disgrazia l'ordine non potè

essere eseguito così presto, poichè, come vedremo, non si credè

opportuno servirsi della via di terra e dovè aspettarsi che le galere

fossero disponibili per servirsi della via di mare: quanto poi alla

licenza avuta dal Papa di dar la corda a quegli ecclesiastici, bisogna

in siffatte parole riconoscere un'altra di quelle piccole vanterie

delle quali gli spagnuoli si dilettavano molto. La lettera del Card.^l

S. Giorgio al Nunzio, la quale tratta dell'incidente[414], mostra

che il Vicerè, adottando precisamente il parere dello Spinelli, avea

dimandato che s'inviasse un Commissario per conto della Chiesa al luogo

in cui gli ecclesiastici prigioni erano custoditi, perchè intervenisse

«agli essamini et à tutti gli atti» che si farebbero, e per rendere

meno ingrata la domanda avea detto che quel Commissario poteva essere

spedito dal Nunzio e rappresentare il Nunzio: ma S. S.^tà avea fatto

sentire all'Agente di S. E. che i prigioni ecclesiastici doveano

condursi a Napoli, essendo parso che per rispetti gravi la causa si

facesse piuttosto in Napoli con la presenza del Nunzio addirittura;

e comandava al Nunzio di ricevere i prigioni, quando verrebbero a

Napoli, come prigioni suoi, e di attendere alla causa con tutta la

diligenza necessaria, mentre d'altro lato i Ministri del S.^to Officio

interverrebbero nella parte dell'esame concernente l'eresia. La stessa

lettera ci mostra pure che il Vicerè, al tempo medesimo, si era doluto

con S. S.^tà del Vescovo di Mileto perchè proteggeva i fuorusciti e

si comportava poco bene con parole e con fatti; inoltre avea dimandata

l'assoluzione dalla scomunica che quel Vescovo avea lanciata contro il

Principe di Scilla ed altri (vale a dire D. Fabrizio Poerio e D. Luise

Xarava), essendo stato restituito alla Chiesa quel Marcantonio Capito

che avea dato occasione alla scomunica, ed il Papa comandava al Nunzio

di far venire il Vescovo in Napoli, prendere informazioni e riferire,

poichè intendeva soddisfare S. E. su questi due punti[415].

Avendo il Vicerè mandate non poche lettere e relazioni a Madrid,

potrebbe credersi che di là fossero venuti a quest'ora ordini e

provvedimenti: nulla di tutto ciò; appena nel mese successivo venne

una lettera di S. M.^tà in risposta a quante ne erano state fin

allora mandate, e però non accade dovercene pel momento occupare.

Frattanto in Napoli si erano già cominciate a divulgare le notizie

di Calabria; il Vicerè medesimo, smesso il segreto, ne avea discorso

con gli Agenti degli altri Stati accreditati presso la sua persona,

come sappiamo da' Carteggi dell'Agente di Toscana e del Residente di

Venezia. Abbiamo già avuta occasione di parlare di Giulio Battaglino

Agente di Toscana, napoletano e prete, attaccatissimo al Gran Duca

per servitù di vecchia data. Egli trovavasi in cordiali relazioni col

Vicerè e con la Viceregina, avendoli accompagnati nella loro venuta

da Spagna, dove si era temporaneamente ma inutilmente portato dietro

ordine del Gran Duca, per cercare di ottenergli dal nuovo Sovrano

Filippo III un miglioramento di titolo per parte de' Ministri Regii,

che gli davano semplicemente l'Eccellenza: specialmente era ben visto

dalla Viceregina, per la quale, già da che stava in Ispagna, avea

fatto venire dal Gran Duca una delle solite cassette degli olii ed

un quadretto, nè cessò mai più dal far venire e vetri e bambocci di

Lucca, e poi cappelli di paglia, e poi un fucile, poichè la Viceregina

si dilettava pure di caccia, e tra le ville, che insieme col Vicerè

onorava, c'era anche quella del Battaglino posta sull'alto di Posilipo.

Basterà dire che potè scrivere al Gran Duca: «queste Ecc.^ze mi amano

et mi tengono in assai buona opinione, confidano loro negotii, et

mi ammette la Sig.^ra Contessa particolarmente _padrona del marito_

(scritto in cifra) a' trattenimenti del giocar seco alla primiera»;

inoltre, «la Sig.^ra Vice Reina mi chiama come creato di casa etiandio

mentre la stà a letto»[416]. Con una simile qualità egli nelle sue

lettere riesce molto esatto, ma è più che sobrio ed aggiunge poco o

nulla alle cose che conosciamo mediante il Carteggio Vicereale; con

la qualità di prete poi egli dà prova perfino di lepidezza, quando

fa intravvedere che il Campanella sarà bruciato vivo come eretico.

Il 21 settembre egli ebbe dal Vicerè «pieno ragguaglio delle cose

di Calabria», e non mancò di far venire dal Gran Duca lettere di

congratulazione per la «scoverta et insieme oppressa congiura».

Quanto al Residente di Venezia, occupava allora tale ufficio Gio.

Carlo Scaramelli, venuto in Napoli nel luglio 1597, già vecchio in

diplomazia avendo funzionato da Segretario pure in Costantinopoli,

e quindi da lungo tempo consapevole de' malanni e delle miserie de'

calabresi, de' quali in Costantinopoli si trovava una colonia[417].

Assai più diffuso del Battaglino, nelle sue lettere egli scriveva

quanto poteva raccogliere da ogni parte, e quindi scriveva anche

parecchie frottole le quali dovevano allora aver corso nella città,

ciò che ha pure il suo lato importante. Così rilevasi che fin dalla

2ª settimana di settembre già era penetrata in Napoli la notizia della

scoperta della congiura, la quale riferivasi a Catanzaro, promossa dal

Campanella, in relazione col Turco che avrebbe dovuto occupare Stilo!

Ma il 21 settembre veramente il Vicerè gli comunicò varii particolari,

in ispecie quelli relativi alle mosse dell'armata turca, ed egli non

mancò mai d'innestare alle notizie autentiche quelle di piazza, come

l'essere stato il Campanella preso in abito militare etc. etc. Noi non

intendiamo qui fermarci sulle lettere del Residente per ismentire le

voci inesatte che vi si trovano raccolte: ci basterà avervi notato il

curioso miscuglio delle notizie di piazza e delle notizie di Corte,

miscuglio che si vedrà continuato anche in sèguito, nello svolgimento

de' processi e nelle rassegne delle esecuzioni. Ma dobbiamo per ora

far avvertire questo fatto, che sebbene, da buon veneziano, dovesse

essere inclinato a ritenere la Spagna maestra di artificii ed inganni

anche ferocissimi, così all'estero come all'interno, egli non pose mai

in dubbio la congiura, nè allora nè in sèguito; solamente più tardi

raccolse anche l'opinione manifestata da molti, che coloro i quali

aveano da principio maneggiato tale negozio, l'avessero aggrandito

in voce per aggrandire loro stessi in effetti, ciò che è avvenuto

realmente sempre in ogni negozio di questo genere e non vale ad

infermarne l'essenza. Aggiungiamo che le date e le notizie medesime,

con poche varianti, si riscontrano anche negli Avvisi del tempo, che

i lettori potranno consultare tra' nostri Documenti; vogliamo soltanto

notarvi, che al pari delle lettere del Residente Veneto, essi diedero

anche i nomi di taluni congiurati perfino di secondo rango. Oltre fra

Dionisio Ponzio e Maurizio de Rinaldis, le lettere del Residente fecero

conoscere Claudio Crispo di Pizzoni e Cesare Mileri di Nicastro; e

gli Avvisi fecero conoscere il Barone di Cropani e Muzio Susanna di

Catanzaro. Ma ci conviene tornare oramai a Carlo Spinelli, allo Xarava

e agl'infelici prigioni calabresi.

Stava ancora lo Spinelli in Castelvetere, quando furono presi in Stilo

e condotti a lui Giulio Contestabile ed un altro (certamente Geronimo

di Francesco); immediatamente, il 28 settembre, egli ne fece relazione

al Vicerè[418]. In questa seconda relazione, scritta da Castelvetere,

rammentava che per altre cause avea inviato in alloggiamento a Stilo

la Compagnia di D. Antonio Manrrique, e faceva sapere di aver data

a costui una nota di alcune persone che con dissimulazione e tempo

avrebbe dovuto catturare, particolarmente un Giulio Contestabile

clerico ne' quattr'ordini sacri, intorno al quale diceva: «mi sarei

recato fino a Costantinopoli per prenderlo, se avessi saputo di certo

che là si fosse trovato» (onde si vede che alle così dette spagnolate

partecipavano già molto bene anche i napoletani), «essendo questo

clerico uno de' più vigliacchi e de' principali nella congiura, così

come fra Tommaso Campanella, per quello che tengo provato contro di

lui, come pure per avere questo vigliacco preso il ritratto del Re

Nostro Signore e postolo sotto i suoi piedi, dicendogli mille ingiurie

come sta provato». Ora D. Antonio avea colto ad un tempo costui ed

anche l'altro parimente congiurato, e trovandosi il Contestabile

clerico e soggetto del Vescovo di Squillace, egli aspettava l'ordine

di S. E., per sapere cosa avesse a fare di lui, e se S. E. comandasse

d'inviarlo insieme co' frati, perchè così avrebbe eseguito; e frattanto

faceva sapere che avrebbe tradotto que' prigioni a Squillace con gli

altri, recandosi là tra giorni. Aggiungeva che in conformità degli

ordini avuti per far prendere i clerici di Seminara, colpevoli di

resistenza alla giustizia e di ripresa di carcerati dalle mani di

essa, avea provveduto in guisa che, essendo presi, li consegnerebbe

in nome di S. E. al Vescovo di Mileto; e a tale proposito diceva,

«questi clerici vanno armati di ogni specie d'armi, e sempre stanno

nelle Chiese con altri fuorusciti favorendosi vicendevolmente, ciò

che questi Vescovi permettono, e temo che la maggior parte delle

vigliaccherie che si fanno sieno imputabili a' clerici, propriamente

perchè non vengono gastigati e sono di esempio agli altri». — Ma

come mai era avvenuto un simile cambiamento verso il Contestabile

e il Di Francesco? Il Campanella non ne parlò nella sua Narrazione,

tuttavia ne abbiamo notizie sufficienti negli Atti giudiziarii che

si conservano in Firenze[419], e non ne manca qualche cenno anche nel

processo di eresia. Sappiamo che dopo la denunzia del Contestabile e

la richiesta di una Commissione al Di Francesco contro il Campanella

e complici, la Commissione fu accordata: entrambi si diedero alla

ricerca degl'incolpati, e come assai più tardi ebbe a dire fra Pietro

di Stilo nel processo di eresia, entrambi cercarono di far pigliare

Gio. Geronimo Prestinace morto o vivo[420]; quanto poi al Campanella,

come ci mostrano gli Atti di Firenze, essendo stato lui già preso,

ne furono dal Di Francesco carcerati i parenti. Abbiamo visto che il

Campanella si mostrò esasperato contro di loro fin dal momento della

sua cattura, e che nello scrivere la sua Dichiarazione calcò la mano

particolarmente sul Contestabile e il Di Francesco, esponendo fra

le altre cose l'oltraggio fatto da Giulio al ritratto del Re; ma in

sèguito, e forse nel sapere che il suo vecchio padre e il suo fratello

Gio. Pietro erano venuti nelle stesse carceri di Squillace per mano di

que' ribaldi, egli diede contro il Contestabile una formale denunzia o

«capi _in scriptis_» come allora si diceva; ed anche il Petrolo diede

una Dichiarazione scritta nello stesso senso, che trovasi integralmente

inserta nella Difesa del Contestabile, e che poi in Napoli disse

di avere scritta ad istigazione del Campanella. Si trattava sempre

dell'oltraggio fatto dal Contestabile al ritratto del Re Filippo nella

camera di fra Tommaso, e non vi fu nemmeno una completa uniformità

nella esposizione delle circostanze occorse da parte di entrambi i

rivelanti, senza dubbio perchè non ebbero agio di ridursele bene a

memoria tra loro. Ad ogni modo ne risultò la cattura di lui e del Di

Francesco, mentre non si era per anco compita l'informazione commessa

all'Auditore Di Lega su i capi che il Contestabile avea dato contro

il Campanella, e condotti dapprima a Castelvetere, tra il 22 e il 23

settembre, vennero anch'essi nelle carceri di Squillace al sèguito di

Carlo Spinelli.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 37 / 55 段