Venne in sèguito la deposizione di Gio. Paolo di Cordova, e dopo

di essa quella di Gio. Tommaso Striveri, il quale non si era potuto

carcerare così presto. Il Cordova fu preso col suo fratello Muzio,

e la sua deposizione non riuscì dissimile dalle precedenti[389].

Egli disse che era andato a Davoli presso Maurizio, il quale gli

era parente dal lato di sua madre: quivi il Campanella se lo chiamò

da parte insieme col Franza, e cominciò a dire: «Iddio v'ha portati

cquà perchè intendiati da me un negotio ch'importa molto», ed esposte

le previsioni sue pel 1600, e detto che «molti savii antichi hanno

desiderato veder quest'anno», conchiuse che avrebbe loro mandato in

Catanzaro fra Dionisio, il quale gli avrebbe dichiarato ogni cosa.

Aggiunse inoltre il Cordova che dopo un 15 giorni (vale a dire il

23 agosto, circostanza probabilmente falsata) recatisi presso fra

Dionisio, costui «li raccontò la congiura, dicendoli, che in detta

congiura c'interveneva ancora lo Prencipe di Bisignano, lo Marchese

di S.^to Lucito, Geronimo dello Tufo, che havea promesso dare lo

Castello di Squillace in potere delli congiurati, et che lo Turco,

et altri potentati haveriano aggiutato, et che quando li parlò fra

Tomase Campanella nè esso deposante disse niente à lo Mauritio nè

lo Mauritio ne trattò con esso». Nemmeno qui ripeteremo il nostro

giudizio su tale racconto: solo faremo avvertire che non vi si trova

più citato il Rania, e ne vedremo tra poco la ragione; faremo avvertire

inoltre, che costoro son tutti unanimi nell'affermare la profonda

convinzione del Campanella intorno a' futuri mutamenti, e l'energica

azione sua perchè se ne traesse profitto. Intanto lo Spinelli e lo

Xarava sottoposero il Cordova alla tortura, e così il Cordova fu il

primo ad inaugurare la serie de' tormentati; ciò si desume da' medesimi

Atti che si conservano in Firenze, e sino ad un certo punto anche

dalla lettera dello Spinelli in data dei 14[390]. Nè finirono qui le

miserie del Cordova. Tra le altre cose ebbe a domandarglisi conto anche

dell'uccisione del Rania: ma questo accadde un po' più tardi, quando,

come si legge nella lettera dello Spinelli, si ebbe la testimonianza

di una persona andata da parte di due imputati ad avvertire il Rania

che fuggisse, con la circostanza poi verificatasi che il Rania si

trovò morto non lungi da una possessione di costoro; e senza dubbio, in

Catanzaro, solamente il Cordova ed il Franza potevano avere interesse

di far tacere per sempre il Rania, che già avea parlato anche troppo

col Biblia, ma probabilmente i due imputati furono i fratelli Cordova,

Gio. Paolo e Muzio. Per Gio. Paolo c'è sicuramente in processo la

deposizione di un Agazio Cormasio, il quale attestò di avere udito che

Gio. Paolo, «dubitandosi che Oratio non l'havesse scoverto, procurò

di farlo fuggire et ammazzare»[391]. A lui dunque si deve riferire

ciò che lo Spinelli diceva, cioè che egli, prima della deposizione di

questo testimone, avea avuta la corda pel negozio principale e non era

stato confesso, e col detto del testimone e con altri ammennicoli che

si andavano accumulando gli si tornerebbe a ripeterla. Così il Cordova

nel negozio principale non era stato confesso, vale a dire che col

tormento non avea dichiarato nulla di quanto gli s'imputava, ma avea

persistito nella sua deposizione, secondochè ci risulta dagli Atti che

si conservano in Firenze. Bisogna pure aggiungere che la corda gli fu

data senza parsimonia, poichè da una deposizione del Di Francesco fatta

più tardi in Napoli, nel tribunale per l'eresia, risulterebbe che gli

fu data per non meno di sette ore: ma l'Avvocato che lo difese la disse

di cinque ore, sebbene fosse stato scritto solamente di un'ora e mezzo,

e ci fece pure sapere che il fratello Muzio fu egualmente «tormentato

senza causa con cinque ore di corda et acqua» vale a dire acqua fredda

sul corpo già prima sospeso e da sospendersi di nuovo alla corda[392].

Quanto a Gio. Tommaso Striveri[393], costui depose che il 22 agosto,

essendo andato insieme col suo fratello Francesco e col Franza al

monastero de' Domenicani per udir la Messa, trovarono là un monaco

che gli cominciò a lodare grandemente il Campanella, e poi si pose

a parlare in disparte dapprima col Franza e poco dopo con Francesco

suo fratello; il quale in sèguito gli disse che quel monaco (fra

Dionisio) gli avea parlato delle predizioni e profezie del Campanella,

della prossima ribellione in tutti i suoi particolari; del trattato

col Turco, e di tutti coloro che v'intervenivano, mostrando una

lista di que' di Catanzaro. Evidentemente Gio. Tommaso si era messo

d'accordo col fratello Gio. Francesco, e deponeva in tal guisa,

per dar forza alla deposizione di lui e tirare indietro la persona

propria: come mai, per una semplice notizia avuta dal fratello, egli

si era compiaciuto di sottoscrivere la denunzia, la quale rivelava

una sollecitazione diretta, e poi avea finito per nascondersi e

sottrarsi ad ogni ricerca? — Dobbiamo qui notare che i documenti

finoggi conosciuti ci dànno notizia delle deposizioni de' tre soli

denunzianti tardivi soprannominati, e non mostrano punto che alcuno

di loro sia stato sottoposto a tortura: si potrebbe dire che fossero

stati tutti risparmiati, sapendosi da un lato che lo Spinelli gli

avea perfino da principio lasciati liberi, e d'altro lato che non

erano stati neanche tutti esaminati in Calabria secondochè affermò il

Campanella nella sua Narrazione. Ma il Capialbi, in una nota a questo

punto della Narrazione, asserì, che il Franza, il Flaccavento e Tommaso

Striveri, ebbero la tortura; forse lo rilevò dalla Difesa del Cordova

rimastaci ancora ignota, e se così accadde, bisogna riconoscere che,

giuridicamente parlando, pel Franza e Gio. Tommaso Striveri la tortura

sarebbe stata di piena regola.

È probabile che dopo queste sieno venute le deposizioni di Giulio

Soldaniero, e quindi le altre di testimoni di minore importanza,

secondochè si può argomentare dall'ordine di successione del numero de'

folii processuali. Comunque sia, le deposizioni del Soldaniero si fanno

notare per una grandissima parsimonia, mentre furono così abbondanti

in Soriano alla presenza di fra Cornelio, e vedremo che tornarono ad

essere abbondanti più tardi in Gerace, innanzi allo stesso fra Cornelio

ed altri, di tal che si direbbe aver avuta solamente questo frate la

virtù di svegliarne i ricordi. Egli non depose altro se non l'avere

udito pubblicamente in Soriano, che Gio. Tommaso Caccìa con Francesco

d'Alessandria, Marcantonio Contestabile, Giovanni di Filogasi, Claudio

Crispo, il Campanella, fra Dionisio, fra Pietro di Stilo ed altri che

non ricordava, verso la metà di luglio (i calabresi dicevano e dicono

ancora «giugnetto») in numero di oltre 25 si erano riuniti nel convento

di Pizzoni per concertare tra loro il modo di effettuare la rivolta. Il

Mastrodatti non mancò di ricordare che, al momento di deporre, egli era

«guidato» dal Sig. Carlo Spinelli[394].

Ma più grande importanza si annetteva dallo Spinelli alle confessioni

di uno de' fuorusciti, «in potere del quale si erano trovate alcune

lettere del Campanella concernenti la causa che trattavano», senza

dubbio Claudio Crispo. Costui dovè essere quasi contemporaneamente

esaminato e tormentato, poichè dalla relazione dello Spinelli risulta

esserglisi data la corda nella notte del 13, vale a dire non appena lo

Xarava ritornò a Squillace, traducendo seco il Campanella e il Petrolo.

Fu allora, con gli Atti concernenti questi prigioni più importanti,

cominciato il 2º volume del processo di Calabria, siccome mostrano

le citazioni de' folii processuali: da' numeri d'ordine de' folii si

vede che s'inserirono in questo volume dapprima gli Atti concernenti

il Campanella, la sua cattura, la sua Dichiarazione etc., poi gli Atti

concernenti il Crispo e così in sèguito quelli degli altri incolpati

maggiori, il Mileri, il Gagliardo e compagni, il Pisani, il Caccìa,

fino a fra Dionisio, a Maurizio e Gio. Battista Vitale presi assai più

tardi; e il sèguito del 1º volume fu riserbato agl'incolpati minori,

alle semplici testimonianze, alle rimanenti denunzie ed altri documenti

che si ebbero mano mano. La deposizione e confessione del Crispo si

trovano accennate negli Atti conservati in Firenze e nella lettera

dello Spinelli più volte citata[395]. Egli dovea rispondere innanzi

tutto del significato delle due lettere trovate sulla sua persona al

momento in cui fu preso, l'una di Maurizio, l'altra del Campanella

(ved. pag. 284), alle quali vennero in sèguito ad aggiungersene due

altre, la prima scrittagli egualmente da fra Tommaso e trovata sulla

persona di fra Paolo della Grotteria, e di essa abbiamo pure già

parlato più sopra (ved. pag. 286), la seconda scritta da lui medesimo

a Geronimo Camarda, della quale abbiamo parimente parlato altrove, ma

ci occorre ricordare che vi si diceva della congiura e della sicura

vittoria nel mese di settembre, nominando fra Gio. Battista, fra

Dionisio e il Campanella, salutando D. Gio. Battista Cortese e D.

Gio. Andrea Milano, e conchiudendo «venghi in effetto quel che noi

speramo». Il Crispo non potè non accettare che le due prime lettere

erano state a lui dirette, come non potè negare che l'ultima lettera

era stata scritta da lui e che il fra Gio. Battista in essa nominato

era appunto il Pizzoni; non sappiamo poi ciò che disse intorno alla

lettera scrittagli da fra Tommaso e non pervenuta al suo destino

essendo rimasta presso fra Paolo, come del pari non sappiamo altro

della deposizione da lui fatta, ma parrebbe che avesse affacciato scuse

giudicate inverosimili, onde si venne immediatamente al «remedium

juris et facti» come allora si diceva, cioè alla tortura. Gli Atti

conservati in Firenze[396] ci fanno sapere che nella tortura confessò

di essere andato col Pizzoni a trovare il Campanella in Arena, presso

il Marchese di Arena, e ritiratisi in una camera il Campanella gli

comunicò la ribellione, ed egli promise di trovar gente, come infatti

parlò al Caccìa e a Giovanni Morabito, e che questi erano i compagni

a' quali il Campanella alludeva nella sua lettera; inoltre che per

quanto si ricordava, allorchè il Campanella e il Pizzoni trattarono

di detta ribellione c'era presente anche Marcantonio Contestabile,

il quale partecipava alla congiura e venne poi anche a Pizzoni col

Caccìa allorchè il Campanella vi si recò, e si parlò della congiura

e il Campanella sollecitò «che si fosse presto posta in esecutione»,

e disse che Gio. Francesco d'Alessandria e Gio. Paolo Carnevale vi

prendevano parte e che «in aggiuto di detta ribellione ci era il

Prencipe di Bisignano et D. Lelio Ursino». Inoltre che il Campanella

disse «come havea mandato Mauritio in Torchia à trattare con il Turco

per far venire l'armata nel mese di settembre per che li voleva dare

molte fortellezze in mano», e che Maurizio avea parlato a Cicala e

che costui sarebbe venuto o avrebbe mandato l'armata, e per concludere

questo fatto erano due volte venute le galere di Amurat. Non si ebbe

dunque dal Crispo una deposizione sufficiente, e si ebbe invece una

confessione in tortura molto larga. Lo Spinelli, nella sua lettera,

narrando questa confessione non entrò in molti particolari; si limitò

a riprodurre il modo in cui si era concepita la rivolta (il solito

modo), aggiungendo che l'imputato era «convinto di essere stato sulle

galere di Amurat»[397]; ma ciò non risulta punto dal processo, e

sembra che lo Spinelli abbia voluto fare impressione sull'animo del

Vicerè, e suggellarvi la gravezza della congiura, dando per fatto

oramai inconcusso la richiesta dell'aiuto del Turco. Intanto ci è pur

troppo motivo di ritenere, che una parte delle cose confessate dal

Crispo sia stata suggerita con le notizie degl'interrogatorii avuti

da' frati Inquisitori, e ripetuta da quell'infelice per l'atrocità

de' tormenti. Difatti egli avea potuto veramente conoscere perfino in

Arena, prima che in Pizzoni, l'andata di Maurizio presso il Turco, ma

non è facilmente credibile che avesse conosciuto essere stato Maurizio

propriamente inviato dal Campanella a dirittura in Turchia, con la

deliberazione di dare molte fortezze nelle mani del Turco[398]; tanto

meno poi è credibile che avesse udito propriamente dalla bocca del

Campanella l'aiuto all'impresa da parte del Principe di Bisignano e di

D. Lelio Orsini; e così può spiegarsi che in punto di morte «strillava

al cielo» disdicendo le cose dette, come vedremo a suo tempo. Non

conosciamo con particolarità in che modo gli sia stata amministrata

la tortura, ma il Campanella, nella sua Difesa, a proposito di lui

parlò di «horrenda tormenta non scripta», ciò che riesce pienamente

credibile: ad ogni modo, oltre i documenti autentici da lui non negati,

ci fu anche la confessione in tortura, laonde la sua sorte potea dirsi

decisa. E qui non sarà inutile far notare che un sì pronto ricorso

alla tortura, ed anche alla tortura più atroce, era pienamente ammesso

trattandosi di delitti di lesa Maestà: ne' delitti comuni bisognava

prima esaurire il processo informativo co' mezzi ordinarii, quindi

mettere l'imputato «alla larga» (barbaramente dicevasi «reus debet

poni ad largam») dandogli una copia degl'indizii raccolti contro di

lui, e dopo tutto ciò potevasi venire alla tortura; ma ne' delitti di

lesa Maestà era dovunque riconosciuto che la tortura potesse darsi

durante il processo informativo, co' più lievi indizii e adoperando

tormenti non nuovi ma atroci[399]. Da quest'ultimo lato nel processo

presente noi troviamo quasi sempre menzionata soltanto la corda, perchè

essa era, come dicevasi, la «regina tormentorum» e serviva di base a

moltissime altre sevizie; difatti per alcuni imputati, anche di minor

conto del Crispo, sappiamo che la durata di amministrazione della

corda «non si misurò coll'ampollina», ma si prolungò per più e più

ore, e che alla corda si unirono i ceppi a' piedi con la sospensione

di grossi pesi, il bastone tra' piedi per mantenere gli arti inferiori

allontanati l'uno dall'altro, l'aspersione di acqua fredda sul corpo

nell'intermezzo della corda, ed inoltre la flagellazione durante la

sospensione alla corda; nè mancò qualche maniera di tormento del tutto

eccezionale, come l'essere trascinato alla coda del cavallo per le

strade della città, e poi anche in Napoli il così detto polledro, la

così detta veglia, come vedremo per ciascun caso.

Dopo il Crispo venne la volta di Cesare Mileri; ma lo Spinelli non

potè più attendere al processo, pel fatto importantissimo dell'arrivo

dell'armata turca, preceduta da due legni di quella nazione che a

modo di esploratori erano già da quattro giorni comparsi alla marina

di Stilo. Lo Spinelli diè subito notizia al Vicerè della comparsa di

questi legni e delle loro mosse, ma conosciuto l'arrivo dell'armata fu

costretto a recarsi sul posto. E noi lo seguiremo nella sua escursione.

Aggiungeremo soltanto che ne' giorni de' quali abbiamo trattato,

essendo stati presi tutti i parenti e gl'intrinseci di Maurizio,

dovè esser preso tra gli altri Tommaso Tirotta suo servitore, e dovè

raccogliersene immediatamente la deposizione, che fu inserta nel volume

1º del processo, come quella di un ordinario testimone. Gli Atti

esistenti in Firenze ne danno alcuni particolari[400]. Egli depose

che conosceva il Campanella e fra Dionisio, vedutisi con Maurizio in

Stilo e in Davoli, che in Stilo il Campanella si vedeva con Maurizio

nelle case di D. Gio. Jacovo Sabinis, Gio. Paolo Carnevale, Ottavio

Sabinis, e in Davoli in casa di D. Marcantonio Pittella; narrò inoltre

il convegno di Davoli nel castagneto presso il monastero di S.^ta Maria

del Trono con tutte le persone che v'intervennero, e che parlarono

quattro o cinque ore, notando che in quella circostanza Maurizio mostrò

al Campanella e a que' di Catanzaro una carta avuta da' turchi, la

quale dicevano essere un salvacondotto, e un Pietro Jacovo Garzia disse

che si poteva oramai andar sicuri perchè si aveva il salvacondotto. Ma

bisogna sempre tener presente che a noi è pervenuta soltanto la parte

delle rivelazioni concernente le persone ecclesiastiche, e che quindi

vi poterono essere, intorno a Maurizio ed al resto de' laici, molte

altre rivelazioni le quali ci rimangono tuttora ignote.

Veniamo all'incidente dell'armata turca, che ben si comprende

quanto riuscisse ad aggravare nella mente de' Giudici la colpabilità

degl'imputati. Fin dal «venerdì 10 settembre due legni turchi vennero

alla marina di S.^ta Caterina e Guardavalle, dove le altre due volte

aveano toccato quando Maurizio de Rinaldis salì sulle galere di Amurat

Rais; non fecero essi questa volta altro che parlarsi, venendo l'uno

dalla direzione del capo delle Colonne e l'altro dal capo di Bianco,

e subito che giunsero alla marina di Guardavalle dove si riunirono,

quello del capo delle Colonne tornò per la stessa via, e l'altro prese

la via dell'alto mare ritornando nella seconda notte al luogo medesimo,

dove fece fuoco dando segnale alla terra, poichè sperava di là qualche

avviso». Nel riferire l'avvenimento, il 14 settembre, lo Spinelli

manifestava la sua fondata supposizione che ciò fosse pel concerto che

aveano fatto, «essendogli, allora che stava scrivendo, sopraggiunto dal

Principe della Roccella suo nipote l'avviso dell'arrivo dell'armata

in quelle parti». Oltre questa comunicazione del Principe della

Roccella, ve ne fu un'altra del Marchese di Sorito, che dalle scritture

esistenti nel Grande Archivio sappiamo essere allora D. Andrea Arduino,

creato Marchese nel 1598[401]: lo Spinelli l'annunziò al Vicerè con

molto mistero e non ne sappiamo nulla, ma questo appunto c'induce a

credere che si riferisse a quanto accadeva in terra ferma, e con ogni

probabilità a fatti e detti del Vescovo di Mileto, nella cui diocesi

era compreso, se non andiamo errati, il paesello detto Sorito, oggi

distrutto dalla malaria. Ecco intanto le particolarità dell'arrivo

dell'armata, le ulteriori sue mosse e le mosse dello Spinelli[402]:

le conosciamo da una lettera posteriore di costui (17 settembre) e da

una relazione del Capitano Diego de Ayala che trovavasi di guarnigione

a Reggio con la sua compagnia (16 settembre). L'armata comparve nella

marina di Stilo il 13 settembre a 22 ore, e lo Spinelli, non appena

avutane la nuova, lasciando i carcerati allo Xarava con buona guardia

nel castello di Squillace, alla stessa ora del 14 mosse lungo la

costa ed andò poi a fermarsi in Castelvetere; egli condusse con sè la

Compagnia di cavalleggieri di D. Cesare d'Avalos, ridotta a 60 uomini,

attesochè 28 di essi erano rimasti infermi nel presidio di Rende in

Calabria citra, ed inoltre la Compagnia del Principe di Sulmona, per

accudire a portar soccorso dove gli sembrasse necessario. Il 15, alla

torre di Stilo sulla marina, ebbe a sapere che l'armata era comparsa

il 13 a 20 miglia dalla costa, e che da essa si erano distaccate

quattro galere ed erano venute verso terra, e di poi aveano posta in

mare una barchetta facendo molti segnali, ciò che avea dato a capire

a tutti che erano venute pel fatto della congiura; e non trovando

alcuna corrispondenza, giacchè la più gran parte de' congiurati era

stata presa e gli altri erano fuggiaschi, particolarmente per le

guardie state messe in tutta la costa, si erano ritirate; l'armata

nella notte del 15 avea salpato pel capo di Bianco, di dove si erano

tornate ancora a mandare le dette quattro galere, le quali aveano fatti

i medesimi segnali, confermando che erano venute per la detta causa e

mostrando che facevano le ricerche medesime delle due galeotte apparse

il venerdì 10; ed infine, non avendo potuto ricevere segnali da terra

nè prendere alcuno, le dette quattro galere erano andate ad unirsi alle

altre che stavano aspettando al capo del Bianco, prendendo poi subito

la direzione di Ragusa. Queste cose scriveva lo Spinelli al Vicerè, e

senza dubbio la preoccupazione di un concerto tra l'armata e la costa

avea potuto fargli travedere molte cose, ma anche soltanto l'essersi

l'armata diretta dapprima alla marina di Stilo riusciva pur sempre

assai notevole, benchè non fosse cosa nuova; ed egli non mancò di farne

costare legalmente le mosse e i segnali, procurando dichiarazioni e

deposizioni, che fin d'allora potè annunziare al Vicerè e che tutto

induce a credere essere state quelle di Gio. Antonio Mesuraca, Paris

Manfrè, Gio. Vittorio Nicosia e Vittorio Giacco, inserte poi nel 1.º

volume del processo[403]. Faceva contemporaneamente sapere che si

andava tuttavia prendendo molta gente, e che oltre quelli de' quali

avea mandata la lista ne' giorni passati, teneva presi altri 25

individui (sicchè in data del 17 c'erano già 59 carcerati). Infine

diceva volersi rimanere in Castelvetere, essendo quel luogo sulla

marina ove il più delle volte l'armata solea venire a far acqua, e

lontano da Stilo otto miglia, mentre per la costa di Reggio si era

provveduto in maniera che, oltre a quanto avea ordinato a D. Diego de

Ayala, vi avrebbe atteso anche il Principe di Scilla suo parente, il

quale sarebbe stato un soccorso molto buono.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 36 / 55 段