Dopo il 14 settembre gl'Inquisitori sospesero le loro operazioni e non

interrogarono il Campanella. Ignoriamo il motivo di questo fatto: forse

volevano avere in precedenza la deposizione di fra Pietro di Stilo e

sperarono di averla da un giorno all'altro, ma inutilmente; forse lo

Spinelli, malgrado la buona corrispondenza degl'Inquisitori, ottenuta

la Dichiarazione scritta dal Campanella, temè che questa potesse da

un esame verbale riuscire invalidata in qualche punto, e vedremo

che si diè invece ad insistere presso il Vicerè perchè si venisse

con lui a tortura senza perdita di tempo. Intanto il 17 settembre il

Card.^l di S.^ta Severina inviava una lettera importantissima a fra

Cornelio, con la quale, comunicandogli una deliberazione presa dalla

Congregazione del S.^to Officio dietro le lettere di lui intorno alle

cose di Calabria, gli annunziava di avere scritto, per ordine di Sua

Beatitudine, al Governatore della provincia ed a' Vescovi di Catanzaro

e di Squillace, che procurassero con ogni diligenza la cattura del

Campanella, di fra Dionisio ed altri suoi complici (s'ignorava in

Roma a quel tempo trovarsi il Campanella già carcerato), con questa

aggiunta, «et seguendo la carceratione del Campanella, la Santità Sua

hà ordinato, che si faccia condurre in Napoli sicuramente in mano di

Monsignor Nuntio, che poi appresso si deliberarà della persona sua».

Gli significava inoltre che mandasse la copia delle informazioni prese

circa le eresie, e che occorrendo di dover prendere altre informazioni

lo facesse unitamente co' Vescovi de' luoghi ne' quali si aveva ad

esaminare, con ogni «secretezza e diligenza»: Questa lettera insieme

con due altre (sicuramente le lettere pe' due Vescovi) non giunse che

il 2 ottobre a fra Cornelio, la cui residenza non era ben nota in Roma;

con ogni probabilità giunse anche prima quella pel Governatore, e così

lo Spinelli e fra Cornelio doverono conoscere la deliberazione di Roma

avanti il 2 ottobre, restandone naturalmente ben poco contenti. Senza

dubbio in Roma, dove si sapevano appieno gli odii feroci e le azioni

delittuose de' frati Domenicani, massimamente di Calabria, non si era

punto sicuri che tutto procedesse in regola, e si voleva una migliore

guarentigia dell'onesto andamento delle Informazioni. Grande era

difatti la cura che in ciò metteva il S.^to Officio, almeno in Italia,

dove le cose non procedevano come p. es. in Ispagna: possono ritenere

il contrario soltanto coloro i quali non hanno alcuna conoscenza degli

Atti di questo tribunale, che vuol'essere giudicato col confronto de'

procedimenti de' tribunali laici in analoghe condizioni, vale a dire

nel trattare de' delitti di lesa Maestà, mentre il concetto del S.^to

Officio era quello di trattare de' delitti di lesa Maestà Divina. Le

lettere medesime scritte da fra Cornelio al P.^e Generale e al Card.^l

di S.^ta Severina doverono per la loro virulenza contribuire a mettere

in sospetto la Sacra Congregazione; ed anche circa la faccenda della

congiura si vide il Papa, mediante il Card.^l Segretario di Stato

Cinzio Aldobrandini, come già fin da principio (20 agosto), del pari e

sempre più in sèguito (26 settembre), esigere che la causa dei frati e

clerici imputati si facesse «per rispetti gravi più tosto in Napoli»

con l'intervento del Nunzio, ricevendoli il Nunzio «come prigioni

suoi»[379]. Ebbe dunque allora il Campanella un qualche aiuto dal S.^to

Officio e dalla Curia Romana: se non che fra Cornelio, solleticato

pure dalla speranza d'ingrandirsi sulle miserie dei frati, non lasciò

così facilmente la preda, ed attese al miglior modo di servirsi della

licenza rimastagli di procedere ad altre Informazioni unitamente co'

Vescovi. Non potè più interrogare il Campanella, il quale perciò non

ebbe a trovarsi innanzi a Giudici se non quando venne condotto in

Napoli; potè bensi travagliare ancora gli altri frati e perfino taluni

clerici, aggravando sempre più le condizioni del Campanella e di fra

Dionisio; ma dovè passare un po' di tempo, durante il quale vi fu una

tregua nel processo ecclesiastico.

III. Facciamoci intanto a vedere le mosse ulteriori dello

Spinelli[380]. Conosciuta la cattura di fra Tommaso, con una sua lunga

lettera in data 8 settembre egli annunciava al Vicerè di aver avuto

già questo «capo principale della sedizione e un altro compagno suo

della sua fazione e setta», oltre all'essersi assicurato subito della

maggior parte di quelli che fra Dionisio avea nominati e i due primi

rivelanti aveano atteso a scovrire per ordine dell'Avvocato fiscale;

nè era chiusa per anco la sua relazione, che poteva annunziare di

più la consegna allora allora fattagli da Gio. Geronimo Morano di

Claudio Crispo, in cui potere si erano trovate due lettere «che

verificavano le altre tre avute da' primi rivelanti», con la speranza

che gli confesserebbe molte cose essendo amico e compagno di Maurizio.

Diceva essersi avuto fra Tommaso «per mezzo e diligenza» del Principe

della Roccella «suo nipote» e di un vassallo di lui, al quale era

stato promesso, secondochè pure avea promesso il detto Principe, il

guiderdone per un servizio tanto segnalato. Ed essendosi raccolto che

il Campanella non cercava di fuggirsene a Roma, mostravasi persuaso che

nella congiura non c'era la volontà del Papa «come egli e fra Dionisio

andavano pubblicando»; tuttavia affermava che se la congiura non fosse

stata scoverta ed impedita in tempo, era per succederne molto danno.

Mostrava anche di ritenere che S. E. avrebbe comandato di assicurarsi

della persona di Mario del Tufo nominato dal Campanella, sebbene egli,

lo Spinelli, non l'avesse «posto in iscritto», mentre pure gli veniva

nominato da altra parte; e faceva inoltre notare che fra Dionisio

aveva nominato a' rivelanti anche il Marchese di S.^to Lucido, di cui

Maurizio avrebbe avuto tre lettere. Quanto poi a' Vescovi non gli era

riuscito di sapere nulla più di ciò che fra Dionisio aveva comunicato

a' due rivelanti, eccetto alcune parole che il Vescovo di Mileto si

era lasciato dire e che l'Avvocato fiscale avea già riferite a S. E.

«non per anco poste in iscritto», ma da porsi «con molta brevità e in

quella maniera» che S. E. avea ordinato (d'onde si vede che lo Xarava

tenea del pari corrispondenza col Vicerè, e ne' punti più scabrosi

procedevasi con grande riserva, prendendo parte il Vicerè medesimo

alla formazione del processo); riferiva pure il braccio datogli dal

Visitatore, e rivelava il merito di D. Carlo Ruffo suo «parente», che

avea preso due frati della stessa setta (il Pizzoni e il Lauriana),

e che aveva atteso ed attendeva a quel negozio con tanta diligenza

ed accuratezza da sperare di raggiungere per mezzo suo buona parte

dell'effetto di questo servizio, e per dargli più animo supplicava S.

E. che restasse servita di scrivere tanto a lui quanto al Principe suo

nipote, riconoscendo loro i servizii prestati (così questa volta egli

cominciava senza ritardo a giustificare la qualità attribuitagli, _in

suos munificus_). Faceva inoltre conoscere di aver inviato l'Avvocato

fiscale per tradurre il Campanella da Castelvetere, e per assicurarsi,

cammin facendo, de' parenti di lui e degli altri de' quali udirebbe

il nome, avendo cominciato a dirli, «prima che se ne penta» (ciò che

mostra lo Spinelli malizioso per lo meno quanto lo Xarava). Aggiungeva

di aver fatto già trarre in arresto i denunzianti tardivi di Catanzaro

e partecipava le buone speranze di avere nelle mani Maurizio e tutti

gli altri, pe' molti provvedimenti e le molte intelligenze prese,

manifestando che non si farebbe a promettere indulti, se non in caso

di grande necessità e di segnalato servizio, quando non si potesse

fare diversamente; ed offrendosi a dimandarli altri che non fossero

inquisiti di tal delitto, per presentare quelli che lo fossero,

lo concederebbe più facilmente «a fine di non indultare complici»

(veggasi dunque se Maurizio poteva sperare un indulto). E dubitando

che, dietro la cattura del Campanella, procurerebbero di mettersi in

salvo molti che non si sapevano, «e potrebb'essere anche dei Vescovi

stati nominati», avea posto nel mare di ponente due feluche, le quali

scorrendo per quelle marine impedissero la fuga dei colpevoli (d'onde

si vede che egli eccettuava appena il Papa, ma avrebbe voluto nelle

sue mani tanto i Nobili che i Vescovi). Infine mandava a S. E. la

lista di coloro che erano stati carcerati fino a quel momento. La

lista comprendeva 34 persone d'ogni ceto; Nobili distinti, come il

Barone di Cropani e Geronimo del Tufo; altri Nobili e particolari quasi

tutti Catanzaresi, tra' quali due catturati in abito di pellegrini,

quattro su' cinque denunzianti tardivi, compreso il Franza e con lui

pure il Cordova, inoltre i due Moretti di Terranova (già studenti del

Campanella) e Claudio Crispo fuoruscito; finalmente frati, il Pizzoni

e il Lauriana carcerati in Monteleone, il Campanella e il Petrolo

a quella data tuttora in Castelvetere. Evidentemente in circa dieci

giorni si era fatto molto.

In sèguito, il 13 settembre, tradotto il Campanella col Petrolo a

Squillace, ed avuta conoscenza della sua Dichiarazione scritta, egli

cercò subito di sapere qualche altra cosa da lui; ma non vi riuscì,

ed anzi ebbe a sentirsi negare che avesse nominato Mario del Tufo

quale aderente alla congiura. Mandò allora al Vicerè, in data del

14, un'altra sua lettera, unendovi una copia della Dichiarazione del

Campanella, e in pari tempo una 2.ª copia dell'Informazione presa

dal Visitatore e da fra Cornelio, per la quale risultava non solo

comprovata la congiura, ma anche posta in luce la eresia; nè si

rimase dal profittare di quest'ultima circostanza, per tentare di

far accrescere l'ingerenza del Governo contro i frati, che già erano

quasi tutti in suo potere[381]. Difatti, nella sua lettera, dopo di

avere informato il Vicerè dell'arrivo del Campanella a Squillace,

e dell'intento che avea di seminare e introdurre eresie, provato

coll'Informazione presa dal Visitatore, «mercè il cui aiuto e buona

corrispondenza si erano carcerati e si andavano carcerando gli altri

frati compagni ed intrinseci del Campanella» (vale a dire fra Pietro

di Stilo, fra Paolo della Grotteria, fra Pietro Ponzio), egli subito

esprimeva la sua opinione, che contro di loro «sarebbe molto necessario

potersi qui procedere a tortura, perchè senza di essa non si potrà

chiarire nè provare il danno che il detto Campanella ha prodotto nelle

genti di queste parti, persuadendo ed insegnando loro cose ed opinioni

tanto abominevoli, secondo che egli credeva e cercava d'insinuare; e

stando in quel concetto in cui i popoli lo tenevano, con tanto grande

applauso e sèguito, si può per questo credere che abbia fatto qualche

danno con la sua falsa dottrina, avendo in sì poco tempo ridotto

tanti a sua devozione». Sottometteva quindi a S. E., che «si potrebbe

procurare il braccio di Sua Santità o Inquisizione, per procedere

qui come alcuni anni dietro si è fatto in Reggio e S.^ta Agata, dove,

essendo stata scoverta una certa setta di eresia, s'inviò il Dottor

Panza, il quale coll'intervento di un Commissario Apostolico procedè

all'estirpazione e gastigo degli eretici». Poi annunziava le altre

catture fatte e le ulteriori notizie raccolte anche co' tormenti

cominciati a darsi, i provvedimenti adottati in particolare contro

Maurizio fuggiasco e qualche altro provvedimento da potersi adottare,

ed oltracciò la comparsa de' primi legni turchi e poi di tutta l'armata

nemica. — Le cose, come ben si vede, s'intralciano sempre più, in modo

da non poterle narrare che partitamente, e serbando per quanto si può

l'ordine dato ad esse dallo Spinelli nel riferirle.

Abbiamo visto che già agli 8 settembre vi erano 34 carcerati, e, fra

essi, quattro su' cinque denunzianti tardivi; in sèguito fu preso

anche l'altro. Francesco Striveri e Gio. Tommaso di Franza furono

i primi ad essere catturati e vennero tradotti a Squillace con gli

altri; Mario Flaccavento fu preso in Catanzaro, e così pure Gio.

Battista Sanseverino, che stava già confinato in casa con pleggeria

d'ordine dell'Audienza per altra causa; infine fu preso ancora Gio.

Tommaso Striveri che si era nascosto, ma fu preso più tardi, dopo Gio.

Paolo di Cordova, e può ritenersi per certo che tutti costoro furono

tradotti del pari a Squillace. Come si legge nella relazione mandata

dallo Spinelli il 14, fin allora si era assicurato degl'individui

sospetti e nominati «così da fra Dionisio come dal Campanella», e

tra essi aveva avuti quattro fuorusciti di quelli che andavano in

compagnia loro e trattavano coi detti frati di far la massa di gente»,

a uno de' quali, trovato con lettere del Campanella, si era data la

corda nella notte passata ed avea confessato. Questo tale si capisce

facilmente che era Claudio Crispo; gli altri, come è manifesto dalla

qualità indicata di accompagnatori de' frati, ed anche dall'ordine

con cui si trovano nominati ne' folii del processo, dovevano essere:

Cesare Mileri, che non sappiamo da chi fosse stato preso, Cesare

Pisano, che non era veramente fuoruscito ma già colpito da cattura

per reato comune, e che dovè perciò passare dalle carceri del Principe

della Roccella a quelle del Governo, infine Gio. Tommaso Caccìa, che

sappiamo essere stato preso da Giulio Soldaniero, il quale inaugurò

con lui l'adempimento dell'obbligo assunto di presentare i congiurati

per meritarsi l'indulto. Dippiù, come annunziava del pari lo Spinelli,

erano stati carcerati tutti i parenti e gli amici stretti di Maurizio,

perchè, col timore della dimostrazione che si facea, si potesse avere

qualche lume intorno a lui e prenderlo; si era per altro ricorso

anche a' provvedimenti straordinarii di citarlo a comparire col

termine di quattro giorni, entro i quali non presentandosi sarebbe

stato dichiarato forgiudicato, traditore e ribelle a S. M.^tà, e si

sarebbe proceduto alla confisca de' beni, mentre al tempo stesso si era

pubblicato Bando, che niuno gli desse ricetto ed aiuto, e tenendone

notizia si dovesse farne rivelazione, imponendosi pena di morte

naturale e confisca di beni a' contravventori. Per finirla intorno

a' provvedimenti riputati opportuni, bisogna pure aggiungere che lo

Spinelli faceva conoscere al Vicerè, avere D. Carlo Ruffo «scoverto

da un frate carcerato nel Castello di Monteleone» che D. Lelio Orsini

aveva inviato e teneva nella provincia di Basilicata un fra Gregorio

di Nicastro, della stessa Religione e del partito e pratica del

Campanella, che andava facendo l'ufficio medesimo dell'adunar gente in

quella provincia, e per averlo nelle mani proponeva una Commissione

contro fuorusciti al detto D. Carlo. Ma ricordiamo che il fatto si

trova affermato nella Dichiarazione scritta dal Pizzoni, sicchè non fu

scoverto da D. Carlo; è chiaro quindi che lo Spinelli voleva ad ogni

modo, questa volta anche con la menzogna, procurare al suo parente un

ufficio non di lieve importanza; e per quanto sappiamo il Vicerè non ne

fece nulla, anche perchè, come riferì il Residente di Venezia, avrebbe

voluto dare una larga Commissione al proprio figliuolo D. Francesco de

Castro[382].

Intanto il processo contro i laici già presi menavasi innanzi con

la massima alacrità. Dicemmo che si ebbero dapprima, il 31 agosto,

le deposizioni di Lauro e Biblia. Come è facile intendere, essi

confermarono quanto aveano attestato nella denunzia, ma vi aggiunsero

qualche altra notizia raccolta posteriormente[383]. — Fabio di Lauro

espose le cose dettegli da fra Dionisio, la riuscita dell'affare

a motivo delle rivoluzioni e mutazioni previste dal Campanella pel

1600, onde tenevano castelli e fortezze a loro divozione, e i capi

aveano dato al Campanella l'incarico di persuadere i popoli; e che

il Campanella teneva tutte le lettere de' congiurati maggiori, e fra

Dionisio mostrò la cifra con la quale si scriveano, come pure una

lettera firmata da Maurizio e dal Campanella, con la quale gli dicevano

di recarsi subito a Davoli, ove in fatti fra Dionisio si recò insieme

con Cesare Mileri, come seppe dal vetturino che ricondusse i cavalli.

Che inoltre Orazio Rania, fattosi intimo di lui e di Biblia, comunicò

loro essere andato a Davoli col Franza e col Cordova per concertare la

ribellione e poi a Stilo presso il Campanella, e che a' «5 del presente

mese di agosto» Matteo Famareda, amico particolare di Maurizio e che

l'avea tenuto in casa sua molti giorni, gli avea detto che Maurizio

e il Campanella voleano riformare il mondo, e che Maurizio era andato

sulle galere di Amurat Rais. — Gio. Battista Biblia espose egualmente

le cose dette da fra Dionisio, i preparativi degli animi delle genti

alla sollevazione affidati al Campanella e ad altri predicatori;

dippiù le cose raccontategli dal Rania, l'andata di lui col Franza

e col Cordova presso il Campanella per parlare di detto negozio, la

precedente andata di Maurizio al Cicala sopra le galere di Amurat Rais,

il salvacondotto ottenuto dal Cicala per Maurizio e il Campanella, la

promessa di venire da quelle parti con 60 vele; infine ciò che fra

Dionisio gli aveva ultimamente detto, l'andata di Francescantonio

dell'Ioy con altri di Squillace, insieme con Maurizio, presso il

Campanella. — L'uno e l'altro poi indicarono sempre fra Dionisio come

colui che promulgava i pronostici e gli eccitamenti del Campanella,

sollecitava a prendere le armi contro il Re per far la provincia

repubblica, dava per certo il concorso di Signori e genti principali,

e concludeva doversi in un giorno di settembre gridare libertà, perchè

sarebbero entrati in Catanzaro 200 fuorusciti, i quali avrebbero

ammazzato gli Ufficiali del Re, scassinate le carceri, liberati i

prigioni, armatili della munizione della Corte etc. etc. Sicuramente

essi deposero molte altre cose, poichè a noi è pervenuto soltanto ciò

che riusciva a carico del Campanella, di fra Dionisio e delle persone

ecclesiastiche, circostanza che non si deve mai dimenticare, così

per queste come per tutte le altre deposizioni. Sappiamo infatti,

dal Carteggio Vicereale, che essi aveano raccolte e consegnate «tre

lettere», sulle quali senza dubbio diedero spiegazioni; queste lettere

doveano provenire da Maurizio, e il Campanella nella sua Narrazione

non mancò di ricordarle, riducendole a due[384]. Ma in fondo ben si

vede che, all'infuori delle importanti notizie sul convegno di Davoli,

le quali spargevano luce anche sull'uccisione del Rania, questi due

rivelanti non aggiunsero molte cose, e scemarono enormemente le notizie

esageratissime rivelate con la denunzia: basta dire che affermarono

appena 200 uomini dover entrare in Catanzaro, mentre dapprima aveano

rivelato che Maurizio ne comandava 2,000, nè fecero più alcun cenno

del Papa e de' Vescovi. Quest'ultima variante è molto notevole. Essa

può spiegarsi con ciò che disse il Campanella nella Narrazione e

poi nell'Informazione, che cioè «non poteano far verisimile il primo

processo contro il Papa e i Prelati» (o, più propriamente, la prima

dichiarazione contro il Papa e i Prelati), e che a' denunzianti lo

Xarava «faceva mutare ogni giorno l'esamina a suo gusto»; ma può

spiegarsi anche con ciò che trovasi accennato nel Carteggio Vicereale,

che cioè tra le istruzioni date vi era quella di «notare a parte»

o «non porre in scritto» nel processo quanto concerneva il Papa, i

Vescovi e i Nobili napoletani di alto bordo.

Seguirono le deposizioni de' denunzianti tardivi, de' quali parrebbe

essere stati esaminati soltanto Francesco Striveri e Gio. Tommaso

di Franza, e dopo qualche giorno anche Gio. Tommaso Striveri. Tutti

costoro, al pari di Lauro e Biblia, deposero di aver conosciuto per

mezzo di fra Dionisio la sapienza, i pronostici e l'influenza del

Campanella, e i progetti di lui e di Maurizio, come pure di essere

stati sollecitati da fra Dionisio a prendervi parte[385]; ma ciascuno

aggiunse qualche cosa di più. — Francesco Striveri[386] affermò che fra

Dionisio gli avea mostrata una lista di Catanzaresi di valore, formata

da Maurizio e dal Campanella e «ne nominò molti» (ma evidentemente

il Campanella era qui messo innanzi a torto); inoltre affermò di aver

saputo dal Franza l'andata di costui col Cordova e col Rania a Davoli,

per vedere Maurizio e il Campanella; il quale disse loro volergli

confidare un negozio di molta qualità ed importanza, e che avrebbe

poi mandato fra Dionisio a chiarire ogni cosa, si fermò a ragionare

a lungo col Rania, come fece anche Maurizio, e poi disse che Iddio li

avea mandati là, dovendo confidargli un gran negozio come avrebbe loro

manifestato fra Dionisio. Evidentemente costui si era messo d'accordo

col Franza, il quale avea capito di non poter più nascondere l'andata

a Davoli, dopo di averlo assolutamente taciuto nella denunzia; e ben

si vede che raccontando le cose a quel modo, tutto si rovesciava sul

Rania, il quale era morto, e si cercava mostrare che a Davoli non si

era parlato di ribellione, essendo stato questo discorso riservato a

fra Dionisio; ma chi vorrà credere che il Campanella, mentre faceva

perfino intervenire Iddio nell'andata di quelle tre persone a Davoli,

poichè dovea confidar loro un grave negozio, si rimetteva poi a farlo

conoscere per mezzo di fra Dionisio? — Gio. Tommaso di Franza[387]

espose molto minutamente i particolari dell'andata a Davoli, ed importa

anche a noi conoscerli bene, essendo stato questo uno dei principali

argomenti su cui si fondò l'accusa contro il Campanella. Egli disse

avergli fra Dionisio fatto sapere che il Campanella lo supplicava di

dare ascolto a quanto mandava pregando e di rispondere maturamente,

trattandosi di un negozio molto grande che dapprima gli sembrerebbe

un poco agro, ed egli rispose «che si era cosa honorata e da farsi,

l'haveria fatta»: ed allora fra Dionisio cominciò a parlare delle

future guerre e romori del 1600, che il Campanella avea previsto

per astrologia, aggiungendo questa volta le previsioni fatte nello

stesso senso dal Marchese di Vigliena, «homo sapiente in le scientie

sopranaturali»[388]. Egli quindi si recò a Davoli col Cordova e col

Rania, e trovò nel monastero, presso Maurizio, il Campanella; il

quale gli prese la mano e gli dimandò come se la passasse con le

inimicizie di Catanzaro, ed egli rispose che stava travagliatissimo.

«E fra Tomase cominciò ad essagerare, e dire: queste inimicitie

forriano finite, si dal principio si fosse posto mano all'armi, et

non se havesse proceso con la penna; e li domandò ancora che faceva

il Governatore de la Provintia, et s'attendeva come l'altri ministri

del Re à mal trattare li Popoli, et havendoli risposto, che per tutto

era un paese, detto fra Tomase disse, queste cose dureranno molto

poco, per che lo hò conosciuto per via d'Astrologia, e revelatione,

che presto hanno da essere in questo Regno revolutioni infinite, e

guerre, et circa di questo Io vi voglio comunicare un negotio di molta

qualità et molto utile che pare che Iddio vi habbia portato cquà,

perchè per quando vi serà rivelato lo possiate fare, et da cquà à poco

tempo per fra Dionisio vi mandarò a confidare il secreto dal quale

cavarete grand'utile, e Mauritio de Rinaldo diceva ad esso deponente

che volessero attendere alle parole del Padre fra Tomase, per che

era negotio di gran qualità et servitio di Dio; et dopò fra Tomase

si pigliò Oratio Rania et raggionaro più di due hore strettamente, e

tra lo raggionare lo fra Tomase più volte abbracciò lo detto Oratio,

mostrandoli grande amorevolezza, et à tempo si licentiaro, fra Tomase,

et Mauritio l'incaricò molto, che facessero quello, che frà Dionisio

l'havria detto». Fu questa la deposizione del Franza, ed abbiamo già

manifestato il nostro giudizio sopra di essa, giudicando quella di

Francesco Striveri.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 35 / 55 段