interrogarono il Campanella. Ignoriamo il motivo di questo fatto: forse
volevano avere in precedenza la deposizione di fra Pietro di Stilo e
sperarono di averla da un giorno all'altro, ma inutilmente; forse lo
Spinelli, malgrado la buona corrispondenza degl'Inquisitori, ottenuta
la Dichiarazione scritta dal Campanella, temè che questa potesse da
un esame verbale riuscire invalidata in qualche punto, e vedremo
che si diè invece ad insistere presso il Vicerè perchè si venisse
con lui a tortura senza perdita di tempo. Intanto il 17 settembre il
Card.^l di S.^ta Severina inviava una lettera importantissima a fra
Cornelio, con la quale, comunicandogli una deliberazione presa dalla
Congregazione del S.^to Officio dietro le lettere di lui intorno alle
cose di Calabria, gli annunziava di avere scritto, per ordine di Sua
Beatitudine, al Governatore della provincia ed a' Vescovi di Catanzaro
e di Squillace, che procurassero con ogni diligenza la cattura del
Campanella, di fra Dionisio ed altri suoi complici (s'ignorava in
Roma a quel tempo trovarsi il Campanella già carcerato), con questa
aggiunta, «et seguendo la carceratione del Campanella, la Santità Sua
hà ordinato, che si faccia condurre in Napoli sicuramente in mano di
Monsignor Nuntio, che poi appresso si deliberarà della persona sua».
Gli significava inoltre che mandasse la copia delle informazioni prese
circa le eresie, e che occorrendo di dover prendere altre informazioni
lo facesse unitamente co' Vescovi de' luoghi ne' quali si aveva ad
esaminare, con ogni «secretezza e diligenza»: Questa lettera insieme
con due altre (sicuramente le lettere pe' due Vescovi) non giunse che
il 2 ottobre a fra Cornelio, la cui residenza non era ben nota in Roma;
con ogni probabilità giunse anche prima quella pel Governatore, e così
lo Spinelli e fra Cornelio doverono conoscere la deliberazione di Roma
avanti il 2 ottobre, restandone naturalmente ben poco contenti. Senza
dubbio in Roma, dove si sapevano appieno gli odii feroci e le azioni
delittuose de' frati Domenicani, massimamente di Calabria, non si era
punto sicuri che tutto procedesse in regola, e si voleva una migliore
guarentigia dell'onesto andamento delle Informazioni. Grande era
difatti la cura che in ciò metteva il S.^to Officio, almeno in Italia,
dove le cose non procedevano come p. es. in Ispagna: possono ritenere
il contrario soltanto coloro i quali non hanno alcuna conoscenza degli
Atti di questo tribunale, che vuol'essere giudicato col confronto de'
procedimenti de' tribunali laici in analoghe condizioni, vale a dire
nel trattare de' delitti di lesa Maestà, mentre il concetto del S.^to
Officio era quello di trattare de' delitti di lesa Maestà Divina. Le
lettere medesime scritte da fra Cornelio al P.^e Generale e al Card.^l
di S.^ta Severina doverono per la loro virulenza contribuire a mettere
in sospetto la Sacra Congregazione; ed anche circa la faccenda della
congiura si vide il Papa, mediante il Card.^l Segretario di Stato
Cinzio Aldobrandini, come già fin da principio (20 agosto), del pari e
sempre più in sèguito (26 settembre), esigere che la causa dei frati e
clerici imputati si facesse «per rispetti gravi più tosto in Napoli»
con l'intervento del Nunzio, ricevendoli il Nunzio «come prigioni
suoi»[379]. Ebbe dunque allora il Campanella un qualche aiuto dal S.^to
Officio e dalla Curia Romana: se non che fra Cornelio, solleticato
pure dalla speranza d'ingrandirsi sulle miserie dei frati, non lasciò
così facilmente la preda, ed attese al miglior modo di servirsi della
licenza rimastagli di procedere ad altre Informazioni unitamente co'
Vescovi. Non potè più interrogare il Campanella, il quale perciò non
ebbe a trovarsi innanzi a Giudici se non quando venne condotto in
Napoli; potè bensi travagliare ancora gli altri frati e perfino taluni
clerici, aggravando sempre più le condizioni del Campanella e di fra
Dionisio; ma dovè passare un po' di tempo, durante il quale vi fu una
tregua nel processo ecclesiastico.
III. Facciamoci intanto a vedere le mosse ulteriori dello
Spinelli[380]. Conosciuta la cattura di fra Tommaso, con una sua lunga
lettera in data 8 settembre egli annunciava al Vicerè di aver avuto
già questo «capo principale della sedizione e un altro compagno suo
della sua fazione e setta», oltre all'essersi assicurato subito della
maggior parte di quelli che fra Dionisio avea nominati e i due primi
rivelanti aveano atteso a scovrire per ordine dell'Avvocato fiscale;
nè era chiusa per anco la sua relazione, che poteva annunziare di
più la consegna allora allora fattagli da Gio. Geronimo Morano di
Claudio Crispo, in cui potere si erano trovate due lettere «che
verificavano le altre tre avute da' primi rivelanti», con la speranza
che gli confesserebbe molte cose essendo amico e compagno di Maurizio.
Diceva essersi avuto fra Tommaso «per mezzo e diligenza» del Principe
della Roccella «suo nipote» e di un vassallo di lui, al quale era
stato promesso, secondochè pure avea promesso il detto Principe, il
guiderdone per un servizio tanto segnalato. Ed essendosi raccolto che
il Campanella non cercava di fuggirsene a Roma, mostravasi persuaso che
nella congiura non c'era la volontà del Papa «come egli e fra Dionisio
andavano pubblicando»; tuttavia affermava che se la congiura non fosse
stata scoverta ed impedita in tempo, era per succederne molto danno.
Mostrava anche di ritenere che S. E. avrebbe comandato di assicurarsi
della persona di Mario del Tufo nominato dal Campanella, sebbene egli,
lo Spinelli, non l'avesse «posto in iscritto», mentre pure gli veniva
nominato da altra parte; e faceva inoltre notare che fra Dionisio
aveva nominato a' rivelanti anche il Marchese di S.^to Lucido, di cui
Maurizio avrebbe avuto tre lettere. Quanto poi a' Vescovi non gli era
riuscito di sapere nulla più di ciò che fra Dionisio aveva comunicato
a' due rivelanti, eccetto alcune parole che il Vescovo di Mileto si
era lasciato dire e che l'Avvocato fiscale avea già riferite a S. E.
«non per anco poste in iscritto», ma da porsi «con molta brevità e in
quella maniera» che S. E. avea ordinato (d'onde si vede che lo Xarava
tenea del pari corrispondenza col Vicerè, e ne' punti più scabrosi
procedevasi con grande riserva, prendendo parte il Vicerè medesimo
alla formazione del processo); riferiva pure il braccio datogli dal
Visitatore, e rivelava il merito di D. Carlo Ruffo suo «parente», che
avea preso due frati della stessa setta (il Pizzoni e il Lauriana),
e che aveva atteso ed attendeva a quel negozio con tanta diligenza
ed accuratezza da sperare di raggiungere per mezzo suo buona parte
dell'effetto di questo servizio, e per dargli più animo supplicava S.
E. che restasse servita di scrivere tanto a lui quanto al Principe suo
nipote, riconoscendo loro i servizii prestati (così questa volta egli
cominciava senza ritardo a giustificare la qualità attribuitagli, _in
suos munificus_). Faceva inoltre conoscere di aver inviato l'Avvocato
fiscale per tradurre il Campanella da Castelvetere, e per assicurarsi,
cammin facendo, de' parenti di lui e degli altri de' quali udirebbe
il nome, avendo cominciato a dirli, «prima che se ne penta» (ciò che
mostra lo Spinelli malizioso per lo meno quanto lo Xarava). Aggiungeva
di aver fatto già trarre in arresto i denunzianti tardivi di Catanzaro
e partecipava le buone speranze di avere nelle mani Maurizio e tutti
gli altri, pe' molti provvedimenti e le molte intelligenze prese,
manifestando che non si farebbe a promettere indulti, se non in caso
di grande necessità e di segnalato servizio, quando non si potesse
fare diversamente; ed offrendosi a dimandarli altri che non fossero
inquisiti di tal delitto, per presentare quelli che lo fossero,
lo concederebbe più facilmente «a fine di non indultare complici»
(veggasi dunque se Maurizio poteva sperare un indulto). E dubitando
che, dietro la cattura del Campanella, procurerebbero di mettersi in
salvo molti che non si sapevano, «e potrebb'essere anche dei Vescovi
stati nominati», avea posto nel mare di ponente due feluche, le quali
scorrendo per quelle marine impedissero la fuga dei colpevoli (d'onde
si vede che egli eccettuava appena il Papa, ma avrebbe voluto nelle
sue mani tanto i Nobili che i Vescovi). Infine mandava a S. E. la
lista di coloro che erano stati carcerati fino a quel momento. La
lista comprendeva 34 persone d'ogni ceto; Nobili distinti, come il
Barone di Cropani e Geronimo del Tufo; altri Nobili e particolari quasi
tutti Catanzaresi, tra' quali due catturati in abito di pellegrini,
quattro su' cinque denunzianti tardivi, compreso il Franza e con lui
pure il Cordova, inoltre i due Moretti di Terranova (già studenti del
Campanella) e Claudio Crispo fuoruscito; finalmente frati, il Pizzoni
e il Lauriana carcerati in Monteleone, il Campanella e il Petrolo
a quella data tuttora in Castelvetere. Evidentemente in circa dieci
giorni si era fatto molto.
In sèguito, il 13 settembre, tradotto il Campanella col Petrolo a
Squillace, ed avuta conoscenza della sua Dichiarazione scritta, egli
cercò subito di sapere qualche altra cosa da lui; ma non vi riuscì,
ed anzi ebbe a sentirsi negare che avesse nominato Mario del Tufo
quale aderente alla congiura. Mandò allora al Vicerè, in data del
14, un'altra sua lettera, unendovi una copia della Dichiarazione del
Campanella, e in pari tempo una 2.ª copia dell'Informazione presa
dal Visitatore e da fra Cornelio, per la quale risultava non solo
comprovata la congiura, ma anche posta in luce la eresia; nè si
rimase dal profittare di quest'ultima circostanza, per tentare di
far accrescere l'ingerenza del Governo contro i frati, che già erano
quasi tutti in suo potere[381]. Difatti, nella sua lettera, dopo di
avere informato il Vicerè dell'arrivo del Campanella a Squillace,
e dell'intento che avea di seminare e introdurre eresie, provato
coll'Informazione presa dal Visitatore, «mercè il cui aiuto e buona
corrispondenza si erano carcerati e si andavano carcerando gli altri
frati compagni ed intrinseci del Campanella» (vale a dire fra Pietro
di Stilo, fra Paolo della Grotteria, fra Pietro Ponzio), egli subito
esprimeva la sua opinione, che contro di loro «sarebbe molto necessario
potersi qui procedere a tortura, perchè senza di essa non si potrà
chiarire nè provare il danno che il detto Campanella ha prodotto nelle
genti di queste parti, persuadendo ed insegnando loro cose ed opinioni
tanto abominevoli, secondo che egli credeva e cercava d'insinuare; e
stando in quel concetto in cui i popoli lo tenevano, con tanto grande
applauso e sèguito, si può per questo credere che abbia fatto qualche
danno con la sua falsa dottrina, avendo in sì poco tempo ridotto
tanti a sua devozione». Sottometteva quindi a S. E., che «si potrebbe
procurare il braccio di Sua Santità o Inquisizione, per procedere
qui come alcuni anni dietro si è fatto in Reggio e S.^ta Agata, dove,
essendo stata scoverta una certa setta di eresia, s'inviò il Dottor
Panza, il quale coll'intervento di un Commissario Apostolico procedè
all'estirpazione e gastigo degli eretici». Poi annunziava le altre
catture fatte e le ulteriori notizie raccolte anche co' tormenti
cominciati a darsi, i provvedimenti adottati in particolare contro
Maurizio fuggiasco e qualche altro provvedimento da potersi adottare,
ed oltracciò la comparsa de' primi legni turchi e poi di tutta l'armata
nemica. — Le cose, come ben si vede, s'intralciano sempre più, in modo
da non poterle narrare che partitamente, e serbando per quanto si può
l'ordine dato ad esse dallo Spinelli nel riferirle.
Abbiamo visto che già agli 8 settembre vi erano 34 carcerati, e, fra
essi, quattro su' cinque denunzianti tardivi; in sèguito fu preso
anche l'altro. Francesco Striveri e Gio. Tommaso di Franza furono
i primi ad essere catturati e vennero tradotti a Squillace con gli
altri; Mario Flaccavento fu preso in Catanzaro, e così pure Gio.
Battista Sanseverino, che stava già confinato in casa con pleggeria
d'ordine dell'Audienza per altra causa; infine fu preso ancora Gio.
Tommaso Striveri che si era nascosto, ma fu preso più tardi, dopo Gio.
Paolo di Cordova, e può ritenersi per certo che tutti costoro furono
tradotti del pari a Squillace. Come si legge nella relazione mandata
dallo Spinelli il 14, fin allora si era assicurato degl'individui
sospetti e nominati «così da fra Dionisio come dal Campanella», e
tra essi aveva avuti quattro fuorusciti di quelli che andavano in
compagnia loro e trattavano coi detti frati di far la massa di gente»,
a uno de' quali, trovato con lettere del Campanella, si era data la
corda nella notte passata ed avea confessato. Questo tale si capisce
facilmente che era Claudio Crispo; gli altri, come è manifesto dalla
qualità indicata di accompagnatori de' frati, ed anche dall'ordine
con cui si trovano nominati ne' folii del processo, dovevano essere:
Cesare Mileri, che non sappiamo da chi fosse stato preso, Cesare
Pisano, che non era veramente fuoruscito ma già colpito da cattura
per reato comune, e che dovè perciò passare dalle carceri del Principe
della Roccella a quelle del Governo, infine Gio. Tommaso Caccìa, che
sappiamo essere stato preso da Giulio Soldaniero, il quale inaugurò
con lui l'adempimento dell'obbligo assunto di presentare i congiurati
per meritarsi l'indulto. Dippiù, come annunziava del pari lo Spinelli,
erano stati carcerati tutti i parenti e gli amici stretti di Maurizio,
perchè, col timore della dimostrazione che si facea, si potesse avere
qualche lume intorno a lui e prenderlo; si era per altro ricorso
anche a' provvedimenti straordinarii di citarlo a comparire col
termine di quattro giorni, entro i quali non presentandosi sarebbe
stato dichiarato forgiudicato, traditore e ribelle a S. M.^tà, e si
sarebbe proceduto alla confisca de' beni, mentre al tempo stesso si era
pubblicato Bando, che niuno gli desse ricetto ed aiuto, e tenendone
notizia si dovesse farne rivelazione, imponendosi pena di morte
naturale e confisca di beni a' contravventori. Per finirla intorno
a' provvedimenti riputati opportuni, bisogna pure aggiungere che lo
Spinelli faceva conoscere al Vicerè, avere D. Carlo Ruffo «scoverto
da un frate carcerato nel Castello di Monteleone» che D. Lelio Orsini
aveva inviato e teneva nella provincia di Basilicata un fra Gregorio
di Nicastro, della stessa Religione e del partito e pratica del
Campanella, che andava facendo l'ufficio medesimo dell'adunar gente in
quella provincia, e per averlo nelle mani proponeva una Commissione
contro fuorusciti al detto D. Carlo. Ma ricordiamo che il fatto si
trova affermato nella Dichiarazione scritta dal Pizzoni, sicchè non fu
scoverto da D. Carlo; è chiaro quindi che lo Spinelli voleva ad ogni
modo, questa volta anche con la menzogna, procurare al suo parente un
ufficio non di lieve importanza; e per quanto sappiamo il Vicerè non ne
fece nulla, anche perchè, come riferì il Residente di Venezia, avrebbe
voluto dare una larga Commissione al proprio figliuolo D. Francesco de
Castro[382].
Intanto il processo contro i laici già presi menavasi innanzi con
la massima alacrità. Dicemmo che si ebbero dapprima, il 31 agosto,
le deposizioni di Lauro e Biblia. Come è facile intendere, essi
confermarono quanto aveano attestato nella denunzia, ma vi aggiunsero
qualche altra notizia raccolta posteriormente[383]. — Fabio di Lauro
espose le cose dettegli da fra Dionisio, la riuscita dell'affare
a motivo delle rivoluzioni e mutazioni previste dal Campanella pel
1600, onde tenevano castelli e fortezze a loro divozione, e i capi
aveano dato al Campanella l'incarico di persuadere i popoli; e che
il Campanella teneva tutte le lettere de' congiurati maggiori, e fra
Dionisio mostrò la cifra con la quale si scriveano, come pure una
lettera firmata da Maurizio e dal Campanella, con la quale gli dicevano
di recarsi subito a Davoli, ove in fatti fra Dionisio si recò insieme
con Cesare Mileri, come seppe dal vetturino che ricondusse i cavalli.
Che inoltre Orazio Rania, fattosi intimo di lui e di Biblia, comunicò
loro essere andato a Davoli col Franza e col Cordova per concertare la
ribellione e poi a Stilo presso il Campanella, e che a' «5 del presente
mese di agosto» Matteo Famareda, amico particolare di Maurizio e che
l'avea tenuto in casa sua molti giorni, gli avea detto che Maurizio
e il Campanella voleano riformare il mondo, e che Maurizio era andato
sulle galere di Amurat Rais. — Gio. Battista Biblia espose egualmente
le cose dette da fra Dionisio, i preparativi degli animi delle genti
alla sollevazione affidati al Campanella e ad altri predicatori;
dippiù le cose raccontategli dal Rania, l'andata di lui col Franza
e col Cordova presso il Campanella per parlare di detto negozio, la
precedente andata di Maurizio al Cicala sopra le galere di Amurat Rais,
il salvacondotto ottenuto dal Cicala per Maurizio e il Campanella, la
promessa di venire da quelle parti con 60 vele; infine ciò che fra
Dionisio gli aveva ultimamente detto, l'andata di Francescantonio
dell'Ioy con altri di Squillace, insieme con Maurizio, presso il
Campanella. — L'uno e l'altro poi indicarono sempre fra Dionisio come
colui che promulgava i pronostici e gli eccitamenti del Campanella,
sollecitava a prendere le armi contro il Re per far la provincia
repubblica, dava per certo il concorso di Signori e genti principali,
e concludeva doversi in un giorno di settembre gridare libertà, perchè
sarebbero entrati in Catanzaro 200 fuorusciti, i quali avrebbero
ammazzato gli Ufficiali del Re, scassinate le carceri, liberati i
prigioni, armatili della munizione della Corte etc. etc. Sicuramente
essi deposero molte altre cose, poichè a noi è pervenuto soltanto ciò
che riusciva a carico del Campanella, di fra Dionisio e delle persone
ecclesiastiche, circostanza che non si deve mai dimenticare, così
per queste come per tutte le altre deposizioni. Sappiamo infatti,
dal Carteggio Vicereale, che essi aveano raccolte e consegnate «tre
lettere», sulle quali senza dubbio diedero spiegazioni; queste lettere
doveano provenire da Maurizio, e il Campanella nella sua Narrazione
non mancò di ricordarle, riducendole a due[384]. Ma in fondo ben si
vede che, all'infuori delle importanti notizie sul convegno di Davoli,
le quali spargevano luce anche sull'uccisione del Rania, questi due
rivelanti non aggiunsero molte cose, e scemarono enormemente le notizie
esageratissime rivelate con la denunzia: basta dire che affermarono
appena 200 uomini dover entrare in Catanzaro, mentre dapprima aveano
rivelato che Maurizio ne comandava 2,000, nè fecero più alcun cenno
del Papa e de' Vescovi. Quest'ultima variante è molto notevole. Essa
può spiegarsi con ciò che disse il Campanella nella Narrazione e
poi nell'Informazione, che cioè «non poteano far verisimile il primo
processo contro il Papa e i Prelati» (o, più propriamente, la prima
dichiarazione contro il Papa e i Prelati), e che a' denunzianti lo
Xarava «faceva mutare ogni giorno l'esamina a suo gusto»; ma può
spiegarsi anche con ciò che trovasi accennato nel Carteggio Vicereale,
che cioè tra le istruzioni date vi era quella di «notare a parte»
o «non porre in scritto» nel processo quanto concerneva il Papa, i
Vescovi e i Nobili napoletani di alto bordo.
Seguirono le deposizioni de' denunzianti tardivi, de' quali parrebbe
essere stati esaminati soltanto Francesco Striveri e Gio. Tommaso
di Franza, e dopo qualche giorno anche Gio. Tommaso Striveri. Tutti
costoro, al pari di Lauro e Biblia, deposero di aver conosciuto per
mezzo di fra Dionisio la sapienza, i pronostici e l'influenza del
Campanella, e i progetti di lui e di Maurizio, come pure di essere
stati sollecitati da fra Dionisio a prendervi parte[385]; ma ciascuno
aggiunse qualche cosa di più. — Francesco Striveri[386] affermò che fra
Dionisio gli avea mostrata una lista di Catanzaresi di valore, formata
da Maurizio e dal Campanella e «ne nominò molti» (ma evidentemente
il Campanella era qui messo innanzi a torto); inoltre affermò di aver
saputo dal Franza l'andata di costui col Cordova e col Rania a Davoli,
per vedere Maurizio e il Campanella; il quale disse loro volergli
confidare un negozio di molta qualità ed importanza, e che avrebbe
poi mandato fra Dionisio a chiarire ogni cosa, si fermò a ragionare
a lungo col Rania, come fece anche Maurizio, e poi disse che Iddio li
avea mandati là, dovendo confidargli un gran negozio come avrebbe loro
manifestato fra Dionisio. Evidentemente costui si era messo d'accordo
col Franza, il quale avea capito di non poter più nascondere l'andata
a Davoli, dopo di averlo assolutamente taciuto nella denunzia; e ben
si vede che raccontando le cose a quel modo, tutto si rovesciava sul
Rania, il quale era morto, e si cercava mostrare che a Davoli non si
era parlato di ribellione, essendo stato questo discorso riservato a
fra Dionisio; ma chi vorrà credere che il Campanella, mentre faceva
perfino intervenire Iddio nell'andata di quelle tre persone a Davoli,
poichè dovea confidar loro un grave negozio, si rimetteva poi a farlo
conoscere per mezzo di fra Dionisio? — Gio. Tommaso di Franza[387]
espose molto minutamente i particolari dell'andata a Davoli, ed importa
anche a noi conoscerli bene, essendo stato questo uno dei principali
argomenti su cui si fondò l'accusa contro il Campanella. Egli disse
avergli fra Dionisio fatto sapere che il Campanella lo supplicava di
dare ascolto a quanto mandava pregando e di rispondere maturamente,
trattandosi di un negozio molto grande che dapprima gli sembrerebbe
un poco agro, ed egli rispose «che si era cosa honorata e da farsi,
l'haveria fatta»: ed allora fra Dionisio cominciò a parlare delle
future guerre e romori del 1600, che il Campanella avea previsto
per astrologia, aggiungendo questa volta le previsioni fatte nello
stesso senso dal Marchese di Vigliena, «homo sapiente in le scientie
sopranaturali»[388]. Egli quindi si recò a Davoli col Cordova e col
Rania, e trovò nel monastero, presso Maurizio, il Campanella; il
quale gli prese la mano e gli dimandò come se la passasse con le
inimicizie di Catanzaro, ed egli rispose che stava travagliatissimo.
«E fra Tomase cominciò ad essagerare, e dire: queste inimicitie
forriano finite, si dal principio si fosse posto mano all'armi, et
non se havesse proceso con la penna; e li domandò ancora che faceva
il Governatore de la Provintia, et s'attendeva come l'altri ministri
del Re à mal trattare li Popoli, et havendoli risposto, che per tutto
era un paese, detto fra Tomase disse, queste cose dureranno molto
poco, per che lo hò conosciuto per via d'Astrologia, e revelatione,
che presto hanno da essere in questo Regno revolutioni infinite, e
guerre, et circa di questo Io vi voglio comunicare un negotio di molta
qualità et molto utile che pare che Iddio vi habbia portato cquà,
perchè per quando vi serà rivelato lo possiate fare, et da cquà à poco
tempo per fra Dionisio vi mandarò a confidare il secreto dal quale
cavarete grand'utile, e Mauritio de Rinaldo diceva ad esso deponente
che volessero attendere alle parole del Padre fra Tomase, per che
era negotio di gran qualità et servitio di Dio; et dopò fra Tomase
si pigliò Oratio Rania et raggionaro più di due hore strettamente, e
tra lo raggionare lo fra Tomase più volte abbracciò lo detto Oratio,
mostrandoli grande amorevolezza, et à tempo si licentiaro, fra Tomase,
et Mauritio l'incaricò molto, che facessero quello, che frà Dionisio
l'havria detto». Fu questa la deposizione del Franza, ed abbiamo già
manifestato il nostro giudizio sopra di essa, giudicando quella di
Francesco Striveri.