A questo tempo, verso l'11 settembre, si deve con tutta probabilità

riferire l'andata dello Xarava a Monteleone, per avere anche dal

Pizzoni una Dichiarazione scritta, e dare un'occhiata al processo

che il Visitatore e fra Cornelio aveano iniziato: ciò può desumersi

dalla data della copia degli Atti di tale processo a lui rilasciata,

che è il 12 settembre, e dalla data del trasporto da lui fatto del

Campanella e del Petrolo da Castelvetere a Squillace, che una relazione

dello Spinelli ci mostra essere avvenuto il 14 settembre. Tenendo

presenti queste date, si può calcolare che verso l'11 settembre lo

Xarava, ottenuta la Dichiarazione scritta dal Campanella, ne andò a

chiedere un'altra al Pizzoni; e in tale circostanza vide il processo

ecclesiastico e vi fece al margine que' segni e quegli appunti di cui

si è parlato altrove, e scorgendo che le tre prime deposizioni avevano

un'importanza grandissima, se ne fece subito estrarre la copia. Quanto

alla Dichiarazione scritta dal Pizzoni, ne conosciamo l'esistenza

ed anche il contenuto dagli Atti che si conservano nell'Archivio di

Firenze[371], con quest'altro particolare, che ad essa andava unito un

«Alfabeto in cifra del Pizzoni col Campanella». Nella Dichiarazione,

secondo il sunto fattone dal Mastrodatti, il Pizzoni scrisse che

«fra Tomase Campanella, et fra Dionisio Ponsio havendosi scoverto di

volere introdurre nove leggi, et nuovo modo di vivere, introducendo

la libertà con il favore di alcune profetie, et delli Cieli, per

Astrologia, andavano procurando amicitia di banniti per dar principio à

tal impresa, et havendolo ripreso di queste male prattiche, pensieri,

et false profetie, che non sono cose di riuscire, loro risposero che

era codardo, e da poco, et che loro non sono tanto impotenti quanto

esso fra Gio. Battista si crede, per che adesso li bastano questi

pochi banniti à dar principio à tal impresa, et che dopoi alcuni

mesi scorsa la nova haveriano havuto soccorso da Venetiani, et da

Turchi, et altri Principi, et particolare da D. Lelio Ursino, il quale

diceva esser andato à Sua Maestà in spagna, per ottenere, di venire

protettore, et poi soccedere nel Principato di Bisignano et ottenere

di tenere Compagnia di gente armata, sotto pretesto di guardare il

Stato, ma poi dato principio a tale rivoltare, li darà in suo favore

la gente predetta armata, et il Stato ancora, et che lui tiene nelle

sue terre un fra Gregorio di Nicastro che và explorando le genti sotto

habito di Merciaro, et venditore di figure». In somma il Pizzoni non

scrisse diversamente da quanto avea deposto innanzi al Visitatore e

a fra Cornelio riguardo alla congiura, ed anzi rivelò qualche cosa

di meno, aumentando solo l'importanza della parte che avrebbe dovuto

rappresentare D. Lelio Orsini: se non che scrisse tutto di suo pugno,

in modo da non poter più poi sostenere che talune cose fossero state

falsamente aggiunte, siccome fece per la deposizione redatta da fra

Cornelio; e sappiamo che lo Xarava questa volta ebbe cura di corredarla

di una fede del Mastrodatti e della testimonianza di due persone, che

certificarono la Dichiarazione essere stata scritta dal Pizzoni in

presenza dello Xarava, e da lui consegnata al medesimo. Ma l'Alfabeto

in cifra fu scritto veramente dal Pizzoni e comunicato in parte dallo

Xarava a fra Cornelio, il quale poi l'allegò nel processo suo senza

citarne il fonte, ovvero fu inventato da fra Cornelio e comunicato da

lui allo Xarava, il quale senza citarne del pari il fonte, lo pose

a capo della Dichiarazione del Pizzoni? Questo rimane dubbio; bensì

non vedendo fatta alcuna parola dell'Alfabeto nella Dichiarazione

scritta, e sapendo che il Pizzoni lo negò sempre in sèguito, bisogna

piuttosto dire che fra Cornelio, nella sua nequizia, dovè sbizzarrirsi

ad inventarlo dietro il cenno dato da' primi rivelanti e poi fatto

confermare dal Petrolo innanzi a lui qualche giorno dopo. Si può

intanto vederlo tra' documenti che pubblichiamo, ridotto alle firme del

Campanella e del Pizzoni, così come fra Cornelio l'allegò nel processo

suo[372].

Non prima del 14 settembre il Campanella fu tradotto dalle carceri di

Castelvetere a quelle di Squillace; ma non avea per anco lasciato le

carceri di Castelvetere, che vi accadeva un fatto importante, del quale

dobbiamo ancora dar conto. Ricordiamo che là si trovavano rinchiusi

Felice Gagliardo, Orazio Santacroce, Geronimo Conia, Gio. Angelo

Marrapodi, Camillo Adimari, ed inoltre Cesare Pisano, il quale vi era

stato visitato dal Campanella con fra Dionisio e fra Giuseppe Bitonto

ne' primi giorni di luglio, ed era stato anche da lui raccomandato

al Principe della Roccella; ricordiamo che Cesare Pisano fin d'allora

cercò sempre d'indurre o di raffermare nella ribellione tutti costoro

(giacchè taluni, come il Gagliardo ed il Conia, sembra certo che vi

fossero stati già iniziati dal Bitonto e dal Jatrinoli), magnificando

i disegni del Campanella e predicando eresie in quantità. Non appena

seppero che il Campanella ed il Petrolo venivano rinchiusi in quelle

medesime carceri e che la congiura era stata scoperta, con tutti i

particolari che se ne andavano diffondendo, que' cinque scellerati, per

farsi merito e provvedere alla loro salvezza, pregarono il Castellano

di rappresentare al Principe della Roccella che Cesare Pisano, fin da

quando venne carcerato, si era sempre sforzato d'indurli a prender

parte a questa congiura, ed oltracciò denunziarono lo stesso Pisano

al Vescovo di Gerace per le eresie che andava loro persuadendo; nè

trovarono difficile il giustificarsi per non aver rivelato prima di

allora, adducendo che ritennero lungamente essere il Pisano un matto,

ma poi, udita la carcerazione del Campanella, doverono ritenere

queste cose per vere e quindi subito le rivelarono. Ciò risulta tanto

dagli Atti esistenti in Firenze, quanto dal processo ecclesiastico.

Il Principe della Roccella, ricordatosi che fra Tommaso gli avea

raccomandato il Pisano, scrisse una lettera a Carlo Spinelli,

avvisandolo dell'intercessione del Campanella per Pisano, al quale avea

parlato della congiura e naturalmente dovè partecipare ancora quanto

gli era stato rivelato da' cinque prigionieri[373]; ed accadde che

costoro, al contrario di quanto si aspettavano, finirono dietro questa

lettera per venire, unitamente col Pisano, sotto la giurisdizione dello

Spinelli e Xarava, rimanendo a lungo, in qualità di presunti complici,

carcerati ed anche straziati, come rilevasi dalle loro deposizioni

e confessioni in tortura riferite negli Atti esistenti in Firenze.

D'altro lato il Vescovo di Gerace, secondo lo stile del S.^to Officio,

non tardò un solo momento ad occuparsi della denunzia, inviando qual

suo Delegato l'Abate Curiale de Curiali per prendere Informazione del

fatto nelle carceri di Castelvetere: questa Informazione, composta

degli esami di tutti e cinque i denunzianti, trovasi integralmente

inserta nel 1.º volume del processo ecclesiastico ed è in data del

13 settembre, non mancando nemmeno nel suo esordio la notizia, in

verità molto confusamente e scioccamente espressa, del trovarsi allora

«preso del pari, fermamente carcerato e detenuto in detto castello,

fra Tommaso Campanella». Non staremo a ripetere le eresie, in gran

parte goffe, che si rivelarono in quella circostanza, tanto più che ne

abbiamo dato qualche cenno a suo tempo, nel narrare la carcerazione del

Pisano e i varii discorsi da lui tenuti nel carcere, e dovremo parlarne

ancora a proposito degli ulteriori esami a' quali fu sottoposto

nell'uno e nell'altro tribunale, dove ogni volta le ripetè; d'altronde

un saggio de' principali esami dell'Informazione trovasi anche ne'

Documenti che pubblichiamo[374]. C'importa soltanto notare che in

ispecie Felice Gagliardo depose avere il Pisano affermato che tutte

quelle eresie gli erano state insegnate da fra Tommaso Campanella, dal

Bitonto ed altri monaci, ed il resto de' denunzianti depose, insieme

col Gagliardo, che il Messia Campanella, con armi, danari e gente

molta, doveva assaltare il Regno, pigliare Stati e far nuove leggi.

Per tal modo le condizioni giuridiche del Campanella divenivano

rapidamente assai tristi: gli Atti del processo ecclesiastico, la

Dichiarazione scritta del Pizzoni, e quasi contemporaneamente le

deposizioni unanimi de' compagni di carcere del Pisano, confutavano del

tutto la Dichiarazione sua in quanto all'esser lui rimasto estraneo

a' maneggi di congiura; del resto essa era stata già confutata in

precedenza, e molto più seriamente, da alcune lettere trovate sulla

persona di Claudio Crispo catturato appena qualche giorno dopo di

lui. — Propriamente l'8 settembre il Crispo fu catturato da Gio.

Geronimo Morano; non sappiamo nè dove nè come, ma sappiamo che al

momento della cattura tentò di lacerare due lettere, e che il Morano

se ne impossessò. Questo risulta da una relazione dello Spinelli al

Vicerè trovata in Simancas, come pure dalle notizie riportate negli

Atti esistenti in Firenze[375]. Le lettere erano quelle delle quali

abbiamo già tenuto conto parlando delle trattative di congiura, l'una

di Maurizio, in data del 25 luglio, che diceva al Crispo essere lui,

Maurizio, «l'istessa persona con fra Tomase», e l'altra del Campanella

medesimo, in data degli 8 agosto, che gli diceva di «venire con qualche

amico et particolarmente con Gio. Francesco d'Alisandria». Vedremo

tra poco che un'altra lettera del Campanella al Crispo fu trovata in

potere di fra Paolo della Grotteria quando costui fu preso, ed essa era

ancor più compromettente; onde si scorge che la non partecipazione alla

congiura, dichiarata dal Campanella, veniva giorno per giorno smentita

anche da documenti autentici. Il Crispo fu tratto direttamente alle

carceri di Squillace, e le lettere furono inserte nel processo.

Ma è necessario tornare al Visitatore e a fra Cornelio. Essi avevano

proseguito a far carcerare frati, dando lettere di cattura a D.

Carlo Ruffo ed agli altri Commissionati. Fin dal mese antecedente fra

Cornelio avea fatta una perquisizione delle carte e corrispondenze

epistolari di tutti que' frati che si sapeva essere conoscenti ed amici

di fra Dionisio e del Campanella; in sèguito di tale perquisizione

fu preso fra Vincenzo Rodino di S. Giorgio, Vicario di Tropea e zio

di Cesare Pisano, essendosi trovata presso di lui una lettera di

fra Dionisio del 21 luglio, con la quale gli raccomandava un frate,

annunziandogli pure la presenza del Visitatore nella provincia e

la liberazione di Cesare già avvenuta, come egli credeva, dietro

le raccomandazioni sue e del Campanella; inoltre fu preso anche

fra Alessandro di S. Giorgio lettore di Tropea, senza che risultino

veramente chiari i motivi della sua cattura. Questi due frati vennero

esaminati dopo il Pizzoni e il Lauriana, l'8 settembre; ma le loro

relazioni con fra Dionisio, e più ancora col Campanella, erano tanto

lontane, che appena poterono dar conto della opinione che essi ne

avevano, e fu deliberato di non procedere oltre negli esami, «acciò

non venissero a conoscere il modo d'interrogare in quella causa»;

il giorno dopo furono quindi rilasciati entrambi, non senza però

l'obbligo di presentarsi ad ogni richiesta, dando una idonea cauzione

da prestarsi nelle mani del Vice-Duca di Monteleone, ossia D. Carlo

Ruffo. Il Campanella disse poi, nella sua Difesa, che fra Cornelio

ricevè per la liberazione di questi due frati D.^i cento; è possibile

che questa somma abbia rappresentata la cauzione, la quale forse non

venne mai più restituita. — Ma furono presi ancora altri frati di

molto maggiore importanza, i cui nomi erano stati profferti da' primi

esaminati o da' primi rivelanti, cioè a dire fra Pietro di Stilo, fra

Paolo della Grotteria, fra Pietro Ponzio, fra Giuseppe Bitonto; il

solo fra Giuseppe Jatrinoli non fu preso, forse neanche cercato, e gli

stessi Giudici che vennero dopo ne ignorarono sempre il motivo. Prima

di tutti, fra Pietro di Stilo, come egli medesimo raccontò, fu preso

il 7 settembre nel suo convento; lo stesso Carlo di Paola, che prese

il Pizzoni e il Lauriana, unitamente con un Donato Antonio Mottola

carcerò fra Pietro, come risulta dagli Atti esistenti in Firenze; e

fra Pietro narrò pure di essere stato condotto dapprima alla Motta,

poi alla Roccella e a Castelvetere, quindi a Monteleone, da ultimo

a Squillace. Giunse a Squillace qualche giorno prima del Campanella;

vedremo infatti che fu quivi esaminato dal Visitatore e fra Cornelio

il giorno 13, poco prima che vi giungesse il Campanella col Petrolo,

e venne rinchiuso nelle carceri dette «il Carbone», delle quali si fa

parola anche in qualche documento esistente nel Grande Archivio[376].

Non conosciamo propriamente perchè fu condotto da Monteleone a

Squillace; ma forse dovè esservi un ordine dello Spinelli in questo

senso sia per tenere tutti i frati, ed anzi tutti gli ecclesiastici,

meglio custoditi, sia per tenerli tutti riuniti e pronti ad essere

inviati a Napoli, secondochè il Vicerè avea comandato. Quanto a

fra Paolo della Grotteria, egli fu preso un po' più tardi nel suo

convento di Grotteria da Ottavio Gagliardo, con questa particolarità

importantissima, che sulla sua persona fu trovata una lettera del

Campanella a Claudio Crispo, ed inoltre un libercolo manoscritto di

segreti e «più cose di forfanterie, e tra le altre ci era per andare

invisibile, et un altro capitolo per sciogliere l'huomeni e donne

ligate», come pure per non confessare alla corda[377]. La lettera

del Campanella parrebbe che fosse appunto quella scritta a' primi di

agosto, nella quale egli diceva che avrebbe desiderato parlare con gli

amici e che per questo avrebbe voluto recarsi a Pizzoni, ma perchè non

gli era stato scritto che quelli erano venuti, se ne asteneva, e vi si

sarebbe recato l'indomani laddove avesse saputo che fossero venuti,

non convenendo mutare stanza senza certo disegno perchè il mondo non

pensi a male etc. (se n'è parlato a pag. 203-204): era una lettera che

destava legittimi sospetti, e verosimilmente fra Paolo, cui si era dato

l'incarico di recarla da Stilo a Pizzoni, non si curò o non potè aver

modo di farla capitare al suo destino e non provvide nemmeno a farla

scomparire; essa fu data allo Xarava ed inserta nel processo della

congiura. Il libercolo manoscritto, contenendo cose superstiziose, fu

mandato a D. Carlo Ruffo e da costui passato a fra Cornelio, il quale

l'allegò al processo di eresia; fu molto notato in sèguito da taluni il

trovarvisi un segreto per non confessare alla corda, ma non c'era da

farne molto caso, mentre rappresenta una piccola parte di molte altre

goffaggini, e la corda doveva allora temersi da chiunque, non dai soli

frati nè per la sola causa della congiura. Veniamo a fra Pietro Ponzio.

Egli fu preso in Oppido, insieme col fratello Ferrante che sappiamo in

ufficio di Vice-Conte o governatore di Oppido, per mano di Scipione e

Marcello Silvestro e Pietro Paolo Salerno mandati da D. Carlo Ruffo,

il quale poi gli disse essere stato catturato perchè fratello di fra

Dionisio; e veramente egli non aveva altre colpe che questa parentela

ed un'affettuosa amicizia pel Campanella, ed intanto era stato fin da

principio denunziato come uno de' tre frati che menavano innanzi la

congiura. Inoltre fu preso anche fra Giuseppe Bitonto, e costui in

circostanze degne di nota. Fuggito dal convento di Condeianni dove

avea l'ufficio di Vicario, e portatosi in una vigna di Gio. Tommaso

Campo suo zio, nelle vicinanze di S. Giorgio, egli si era nascosto in

un pagliaio, vestito da secolare, fattasi radere la corona e crescere

la barba, ed armatosi di fucile e di pugnale. Ottavio Gagliardo, con

Muzio Barone e Gio. Domenico Rodino, lo presero in quel pagliaio,

«armato di scoppettuolo di tre palmi et un pugnale, et a tempo lo

volsero pigliare, volse rancare il pugnale», come si legge negli Atti

esistenti in Firenze. Vedremo più in là i particolari anche degli abiti

così del Bitonto, come del Campanella e del Petrolo, che furono i tre

frati fin qui presi in veste secolare; vedremo dippiù essere stati

presi pure alcuni altri frati, nè soltanto Domenicani, ma questi furono

di secondaria importanza, in numero anche più ristretto, e presi più

tardi, sicchè non occorre parlarne in questo momento.

Ecco ora il sèguito delle deposizioni che il Visitatore e fra

Cornelio raccolsero da taluni de' suddetti frati, giacchè non

poterono esaminarli tutti. — Il 14 settembre, recatisi a Squillace,

interrogarono dapprima fra Pietro di Stilo. Fra Pietro disse essere

stato avvertito da molti secolari che avrebbe sofferto grandi travagli

per causa del Campanella, ma non aver voluto fuggire perchè sentivasi

netto in coscienza, e dopo di avere esposte le sue antiche relazioni

col Campanella, quanto all'opinione che ne avea, rispose di tenerlo

«in alcune cose per bono et in alcune cose sceleratissimo» per quello

che avea «sentito dire». Ma qui si mossero a sdegno gli Inquisitori:

volevano che fra Pietro dichiarasse di aver udito dalla bocca del

Campanella le cose che doveva esporre (senza ancora sapere quali

esse fossero), e in fretta e furia ordinarono che venisse rinchiuso

in un carcere criminale «più strettamente e più duramente». Si

seppe in sèguito, quando egli venne in Napoli, che fu tenuto dieci

giorni in una «fossa» o «trapasso» come allora si diceva, e di là

fu fatto poi risalire di sopra «al Carbone»; si seppe pure che fin

da' giorni precedenti, mentre era nella carcere della Motta e poi

di Monteleone, gli erano state fatte minacce e lusinghe da D. Carlo

Ruffo e dal Castellano Ottavio Gagliardo, come pure da fra Cornelio

e dal Visitatore, il quale «pareva che dependesse da fra Cornelio», e

segnatamente a Squillace costui lo facea condurre innanzi a' Giudici

secolari e diceva loro «ve lo consegno per tre ore, fate di lui quel

che vi piace», e poi lo lusingavano con la promessa di una immediata

liberazione se avesse rivelato ciò che volevano, e gli assicuravano

che il Pizzoni era stato già liberato perchè avea parlato, e gli

consigliavano di confessarsi perchè l'indomani avrebbe avuto la

ruota, e il Visitatore lo eccitava a deporre liberamente cose di

S.^to Officio perchè a questo modo si poteva avere la remissione al

foro ecclesiastico. Fu quindi più volte richiamato ed inutilmente

interrogato tra le lusinghe e le minacce, senza che se ne fosse redatto

il processo verbale. Ma come mai fra Pietro potè qualificare così

prontamente il Campanella «in alcune cose sceleratissimo»? Passiamo

sopra alla parola, che potè essere adoperata da fra Cornelio invece

di qualche altra meno grave che fra Pietro ebbe a pronunziare; quanto

alla sostanza, si venne poi a conoscere che nelle carceri di Monteleone

egli ebbe modo di sapere qualche cosa dal Pizzoni, il quale gli

dovè certamente dire di aver rivelato molte cose di eresia, giusta

le sollecitazioni del Visitatore, per poter uscire dalle mani de'

giudici secolari; egli dunque si metteva parimente in siffatta via

(ma vedremo con quanta discrezione), se non che non poteva dichiarare

di aver udito cose di eresia dalla bocca del Campanella, senza

incorrere nella responsabilità di non averle rivelate alle Autorità

competenti, tanto più che trovavasi Vicario del convento in cui il

Campanella avea stanza. Ad ogni modo fra Pietro, il meno acceso, il più

quieto tra tutti, seppe dare egli solo un certo esempio di fortezza,

della quale si può intendere la misura considerando il terrore e la

demoralizzazione generale: fino all'ultimo fra Cornelio ebbe a dirgli,

«tu solo non puoi portare il carro, et si tu solo sarai pertinace, tu

solo morirai», ed egli seppe resistere a tante pressioni.

Nel giorno medesimo gl'Inquisitori interrogarono fra Domenico Petrolo,

e costui, secondo la natura sua, si mostrò in tutt'altro modo. Non

appena giunto al cospetto del Visitatore egli si gittò a terra e

disse, «Padre, non son degno di esser chiamato figlio tuo, ho peccato

verso Dio, chiedo misericordia, poichè ho offeso Dio gravemente»;

pure, dopo di aver dichiarato come era stato preso col Campanella in

abito secolare, essendo fuggito insieme da Stilo perchè fra Tommaso

fidava molto in lui, non volle spiegare il motivo per lo quale il

Campanella era fuggito; disse solo che la Corte era contro di lui e

che fra Dionisio glie l'avea avvertito, ma negò di saperne il motivo.

Ed allora gl'Inquisitori ordinarono, con la solita formola, che fosse

ricondotto in carcere e custodito «più strettamente e più duramente»;

ma egli li pregò che ripigliassero il suo esame, e subito ne venne

fuori una deposizione la quale certamente conteneva un po' più di

quello che egli poteva sapere[378]. Affermò che la Corte era contro

il Campanella, perchè costui «era mal christiano et havea opinioni

terribili et tentava rebellione». E poi enumerò le opinioni terribili:

diceva parergli essere stato eletto da Dio per predicare la verità e

togliere gli abusi della Chiesa di Dio, essere i Sacramenti per ragione

di Stato, non trovarsi il corpo di Cristo nell'ostia consacrata, non

doversi adorare il crocifisso, esser lecito il coito, non esser veri

i miracoli di Cristo, come l'ecclissi al tempo della passione non che

la resurrezione di Lazzaro, saper lui fare miracoli e volerli fare

in conferma della propria dottrina quando predicherebbe; inoltre non

esservi paradiso nè inferno, essere l'autorità del Papa usurpata, non

esservi Dio e la natura aver avuto il nome di Dio, non esservi Trinità,

non doversi osservare il precetto dell'astinenza dal mangiar carne

ne' giorni proibiti. Disse di aver udite tali cose dalla bocca del

Campanella, che ne parlava ancor più liberamente quando si trovava in

compagnia sua, di fra Pietro e di fra Dionisio, e spesso ne parlava

pure in presenza de' secolari, tra' quali i più intrinseci erano

Tiberio e Scipione Marullo, Fulvio Vua, Gio. Gregorio Prestinace,

Giulio Contestabile, Geronimo di Francesco, Giulio Presterà, Francesco

Vono, Fabrizio e Paolo Campanella, inoltre fra Scipione Politi

Conventuale. Affermò ancora di ritenere che fra Dionisio credesse a

quelle opinioni per certe parole dette in dispregio dell'ostia, e di

sospettare ancora di fra Pietro di Stilo, perchè una volta gli avea

detto esser bene che ciascun frate pigliasse moglie, e lui sentirsi

morire se non prendeva moglie. Quanto al Pizzoni, lo conosceva per

amico intrinseco del Campanella, e sapeva che si scrivevano lettere in

cifra le quali egli avea vedute, inoltre una volta que' due andarono

insieme ad Arena, e per tutto ciò lo riteneva aderente alle opinioni

del Campanella. Infine interrogato intorno alla mutazione di Stato che

il Campanella procurava nella provincia, palesò la predica fatta da

fra Tommaso intorno alle mutazioni da dover accadere nel 1600, e le

profezie alle quali si appoggiava, e il disegno di mutare la provincia

in repubblica servendosi della lingua e delle armi de' banditi e

del Turco; aggiunse che non volea predicar solo, ma anche con altri,

facendo gran capitale del Pizzoni, di fra Dionisio, di fra Pietro di

Stilo, ed ancora di lui fra Domenico Petrolo! Aggiunse inoltre che

avea mandato presso Morat Rais Maurizio, il quale avea trattato la

venuta dell'armata ed avuti per questo albarani del Turco, siccome

seppe allorchè stavano con fra Tommaso presso il Mesuraca; che fra

Dionisio trattava di far ribellare Catanzaro e il Campanella Stilo

con altri luoghi, e che non erano a sua conoscenza altri fuorusciti

aderenti eccetto Maurizio, mentre de' frati sapeva che erano pure molto

amici del Campanella fra Paolo della Grotteria, fra Giuseppe Jatrinoli

e fra Giuseppe Bitonto. Al solito, ebbe in ultimo a dichiarare di

non aver deposto per timore del carcere «ma per zelo della fede e di

Dio». — Fu questa la deposizione del Petrolo, la quale abbiamo voluto

riportare con una certa larghezza, perchè associata alle precedenti del

Pizzoni, del Soldaniero e del Lauriana, consolidò la base del processo

ecclesiastico. Certamente è notevole la specchiata concordanza di tutte

queste deposizioni; ma se da ciò si può inferire che la massa delle

cose deposte dovè esser vera, si può anche inferire che vi dovè essere

un solo suggeritore per tutti i deponenti. E qui si vede in modo non

dubbio l'efficacia del suggeritore, poichè il Petrolo, avvilito, si

lasciò condurre fino a nominare sè medesimo tra coloro i quali doveano

predicare la libertà. Senza dubbio, specialmente dal lato dell'eresia,

egli disse più di quanto conosceva: si seppe in sèguito che mentre era

per rientrare in carcere dietro l'ordine dato dagl'Inquisitori, fra

Cornelio lo ritirò da parte e gli lesse l'esame del Pizzoni, come pure

che erano presenti al suo interrogatorio il Provinciale, l'Avvocato

fiscale e il Capitano di campagna, e che non si scrisse precisamente

così come egli rispose alle interrogazioni. Ma pur troppo l'esame da

lui sottoscritto potè poi essere spiegato meglio in qualche punto, non

già disdetto, anche perchè in questo caso s'incorreva nell'imputazione

di falsa testimonianza; e per tal modo rimaneva ognuno illaqueato

senza via d'uscita. Del rimanente il Petrolo si fece sempre a negare

la sua partecipazione all'eresia, dicendo, «in altro son grandissimo

peccatore, ma contro la fede non ho peccato»; e in che dunque egli era

peccatore, e per quale peccato egli chiedeva spontaneamente perdono

agl'Inquisitori fin dal principio del suo esame? Tolta di mezzo la

faccenda dell'eresia, non rimane altro che la faccenda della congiura.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 34 / 55 段